#UnfuckGreece – Il gallo di Asclepio e il sapore della cicuta

Il muro del Parlamento greco si tinge di rosso mentre cala il tramonto. Bisogna aspettare le prime proiezioni, verso le 8 e mezzo, per iniziare a vedere i sorrisi di quei pochi presenti in Piazza Syntagma a quell’ora, circondati dal fumo dei venditori di gyros e mezedes. La polizia è lontana dagli occhi, ma è presente in dosi massicce.

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Mentre guardo il caratteristico cambio della guardia, penso a qualcosa che avevo relegato nel cassetto della memoria: «O Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non dimenticatevene!» Queste sono state le ultime parole di Socrate dopo aver bevuto la cicuta che lo portò alla morte.
Sicuramente ci saremmo aspettati di più da uno dei massimi esponenti della filosofia occidentale. Eppure queste parole suonano straordinariamente attuali, in un presente dove la Grecia ha un debito verso creditori esteri tra i più alti al mondo e il negoziato saltato serviva proprio per restituire i soldi, non per risollevare le sorti del malandato popolo greco. Ma i debiti vanno onorati, come ci insegna la stessa filosofia greca.
Non dimentichiamoci però che la Grecia è un condannato a morte, infatti il Fondo Monetario Internazionale, la faccia più cattiva della Troika, ha stimato che nonostante gli aiuti programmati, se accettati passivamente, porterebbero la Grecia a un default economico entro il 2030. SOfferenze oggi per maggiori sofferenze domani. Solo i martiri possono resistere.

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Ecco perché invece di una lenta agonia ieri il popolo greco ha scelto di bere la cicuta e si è messo in attesa. Qualcuno somministrerà l’antidoto? Sarà quello giusto?
Nessuno lo sapeva ieri in piazza Syntagma e il clima felice delle vittorie politiche è sostituito da un orgoglio patriottico che ha portato a manifestare più con la bandiera della Grecia che con quelle dei partiti politici.
Un orgoglio che può sembrare Hybris, ὕβϱις, un tema ricorrente della tragedia greca. Significa “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”. Già li ho visti su Facebook i commenti di chi si dice “stufo di pagare i debiti di persone che hanno vissuto oltre le loro aspettative”, “arrabbiato di dover sovvenzionare i baby-pensionati”, spingendo con forza per abbandonare la Grecia al suo inesorabile destino.
Eppure proprio la Hybris è un evento accaduto in passato che influenza in modo negativo il presente. È una “colpa” dovuta a un’azione che vìola leggi divine immutabili, ed è la causa per cui, anche a distanza di molti anni, i personaggi o la loro discendenza sono portati a commettere crimini o subire azioni malvagie.  Ecco la tragedia diventata realtà: le colpe del passato di banchieri e politici sono ricadute su tutto il popolo greco, accumulando ira e vendetta, che per fortuna si sono tramutate ieri sera in canti e bandiere. Ma le bandiere non si mangiano e la liquidità delle banche si sta esaurendo velocemente. La cicuta comincia già a fare effetto.

DSC_0646Un flebile altoparlante spara a basso volume un po’ di musica greca, per accompagnare i balli di pochi sovraeccitati. Per il resto è una festa molto composta, con un esercito di giornalisti, reporter, freelancer e curiosi pronti a immortalare ogni sussulto di vita, di eccesso. Eppure la l’armonia è stata spezzata da noi , quando un gruppo di ragazzi italiani si è scontrato con Beppe Grillo e i suoi supporters, accusati di speculare sulla pelle dei greci.

DSC_0665Questa vittoria dell’#OXI restituisce fiato e voce ai nuovi sofisti sparsi in Europa, ovvero quelli dileggiati dallo stesso Socrate per voler convincere utilizzando la forza persuasiva delle parole piuttosto che la forza logica del ragionamento. Le dichiarazioni di Grillo e Salvini non sono l’antidoto, equivalgono ad aggiungere nuovo veleno in un corpo già morente.
Verso mezzanotte la piazza si svuota rapidamente alla notizia che Tsipras non terrà un discorso ufficiale. I balli si fanno sempre più solitari. Lo sventolio di bandiere si affievolisce. I bambini chiudono le palpebre.
Tutti tranne uno, che mi guarda con i suoi occhi blu intensi. Ecco, se la Grecia avesse un colore sarebbe sicuramente il blu dei suoi occhi, come il colore delle bandiere che riempiono la piazza e del mare che la circonda da ogni lato.
Adesso che ci penso il blu è anche il colore della bandiera europea, quella stessa unione di popoli dileggiata e vituperata nonostante sia la costruzione umana più importante avvenuta dopo la Seconda Guerra mondiale, ma purtroppo ancora incompiuta. Cosa succede ora? Ecco la domanda che parte da piazza Syntagma e rimbimba in ogni città del mondo. Io “so di non sapere”, ma sicuramente la cicuta ha un sapore meno amaro dell’austerità e dell’umiliazione.

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#Greferendum – La guerra dei topi e delle rane

La Gigantomachia è la guerra mitologica tra i Giganti e gli dei dell’Olimpo per la supremazia del Cosmo. Con toni “decisamente” minori anche oggi la Grecia è di fronte a una grande sfida, caricata e pompata con aspettative epiche. Ma stavolta il conflitto non è per il potere, ma per la sopravvivenza
Se l’esito delle urne di oggi si basasse sulla quantità di materiale di propaganda messo in campo non ci sarebbe che un vincitore: passeggiando per le strade di Atene, dall’eclettico e popolare quartiere di Exarhia, sede di recuperi urbani e variopinti murales, fino a Kolonanàki, luogo chic dell’élite ateniese, dove il denaro circola più che altrove, c’è spazio solo per una parola: “OXI”, “No, non approviamo” l’accordo proposto dall’Eurogruppo lo scorso 25 Giugno.

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Non c’è salvezza, non c’è scampo. Non si può sfuggire alla furia dell’OXI. Come una delle Erinni, personificazioni femminili della vendetta, 3 sorelle nate dal sangue di Urano, rappresentate come geni alati, con la bocca spalancata nell’atto di cacciare urla terribili, la presenza dell’OXI sovrasta tutta la città ed è impossibile non vederla: sopra ogni palo della luce una bandiera a favore del “no” sventola stanca, sui muri di ogni colonna e palazzo i manifesti con tanto testo e poche immagine (che sembrano copiare la propaganda del secolo scorso) hanno preso il posto dell’intonaco. Scritte spray che inneggiano all’ “OXI” macchiano i pochi muri bianchi rimasti incredibilmente vergini fino ad oggi. Anche guardare per terra è inutile: passeggiando sui marciapiedi non puoi evitare di calpestare volantini dalla grafica povera frettolosamente stampati in questa settimana.

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Il “NAI”, entità spirituale più che fisica, come una divinità che incute poco timore, una “Demetra” qualsiasi, si intravede timida, rispettosa dei suoi spazi, educata nei modi e nelle maniere, mentre, trasformata provvisoriamente in cartellone pubblicitario, fa compagnia al pensionato che aspetta alla fermata del bus.
Già i pensionati. coloro che stanno pagando più di altri questa situazione, frutto di uno scontro tra finte divinità pagane che si ritengono entrambe intoccabili e che non risparmiano sofferenze al popolo pur di continuare la loro battaglia, in nome di un’idea, di un principio. Se giusto o sbagliato lo decideranno i vincitori.Una versione aggiornata della Batracomiomachia, la guerra dei topi e delle rane, una parodia dell’epopea eroica scritta presumibilmente da Omero.
Chissà se quel pensionato è riuscito a ritirare i suoi soldi stamani, chissà a che ora si è messo in fila per ottenere poche banconote, spesso l’unico sostentamento di un’intera famiglia, visto che la disoccupazione giovanile supera il 60%. Chissa cosa ha provato quando, guardando quelle banconote non ancora usurate dal tempo, ha visto il segno dell’euro: una prematura nostalgia o una crescente rabbia?

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Vorrei sedermi accanto a lui e chiederglielo, ma l’ostacolo della lingua è insormontabile. Purtroppo il mio greco si ferma ad alcune espressione antiche, vecchie reminescenze del sempre compianto liceo classico, che mi hanno portato a provare una stretta solidarietà con quello che rappresenta oggi la Grecia. In fondo i suoi scrittori, i suoi filosofi, i suoi personaggi storici hanno accompagnato la mia crescita, nell’era pre-internet quando si acoltava musica con i lettori cd e si suonava ancora al citofono, sviluppando un’empatia difficile da rompere. Sussurro a denti stretti “antìo”, arrivederci, all’amico pensionato e torno a casa, una casa dove non avevo mai messo piede prima di oggi, ma ormai istintivamente familiare: la collina dell’Acropoli. Ci arrivo sfruttando i mezzi pubblici, per una settimana straordinariamente gratuiti. Non solo per i cittadini ateniesi, ma anche per i cittadini del mondo, espandendo il concetto di “comunità” oltre i confini delle Μακρά Τείχη, le lunghe mura che in antichità proteggevano la città.

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Mentre cammino sulla collina di Filopappo, non solo il luogo dove si scattano le fotografie del Partenone, ma dove Pericle incitava alla Democrazia, Socrate dialogava con Platone (e si può ancora vedere la sua prigione, dove bevve la fatale cicuta), Temistocle arringava la folla, mi sono reso conto di respirare il loro stesso ossigeno. Un ossigeno che non si trova in uno schermo televisivo o in una lettura su un tablet. Un ossigeno pesante e caotico , come lo è la Storia, quella con la S maiuscola. Un ossigeno che non dona poteri divini , ma che respiro nella speranza di ottenere un minimo, un frammento, una molecola, di quella Σοφία, di sapienza, che ha generato la civiltà occidentale tramite la cultura greca, per comprendere meglio cosa sta succedendo, qual è lo spirito dei tempi.

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Perché non voglio parlare delle ragioni del sì e del no, non è mia intenzione raccontare come siamo arrivati a questo punto, partecipare alla gara per puntare il dito su chi ha sbagliato di più. Non siamo alle Olimpiadi dove si compete in maniera corretta e con regole certe e purezza di intenzioni (almeno in quelle antiche). Io sono solo un forestiero, senza presunzioni filosofiche o retoriche. Ma quel che succede oggi, a prescindere da chi vincerà questa battaglia, potrebbe avere la stessa importanza della battaglia delle Termopili, di Maratona, di Salamina. In quelle battaglie si è creato il destino dell’Europa, che poteva finire nelle mani di qualche despota asiatico.
Oggi, più di duemila anni dopo, la posta in palio è la stessa.
Ma se anche i potenti dei dell’Olimpo sconfissero i Giganti con l’aiuto di mortali, è impensabile che, a prescindere dall’esito della battaglia di oggi, la Grecia (e l’Europa) si salvi da sola. I miti non esistono, i semidio nemmeno.Dimostriamo che in questa “guerra di topi, rane e gufi” non abbiamo perso il lato umano.

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10 mesi di Miur: una corsa nel fango

“Deve essere stato bello lavorare al Ministero!” Questa è stata la frase più ricorrente degli ultimi giorni. Bello. Una parola così soggettiva, così ambigua, così vaga. Un caleidoscopio di significati che spesso non definisce niente.
Avrei potuto rispondere con un sorriso finto, “sì, è stato bello”, e vedere la rassicurazione negli occhi dell’interlocutore di fronte a una risposta aspettata e scontata. Avrei potuto, ma sarebbe stata una sporca bugia.
È stato faticoso, struggente, dilaniante, mentalmente ed emotivamente massacrante. Il fallimento non contemplato. Ogni piccolo errore, ogni parola sbagliata, ogni email scritta frettolosamente poteva avere conseguenze devastanti. Non su di me, ma su una famiglia allargata, decisamente turbolenta, fatta di studenti, insegnanti, ricercatori.
E’ incredibile la resilienza del corpo umano, si adatta velocemente ai nuovi stimoli e alle nuove necessità: dormire poche ore, prendere decisioni importanti in millisecondi, prestare attenzione a ogni parola, rimanere sempre concentrato, non mostrare debolezze. Ritmi frenetici, lontani dallo stereotipo del politico incollato alla poltrona, impegnato a tessere clientele piuttosto che soluzioni.
La sensazione perenne di avere “quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico”, come diceva il celebre film di Virzì. Gli impegni, le carte da studiare, i documenti da scrivere, le persone da ricontattare: un elenco senza fine, senza fondo, che ti privavano anche di quella piacevole sensazione di sollievo quando con la penna cancelli una riga dall’elenco delle cose da fare.
Leggere i giornali ogni mattina è stato come correre dopo un acquazzone: dovevi stare attento a evitare le pozzanghere di fango, altrimenti correvi il serio rischio di impanatanarti e di portare la morchia lungo tutto il percorso.
“Calunniate, calunniate, qualcosa resterà” diceva il filosofo inglese Francis Bacon. Costruisci qualcosa di positivo e sarai ignorato. Prova ad inciampare e la tua caduta sarà in mondovisione. Non importa se poi la caduta è vera o finta, l’importante è il commento, la battuta, il ritornello “io l’avevo detto”. Un esercito di Nelson Muntz, il bullo dei Simpsons, che con la voce stridula e il dito puntato ripetono con sarcasmo e derisione “AH AH!”.
Se corri sei troppo veloce, se rifletti sei troppo lento. In ogni caso le bacchettate sulle nocche sono garantite.
La sede del Ministero si trova nello stimolante quartiere di Trastevere, ricco di diversità e vibrante dinamismo, e il suo palazzo bianco trasmette una sensazione di maestosità e imponenza, che incuterebbe suggestione a chiunque, figurarsi a chi è stato chiamato a gestire le politiche che vengono fatte al suo interno.
Governare la scuola farebbe tremare chiunque. Non solo i polsi, ma tutto il corpo. Come potrebbe essere altrimenti? 8 milioni di studenti, il più grande datore di lavoro nazionale (più di un milione tra insegnanti, personale ATA, funzionari) uniti sotto un’unica parola che campeggia sul muro dell’ufficio del Ministro: EDUCARE, dal latino e-ducere: “tirar fuori ciò che sta dentro”.
Ma tremare non farebbe altro che danneggiare le già fragili scuole, al collasso strutturale e emotivo.
E allora ti destreggi tra gli sputi, alimentati da anni di totale disinteresse, e rispondi alla centesima chiamata e ascolti quel nuovo problema, l’ennesimo, quando saprai già che dovrai fare una scelta di priorità, data la vastità di problemi così inversamente proporzionale alle risorse e al personale messo in campo.
C’è mancanza di attenzione sull’educazione, d’altra parte perché dovrebbe interessare? Soldi e gossip stanno da altre parti. Sì, ci sono gli slogan, ma con quelli non si costruiscono le scuole, non si pagano gli insegnanti, non si finanzia la ricerca.
“La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.” cantava De Gregori. Ma per non offendere nessuno occorre tempo, sudore e pazienza: sindacati dalle sigle più assurde, consulte, associazioni, deputati, senatori, dirigenti di partito, rettori, presidenti, comitati, presidi, ricorsisti, controricorsisti. Tutti che vogliono essere ascoltati, tutti con la presunzione di essere seduti dalla parte giusta della “storia”. Un “prato di aghi” che a volte stimola, a volte pungola.
Il filosofo tedesco Shopenauer diceva “Chi è amico di tutti non è amico di nessuno.”
E noi gli amici li abbiamo cercati anche altrove, soprattutto tra gli studenti, tra i ricercatori, tra gli insegnanti, i primi destinatari delle nostre azioni costruite in quel palazzo così imponente situato in Viale Trastevere.
E cercando amici fuori ti confronti per forza con il mondo reale, perché solo attraverso la conoscenza si sviluppa l’empatia. E scopri che non è meglio, anzi. Scopri l’odio, il rancore, l’avversione, l’ostilità. Non tanto verso l’istituzione che rappresenti, ma verso proprio tutto ciò che è “politica”.
Ricordo ancora quando sono uscito un pomeriggio da Palazzo Chigi e una signora dall’età avanzata, distinta, che aspettava qualcuno sul marciapiede, mi apostrofò con queste parole “ Ecco, un altro che ci ruba i soldi, con l’abito costoso e lo stipendio da ventimila euro!”.
A parte che l’abito l’avevo comprato agli ultimi saldi da ZARA e che il mio stipendio non si avvicinava nemmeno lontanamente alla cifra sparata, quello che mi colpì fu l’accusa di essere un ladro. Accomunato a uno dei tanti protagonisti tragicomici degli ultimi anni, a chi si è fatto rimborsare le mutande verdi, a chi ha comprato un fuoristrada con i soldi pubblici , a chi ha ricevuto grandi tangenti per piccoli appalti. Proprio io, che avevo rinunciato agli affetti, che avevo dovuto cancellare ogni sensibilità, che mi ero negato la gioia del mare, del sole, di una breve vacanza. Io che mi credevo un supereroe dei fumetti, ero invece visto come il più spietato dei villani. Invece di essere Batman, ero il Pinguino.
Per questo devi lavorare il doppio, se non il triplo, per conquistarti un briciolo di credibilità, per essere ammessi a parlare “al pari “ con gli altri, per nobilitare un rospo brutto e gracchiante come è la politica adesso.
E magari nonostante tutti gli sforzi, il dolore, le emozioni, le sofferenze, potrebbe non bastare, potrebbe non essere sufficiente per riconoscere il lavoro che hai fatto. It’s politics, stupid.
Allora hai davanti due strade: rinchiuderti nel rancore, farti sopraffare dal vuoto, sperare nel fallimento altrui.
Oppure puoi trovare nuova forza ricordando perché hai corso con il cuore in gola, ingoiando bile amara, evitando gli sputi e le pozzanghere di fango. C’è un momento che voglio condividere con voi, che mi fa sorridere ogni volta che mi torna in mente: durante una delle frequenti visite nelle scuole, il mio sguardo si fermò su uno striscione. C’era scritto questo: “Occorre una scossa forte. Non una rivoluzione,che spesso conduce a destini incerti, ma una metamorfosi. Sogno un’Italia che sia consapevole dell’importanza dell’istruzione come fattore propulsivo per la mobilità sociale, per la coesione territoriale, per la promozione della cultura e della tecnica, in modo sostenibile e con la valorizzazione del nostro patrimonio paesaggistico, culturale e artistico, che possa portare a un nuovo “rinascimento”.”
Erano parole che avevo scritto per il Ministro e qualcuno le aveva trovate così interessanti da farne un poster e appenderlo nelle stanze di un’aula scolastica, proprio lì dove si costruisce il futuro. Magari avrebbe ispirato qualcuno, magari sarebbe stato tolto il giorno dopo. Chissà, non lo saprò mai. Ma per me quell’attimo ha significato molto, mi ha fatto capire il motivo di quello che stavo facendo, la necessità di non perdere di vista per chi stavo veramente lavorando. Non per il pubblico pagante, ma per chi stava fuori: quella maggioranza silenziosa che non mi avrebbe mai chiamato sul cellulare, che non avrebbe mai scritto su un giornale, che non sarebbe mai apparsa in televisione.
E’ stato bello lavorare al MIUR? No, per niente, ma ne è valsa la pena. Anche solo per quell’attimo, il tempo di un battito di mani, che però ha dato un senso alla mia vita.

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Obama 2012: dalla poesia alla prosa. La speranza lascia il posto al sorriso.

Change.Tutto iniziò così. In tanti ci credevamo quattro anni fa, quando l’America ha eletto un Presidente che con le sue parole faceva sognare il mondo intero. La crisi economica aveva iniziato a mordere da poco e ancora non potevamo immaginare gli effetti devastanti che avrebbe causato. Ma in molti pensavano che Obama c’avrebbe salvato, conducendoci in un futuro di prosperità, serenità e fratellanza. Le premesse c’erano tutte: popoli di ogni razza e cultura uniti per festeggiare l’elezione di un Presidente di uno Stato straniero, A un certo punto della storia gli abitanti di tutto il mondo erano diventati cittadini degli Stati Uniti d’America.
Ma Bacone diceva che “la speranza è buona come prima colazione, ma è una pessima cena”. E quattro anni dopo stiamo mangiando amaro. Lentamente questa forte ondata di speranza si è affievolita di fronte alle difficoltà del governo, al peggiorare della crisi economica, alle violenze che ancora sono presenti in gran numero nei vari conflitti internazionali.
Più la speranza evapora, più ci sentiamo perduti, incapaci di disegnare il futuro che vogliamo e che adesso ci appare irrealizzabile.
Ma pochi conosco il vecchio adagio che regna nel campo della comunicazione politica: “si fa campagna elettorale in poesia, ma si governa in prosa”.
E se la poesia di Obama pre-elezione era un piacere per il nostro cuore e il nostro spirito, sensuale come una dedica amorosa di Neruda e struggente come I Canti di Leopardi, i suoi primi 4 anni di governo verranno ricordati per una bellissima prosa, ma aspra e fortemente pragmatica, come una sceneggiatura di Pasolini.
Obama è stato un buon presidente in tempi veramente difficili, il che di questi tempi è già un ottimo risultato, cercando di risolvere nel miglior modo i molti problemi che gli si paravano davanti. Non è riuscito a mettere in moto la sua/nostra visione a lungo termine, svuotando quella speranza che dava fuoco alle nostre emozioni.
Non c’è riuscito per molti motivi tra i quali il sistema istituzionale americano: nel 2010 la maggioranza del Senato è andata ai Repubblicani, i quali si sono tenuti alla larga da politiche bipartisan, ostacolando in ogni modo tutte le politiche portate avanti da Obama, che in effetti ha portato a compimento i maggiori successi della sua presidenza nei primi 10 mesi di mandato: the Affordable Care Act, che ha allargato l’assistenza sanitaria, il piano per il ritiro dalle stupide guerre in Medio Oriente, il piano per dare più fondi all’educazione e all’economia verde.
Obama ha iniziato la campagna elettorale parecchi mesi fa, cambiando decisamente i contenuti e i messaggi rispetto al 2008.Non più una grande visione di futuro, ma una lista di piccole riforme approvate da sondaggi e focus group. Sicuramente meglio del suicidio economico di tornare alle politiche di Bush e precedenti offerto dai Repubblicani, ma in pochi credono nelle capacità taumaturgiche di Obama nel risanare la finanza e i problemi del mondo intero. D’altra parte si deve definitivamente capire che non c’è possibilità se il cambiamento viene da una sola voce, anche se potente come quella del Presidente della nazione più influente del mondo. E l’Europa ha negato il suo supporto, troppo impegnata nel cercare disperatamente di sopravvivere, incapace di riuscire a parlare con una sola voce. Sostegno internazionale e visione futura: i pilastri per costruire qualcosa di nuovo sono crollati subito dopo l’elezione e con loro la nostra speranza.
Ho vissuto la campagna elettorale in prima persona, grazie al fatto che ero a Boston per studiare. Due miliardi di dollari sono stati spesi dai due candidati, soprattutto in tv ads, usati prevalentemente per attaccare l’avversario, rendendo l’intera campagna povera di contenuti e ricca di amarezza e odio. Lasciando stare l’abominio SuperPac, ovvero i comitati finanziatori dei due candidati che non devono rendere pubblici i donatori, rendendo tutto più torbido e oscuro, è stata una brutta campagna elettorale, un pallido ricordo dei fasti del 2008. Pochi i momenti di rottura rispetto a una narrativa ridondante e ossessiva, con i due competitor che alla fine non avevano più spazio sulle tv perché li avevano comprati tutti. Il primo dibattito poteva cambiare tutto, perché aveva dato attenzione e “gravitas” a Romney, decisamente più brillante di un patinato Obama. Ma il Presidente in carica si è ripreso negli altri dibattiti, contrastando il momento del candidato repubblicano, ma rendendo l’intera corsa elettorale più incerta e difficile. Ha basato tutta la campagna sulla fiducia, parola difficile da gestire in politica, soprattuto quando si sta affrontando una crisi economica che ha portato alla disperazione migliaia di famiglie.
Ce l’ha fatta. 4 more years. Ancora quattro anni. Non cambierà il mondo, ma potrà cambiare il destino di molti americani, aumentando l’assistenza sanitaria, promuovendo l’uguaglianza, sostenendo istruzione e ricerca e cancellando le follie finanziarie che hanno causato il disastro economico. E se la speranza è morta, qualcosa può rinascere dalle sue ceneri: l’empatia. La consapevolezza che una politica basata sul benessere collettivo, che cerca di aiutare chi rimane indietro e premia gli sforzi di chi si impegna, alla fine può essere vincente. La sconfitta dell’egoismo, dell’avidità, della gelosia, dell’invidia. Qualcosa che può essere riassunto con una citazione presa dal film “Into the wild”: la felicità è tale solo se condivisa.
Per questo, anche se non c’è più l’elettricità e le emozioni di quattro anni fa, trovarsi in mezzo a tanti amici democratici, ritrovarsi nei loro sorrisi, nella loro contentezza, nella consapevolezza che sì, nonostante tutto, il futuro per loro sarà migliore, mi rende felice. Si chiama empatia. E’ diversa dalla speranza, perché non si basa sugli altri, ma sui sentimenti che proviamo noi stessi. L’empatia non si consuma, dipende solo da noi.
Rifkin diceva “La coscienza empatica si fonda sulla consapevolezza che gli altri, come noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro è perché riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnerabilità e la sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenziale, la sua sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi come se fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro modo di solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita.”
L’empatia ci porta ad apprezzare l’uguaglianza, la solidarietà e l’attenzione per il prossimo, che sono le direttrici delle politiche di Obama, ma anche le nostre.
Per questo stasera sono contento e celebro la vittoria dei miei ideali, delle mie lotte, dei miei sogni. Per questo oggi mi sento americano. Ma da domani si ritorna a pensare all’Italia. Quando la speranza non ci guida più, ci rimangono le azioni concrete, ovvero la tanto vituperata politica con le migliaia di ostacoli da superare per ritrovare quel senso di empatia comune. Obama c’è riuscito. Dalla poesia alla prosa. Riusciamo a scrivere qualcosa anche noi o resterà solo qualche appunto scarabocchiato su fogli sparsi?
Ma stasera festeggiamo, abbiamo vinto. Prepariamoci, fra poco toccherà anche a noi dimostrare di poter di nuovo sorridere insieme.

5 – Mangiarsi gli stereotipi: tu vuò fà l’italiano?

“Italiano? Ahhh, pizza, spaghetti, mandolino, mafia!”. Molte sono le storie che narrano le gesta e l’epica degli italo-americani. Da quando sbarcavano a Ellis Island, di fronte a Miss Liberty, la statua della libertà, con una valigia di cartone legata con un piccolo spago, fino alle storie dell’ultima serie tv di successo come “I soprano”, che ovviamente racconta le vicende di una famiglia invischiata nella malavita. Certo non sono più i tempi di Al Capone, Lucky Luciano e Don Vito Corleone, personaggi veri o immaginari legati alla triste storia criminale americana, che abbiamo tristemente esportato insieme alla nostra creatività e filosofia di vita. Adesso i figli dei figli della prima generazione devono affrontare molti meno pregiudizi, essendosi affermati anche nella società pubblica americana, come ad esempio Mario ed Andrew Cuomo, padre e figlio governatori dello Stato di New York, o il famoso ex sindaco della Grande Mela Rudolph Giuliani. Nonostante la globalizzazione e il tempo ci abbia avvicinato alla grande famiglia americana, l’esaltazione e la drammatizzazione dell’italiano medio rimane, non solo in televisione grazie alle cafonate di Jersey Shore, un misto di impietose irreverenze alla cultura nostrana, ma anche nell’idea comune che serpeggia nelle menti degli americani. E questo lo possiamo vedere bene durante le varie feste patronali che animano i quartieri italiani delle varie città statunitensi. Anche a Boston c’è una piccola “Little Italy”, nel quartiere North End, dove un tempo vivevano i lavoratori del vecchio porto. La zona è ricca di storia, dato che North End è il primo quartiere della città, ed è disegnato da vicoli stretti e strade tortuose, che ricordano più le città medievali italiane che i grandi spazi americani. Una piccola perla rispetto alla banalità architettoniche di molti quartieri bostoniani.
Nelle viuzze si respira aria di casa. Cartelli che inneggiano alla pizza, nomi che riportano alla mente grandi personaggi del nostro paese, negozi che si vantano di avere il miglior gelato del mondo (si, vabbè).
Un trionfo dell’italianità? Assolutamente no. Semmai è l’esaltazione dei caratteri più distintivi della nostra cultura, la mercificazione degli stereotipi più difficili da distruggere.
Purtroppo le feste patronali ne sono una triste sintesi. A Boston quella più famosa è dedicata a Sant’Antonio, che si svolge negli ultimi weekend di Agosto a North End.
Più che altro è una fiera del cibo, dove centinaia di piccoli stand offrono pietanze italiane (e non) per placare la fame degli avventori. In realtà la cosa buffa è che nella maggior parte dei casi sono cibi che non ho mai sentito, dei quali non ne immaginavo nemmeno l’esistenza, che hanno stupito un fine conoscitore della cucina italiana come me: sono io che mi sono perso qualcosa o qui stanno sbagliando tutto? Credo più la seconda: tra gli stand possiamo vedere cannoli fatti senza ricotta, il gelato mischiato con gli Oreo (dolci americani che ricordano i Ringo), banane caramellate, in un crescendo di bestemmie gastronomiche che arrivano fino all’offesa finale: la pizza con l’hamburger sopra. Uno scempio che da troppo tempo rimane impunito, battuto solo dall’inglese pizza con l’ananas.
Mi verrebbe voglia di sedermi accanto a uno di questi tanti venditori di “presunta italianità”, accarezzargli affettuosamente la testa chiedendogli in tono materno perché sta violentando così barbaramente l’Italia. Abbiamo già tanti motivi per venire derisi, almeno sul cibo no, non possiamo rovinarci la reputazione.
Ad esempio essere italiano significa essere un fino conoscitore di vino e quando ai ristoranti c’è da ordinare una bottiglia tutti si rivolgono a me, certi di una mia esperienza superiore che gli garantirà la migliore scelta. E pur non sapendo distinguere un cartone di Tavernello da una bottiglia di Sassicaia, recito la parte del maître, vantandomi di avere un’innata capacità di critica enologica grazie al mio sangue italiano. Per fortuna è difficile incontrare qualche americano conoscitore di vino pronto a smascherarmi, sono troppo impegnati a bere birra.
Un carro pieno di dollari attaccati con la spillatrice attraversa le strade del quartiere: raccoglie le donazioni al santo che andranno a finire misteriosamente da qualche parte ( la trasparenza non è mai stata un nostro forte).
C’è aria di festa, la musica è ovunque. Allegria, sorrisi, abbracci. Questa è l’Italia che voglio esportare. E siccome conosciamo bene il perdono, rinuncio ai miei intenti di evangelizzazione gastronomica e mi unisco al divertimento.
Alla fine capisco che quello che vogliono vendere non sono i prodotti reali del nostro paese, ma solamente concetti italiani rielaborati per venire incontro ai gusti americani, ovvero più zuccheri, più proteine, più calorie. Hanno provato a fare gli italiani e hanno fallito.
D’altra parte bisogna solo ringraziarli: adesso nel mondo l’italiano grassottello mangiatore di pasta è stato scalzato dall’americano oversize divoratore di ciambelle.
Anche se a dire la verità, alcuni membri della comunità italo-americana che ho conosciuto qui hanno provato in tutti i modi a mantenere intatto lo stereotipo dell’emigrante: capelli scuri, sovrappeso, con i baffi e un inglese dall’accento “funny”. Un misto tra Pavarotti e SuperMario. Come li ho conosciuti? Questa è un’altra storia, una fiaba tutta italiana. State sintonizzati.

Ciambelle americane per togliere l’amaro che ho in bocca

Avevo promesso di non occuparmi di politica italiana per tutto il periodo della mia permanenza negli States, nonostante ogni mattina durante colazione legga la rassegna locale e nazionale. Ma ieri non me la sono sentita di restare in silenzio e ho postato un messaggio su Facebook, per chiarire alcuni passaggi di un’intervista che parla del rapporto tra i giovani e il PD. Prendetela come uno sfogo sincero di un semi/emigrante in America, ancora indeciso se tornare e ricominciare daccapo o se disfare definitivamente le valigie.
Ecco il post di ieri:

Sono Marco Bani, 29 anni, studio scienze politiche (e non politica) al Sant’anna. Mi sento indipendente e non obbedisco nemmeno a mia madre, figuriamoci a qualcun altro. Mi sento membro della classe dirigente politica pisana, dato che devo prendere decisioni che hanno delle responsabilità sugli altri. Ho dedicato parte dei “migliori anni della mia vita” alla politica per passione e con passione. Ora sono in America e forse ci resto per sempre, chissà. Ho quindi sprecato questi anni di esperienza politica? No, perché guardandomi indietro non ho mai abbassato la testa o ingoiato parole che non dovevo dire, sincero e determinato davanti a ogni persona di ordine e grado. Ho difeso quello in cui credevo e molte volte ho accettato di essere minoranza su alcune posizioni. Penso di aver ottenuto piccole/grandi vittorie e ho dovuto rinunciare a cariche prestigiose per evitare di non riuscire a svolgerle nel migliore dei modi, consapevole e fiducioso della bontà dei sostituti. Non ho ricevuto nessun benefit dalla politica, anzi credo di essere più “povero” rispetto a quando ho cominciato. Mi piace giocare a pallone con Fontanelli, ma se devo parlare di politica, che siano critiche o suggerimenti, vado dall’unico segretario che c’è a Pisa, Francesco Nocchi, proprio perché l’ho visto incazzato e risoluto contro quelli che vengono definiti “i capi” del partito. Odio gli scudieri e ho un debole per i coraggiosi, ma le accuse non mi emozionano: c’è già troppo odio. Alla fine sedurmi è facile: punta il dito contro qualcuno e mi girerò dall’altra parte, dimmi come e cosa cambiare e posso dimenticarmi di qualsiasi altra cosa per affiancarti. “Siete voi giovani che dovete tirare i sassi nei vetri. Così, quando i vetri si rompono, noi vecchi ci rendiamo conto che era il momento di cambiarli. Per ringraziarti, mio caro spaccavetri, ti darò una borsa di studio”. Così, nel maggio 1959, parlava Ferruccio Parri. Purtroppo in questi anni di sassi nei vetri ne ho visti tanti, ma troppe volte nelle finestre sbagliate.
Non avete capito il senso di questo sfogo? Non preoccupatevi, qualcuno ha inteso.

Bene, ora torno al mio eremitismo americano, scannatevi pure sui giornali su primarie e poteri forti. Non farete altro che tenermi lontano.
Vado a mangiarmi una ciambella, mi servono dolci per levare questo saporaccio amaro dalla bocca.

6 – American Life – Born down in a dead man town

Dove eravamo rimasti?

Born down in a dead man town, The first kick I took was when I hit the ground
You end up like a dog that’s been beat too much  Till you spend half your life just covering up

Questa è la prima strofa di Born in the USA, una delle canzoni che più ricorda l’America e il suo stile di vita, grazie anche alla fantastica voce folk di “The boss”. Ma al contrario di quello che dice la canzone, io non volevo essere picchiato come un cane durante la mia prima esplorazione nella vita di una cittadina statunitense. Mi sentivo un Amerigo Vespucci dei nostri tempi, senza le caravelle colme di cibo o una bussola a ricordargli la via,  ma con bagagli pieni di calzini e mutande, con l’Iphone incollato alla mano per orientarsi e trovare quella maledetta strada dove si trovava la mia sistemazione. E’ l’esplorazione 2.0. ’
Devo ammettere che la situazione vista da un normale passante poteva sembrare comica, anche se per me era tragica: un ragazzo visibilmente disorientato che trascinava una valigia di 35 kg quando al massimo ne poteva contenere la metà (e per questo  mi aspettavo l’implosione a momenti), uno zaino sulle spalle da campeggiatore della domenica, carico anche questo fino all’inverosimile, come un bombolone alla crema, così colmo che se lo afferri troppo forte esce tutto il ripieno, telefono in mano costantemente alla ricerca di wireless gratuite, per scaricare le mappe che mi avrebbero portato a destinazione. Uno stop&go continuo, che mi stava lasciando in un imbarazzante bagno di sudore.
Da una casa sento quelle note, la melodia di “Born in the Usa”, che mi riportano al compito della mia missione da esploratore. Che cosa stavo vedendo?
Avete presente quelle sensazioni di “già visto” che ti vengono quando pensi di essere già stato in un posto? Ecco, l’America è un immenso e continuo dejà-vù. È quasi una maledizione: tutto è così familiare, consciuto, prevedibile.  Le case sono tutte villette a più piani con giardino, decine di padroni che portano a spasso cani terribilmente piccoli, macchinoni con le casse a tutto volume che sparano musica rap. Manca solo il vicino che falcia l’erba e ti saluta e poi sembra di essere finiti dentro uno dei tanti film che provengono da Hollywood : la realtà che vedi finisce per non sembrarti vera, originale, realmente esistente. I produttori cinematografici hanno lavorato così tanto e maledettamente bene che hanno fatto del sogno americano un film che non finisce mai, dove il confine tra la vita quotidiana e la finzione non c’è più. Camminando per le strade di un tranquillo paese americano sembra di girare un remake, dove per la prima volta hai la possibilità di interagire. Mancano solo le telecamere.
E quando giro un angolo e mi trovo davanti un chiosco di legno improvvisato, con due bambini piccoli e biondi che vendono un bicchiere di limonata a un dollaro, la voglia di buttarlo giù è enorme. Hanno perfino fatto la scritta a mano, con la classica calligrafia approssimata dei bimbi. Mi fermo e ricaccio indietro la voglia di fracassarlo: tanto arriverà qualche bullo che lo farà per me, come da tradizione cinematografica.
Ma dopo aver fumato una sigaretta aspettando impazientemente il chiosco è ancora lì, ancora intatto, e mi è venua voglia di una limonata. Pago il ragazzino che risponde con un sorriso e un bicchere tracolmo di succo. E’ dolce e barbaramente zuccherata e trattengo la voglia di tirargliela in faccia. Dopotutto avevo sete.
Mi allontano, un po’ deluso, dal chiosco di limonate per riprendere il mio cammino. Ho già accennato alla quantità elevata di padroni con i cani, la mia curiosità si è poi concentrata sul loro comportamento. Avrebbero raccolto i bisogni dell’animale? Non mi ci è voluto molto a scoprirlo: un bassotto si ferma accanto a me e rilascia feci fumanti. Mi fermo per osservare la scena, rischiando di essere scambiato per un coprofilo: sì alla fine il padrone estrae una busta e raccoglie gli escrementi. Un caso non fa statistica, ma almeno è un benvenuto di civiltà.
Cerchiamo di sfatare un altro mito: non è vero che tutte le porte sono aperte, anzi, non mi sembra un posto dove ci si fida della comunità, nonostante Cambridge e tutto il Massachussetts abbiano un grado di criminalità basso rispetto alla media. Non siamo ancora ai livelli di inferriate alle finistre, ma di allarmi e rilevatori alle porte ne ho già visti parecchi. D’altra parte la casa rimane ancora il luogo più sicuro per la famiglia americana. Le bandiere a stelle e strisce sono ovunque, simbolo di un patriottismo ancora forte e diffuso.
Supero l’ennesimo parco, anche questo con campo da basket e da baseball gratuiti, e finalmente riesco a scorgere la terra promessa, ovvero l’alloggio dove poter lasciare il mio pesante fardello e riposarmi dopo il lungo viaggio. Scoprirò successivamente che i parchi urbani sono una felice costante nelle cittadine americane, qualcosa da importare nuovamente, sopratutto per quanto riguarda l’uso gratuito di impianti sportivi, visto che purtroppo in Italia sono quasi tutti privati (ma dello sport parlerò più avanti). Columbia Street, 319, sono arrivato. Da buon esploratore appena arrivato bacio il suolo. Eccomi qua davanti a una casa a 3 piani con giardino,con la porta sul davanti rigorosamente in legno truciolato. Ora voglio vedere il frigo grande come un armadio, la televisione poco sopra l’altezza del pavimento e la porta sul retro con la zanzariera. Ah, e poi voglio scendere dalle scale che uniscono i diversi piani urlando come un pazzo furioso. Questo mi hanno insegnato le sitcom americane. La porta è chiusa, vorrei provare a entrare dal retro, o passare da una finestra. Ma sono quasi sicuro che non sarei apprezzato o accolto con un sorriso,  come invece  fanno con disinvoltura l’amico/a o il fidanzato/a nei film. Mi rattristo e  suono banalmente il campanello, con la bocca ancora impastata da quella orrenda limonata bevuta poco prima. Non sarò nato negli USA come Bruce Springsteen, ma di sicuro è come se ci fossi cresciuto, come se non ci fosse più niente da scoprire. Mi sbagliavo tremendamente: l’American Life supera decisamente la fantasia.

L’arruginimento della politica spettacolo: il presente triste di Romney vs il futuro utopico di Obama

Piccola pausa dalle avventure/disavventure di viaggio. Si torna a parlare di politica.

Puntuali come le Olimpiadi, ogni 4 anni in America si svolge il rito delle convention. I due partiti maggiori (ma anche gli unici), Partito Democratico e Partito Repubblicano, si radunano in grandi impianti e inaugurano de facto la campagna elettorale, anche se in realtà siamo già in clima agonistico da molti mesi, con colpi proibiti e attacchi quotidiani. Quasi come in Italia. Da segnalare un triste incremento esponenziale dei negative ads, ovvero la propaganda elettorale contro qualcuno, per screditarlo, senza nemmeno parlare delle proprie idee. Suona familiare….

Hanno iniziato i Repubblicani due settimane fa, consacrando il ticket Romney-Ryan. Il loro programma è veramente ridicolo. Il partito dell’elefante, uscito malconcio dalla vittoria di Obama nel 2008 e dal fallimento della politica di Bush, non ha una visione a lungo termine, non ha un futuro da promettere. Puntano il dito contro l’attuale Presidente per non aver fatto abbastanza durante una crisi che loro stessi hanno creato. Come ai tempi della Restaurazione, vogliono tornare al potere solo per occupare la sedia, continuando una politica che il mondo ha dichiarato fallimentare, non capendo i cambiamenti che la società richiede.
Così radilcamente anti-abortisti, anti-omosessuali, credono che la disuguaglianza, sociale ed economica, sia un valore, perché spinge chi non ha a lottare per avere di più. Un motore basato sull’invidia sociale, che lascia indietro i più deboli, come testimonia la volontà di riformare in peggio quel poco che ha fatto Obama in termini di sanità per tutti.
Puntano sugli estremismi, sulla rabbia, sull’egoismo. Sono pericolosi perché possono vincere: al momento non sono al comando ed è troppo facile accusare chi, secondo loro, non è riuscito a fare di più per alleviare le molte sofferenze che investono l’America.
Non hanno scaldato i cuori, ma non era questo il compito della convention repubblicana: dovevano demolire Obama, accusarlo di incompetenza, fargli terra bruciata attorno.
Ma non ci sono riusciti: dovevano creare risentimento, ma l’unico effetto negativo è stato il tifone che ha colpito la sede della convention. Troppa sceneggiatura, troppo prevedibile, un carrozzone noioso svuotato della politica e riempito di effetti speciali. Volevano stupirci, ci hanno annoiato. E il crollo degli ascolti in tv lo dimostra.
I democratici hanno risposto due settimane dopo a Charlotte, un paesino della North Carolina.
Il loro compito era diverso: ridare speranze dopo il fallimento dei messaggi che hanno portato Obama alla vittoria nel 2008: “Hope” e “Change” sono ormai solo uno sbiadito ricordo. Il primo giorno Michelle Obama ha acceso le emozioni dell’elettorato democratico, con la sua storia e il suo essere donna, prima che First Lady, mentre il giorno dopo Clinton, da vero politico, ha fatto ragionare il cervello, smontando uno dopo l’altro tutti i punti del programma repubblicano. Memorabile la frase che sintetizza il piano di Romney: “Obama non è riuscito a risolvere i problemi creati da Bush, allora tocca a noi, con un programma che è esattamente la continuazione di quello di Bush”. Come se un bandito sparasse a una persona, il medico prova a tamponare la ferita per salvargli la vita, ma la situazione è peggio del previsto e il paziente tarda a guarire. Dopo 4 anni torna il bandito e vuole cacciare via il medico dicendo che l’unico modo per salvare quella persona è sparargli di nuovo. Un controsenso logico-politico che Clinton è riuscito a spiegare molto bene, dimostrando ancora carisma e capacità, creando quel buzz, quel chiacchericcio necessario per creare ancora di più aspettative sul discorso del Presidente del giorno dopo.
E lui, la speranza incompiuta, il coito interrotto, il sogno spezzato di tante persone fuori e dentro l’America, com’è andato?
Un Obama decisamente invecchiato rispetto a 4 anni fa, ma come lui stesso ha detto: “non sono più il candidato, ma il presidente”. Pragmatico come solo un vero statista può esserlo, ha ricordato come dalle crisi si esca non con i venditori di fumo e di promesse, ma con la forza di tutte le persone che ogni giorno lottano per avere un futuro. E quando questo futuro viene precluso, il governo deve intervenire, per permettere a chi non ha di avere le stesse opportunità di chi ha avuto più fortuna. Condividere un percorso e le responsabilità: per questo non servono minori tasse alle imprese che delocalizzano, ma insegnanti per forgiare la classe lavorativa di domani e un senso di collettività perduto nelle ambizioni egoistiche del presente.
Credo sia la prima volta che sento un politico, di qualunque nazione e partito, che parla di “pazienza” e non cerca la schiavitù del “consenso immediato”, quel vizio nato proprio in America di basare la propria linea politica sulla base di sondaggi, che danno solo un fotogramma dell’intero film che invece dovrebbe essere visto interamente.
Obama conclude il primo tempo del suo (insufficiente?) mandato con parole di speranza: se le voci del cambiamento improvvisamente si zittiscono per colpa delle difficoltà del presente, qualcun altro prenderà il loro posto: i politicanti, le lobbies, le grandi corporation. Per questo il cambiamento ci deve ancora muovere avanti, perché i grandi sogni ci mettono di più a realizzarsi.
Il secondo tempo avrà un lieto fine? Riuscirà l’attore protagonista a vincere il Premio Oscar o finirà nel dimenticatoio come molte meteore che lo hanno preceduto?  Magari con una pacca sulla spalla e qualche parola di conforto.
Le convention non sono un ottimo termometro per capire l’umore americano, troppo piene di fan sfegatati e di folle osannanti. Adesso siamo all’intervallo.Non c’è contenuto, c’è solo la pubblicità. Per sapere se ci sarà un secondo tempo bisognerà aspettare fino al 6 Novembre. Avete comprato i pop corn?

3 – La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia e la seconda come farsa – Una valigia, uno spago e il disperato bisogno di un tetto

Canzone da ascoltare: Hotel California

Central square, Cambridge, Boston area. Questo è il primo contatto con la vera realtà americana.  Una piazza che non ha l’apparenza della piazza, ovvero è solo un crocevia tra due delle arterie stradali più grandi della zona. Il tempo è uggioso, ma non è freddo. Siamo sempre al 15 di Agosto! Quello che vedo non è niente di nuovo: negozi con vetrine molto alte, gente che passeggia, biciclette che sfrecciano. Ma guardando bene ci sono molti nomi di negozi che non ho mai sentito prima: le grandi marche non hanno ancora vinto. A parte l’onnipresente Starbucks, che domina l’angolo più importante dell’incrocio con il suo inconfondibile stemma: quell’ibrido regina/sirena bianca su sfondo nero e la scritta gigantesca. Fino ad oggi noi italiani siamo riusciti ad essere immuni dallo sbarco della multinazionale del caffè, grazie alla nostra rete capillare di bar, la colla dell’Italia,  ma c’è qualcuno, spie del nemico, che chiedono a gran voce la conquista del nostro territorio da parte del marchio americano. Blasfemi e antipatrioti. Cappuccino e cornetto nostrani sono le vere tradizioni da difendere! Fosse non solo per il prezzo: per fare colazione da Starbucks con caffè e pezzo dolce (gli strazuccherati muffin per esempio), spendi minimo 5 euro, più il conto da pagare al dentista per le carie che verranno. Si vede lontano un miglio che hanno provato a copiare lo stile italiano, fallendo clamorosamente. Almeno potrebbero dire “macchiato” in maniera corretta, senza storpiarlo in un maccheronico “macciato”. E poi dov’è la tazzina di porcellana? No, sono stato un pirla a non portare la moka.
Ma lasciando perdere l’invettiva su Starbucks, l’arrivo a Cambridge, la piccola città vicino Boston che ospita Harvard e il M.I.T, mi ha fatto ripiombare nel mio dramma personale. Diciamo che per colpa delle migliaia di cose da fare pre-partenza, dalla scelta della quantà dei calzini da mettere in valigia fino al superamento degli ostacoli per ottenere il visto americano, mi sono “dimenticato” di trovare una sistemazione per i primi giorni. Vabbè ci saranno gli hotel, penserete furbamente voi. No, il mio animo tirchio e misero da studente  ha preso il sopravvento, impedendomi di optare per una costosa sistemazione in hotel ( i prezzi partivano da 100$ a notte).  Allora  un ostello? Nemmeno quello, dato che non c’erano più camere singole disponibili nelle vicinanze e muoversi con 40 kg di peso addosso vi assicuro che è abbastanza complicato.
In America va di moda ora un nuovo sito web, che si chiama Airbnb. Airbnb mette in contatto persone che hanno a disposizione spazio in più con viaggiatori che stanno cercando un posto dove stare. Chi ospita può promuovere il proprio alloggio ad un pubblico di milioni di utenti, sia che si tratti di un appartamento in città, di un castello in campagna o di uno sgabuzzino in casa. Si può trovare davvero di tutto, dal bellissimo appartamento vista mare, al materasso buttato in salotto.
Ho passato tutto il tempo dello scalo a Dublino a cercare un posto che si potesse considerare “abitabile”. Non è semplice, perché, come potete immaginare, entrare in casa di perfetti sconosciuti non è nella nostra cultura: fidarsi di lasciare tutta la notte i bagagli, che contengono tutta la tua vita dei prossimi mesi, in mano a estranei, dormire la notte in camere che non possono essere chiuse.
Ma la vita è un’avventura e, con qualche precauzione, sembra che questo sistema sia ottimo per trovare alloggi temporanei a poco prezzo e per chi ha spazio in più di raggranellare qualche dollaro extra. Il sistema di feedback e di recensioni, in puro stile E-bay o Amazon, dovrebbe limitare le brutte sorprese.
Infatti la prima cosa che ho guardato sono stati proprio i commenti degli utenti che avevano provato quella sistemazione. La scelta non è ancora molto ampia, soprattutto se vuoi spendere poco: si va dai 50 $ a notte per un divano in un soggiorno di un appartamento di lusso, ai 60$ sempre a notte per un ufficio che non viene più utilizzato come posto di lavoro, ma come ostello per viaggiatori, ai 200$ per un’intera casa a tre piani in pieno stile New England.
Non sempre le recensioni erano positive e per la mia prima esperienza cercavo qualcosa di “normale”: una camera con una fottuta porta. L’unica soluzione che rispondeva alle mie esigenze era proprio a Cambridge: due ragazze che affittavano la loro terza stanza della casa mentre la coinquilina era in vacanza. Cinquanta dollari a notte, compreso coperte e asciugamani più una piccola percentuale che va al sito.
Dalle foto sembrava anche una casa discreta, quindi non mi lascio scappare questa possibilità e contatto le ragazze per la disponibilità. Infatti, per tutelare anche gli ospitanti, ci deve essere prima un controllo “sociale”, ovvero una breve spiegazione del tuo viaggio, l’arricchimento del profilo e il link alla pagina facebook. Se i proprietari ti giudicano positivamente puoi prenonotare e pagare direttamente con la carta di credito. Un sistema macchinoso e ancora non esente da problemi, ma che può aiutare la cosiddettà “economia sociale” dove più dei soldi conta la reputazione (in questo caso online) che hai.
Ovviamente le due ragazze, Colinne e Amanda, accettano la mia prenotazione, ma questo lo saprò solo al mio arrivo in America. Un intero viaggio con l’incognita del pernottamento. Al massimo Boston ha tanti ponti sotto i quali ripararsi. Un altro problema è che quando arrivi devi compilare tutta la pesante burocrazia per garantiti l’entrata  in suolo americano e devi segnalare dove andrai a dormire. Panico. Ho messo l’indirizzo del M.I.T, l’unico che mi ricordavo. Ha funzionato. Un buco nel sistema di sicurezza? O solamente la non curanza di qualche poliziotto svogliato? Dov’è la rinomata  precisione certosina nel controllo alla frontiera? Non so e me ne frego poco. Fatto sta che quando atterro riesco a scoprire che avrò un letto sul quale dormire. Questo mi basta per allontanare ogni domanda. Ecco perché scendo alla fermata Central di Cambridge, per iniziare la mia prima passeggiata nell’American Life e andare a dormire nella camera di una ragazza totalmente sconosciuta, con uno zaino in spalla e una borsa legato con lo spago, dato che si stava rompendo per il troppo peso. Un tipico immigrato italiano degli anni ‘20. Marx diceva che “la storia si ripete sempre due volte:  la prima volta come tragedia e la seconda come farsa”. E io in questo momento mi sento terribilmente comico, sudato, impacciato.  Ma prima di riprendere il cammino, mi fermo da Starbucks. Ho bisogno di quel dannato cappuccino insieme a un ipercalorico muffin. E l’invettiva contro la multinazionale? Già dimenticata al primo morso. In qualche modo dovrò pure cominciare ad ambientarmi?

2 – Il primo stereotipo non si scorda mai – L’arrivo in America

Canzone da acoltare: America di Gianna Nannini

Odio gli stereotipi. Non ti permettono di vedere la realtà per come è, nella sua varietà e diversità. Noi italiani poi siamo le prime vittime: non c’è posto nel mondo dove non abbia sentito il classico “italiano pizza, spaghetti, cappuccino”, a volte condito con epiteti ancora più crudeli come “mafioso” e “padrino”. Ma la parola che andava più in voga era anche l’accostamento più bieco e desolante: “italiano = Berlusconi”.
Per aver sofferto questa terribile onta e vergogna cerco di non giudicare gli altri popoli tramite stereotipi. Non è vero che gli inglesi sono freddi, gli svizzeri puntuali, i francesi saccenti. Magari solo un po’.
Quindi, mentre sorvolo l’oceano Atlantico con il mio aereo della sconosciuta Aer Lingus, compagnia di bandiera irlandese, penso a cosa avrei trovato al mio arrivo. Ero convinto che le dicerie sugli americani fossero esagerate, per colpa della nostra mania di esagerare tutto per sembrare più interessanti e da un’iconografia mutuata dal cinema che non ci aiuta.
Con questo spirito curioso atterro al Boston Logan, l’aeroporto cittadino che si trova su un’isola vicino alla città del quale porta il nome: quale sarà la prima cosa che vedrò? Quale sarà il primo impatto?
Emozionato dalla nuova esperienza non sento nemmeno la stanchezza del volo. Per me è giorno da 24 ore, ma la mente è troppo eccitata per sentire le fatiche del corpo. Ho la fortuna di scendere per primo (gli italiani non fanno la fila, altro stereotipo da smontare) e incamminandomi verso l’uscita, mi si para davanti la prima sorpresa: un poliziotto abbondantemente sovrappeso con occhiali da sole (dentro l’aeroporto ovviamente) e cappello da sceriffo!
“No, non può essere vero!” penso mentre faccio una larga deviazione per evitare l’impatto. E’ solo un caso che la prima persona che incontro è uno sbirro “ diversamente magro”, figura secondaria che si ritrova in migliaia di film d’azione, ma che fa spesso una brutta fine. L’antieroe americano per eccellenza.
Ancora stordito dall’incontro, traggo un sospiro di sollievo: almeno non aveva una ciambella nelle mani, tratto caratteristico dei poliziotti oversize. Ma le mie certezze stavano per essere demolite ancora una volta, quando, appena varcata l’uscita dal gate, una luce brillante acceca i miei occhi stanchi: “Dunkin’ Donuts”. La prima cosa che vedo dell’America è un maledetto negozio di ciambelle, con la sua ricca offerta di dolci glassati, ripieni di creme varie, ma soprattutto ricchi di zucchero e altre amenità mielose. Le classiche ciambelle americane che abbiamo cominciato ad apprezzare e conoscere grazie alla voracità di Homer Simpson, ma che da noi non hanno ancora preso piede. Posso intuire anche il perché: solamente vedendole, sento già i denti che si cariano.
E’ stato questo il primo impatto dell’America, un classico degli stereotipi made in USA che ha dato un gancio e un montante alla mia ferrea volontà di andare oltre l’immaginario collettivo. No, non può essere tutto così, non posso credere di vivere costantemente dentro un film o un cartone animato.
Ancora fortemente disorientato, vedo avvicinarsi un ragazzo nero verso di me. Giuro che se mi dice “yo, bro!” porgendomi il pugno avrei preso il primo aereo per l’Europa urlando come Macaulay Culkin, il ragazzino di “Mamma ho perso l’Aereo!”. Ma per fortuna volge lo sguardo altrove e mi supera in un consolante silenzio. C’è ancora speranza.
L’arrivo procede nella normalità, cercando di capire come abbandonare l’isola per raggiungere la città.
Sembra che ci sia una navetta, dove si legge bene la scritta “FREE”. Ma se ho imparato una lezione è quella che nessuno ti regala niente e chiedo all’autista la certezza che non andrò a pagare qualche strana tariffa aggiuntiva, o che mi porti in qualche sperduto posto lontano dalla civiltà. Non sarebbe la prima volta, soprattutto quando sei in Europa e arrivi in quei minuscoli aeroporti lontani dalla città dove vola la Ryanair. Si fa presto a montare sul bus sbagliato e ritrovarsi in un’altra città, diversa da quella programmata. Almeno cerco di convincermi che sia normale confondersi, visto che mi è successo almeno un paio di volte.
Ma non mi sembra questo il caso e lo svogliato autista (ovviamente di colore)  allontana le mie preoccupazioni.
La navetta mi lascia alla prima fermata metro utile per raggiungere la destinazione finale e qui ho un altro sussulto: sono finito direttamente sul binario della stazione metropolitana rossa, chiamata South Station, senza aver fatto né biglietto, né altro.”Ecco scoperto l’inganno”, mi dico con un po’ di supponenza, “quando arriverò a destinazione dovrò pagare una tariffa mostruosa! Pensano di fregare un italiano? E’ come rubare in casa dei ladri” (tanto per alimentare lo stereotipo dell’italiano furbo).
Chiedo quindi delucidazioni al personale di stazione, domandando quanto avrei dovuto pagare e preparandomi al salasso. “Nothing” rispose il ragazzo con la giacca rossa, che lo contraddistingueva come lavoratore-pipistrello, come chiamo quelli che stanno ore chiusi sottotera per far funzionare la metro. Infatti è un servizio gratuito per chi arriva dall’aereoporto. Ok, America, ora ci siamo. Questi sono i servizi intelligenti che ti aspetti di trovare, anche se il mezzo che sopraggiunge non ha niente di avveniristico, anzi…direi che assomiglia decisamente ai nostri scalcinati treni regionali, arrugginiti e dal sapore vagamente retrò. Che sia un effetto voluto?
La stazione dove devo scendere si chiama “Central”, una fermata dopo quella di Kendall/MIT. Non riesco a capire la funzione dei grandi vetri della carrozza fino a quando, all’improvviso, la metro ritorna in superficie per attraversare un ponte (il Longfellow bridge): davanti a me si apre tutto lo scenario di Boston all’imbrunire, con la sua skyline di grattacieli e di megastrutture.

Lo stupore fanciullesco dura pochi secondi, il rientro sottoterra è come la fine di un sogno a occhi aperti. Mentre scendo dalla carrozza, con un sorriso ebete ancora stampato in faccia, rifletto su quello che avevo visto: “credo proprio che amerò questa città”. E quindi uscì, a riveder le stelle… (e strisce).