Consigliere comunale del PD a Pisa, dottorando di Scienze Politiche presso la Scuola Superiore Sant'Anna , pessimista con l'intelligenza, ma ottimista con la volontà
Fra tutte le possibili scelte per risanare i conti pubblici il governo Monti ha deciso di inserire l’IMU, la vecchia ICI. Un altro duro (forse inevitabile) colpo per gli italiani, che dovranno affrontare ulteriori sacrifici per far fronte al riassestamento del paese. L’IMU è stata denominata ( a torto o a ragione) la “patrimoniale degli immobili”, dato che colpisce soprattutto i proprietari di abitazioni, con un’aliquota maggiore per chi possiede diverse case ed è quindi considerato “più ricco”. L’IMU prevede una serie di sconti sulla prima abitazione e circa il 30% dei proprietari non dovrebbe pagarlo ( come me per fortuna ). Le aliquote finali sono decise dai vari Comuni che però non possono riscuotere meno dei calcoli fatti dal Governo (basati sull’ultimo pagamento ICI), ovvero non possono mettere l’aliquota più bassa allo scopo di ottenere un maggior consenso elettorale perché dovrebbero usare fondi del bilancio comunale per riequilibrare. E questo è impossibile. Però i margini di manovra sono molti: aumentare l’aliquota sulla prima casa, su quelle affittate o su quelle sfitte? Qual è il “cocktail” migliore?
A Pisa la Giunta il 15 Maggio ha deciso di mantenere l’aliquota sulla prima casa al 4 per mille, come suggerito dal governo, mentre aumenta fino all’1,06% per le case sfitte, ovvero le abitazioni lasciate vuote e non affittate. Un provvedimento di equità, che cerca di non aggravare il peso dei cittadini che hanno una sola abitazione, i più a rischio in questa grave situazione economica. Una misura da fare invidia anche ai Comuni più innovatori e di sinistra (infatti il tanto osananato Sindaco di Cagliari Zedda aumenta al 5 per mille l’aliquota sulla prima casa), resa possibile dal buono stato dei conti nelle casse comunali. Una “mini-patrimoniale” dove chi ha di più paga di più. Un mix di giustizia sociale e equità, un suggerimento al governo attuale o un esempio per quello che verrà dopo. In attesa di una vera patrimoniale che porti a ridistribuire un po’ di ricchezza e a diminuire le disuguaglianze. In questa situazione di forte emergenza sociale si può e si deve fare.
E’ iniziato il processo a Mladic, il boia di Srebrenica, arrestato un anno fa. L’ex capo militare delle forze serbo-bosniache, deve rispondere di due genocidi, cinque crimini contro l’umanità e quattro crimini di guerra, per un totale di 11 capi di accusa.
Mentre continua il viaggio nelle scuole pisane con Stefano Landucci per raccontare la nostra storia di Srebrenica (Sabato saremo al Pesenti di Cascina) vi consiglio di rinfrescarvi la memoria su quello che è stato definita ” la tragedia europea peggiore dopo l’Olocausto”. Per non dimenticare ecco due brevi video: il primo tratta una buona sintesi della guerra nei Balcani, con l’angosciante paura dei cecchini:
Il secondo, più amatoriale (l’abbiamo realizzato io e Stefano) racconta la vicenda di Srebrenica e le nostre impressioni nel giorno del 15° anniversario:
Perché ricordare ancora Srebrenica? Lo dice magistralmente il caro amico Miro Berretta, in una delle presentazioni del libro: Srebrenica – per tentare una brutale sintesi- è una di quelle giornate dove una massa di persone si è sentita, per un giorno, Hitler e Mengele insieme: di una etnia hanno tentato di sterminare gli inseminatori e si sono immediatamente adoprati per sostituirli.
E’ indicibile, ma va detto.
E’ inimmaginabile, ma va immaginato.
E’ irraccontabile, ma va raccontato.
Dell’esplosione dei Balcani tutti abbiamo un ricordo vago, chi più chi meno. Fatto di flash.
E’ già buono se li mettiamo insieme. E magari, dopo, lo faremo.
Parliamo pochissimo -anche ora che li abbiamo tutti acchiappàti, non accoppàti- di Hadzic, Karadzic e Mladic.
Perché il nazifascismo l’abbiamo sconfitto, il capitalismo socialistoide di stato l’abbiamo sfiancato, l’integralismo islamico l’abbiamo ridimensionato parecchio.
L’”etnicismo”, no. Lo abbiamo addosso anche noi. Non possiamo dire che è altro da noi. Abbiamo tentato -poco, male e tardi- di fermarlo. Ma non l’abbiamo fermato noi.
E allora la mia risposta è questa: ci piace dipingere solo il drago che San Giorgio ha abbattuto.
Parliamo del Male solo se possiamo vantarci del Bene che lo ha sconfitto.
Alexander è un professore greco. In un giorno delle prossime settimane si sveglia la mattina, prepara la colazione, accende il computer e apre la pagina web del suo giornale preferito. Una notizia campeggia a caratteri cubitali, in un drammatico rosso squillante: “si torna alla dracma, la Grecia è fuori dall’Euro”. Alexander è sconcertato, mai avrebbe creduto che l’Europa lasciasse scivolare via la Grecia, la culla della democrazia. Quando sentiva parlare di “salvare le radici dell’Europa” pensava si riferissero alla Grecia e non all’eterna lotta di un Occidente impaurito dall’avanzare dell’Est.
Alexander è stravolto, non sa cosa fare. Pensando a cosa potrà succedere con la svalutazione della dracma, corre alla propria banca per salvare i suoi pochi euro risparmiati e piazzarli altrove, ma trova una brutta sorpresa: il governo greco ha bloccato i prelievi per evitare una fuga di capitale. Impotente, completamente in balia degli eventi, Alexander vede scorrere gli eventi successivi senza poter fare niente. Il giorno dopo il ritorno della dracma c’è subito una forte svalutazione della moneta (40-70%) che abbassa drasticamente il valore dei suoi risparmi. Addio viaggi fuori dalla Grecia, troppo care le altre monete. Ma soprattutto addio alle merci estere. Con i prezzi saliti alle stelle e l’inflazione che galoppa verso il 20%, diventa proibitivo mangiare la carne, bere un caffè, scegliere la verdura. Il mutuo per la sua piccola casa diventa inaffrontabile, perché è stato contratto in euro, mentre il suo stipendio è nella svalutata dracma. Alexander deve quindi dire addio alla casa di proprietà, è tempo di trovare un altro alloggio in affitto. Di prestiti non se ne parla, le banche boccheggiano e non hanno più soldi nemmeno loro.
Riguardando a fine mese il suo già ridotto stipendio vede che le tasse sono aumentate. Ma come? Eh già caro Alexander, la Grecia non ha più accesso ai mercati ed è costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate tramite imposizione fiscale. Eppure Alexander, stimato professore di filosofia, pensava di essere al sicuro avendo trovato posto nel pubblico. Invece ecco la cruda verità: addio ceto medio, benvenuta povertà. Ma non è il solo. L’addio all’euro costerà carissimo a tutti i greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno.
Ma non sarà solo Alexander a pagare, anche Mario e José, suoi colleghi accademici, si ritroveranno coinvolti nel vortice: italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio di Atene.
La breve storia di Alexander è solo un possibile scenario (dati presi da questo articolo) dell’apocalisse politica-economica conseguente all’arrivederci della Grecia.
Un racconto possibile, che coinvolge anche noi, dato che una forza che sta riscuotendo un grande successo in Italia (il movimento di Beppe Grillo), ha nel suo programma l’uscita dalla moneta unica.
Ecco, quando esprimete le vostre simpatie per Grillo&Co pensate alle centinaia di migliaia di Alexander che realmente troverebbero la catastrofe umana e sociale in uno scenario post-euro.
Occhio a seguire gli slogan, ci abbiamo rimesso venti anni.
Chi ha seguito le cronache locali nelle ultime settimane sa che ho preso a cuore la questione del “Progetto Pedicab”, ovvero l’utilizzo di una bicicletta modificata che può ospitare due persone a fine turistico. Chiamato comunemente risciò, il progetto sostenuto dal giovane disoccupato Roberto Alberti vuole dare un servizio ai turisti ecologico e sostenibile. Ma la sua è una strada in salita. La discussione approderà in Giunta in una delle prossime sedute, ma l’Assessore alle attività produttive Giuseppe Forte frena gli entusiasmi. La mancanza di un regolamento sui veicoli “atipici” non permette di concedere altre autorizzazioni, per evitare ulteriore caos in una zona molto sensibile come quella di Piazza dei Miracoli. Si pensi alle “carrozzelle” a quattro posti (chiamate anche tandem), dove il conducente è spesso un turista straniero che si riversa nelle strade cittadine causando ingorghi e incidenti. Ma il “Progetto Pedicab” è un’altra cosa ed è stato infatti avviato in altre città simili a Pisa, sempre di respiro europeo, come Genova e Firenze. Specialmente nella città fiorentina da pochi mesi si sta sperimentando questo nuovo servizio di risciò con grande soddisfazione di amministrazioni e turisti. Sviluppato come intrattenimento, offre tour guidati su percorsi prestabiliti, evitando di andare a impattare quindi sul traffico veicolare e rischiare incidenti come le famigerate “carrozzine”.
Sicuramente il progetto Pedicab è un servizio in più per i turisti e un’occasione di lavoro per un giovane disoccupato. A Pisa si può sempre fare come a Firenze e avviare un progetto sperimentale, in attesa di una regolamentazione di tutti i mezzi “atipici” che possa fare chiarezza e ordine sui servizi di mobilità sostenibile, ma che richiede un percorso burocratico lungo.
Le idee sono il nostro futuro, il nostro capitale maggiore, il nostro investimento, soprattutto in questo momento di forte crisi occupazionale. Compito della politica è premiare le intuizioni più innovative e sostenibili, evitando di ingabbiarle in una burocrazia inconcepibile, mortificandole con tempi d’attesa biblici. Una regolamentazione è necessaria, ma ci sono gli strumenti per creare progetti pilota o disposizioni transitorie, visto che la mobilità sostenibile è sempre stata una priorità della Giunta, come dimostrano i numerosi casi di eccellenza pisana.
Per ulteriori informazioni seguite la pagina ufficiale del progetto su Facebook e fate sentire il vostro appoggio!
Domani parto per un weekend in Francia, a rubare i segreti di Hollande.
Ritorno direttamente a Roma per la presentazione romana di “Italia ce la puoi fare” lunedì 14 alle 18. Per gli amici della Capitale un’occasione imperdibile per parlare di futuro e restituire un po’ di ottimismo.
Con Nicola Zingaretti (Presidente della Provincia di Roma), Rao (deputato UDC) l’immancabile Dario Nardella e altri giovani che ci racconteranno le loro storie.
Un ringraziamento speciale a Tobia Zevi per il lavoro di organizzazione e per lo splendido capitolo sull’immigrazione contenuto nel libro.
“Non ci sono soldi”. “E’ un momento difficile”. “La crisi impone sacrifici”. Con queste parole si taglia la voce a ogni possibile proposta, a ogni discussione costruttiva, a ogni possibilità di correggere le molte storture che imperversano nel Paese. E’ tempo della tecnica, non intesa come mancanza di politica, ma come il trionfo della freddezza dei numeri e dei conti: spread, PIL, debito pubblico sono tutti termini del lessico economico, che dicono poco della reale qualità della vita.
Eppure solamente nella giornata di ieri la Politica, quella con la p maiuscola, ha inferto due sonori “pugni” alla rigidità della tecnica, grazie ai due leader progressisti più carismatici:
- Se il buongiorno si vede dal mattino, Hollande ci promette grandi cose. Uno dei suoi primi provvedimenti è stato infatti quello di ridurre del 30 per cento il suo stipendio e quello dei membri del governo. Una misura simbolica, ma che sottolinea la condivisione del sacrificio. Ma il secondo provvedimento è ancora più interessante: sarà stabilito un tetto alle remunerazioni dei dirigenti del settore pubblico. Verrà fissata una regola: la forbice salariale dovrà essere compresa fra 1 e 20 ovvero un presidente e/o un amministratore delegato di un’azienda pubblica non potrà guadagnare più di venti volte del suo dipendente meno pagato. Un decreto di equità, nella convinzione che al successo di un’azienda partecipano tutti i lavoratori, dal primo all’ultimo. Se poi i conti permettono di alzare lo stipendio dei “capi”, adesso almeno devono alzarlo per forza anche ai meno pagati. E non si dica che i migliori manager allora non andranno a lavorare per il pubblico: ho la speranza di dire che ci saranno sempre grandi figure che non mettono come priorità il denaro, ma l’idea di fare bene per la collettività.
- Il primo presidente americano nero adesso è anche il primo presidente che dice sì ai matrimoni gay: “Le coppie dello stesso sesso devono avere la possibilità di sposarsi”. Una dichiarazione che spazza ogni dubbio, parole forti all’inizio di una campagna elettorale che si preannuncia dura. Un modo per sviare l’attenzione dall’economia americana in sofferenza o la consapevolezza di riconoscere un diritto per le coppie omosessuali? Vedremo come darà seguito a queste dichiarazioni che possono finalmente dare sollievo alle migliaia di coppie che aspettano con grande ansia il momento del riconoscimento del loro amore. Resta però la forte valenza politica della sua affermazione.
E in Italia ovviamente restiamo al palo, con il PD imbalsamato in un tentativo di “scaldare” la freddezza del governo. Eppure se nel 2013 vogliamo vincere sono necessarie queste prese di posizioni forti, a sostegno dell’equità e dei diritti di tutti. Anticipare i temi che la società ci chiede, senza aspettare una dichiarazione tardiva. Come nel caso dei finanziamenti ai partiti. Plaudo all’emendamento PD che taglia del 50% l’ultima mandata di rimborsi elettorali, ma la portata politica è stata “annacquata” dall’aver voluto aspettare lo scoppio dello “scandalo” prima di mettere mano a una riforma seria del finanziamento ai partiti.
Adesso occorre lanciare messaggi di rottura con il passato, in una lunga campagna elettorale che ci porterà al voto nel 2013. E il paradosso è che altri leader progressisti ci hanno dato “gratis” politiche a costo zero. Alla faccia della “tecnica”.
“Comunque vada sarà un successo (per tutti)”. Così scrivevo su Twitter prima delle 15 di ieri, per ironizzare sul fatto che comunque la girandola dei commenti e delle analisi dei politici avrebbe visto tutti vincitori. Non è stato così.
La destra ha subito una vera e propria disfatta, un colpo da knock-out che li spinge ad un angolo del ring. Una forza che era riuscita a governare con soddisfazioni elettorali durante la grande crisi di questi anni si è ridotta, ad essere terza, se non quarta, forza partitica nelle maggioranza dei comuni ieri al voto.
Mi viene in mente la scena di un ragazzino al quale viene chiesto di sistemare la stanza, ma, voglioso di fare presto e tornare a giocare, butta tutto nell’armadio e nei cassetti, fino a quando non avviene la naturale implosione interna. Così è successo al PDL, incapace di presentare riforme o ricette che potessero dare una reale “pulizia” alle grandi storture di questo paese.
Una paralisi politica totale, inspiegabile nonostante una delle più grandi rappresentanze in Parlamento dai tempi del fascismo, dove tutto girava intorno alla figura del leader supremo Berlusconi. Gli unici provvedimenti sono stati i tagli, mascherati sotto forma di riforme, che hanno smantellato i nostri servizi pubblici: scuola, ricerca, enti locali, incrementando drasticamente le disuguaglianze.
Ma quando la fantasia dei proclami è finita e ha lasciato il passo alla dura realtà, il conto da pagare è stato salatissimo, nonostante la faccia di chi ha chiesto “sacrifici e sangue” sia stata diversa da quella di Berlusconi.
Ma il voto ha dimostrato come gli italiani abbiano capito che la maggior parte della responsabilità di questa crisi sia stata del PDL, il partito che ha sofferto di più in questa tornata elettorale.
E’ stato un voto parziale, locale, ma ci sono dei dati oggettivi comuni che ci permettono di fare delle analisi più accurate:
- Il voto al Movimento 5 Stelle non mi ha stupito e ha dimostrato come agli italiani interessa ancora la politica, andando ancora una volta a votare, ma scegliendo spesso un voto di protesta. Credo che se non ci fosse stato il M5S il tasso di astensionismo, già adesso preoccupante, sarebbe stato ancora maggiore, con forti ripercussioni sullo stato della democrazia italiana. Grillo e i suoi sono invece stati anche “caricati” dai partiti tradizionali: con l’ossessivo ritornello di connotarli come “antipolitica” hanno ottenuto il loro accredimento politico, dimostrando come un voto per loro era un voto contro i partiti. Un autogol comunicativo da correggere al più presto, riconoscendo i temi che il M5S porta avanti a livello locale, “rubandoglieli” per sottrargi anche gli elettori, molto mobili e poco fedeli a Grillo. Temi come la trasparenza, l’attenzione all’ambiente e alle nuove tecnologie sono nel nostro DNA, basta renderci più credibili con azioni concrete soprattutto nei comuni dove governiamo.
- E il PD? Il PD “tiene”, come dicono tutti i commenti di oggi. Ma il futuro è pieno di incognite. Legandosi a doppio filo con il governo Monti di riflusso ne prende vittorie e sconfitte. Infatti in un primo momento di “esaltazione” del Primo Ministro bocconiano, capace di liberarci da una politica disastrosa, sembrava che anche il PD ne traesse giovamento. Poi le conseguenze di una politica di austerity hanno causato drammi e sofferenze, alimentando un clima di alta tensione sociale, che sembra aver appannato le azioni di governo.
D’altra parte adesso la deflagrazione del PDL rischia di impantanare Monti, con Alfano che rinuncia già ai vertici comuni e cercherà di ottenere sempre di più, come gli ultimi gesti di forza delle bestie ferite. Tutto diventerà più difficile, ogni compromesso al ribasso.
- Possiamo dire addio alle riforme istituzionali. Non ci sarà una nuova legge elettorale che premia i maggiori partiti (dato che il PDL non lo è più) e dobbiamo seriamente prepararci a votare con il “Porcellum”. Per questo sono necessarie le primarie per scegliere i parlamentari e cominciare davvero a capire cosa vogliamo fare: allearci con qualcuno o andare da soli? Senza evitare di ricordarsi come in Grecia ci sia la difficoltà di creare un governo perchénessuna coalizione è stata definita prima. Un leader di una coalizione improvvisata sarà un leader fragile, perpetrando l’impossibilità di un governo stabile e coeso.
- In previsione di una paralisi di Monti e del suo governo bisogna che il PD lavori a far capire meglio quali sono le sue politiche se fosse al governo. Una riforma del lavoro nuova, senza compromessi al ribasso, che sappia superare il dualismo degenerativo di oggi, tra garantiti e precari. Una politica economica di respiro europeo, copiabile in gran parte dal programma di Hollande, in modo da garantire una nuova regia comune da portare avanti per riequilibrare le storture di oggi. Una credibilità nuova, perché, come dice Civati, “molte cose non vanno bene, e fare finta di niente non serve, appunto, a niente. Perché non c’è alcun automatismo e nessuna certezza di continuità tra questo risultato e il prossimo, quello delle Politiche”.
Possiamo solo perderle le prossime elezioni. Ma siamo capaci anche di questo. Guardia alta e riflessi pronti, il ring è ancora pieno di avversari.
I mercati rispondono alla vittoria di Hollande e dei partiti no-austerity in Grecia con una grande incertezza. Sarà forse l’inizio di una lotta politica vs mercati?
In attesa di un’analisi dettagliata aspettiamo che anche in Italia il responso delle urne possa dare indicazioni più chiare sul futuro , anche se la frammentazione e la specificità delle elezioni amministrative non potrà dare un’indicazione certa e puntuale dello stato della politica del nostro Paese. Attendiamo stasera.
Nel frattempo mi limito a registrare un esordio “scoppiettante” per il nuovo segretario della Lega a Pisa, 28 anni: “Il nostro primo obiettivo è entrare a palazzo Gambacorti con un nostro rappresentante, per fare rinascere una città in agonia, in mano ad immigrati e studenti meridionali che non rispettano le fondamentali regole di convivenza civile e di comportamento”. Già pronto il primo provvedimento: un gemellaggio con la città di Tirana, dove il Trota è riuscito a prendere una laurea in Economia solamente in un anno, dando tutti gli esami in albanese. Si potrebbe risolvere così l’annoso problema dei fuori corso. Altro che “città in agonia”, a stare male è solamente il vostro partito.
Ci siamo. Un’altra tornata elettorale è arrivata, anche se minore delle precedenti. Andranno comunque a votare un ottavo degli italiani, con tanti comuni, soprattutto al Nord, dove testare l’attuale coesione politica dei vari partiti, soprattutto quelli del centrodestra, esploso dopo la formazione del Governo Monti.
Palermo e Genova sono i comuni capoluogo di regione che andranno a votare, e se Marco Doria, uscito vincitore dalle primarie del centrosinstra, è dato per favorito, nella città siciliana ancora tutto è da vedere. Peserà molto la frammentazione in diverse liste (11 in tutto) che rende ogni previsione difficile.
Nonostante a livello nazionale SEL e IdV non siano nella maggioranza di governo, nel 90% dei comuni l’alleanza tipica che si presenta alle urne sarà Pd-IdV-Sel, con sporadici inserimenti del doppiogiochista Terzo Polo o dei governisti sempre in lotta di Rifondazione Comunista in tutte le sue molteplici derivazioni.
Questa distonia tra governo nazionale e governo locale deve far riflettere sulle composizioni future, soprattutto chi, da una parte spera di formulare l’alleanza dell’ormai scolorita foto di Vasto,ma dall’altra continua a utilizzare toni minacciosi e/o duri nei confronti soprattutto del Partito Democratico, con l’idea di sottrargli voti e preferenze.
Lo spiega bene Civati nel suo blog:
La mia proposta è semplice e le obiezioni, sinceramente, sono molto deboli: il Pd non si può cambiare, quindi mi iscrivo a Sel (che per altro mi pare essere un Pd in miniatura, diviso tra Fabbriche e vecchi apparati, se proprio devo essere sincero) oppure lo incalzo con Di Pietro, che è un po’ ‘manesco’, ma almeno lui le cose le dice. Poi però anche Sel e Di Pietro si alleano con quel Pd, che è rimasto tale. E Sel e Di Pietro proseguiranno con l’atteggiamento che li accompagna da sempre: in quell’alleanza precaria e del «più uno», per cui a qualsiasi mossa del Pd, si assocerà una contro-mossa di questo o di quello per rosicchiare un po’ di voti al Pd. Sai che divertimento.
E allora perché votare PD? Chi mi conosce sa che preferisco meditare e riflettere prima di dare un supporto incondizionato alla conduzione di Bersani. Non sono un ultras e nemmeno un supporter “a prescindere”. Ma sono ancora fermamente convinto che il PD è l’unico partito da votare attualmente. Per almeno 10 ragioni:
1) La grande forza e capacità degli amministratori locali PD che governano con spirito di sacrificio e difficoltà la maggioranza dei comuni italiani, politici che con grande fatica cercano di scrollarsi di dosso la parola “casta”, che poco si addice a chi non ha privilegi , emolumenti o grandi compensazioni economiche. Per molti di loro la ricompensa non è un seggio in Consiglio Regionale o in Parlamento, ma solamente la felicità e il benessere di una comunità.
2) La mancanza di prospettive degli altri partiti, legati vita e morte ai loro leader, privi di una qualsiasi democrazia interna. Fra vent’anni pensate ancora ci potrà essere l’IdV di DI Pietro, il PDL di Berlusconi o Sel di Vendola? La caduta di Bossi e il conseguente calo drammatico dei voti della Lega dimostra come troppo spesso le sorti di un partito sono legate a un solo individuo. Ma così si perde proprio l’essenza del fare politica insieme, del condividere un percorso come gruppo, non come pecore dietro a un pastore. Qui lo dico con convinzione: il PD ha il DNA e le basi per resistere a ogni scossone politico. Potenzialmente, ovvio. Ma possiamo farlo esplodere solo per colpa nostra, non per la “caduta” di un leader.
3) Se vincesse Hollande domenica prossima, e noi facciamo tutti il tifo per lui, potrebbe aprire una nuova prospettiva per l’intera Europa, quel cambio di passo che aspettiamo da troppo tempo. Grazie alla forza dell’alleanza tra PD, Partito Socialista francese e SPD tedesco, una nuova spinta progressista può accomunare l’Europa, facendo delle proposte di Hollande, decisamente antisistemiche e di contenimento dello strapotere della finanza, un pilastro condiviso, da usare nelle elezioni del 2013 in Italia e in Germania. Come diciamo da tempo, la risposta alla crisi europea è paradossalmente più Europa, ovvero quella famosa e desiderata unità politica presente negli ideali dei Padri fondatori dell’UE, ma purtroppo ancora lontana dal realizzarsi. La soluzione non è l’autarchia e l’isolamento, che non funzionarono in tempo fascista figuramoci ora, ma un nuovo indirizzo economico globale più sostenibile e equo, che si può realizzare solo se la regia politica è comune.
4) I partiti non sono tutti uguali. Certo, in questo clima di corruzione e clientelismo spicciolo abbiamo avuto anche noi le nostre mele marce. Il pensiero va ovviamente a Penati e a Lusi. Ma appena si è scoperto un caso di illegalità subito la reazione è stata ferma e decisa, con l’espulsione o la sospensione dal partito di chi non si è comportato in maniera degna o di chi è anche solamente accusato di aver commesso un reato, proprio per affermare la nostra estraneità a ogni malaffare.
Gli abusi e i cattivi comportamenti esisteranno sempre, sono insiti nella natura umana, l’importante è che un partito sappia distinguersi da questi, abbia un atteggiamento distaccato e aperto, sapendo di dover dare il doppio delle risposte richieste in queste situazioni. Generalizzare è sempre sbagliato, ma purtroppo è la via più facile. Sono tutti i No-Tav violenti, i militanti del PDL ladroni, gli italiani mafiosi, i grillini incompetenti? No.
5) I famosi contenuti. Il mantra, il ritornello di molti è che il Pd abbia posizioni troppo ondivaghe, poco chiare. Può essere anche vero, possiamo ancora essere in assestamento (da troppo tempo forse), ma un partito che aspira a non rappresentare solo una parte di elettori ben distinta, ma tutti gli italiani (e gli europei) è difficile da costruire e da spiegare. Come fai a parlare a imprese, lavoratori, sindacati, pubblico impiego, pensionati, giovani, precariati, ricercatori in un Paese così frammentato, dove ognuno difficilmente si sacrifica per l’altro, dove il tifo travalica lo stadio ed entra nelle nostre vite quotidiane?
Ma se governiamo la maggior parte dei comuni, il primo livello di mediazione politica con le istituzioni, vuol dire che, anche se siamo ancora un po’ indietro sugli ideali e sui sogni, nella realtà concreta, nella pratica, sappiamo risolvere i problemi meglio di altri e interpretare le esigenze dei cittadini in maniera più soddisfacente. Magari lo dobbiamo proprio a questo nostro essere “non radicali”, cercando di “accontentare meno” ma “accontentare tutti”. Quindi, in attesa di un programma elettorale per il 2013 che ci riporterà al governo centrale con proposte chiare e rivoluzionarie (o almeno molti lavoreranno per questo), rinnovate la fiducia nel centrosinistra votandolo a questa tornata elettorale. Un voto di protesta (perché bisogna andare a votare!) cosa può portare? Non è meglio un investimento nell’unico partito che ha bisogno di tranquillità (e fiducia) per elaborare le riforme necessarie per il futuro?
Ce ne sarebbero tanti altri di motivi, ma il partito è fatto di persone e per questo vorrei darvi altri 5 validi motivi espressi tramite preferenza. Un endorsement che faccio tutti gli anni alle persone che incontro in giro per l’Italia, che nobilitano la politica e che sperano davvero nella forza innovatrice del partito, cercando di dimostrarlo nelle istituzioni. Una preferenza ti lega per tutto il mandato. Non votate qualcuno per poi abbandonarlo. “Adottate” il consigliere che votate, seguitelo, supportatelo. E l’indignazione si trasformerà in voglia di partecipare. E il cambiamento è possibile solo se il legame tra consiglieri e cittadini è forte e trasparente. Quindi:
6) Se abitate a Lissone (MB) non potete non votare per Monica Borgonovo, l’esempio perfetto di un ossimoro vivente: passionaria e sensibile, idealista e pragmatica, ragionevole e testarda. Monica ha il grande pregio di credere nelle persone e se condivide una battaglia o un’idea, dalla più piccola alla più grande, si sacrifica come singolo per il bene del suo “gruppo”, che nel caso delle elezioni, saranno tutti i cittadini di Lissone. Monica è un ciclone che non guarda in faccia a nessuno, ma ha il dono non scontato dell’ascolto e della generosità, che la rende straordinariamente “umana”, scaldando un mondo, quello politico, dove la meccanicità delle dichiarazioni e degli atteggiamenti rende tutto più freddo e sterile. Se solo avessi avuto il tempo di fare campagna elettorale, mi sarei divertito a sostenere “la pasionaria della Brianza”. Insomma il vero voto di protesta all’asetticità della politica è a Monica Borgonovo!
7) Se siete a Genova il voto va a un’altra donna, Michela Tassistro, consigliera comunale uscente. Michela è sportiva e si vede, è impossibile stargli dietro durante una corsa. Gli sportivi hanno una marcia in più nell’arena politica: conoscono la fatica, hanno grinta e sono ostinati a raggiungere un obiettivo. Per questo Michela ha lavorato duro, evitando di stare troppo sulla “scomoda” sedia del consiglio comunale, ma cercando di essere sempre presente in città. Di corsa, ovviamente. Mauro Cattaneo è di Alessandria e lo potete riconoscere per la sua “fissazione” per l’ambiente, in tutte le sue declinazioni. Infatti lo potete trovare a sudare sulla sua bicicletta, o mentre è indaffarato a preparare l’ultimo evento (sostenibile) per i cittadini. Da votare, anche solamente per la sua campagna elettorale, ricca di spunti interessanti.
9) A Monza come non dare il voto a Marco Lamperti, un giovane motivato e creativo, come dimostrano le sue cartoline per la campagna elettorale. In tanti ci hanno messo la faccia, come possono sbagliare?
10) L’ultima preferenza è per il candidato X, ovvero il candidato ombra, il riempilista, che non ha speranze contro chi ha una rete di contatti vasta e aggregata. Eppure c’è sempre in ogni lista qualcuno che ci mette passione, che pur sapendo di non avere i voti per passare mette anima e corpo nella “battaglia” elettorale. E sono per la maggior parte giovani e donne. Se ci sono sempre i “soliti” è perché non c’è un uso ragionevole del voto di preferenza. Guardate le facce, andate agli eventi e date fiducia al vostro candidato “x”. Se la maggioranza non sceglie anche fuori dagli schemi, le piccole comunità organizzate riusciranno sempre a imporre i loro candidati.
Ecco almeno 10 buoni motivi per votare PD. Ce ne sarebbero mille altri per non votarlo, ne sono consapevole. Ma la sfera pubblica è una questione di bilanciamenti ed è ovvia la necessità di trovare un difficile equilibrio tra interessi diversi. Per una volta tanto, visto che sono in pochi a farlo, ho cercato di esaltare gi attuali lati positivi del PD, senza smettere di far capire all’esterno e all’interno la necessità di un cambiamento di prospettive e di determinatezza, che può restituire credibilità e fiducia. Ma non possiamo essere lasciati soli. Per questo, terminate le elezioni, in qualsiasi modo andranno, pensiamo subito al 2013. Perché tra proposta e protesta la differenza è solo una sillaba.
E’ scattata da ieri e durerà fino al 30 Agosto l’ordinanza del prefetto contro l’abuso di alcool, che ricalca quella di Firenze emanata pochi giorni prima. A causa di una mancata chiarezza nello spiegare bene il provvedimento in molti hanno pensato che fosse vietata la vendita di alcolici dopo le 22, facendoci piombare in un’atmosfera noir della Chicago degli anni ’20, quando il proibizionismo tentava inutilmente di fermare i fiumi di alcool. Invece questa ordinanza è simile a quella del 2008, costringendo i venditori a versare ogni bevuta, anche non alcolica, in contenitori di plastica per ridurre (e qui cito il testo) “l’incidenza del fenomeno dell’abuso di bevande alcoliche nonché il numero delle risse e del ricorso all’uso di bottiglie quali strumenti di offesa nelle ore serali e notturne”.
Compare anche lo strano “uso personale” ovvero “il divieto di detenere, in luogo pubblico, salvo il possesso finalizzato alla vendita autorizzata, confezioni di bevande alcoliche che, per la quantità posseduta, risultino non esclusivamente destinabili al normale uso personale in Piazza dei Cavalieri, Piazza della Stazione e Piazza Vittorio Emanuele”. Questo per scongiurare l’attività di vendita da parte di ambulanti che vengono in centro con i secchi pieni di birre da vendere.
In sostanza un’ordinanza che non cambia le abitudini della “movida pisana”, ma che cerca di arginare il fenomeno del degrado e della vendita clandestina. Evidentemente il prefetto, considerate le forze a disposizione in questo momento, si è accorto che non poteva fare di più e che era, giustamente, inefficace e impossibile essere più stringenti. Rimangono però ancora aperte molte questioni spinose: i “bagni” a cielo aperto, l’eterno conflitto tra residenti e giovani (e non), alcune zone di spaccio. Ma è impossibile pensare che possa essere il Comune da solo ad arginare tutti i problemi. Solamente se ci si ferma un secondo con le rivendicazioni, gli interessi, le urla e cominciamo a ragionarne tutti insieme, come deve fare una comunità unita, lentamente, potremmo realmente cominciare a risolvere un problema alla volta.
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