Alla ricerca dell’American Dream

Siamo tutti un po’ americani. Dal dopoguerra ad oggi nessun altro paese straniero ha avuto su di noi un’influenza culturale, sociale ed economica così forte e radicata come gli Stati Uniti.
Indossiamo i loro jeans, ci emozioniamo ascoltando le loro canzoni, guardando i loro film o l’ultimo episodio della serie tv preferita.
Quando vogliamo concederci un lusso o siamo di fretta cerchiamo il negozio con la M dorata, per mangiare velocemente un hamburger, condito da una ricca cascata di patatine fritte.
Conosciamo tutte le città più famose, anche se non riusciamo a collocarle bene geograficamente. New York, Boston, San Francisco, Los Angeles, Miami. Chi non ha mai voluto visitarle almeno una volta?
“All my life watching America” cantavano i Razorlight qualche anno fa. “Tutta la mia vita guardando l’America”. E non c’è dubbio che i film di Hollywood e le serie tv hanno unito le ultime generazioni di giovani, accomunati dal sogno di vivere almeno per un giorno come un americano: il college con l’armadietto personalizzato, il ballo di fine anno, vestirsi da mostro per Halloween per andare a chiedere dolcetti alle porte, noleggiare una macchina cabrio e percorrere chilometri di deserto sterminato, incontrando di tanto in tanto uno sperduto e puzzolente motel.
Magari prima si aspettava mesi o addirittura anni  per vedere la versione italiana di un telefilm da guardare rigorosamente seduti sul divano davanti la Tv, mentre adesso grazie alle nuove tecnologie si può vedere (o scaricare) ogni nuovo episodio quasi in tempo reale, aspettando solamente i sottotitoli in italiano per chi non riesce ancora a masticare la lingua inglese. Resta il fatto che intere schiere di giovani sono cresciute insieme a Happy days, Beverly hills 90210, Dawson’s creek, The O.C e molti altri ancora..
Altro che “pericolo islamico”! L’”American life”, lo stile di vita statunitense, è quello che più ha intaccato le nostre tradizioni, educato i nostri figli, scandito le fasi della nostra crescita, causando spesso anche reazioni negative.
Come spiegava il regista Jean Luc Godard, odiamo John Wayne perché in lui vediamo gli odiati reazionari americani, ma lo amiamo perdutamente quando indossa i panni del cowboy dei film di John Ford.
Ma più di ogni altra cosa gli Stati Uniti sono il luogo dove volgiamo lo sguardo quando si deve prevedere qualcosa, come una moderna sfera di cristallo: “E’ successo laggiù, fra poco lo vivremo anche noi”. Un televisore sempre acceso sul futuro prossimo, un passo avanti nella scala dell’evoluzione tecnologica: Facebook, l’Iphone, i tablet, Google,sono solamente alcune delle più recenti rivoluzioni tecno-antropologiche made in USA che hanno cambiato e stanno cambiando il nostro modo di vivere quotidiano.
L’American dream, quello “prodotto” dalla Rivoluzione d’Indipendenza e “disegnato” dalla Costituzione americana, “prevedeva” la speranza che attraverso il duro lavoro, il coraggio e la determinazione sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Scrivo al passato perchè adesso sembra sempre di più un’utopia. Un’economia legata alla degenerazione della finanza che ha causato la crisi mondiale, una democrazia sempre più appannaggio dei lobbysti e dei grandi network di potere, un conflitto sociale continuo che rende difficile una migliore integrazione.
Ma c’è ancora un luogo dove l’American dream è forte e rigoglioso ed è il campo dell’innovazione e della ricerca. Un nuovo Rinascimento dove un singolo individuo, grazie all’iperconnettività resa possibile dalle scoperte del tempo presente, ha una grande capacità di autodeterminarsi e di coltivare le proprie doti, con le quali riesce a vincere la Fortuna (nel senso latino, “sorte”, oggi potremmo parlare di “crisi”) e dominare la natura (nel caso di oggi le difficolt àoccupazionali) modificandola, contribuendo alla crescita della società.
Nascono così, da un’intuizione, le nuove società dominatrici della tecnologia: i già citati Facebook, Google, ma c’è anche Twitter, Instagram e le migliaia di altre iniziative di successo, che vanno oltre il settore informatico.
La potenza delle idee, aiutate da un contesto che le aiuta a svilupparsi: non solo privati che investono sulla conoscenza dando credito a perfetti sconosciuti, ma anche un mondo accademico che stimola e “coccola” i ricercatori. Harvard, Stanford, M.I.T, sono solo esempi di una brillante gestione del patrimonio cognitivo, dove la raccomandazione non è “spintarella”, ma premiazione del merito e degli sforzi.
E qui entro in gioco io, dato che per il mio dottorato devo passare 6 mesi al Massachussets Institute of Technology (MIT per gli amici), al Center for Civic Media, Media Lab. Un’occasione che non potevo rifiutare.
Ecco perché dovrò “sospendere” la mia stretta (anche troppo) connessione con la politica, per ritrovare il mio sogno, che non è né quello americano, né quello italiano (semmai ne avessimo uno) ma uno molto più sobrio e umile: cercare di trovare nuovi stimoli, nuovi contatti, nuove esperienze. Semplicemente migliorarsi un po’ . Restare connessi con la città di Pisa sarà difficile, ma credo che il bagaglio di conoscenze e di esperienze che porterò “a casa” possa superare questo momentanea separazione. E poi, in effetti, la politica ci sarà anche qui, con una campagna elettorale spietata, dove proprio oggi i sondaggi danno incredibilmente in vantaggio il repubblicano Romney, un ultramiliardario degno seguace del bushismo più stupido.
Proverò a raccontarla questa esperienza oltreoceano, cercando di condividere le mie impressioni, i miei pensieri, le mie esperienze, gli aneddoti più strani, e perché no, raccontando qualcosa del lavoro che sto facendo. Ma soprattutto cercherò di rispondere a una semplice domanda: l’America è davvero come ce la dipingono gli sceneggiatori? O la realtà supera l’immaginazione?
Per scoprirlo non c’è altro da fare che aspettare la prossima puntata. Stay tuned. And God bless America.

Boston's harbour

Citius! Altius! Fortius! London Calling! #olimpiade12

Nei momenti di grande sofferenza agonistica, quando il sudore ti riempie la faccia e il corpo ti dice di smettere, devi avere una forte convinzione per ingannare la fatica e il cervello ed andare avanti. Per molti sportivi il sogno che spinge verso i limiti fisici è la partecipazione all’Olimpiade, il grande evento che si ripete ogni 4 anni. Molti hanno anche la speranza di riuscire a salire sul podio, per ricevere una medaglia che darà loro risalto internazionale, ma soprattutto una ricompensa personale delle fatiche e dei sacrifici fatti negli anni precedenti, una gratificazione mentale dopo gli abusi sul corpo effettuati durante i faticosi allenamenti.
Le Olimpiadi hanno mantenuto quel carattere sportivo che il calcio ha perso, rovinato dalla spettacolarizzazione dei singoli giocatori e dalla brama di soldi che gira nell’ambiente. L’esaltazione del corpo, le emozioni sincere, le doti atletiche, lo spirito ardente della competizione.
Non di meno assistiamo a una vera democrazia dello sport: non ci sono figli minori, un campione viene osannato a prescindere dalla disciplina in cui gareggia. E poi quale altro evento mondiale vede un mescolio di culture, vicine e lontane, che testimoniano la vivacità e la varietà delle diverse popolazioni? Come diceva De Coubertin: lo spirito olimpico non è né la proprietà di una razza, né di una era.
Abbiamo tanto da imparare dallo sport, specialmente dalle Olimpiadi; in antichità segnavano lo scorrere del tempo e facevano fermare le guerre. Non ho la presunzione che possano riuscire in questo obiettivo, ma almeno potranno darci una visione del mondo diversa da quella che siamo abituati a vedere: un contesto dove tutti partono alla pari, dove le nazioni piccole possono sconfiggere quelle grandi, dove in caso di sconfitta la rabbia cede il posto all’applauso per il vincitore, dove si può dare senso logico alla serena convinvenza tra diverse etnie, dove l’odio viene compresso e “nascosto sotto il tappeto”.
E allora per due settimane voglio dimenticarmi di calciomercato e gossip estivi, e ricaricare la mia passione sportiva cercando di divorare quante più specialità possibili. Quei momenti vissuti passivamente mi daranno l’energia quando le gambe saranno intorpidite dalla fatica, le braccia paralizzate dall’acido lattico, la testa confusa dallo sforzo. E allora potrò dire “Citius!, Altius!, Fortius!” (“Più veloce!, più in alto!, più forte!”, il motto olimpico). Sicuramente non parteciperò mai a un’Olimpiade, non salirò sul podio, non proverò le emozioni dei vincitori. Ma Aristotele diceva:

come nelle Olimpiadi sono incoronati non i più belli e i più forti, ma quelli che partecipano alla gara (e tra di essi infatti vi sono i vincitori), così nella vita chi agisce giustamente diviene partecipe del bello e del buono.

Ma non sono un fan della partecipazione a prescindere, se si vince tanto meglio. L’importante è non essere ossessionati dalla vittoria, any sense. Forza atleti azzurri e non. London calling!

Il bruco si trasforma in farfalla: cinque questiti per cambiare il #PD

#iononvotopd è stato un hashtag molto usato in questi giorni dove tanti, troppi, utenti di Twitter scrivevano brevemente perché non avrebbero dato il loro voto al Partito Democratico. Personalmente, per me che ci credo ancora, sono state diverse stilettate al cuore, con ragionamenti spesso molto veritieri e con una disillusione diffusa che rende il lavoro da fare difficile e complicato.
Al PD si rimprovera l’incertezza su molti temi, o forse solamente un’incapacità di spiegare al meglio quali sono le sue intenzioni, cosa vuole fare da grande. Un bimbo che balbetta, che pensa solamente a superare le emergenze del presente, rischiando di trovarsi sbarrato il futuro.
E il rischio serissimo è che nei prossimi mesi il dibattito politico sarà schiacciato dall’emergenza spread e dalle beghe interne del partito tra primarie e frecciatine tra dirigenti. Perché non forzare un po’ questa noiosa liturgia chiedendo a tutto il partito di esprimersi su alcuni punti dove tentenniamo?
E allora a qualcuno (Prossima Italia) è venuta in mente un’idea geniale:

  • È venuto il momento di trasformare il Pd nel partito degli elettori che avrebbe sempre dovuto essere.
  • Di superare formule, gherminelle e tric e trac e puntare dritti alla sostanza.
  • Di trasformare la retorica della partecipazione in qualcosa di reale e di concreto.

Per tutti questi motivi dichiariamo aperta la stagione referendaria del Pd, ai sensi dell’articolo 27 dello Statuto:

  • cinque quesiti per evitare che gli elettori si consegnino definitivamente alle cinque stelle.
  • cinque temi forti: i diritti civili e il matrimonio gay, la riduzione dell’Irpef attraverso un’imposta sui patrimoni, un quesito sui grandi temi ambientali del Paese, la riduzione della spesa militare, il reddito di cittadinanza, la corruzione e la riforma della politica, e infine un quesito di indirizzo politico, dedicato all’alleanza con l’Udc e altre forze già al Governo con il centrodestra negli ultimi vent’anni.
  • cinque referendum proposti e presentati dagli iscritti sulle questioni di sostanza (oh, yes), scritti e presentati in punta di diritto e quindi non precludibili, a cui potranno partecipare tutti gli elettori (passati, presenti e futuri) del Pd.
  • cinque punti chiari per definire come sarà il progetto politico del nuovo centrosinistra.

Noi ci proviamo, e lanciamo l’appello a tutti gli uomini e le donne democratiche e di buona volontà, perché è un’impresa mai tentata prima, e perché o ci proviamo insieme, o meglio lasciar perdere.
C’è già il vademecum con tutte le informazioni: l’impresa è difficile, occorrono più di 30mila firme circa e un regolamento attuativo.
Mi sembra che sia una grande possibilità per esprimersi e dare finalmente al PD il contenuto che sta cercando invano da anni. Abbiamo bisogno di tutti, anche quelli di #iononvotopd.
Chi si lamenta si tiene quello che c’è. Come un bruco si trasforma in farfalla, abbiamo bisogno di una metamorfosi interna per dare un’anima definitiva alla prossima Italia. E i bruchi, adesso, siamo noi…

Un matrimonio in più oggi, migliaia in meno ogni giorno. Perché non sposerò più.

E alla fine è arrivato anche il mio turno. No, non proprio il mio. Quello di altri. Ma a celebrare il matrimonio sono stato io. Dopo 4 anni di pigrizia, prima di chiudere la consiliatura volevo sperimentare cosa si provasse a guardare in faccia i futuri sposi e non solo le loro schiene, da un freddo pancale in legno.
E’ stato breve, ma emozionante: la mano dello sposo che tremava cercando di infilare l’anello, quei “si lo voglio” sussurrati, gli occhi inumiditi dalle lacrime (speriamo di felicità).
La cerimonia in comune è molto “fredda”, per questo l’officiante ha un ruolo importante, cercando di evitare la sensazione che si sta compiendo un noioso atto burocratico, ma qualcosa che cambierà la vita di due persone. Ed è stato ancora più bello (per me) che a sposarsi fossero due persone con cittadinanza diversa, una italiana, l’altro tunisino. Nell’augurio finale, dopo aver letto un estratto da “Il Profeta” di Kahlil Gibran, scrittore libanese, ho voluto enfatizzare l’arricchimento culturale che i matrimoni misti portano alla nostra città e al nostro Paese, nella speranza che l’intolleranza e la paura dell’altro possano finalmente scomparire.
Dopo la cerimonia, ancora estasiato dai sorrisi della coppia, mi sono fermato a riflettere. Eppure qui qualcosa non va. E mi riviene in mente l’argomento caldo della settimana scorsa. Perché queste sensazioni sono precluse a diversi amanti? Perché non posso trovarmi davanti due persone dello stesso sesso e renderle felici? Sono i loro sentimenti “innaturali”?
Allora l’euforia è sparita, la gioia scomparsa. Siccome indossare la fascia tricolore durante una cerimonia ufficiale significa rappresentare tutti i cittadini, durante il matrimonio civile questo non accade: ci sono alcuni cittadini che sono diversi, che non hanno questo diritto. E allora che senso ha?
Non officerò più un matrimonio civile finché qualcosa in questo Paese non cambierà, fino a quando non sarà possibile legalizzare l’amore fra due persone qualsiasi.Per la situazione attuale italiana, sui diritti civili non c’è compromesso,c’è arrivato anche un paese conservatore come l’America: dare la possibilità alle persone omosessuali di sposarsi.
Vorrà dire che la prossima volta che firmerò un atto di matrimonio sarà il mio…ma forse facciamo prima a cambiare l’Italia.

#Albinea Tutto cambia, tranne lo gnocco fritto.

 Nella costante ricerca di serietà che deve pervadere la politica, ci sono alcuni momenti meno formali, più “umani”, dove si cerca di far lavorare la creatività e la mente piuttosto che il compromesso e la razionalità. Uno di questi momenti è il campeggio di Albinea, un piccolo paesino vicino a Reggio Emilia, genuino “come le cose di una volta”. Domani e domenica ci sarà la terza edizione di un incontro fra amici e compagni, dove non si parlerà di beghe interne al partito, ma delle 10 cose che devono essere fatte subito per l’Italia. Ecco parte del programma:

Sabato Giuseppe Civati introduce il tema politico; poi si parlerà parlerà di corruzione, di fisco e di evasione fiscale, di patrimoniale e di riforma del mercato del lavoro, di guardie svizzere, spending review e della partita economica.
Nel corso della mattinata, sarà presentato anche il docufilm, a cura di Elena Schlein, dedicato alla nostra Operazione Guardie Svizzere.
Nel pomeriggio, a partire dalle 15 si parlerà di consumo di suolo, c di ambiente, energia e rifiuti; di questione maschile;  di cultura e bellezza;  di innovazione tecnologica.
Domenica poi alcuni segretari del Pd locale vengono a illustrare un documento cui hanno lavorato sullo stato del partito, e sull’urgente bisogno di aprirlo alla partecipazione. Infine, di nuovo con Pippo Civati – con la gradita presenza del vicepresidente dell’Assemblea Nazionale,Ivan Scalfarotto – ci saranno le conclusioni politiche e gli obiettivi per il 2013.
Insomma, una due giorni tutta incentrata sulle cose da fare, con la consapevolezza preziosa di sapere di avere cose da dire. Se non potete partecipare fisicamente, rinunciando a un sublime gnocco fritto, almeno seguiteci su Twitter o sul sito di Prossima Italia o donando qualche soldino per supportare chi cerca di creare politiche condivise.
Riprendendo uno slogan già usato, ma sempre attuale, “le cose cambiano, cambiandole”.

10 motivi per costruire una moschea a #Pisa

Uno degli argomenti principali dello scorso consiglio comunale è stato il dibattito sulla moschea. Infatti, rispondendo a una question time del PDL, è stata rilevata la volontà dell’amministrazione a dare parere favorevole per la costruzione di un luogo di culto per la religione musulmana. Ed ecco sciamare i “crociati” pronti a dare battaglia per evitare questa “profanazione”. Ci aspetterà un dibattito lungo, ma spero rimanga sereno, anche perché attualmente ci sono almeno 10 motivi per non avere paura della moschea:

  1. L’idea della moschea è nata dal Centro islamico di Pisa,  un’associazione regolarmente iscritta al registro delle associazioni di volontariato dal 1994 che nel 2007 ha promosso anche un’associazione di scopo finalizzata proprio alla realizzazione di un luogo di culto di dimensioni adeguate alle loro accresciute esigente.
  2. Il centro culturale islamico pisano in questi venti anni non ha mai professato alcuna forma di fondamentalismo ma ha sempre abbracciato il messaggio del’islam moderato e la conseguente notorietà dei suoi responsabili alle istituzioni locali e di sicurezza, non solo ha consentito di evitare forme di autorganizzazione in piccole realtà anonime più permeabili a messaggi radicali, ma ha rappresentato il punto di riferimento nel dialogo tra istituzioni ed una comunità religiosa in crescente aumento, le cui necessità e istanze devono essere accompagnate all’interno di un complesso sistema di integrazione economico-sociale-culturale e politico che riconosca anche le diverse religioni e culture.
  3. Il Centro Islamico ha intenzione di comprare quel terreno e costruire la moschea a proprie spese, realizzando anche un centro culturale aperto a tutti, offrendo uno spazio di studi e di riflessione.
  4. La zona interessata è tra via del Brennero e via Chiarugi, in un’area dove attualmente sarebbe prevista ediliza residenziale, ovvero case. Andare a costruire un luogo di culto/centro culturale sarebbe un arricchimento per la zona, invece di altre case che soffrirebbero della crisi immobiliare.
  5. La libertà religiosa trova il suo fondamento nei valori sanciti dalla Costituzione negli articoli 8, 19 e 20. Art.8: “Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.” Art. 19:“Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.” Art. 20:Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.”
  6.  Nonostante ci siano delle aeree del mondo Musulmano nel quale la libertà religiosa non viene garantita a tutti i cittadini, è disonesto affermare che questo fenomeno sia un problema esclusivo dell’Islam. Incolpare l’Islam per la persecuzione delle minoranze è come incolpare il Cristianesimo per la schiavitù e la segregazione (razziale). Prendere i Talebani come esempio di intolleranza religiosa nell’Islam significa essere in malafede, perchè la prospettiva religiosa dei Talebani è stata respinta da tutti i principali sapienti Musulmani e dai Musulmani di tutto il mondo.
  7. Tutte le più grandi religioni hanno al loro interno persone che commettono, o hanno commesso, atrocità nel nome della loro religione. Ma nessuna fede dovrebbe essere presa come responsabile per i crimini di pochi individui. Nessuno ha chiuso le chiese dopo che a Utoya, l’anno scorso, un fondamentalista cattolico ha ucciso più di 80 giovani norvegesi.
  8. “Siamo negli Stati Uniti e il nostro impegno a favore della libertà di culto deve essere inalterabile. Il principio secondo il quale i popoli di tutte le fedi siano i benvenuti in questo Paese e quello secondo il quale non saranno trattati in modo diverso dal loro governo è essenziale per essere quello che siamo”. Quello che ha detto Obama il 13/08/10 vale benissimo per l’Italia: la civiltà occidentale nasce sul valore della tolleranza e del pluralismo (dalla Rivoluzione francese alla Costituzione americana). Non permettere la costruzione di una moschea equivarrebbe a trasformarsi noi stessi in talebani: due torti non possono mai fare una ragione.
  9. Irragionevole pensare che chi pretende di avere la libertà di professare la propria religione non creda nell’ingiustizia di una persecuzione o di un danneggiamento di un altro che professa allo stesso modo la propria religione (grazie Locke).
  10. Soltanto innalzando gli standard democratici e partecipativi otterremo vera reciprocità. Soltanto indicando il rispetto delle regole da parte di tutti, italiani e non, otterremo una vera integrazione. Perché la convivenza fra le religioni è l’unico futuro possibile.

L’undicesimo, ma ce ne sarebbero altri, è di carattere politico: “basta fare campagna elettorale sulla paura del diverso”.

#Berlusconi. Si stava peggio quando si rideva meglio…

Oggi, mentre ero a Puntoradio, è intervenuta l’on.Santanchè che ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere: “Siamo in democrazia, se noi proponiamo Berlusconi e la gente lo vota, cosa c’è di male?”.
Non ho saputo rispondere, e se devo dire la verità rivedere il suo nome alla ribalta mi ha provocato nostalgia. In fondo siamo cresciuti insieme. Scommetto che sotto sotto, siamo tutti un po’ contenti, soprattutto i “nemici”, stanchi di parlare di politica. Vuoi mettere ritornare a discutere di donne e di barzellette?

# PD Oltre il linguaggio bancario: perché sono importanti i diritti civili

Diciamo che l’Assemblea del PD di sabato ha avuto un finale “scoppiettante”: non è finita a “baci e abbracci”, ma con urla e contestazioni. Il litigio è partito dopo la votazione di un documento “Per una nuova cultura dei diritti”, considerato un po’ deboluccio (eufemismo) e poco coraggioso da parte di molti membri dell’assemblea che hanno presentato un odg integrativo, che però non è stato ammesso alla discussione (e tantomeno alla votazione) dal Presidente dell’Assemblea Rosy Bindi. Le intenzioni dei presentatori erano quelle di andare oltre il (piccolissimo) passo avanti fatto dal lavoro della commissione “ufficiale”:

“Con spirito costruttivo, vorremmo provare a dare un contributo con alcune sottolineature e integrazioni. Ci spinge a farlo l’importanza delle materie trattate, decisive per l’avvenire dell’Europa e del campo progressista.”

Infatti il testo prevedeva parole “audaci” per il PD, ma che riflettono la società attuale:

“è la premessa più solida anche nel ragionare sui diritti-doveri delle coppie omosessuali e di chi condivide nell’affetto un progetto di vita e solidarietà. In tanti Paesi a cui ci sentiamo legati – dalla Francia agli Stati Uniti – si sono riconosciuti o ci si avvia a riconoscere i matrimoni e le adozioni per coppie gay. Molti tra noi possono essere d’accordo, altri possono non esserlo, ma il fatto stesso che altrove si legiferi in quel senso dovrebbe annullare il tabù sulle parole. Le coppie etero e omosessuali devono avere gli stessi diritti: proponiamo il pieno riconoscimento giuridico e sociale delle unioni civili per coppie omosessuali e non. Scelta compatibile con gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione;”.

Non si può costruire un programma politico più arretrato di quello che esprime la società di oggi. E’ come andare contro natura per un partito che si definisce “progressista e riformista”.
La sensazione è che non sia stato messo in votazione per “evitare” la manifesta verità: questa posizione è la stragrande maggioranza nel partito (e ho la presunzione di dire che lo è anche fra i simpatizzanti). Invece si è preferito fare l’ennesima mediazione al ribasso per non scontentare un gruppo interno che con la sua radicalità conservatrice minoritaria ci costringe a posizioni vecchie e antiquate. Va bene il “siamo un partito che ha anche una tradizione cattolica al suo interno”, ma a volte mi sembra di essere in ostaggio al radicalismo cattolico che marca le sue posizioni oltranziste per guadagnare visibilità e posizioni (Binetti docet), quando invece se ci ispirassimo ad altri principi etici e sociali provenienti dalle dottrine di natura religiosa potremmo diventare un compiuto partito di sinistra (La Pisa, Dossetti e altri…). E il non essere andati al voto in assemblea conferma i miei dubbi.
C’è poi la volontà di sottovalutare questa questione: “c’è la crisi, non c’è il lavoro, e voi parlate di diritti civili”? A parte che una cosa non esclude l’altra, e se il tema lavoro è trasversale, lo è anche quello dei diritti. Anche perché troppo spesso ci si accorge di qualcosa solo quando non ce l’hai. E se per qualcuno i diritti civili sono niente rispetto alla mancanza di un lavoro, per altri sono tutto: la serenità, la sensazione di non essere discriminati, la speranza di una vita come gli altri.
“E allora cosa ci stai a fare nel PD?” potete giustamente domandarmi. Perché, come ho già detto, ho l’arroganza di dire che all’interno del partito a pensarla come me siano di più di quelli che ci lasciano credere e questo deve pesare molto nella discussione interna dei prossimi mesi. E poi lasciatemi sfogare lo sdegno verso gli avvoltoi politici che campano sulle “carcasse” delle discussioni interne, leader di partiti e movimenti che decidono individualmente e in autonomia, in maniera velatamente tirannica, quale deve essere la linea politica in base a quello che succede quotidianamente, per puro e cinico scopo elettorale. Discutere non è lesa maestà, diffido dei partiti/movimenti che non hanno voci di minoranza al loro interno. Lo implica il concetto stesso di democrazia.
Infine lottare per i diritti civili è anche una questione di linguaggio: tutti i mezzi di comunicazione sono invasi da un lessico che definirei “bancario”: spread, btp, rendimenti, rating. Possiamo tornare a parlare un linguaggio più “umano”: famiglia, amore, affetto, diritti?

Cittadinanza italiana al superstite dell’ultima tragedia avvenuta nel Mediterraneo (e già che ci siamo a tutti i nati in Italia)

“Ero aggrappato ai resti della barca con la quale avevo lasciato Tripoli, circa due settimane prima con 55 compagni a bordo (20 somali, 2 sudanesi, e 34 eritrei), compresi i miei due fratelli e mia sorella.” Così  A. S., 25enne eritreo , racconta la sua esperienza, unico superstite fra le 56 persone che qualche giorno fa hanno tentato una disperata fuga via mare dalla Libia, fuggendo da un paese ancora lontano dall’essere sicuro.
“Non avevamo paura dei rischi a cui saremmo andati incontro nel viaggio via mare, poiché restare in Libia significava morte certa. Vai e muori, resta e muori.” racconta tristemente A.S, che ha completato gli studi in Eritrea fino all’11esimo grado, per poi essere inviato in un’altra città per prestare servizio militare obbligatorio. Ha disertato, poiché era sua intenzione studiare Agraria all’Università.
Dall’inizio dell’anno ad oggi circa 1.300 persone sono giunte via mare in Italia dalla Libia. L’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) stima che quest’anno siano circa 170 le persone morte o disperse in mare nel tentativo di giungere in Europa dalla Libia. Uno stillicidio continuo, che lascia tanti dubbi: possibile che in uno dei mari più trafficati nessuna imbarcazione abbia visto l’odissea di questi disperati?

Per sensibilizzare su questo argomento ieri in consiglio comunale abbiamo votato all’unanimità (non c’era il PDL) una mozione urgente presentata da me e da Luigi Branchitta  che impegna l’amministrazione comunale a inviare una richiesta formale al Presidente della Repubblica, al Parlamento, al Governo per sostenere il conferimento della cittadinanza onoraria italiana all’unico superstite eritreo dopo l’ultima delle terribili tragedie avvenuta nel Mediterraneo. Chi desidera ardentemente una nuova vita, un nuovo futuro, un nuovo inizio non può essere punito con l’abbandono o, nei peggiori dei casi, con la morte.

Per questo credo che sia assolutamente necessario assumerci tutti e tutte la responsabilità di operare perché l’Italia sia più aperta, accogliente e civile e che per ottenere ciò sia fondamentale dar vita ad un movimento trasversale e unitario sul tema del diritto di cittadinanza, in modo da scoraggiare i “viaggi della speranza” che annualmente mietono centinaia di vittime nel nostro Mar Mediterraneo. Non è possibile che dopo “l’effetto Balotelli” non si parli più di un tema centrale della società odierna. Nella mozione viene quindi aggiunto l’impegno dell’amministrazione comunale ad agire a tutti i livelli istituzionali affinché gli ostacoli che impediscono il pieno esercizio di cittadinanza a cittadini stranieri nati sul territorio nazionale vengano rimossi, determinando le condizioni per la concreta realizzazione dello ius soli e a valutare la possibilità di conferire la cittadinanza onoraria simbolica ai bambini nati da stranieri che risiedono nel Comune di Pisa, così come già fatto in molti enti locali italiani. Perchè come dice Antonio Muñoz Molina:

Sarà molto interessante leggere i romanzi di chi è metà marocchino e metà spagnolo, cinese e spagnolo, senegalese e spagnolo. Credo che lo sguardo del figlio dell’immigrato sia molto ricco, perché è doppio: guarda dal mondo a cui appartengono i suoi genitori, quello delle radici, e dal mondo nuovo a cui lui già appartiene. Nei due mondi si sente al tempo stesso a casa e straniero. Sono le due esperienze fondamentali per scrivere: conoscere molto bene qualcosa e al tempo stesso vederla un po’ come da fuori.

Ecco il testo della mozione, condividite!

#Srebrenica per non dimenticare: anche un solo secondo di riflessione può fare dei piccoli miracoli, per le generazioni che verranno.

Poche esperienze mi hanno emozionato come il viaggio in Bosnia di due anni fa, alla ricerca del perché di quello che è passato alla storia come l’eccidio di Srebrenica, esattamente 17 anni fa:un eccidio consumato in dieci, dodici giorni, che ha visto la morte di un numero ancora indefinito di uomini, comunque superiore a 8000, colpevoli soltanto perché il loro cognome evocava un’appartenenza musulmana.
Un viaggio nell’odio, un bagno nella violenza e nei sentimenti più biechi e nascosti dell’uomo, insieme al collega e amico Stefano Landucci. Volevamo respirare la storia di Srebrenica, vederne i luoghi e ascoltare la voce di chi ha vissuto direttamente quei tragici giorni. Ne è nato un piccolo reportage, con foto e citazioni,  “Srebrenica per non dimenticare”, che ripercorre il nostro viaggio emozionale, creato con lo scopo di trasmettere le esperienze che abbiamo provato in quei giorni.
Dopo tante presentazioni soprattutto nelle scuole pisane, il libro è ancora disponibile per l’acquisto su Amazon. Ricordo che tutti i proventi degli autori andranno in beneficenza ad una delle associazioni che abbiamo incontrato durante il (troppo) breve viaggio.

Per invogliarvi all’acquisto, o solamente per condividere parte delle emozioni provate, qui sotto trovate parte dell’epilogo scritto da me prima della pubblicazione del libro, con l’obiettivo di ricordare per poter dire ancora una volta “mai più”.

Dopo 15 anni c’è ancora molto risentimento in Bosnia. Lo scorrere del tempo non è bastato per cancellare vecchi rancori e creare un sentimento di unità tra le diverse etnie. Troppo orgoglio, troppe
ingiustizie, troppi muri impediscono di porre fine alla spirale di odio e diffidenza che si è creata nella verde terra bosniaca.
Qualcosa può cambiare. Ma deve farlo tutto il mondo occidentale, ogni nazione, ogni popolo, superando gli scontri di civiltà che infestano ogni nazione. Solo quando smetteremo di chiamarci nemici, solo quando
la religione non sarà più un fattore di discriminazione, solo quando la città di nascita non sarà più un problema, potremo finalmente riuscire a risolvere le fratture che ci sono in Bosnia. Ricordarsi di
non escludere chi in questo momento prova risentimento verso  altri, ma cercare di capire le cause di questo sentimento, aprirle e sviscerarle in maniera chirurgica per operare con la migliore
soluzione.
Sforzarsi di trovare un terreno comune, pensando che alla fine una cosa che ci unisce ci sarà sempre: tutti noi proviamo gli stessi sentimenti. Sia quelli nobili come l’amore e la compassione, sia
quelli negativi, come l’odio e l’indifferenza. Il primo passo che ci deve muovere è quello di ricercare e ottenere giustizia, in modo da facilitare il processo di riconciliazione,
iniziando quel cambiamento che deve avvenire per prima cosa nelle nostre teste, perchè dobbiamo essere noi ad accettare le differenze.
Avevo 12 anni quando il mondo apprendeva del massacro di Srebenica. Troppo giovane per capirne la tragedia e la violenza, per me rimaste solo un eco lontano, una macchia dell’Europa lavata troppo in fretta.
Viviamo nella società digitale, bombardati da notizie e immagini che si susseguono in modo velocissimo, come uno tsunami, ma che diventano presto obsolete e dimenticate. Non c’è nemmeno il tempo di digerire un disastro naturale, di metabolizzare l’angoscia e la paura provocati da un conflitto, di protestare contro l’ennesima ingiustizia, che subito un altro fatto, un’altra notizia prende il sopravvento e il
palcoscenico della nostra mente. Non riusciamo più ad approfondire, a capire l’importanza, a rallentare, in modo da riuscire a dare risposte
giuste e appropriate, alla ricerca perenne di una serenità troppo difficile da raggiungere.
Per questo la memoria è molto importante. Ricordare e onorare la memoria di Srebenica é importante perché le vittime di genocidio non vengono mai ricordate abbastanza. I loro nomi si aggiungono all’elenco
di migliaia di altri uomini e donne che sono rimaste vittime di una guerra di odio. Ma dietro a quei grandi numeri c’è molto di più: vuoti e dolori generazionali, traumi da curare per anni, offese mai punite.
Ci sono migliaia di famiglie che convivono ancora con ferite indelebili.  Onorare la memoria delle vittime vuol anche dire poter rivendicare il diritto alla verità e alla giustizia; vuol dire essere
confortati dalla convinzione che la giustizia potrà fare il suo corso, che le istituzioni sono impegnate nella ricerca della verità
giudiziaria.
In questa società che tende a dimenticare in fretta, dove la memoria è delegata agli strumenti informatici, il valore delle storie e dei sentimenti che esse provocano, possono davvero fare la differenza. Lasciatevi avvolgere dai racconti e dalle sensibilità degli altri, abbracciatele e percepitele, per non cadere in uno stato di apatia e disinteresse.   La vostra vita ne sarà sicuramente arricchita.
Per questo ho provato a condividere la “mia” storia, raccontando le emozioni e le sensazioni provate in quei giorni intensi in Bosnia, con il solo obiettivo di ricordare non solo chi non c’è più, ma anche
tutti coloro che sono rimasti.
Le mie parole e quelle di Stefano avranno valore solo se sapranno essere fonte di ispirazione per altri, solo se qualcuno si fermerà un attimo a pensare a cosa è successo in quel lontano Luglio 1995 e le sue drammatiche conseguenze nel presente. Anche un solo secondo di riflessione può fare dei piccoli miracoli, per le generazioni che verranno.