Il crollo perpetuo

L’ennesimo crollo a Pompei, il terzo in una settimana, segna l’inevitabile declino che è metafora della realtà che stiamo vivendo. Pompei come l’Italia. Sappiamo che è in crisi, fragile, delicata, debole, ma non riusciamo a fare niente. Crollo dopo crollo, guardiamo impotenti la distruzione di una bellezza mondiale, lentamente, come un fiore che perde i petali. Un tesoro enorme gestito da incapaci.
E mi rivengono in mente le struggenti parole di Erri De Luca:

Chiedo all’archeologia di smettere di scavare. Quello che riporta alla luce lo guastiamo e lo mandiamo in rovina. Chiedo di ricoprire gli scavi di Pompei con cenere spenta per poterli affidare alle generazioni future che saranno costrette a essere migliori, visto che peggiori non si può. Siamo eredi senza merito e tutori di una ricchezza che appartiene all’umanità e non alla competenza di un ministero. Questa ricchezza è quanto di meglio abbiamo da offrire al mondo e siamo responsabili di questo di fronte al mondo. L’immagine dell’Italia all’estero è sfregiata dal ridicolo di certi pruriti anziani e dall’indecente incuria della bellezza ricevuta in dote. Custodire e tramandare la bellezza è la definizione più elementare di civiltà.

[Cultura - Pompei] A cosa serve l’Europa?

Superato lo scoglio della sfiducia, il ministro della Cultura Bondi può stare al suo posto. E provare a risolvere seriamente i problemi italiani, primo fra tutti Pompei. Non ci scordiamo lo stato emergenziale nel quale riversa uno dei più belli tesori della nostra nazione, con il 70% dell’estensione del sito è attualmente interdetta ai visitatori per rischio di crolli e numerose aree sono ricoperte da piante rampicanti.

Ma di risorse da parte del Governo Nazionale neanche l’ombra. Per fortuna che ogni tanto interviene la tanto vituperata Europa, che attraverso un’ indicazione del Commissario europeo Johannes Hahn,lancia una proposta che potrebbe risollevare le sorti del luogo.

Il complesso delle risorse a disposizione dell’Italia, stanziate dall’Unione europea nel 2007 per gli anni 2007-2013, ed ancora non speso per intero dal nostro Paese, ammonta a 29 miliardi di euro. Hahn ha ricordato che l’Italia è tra i maggiori beneficiari dei fondi destinati alla politica di coesione territoriale, “i finanziamenti non vanno soltanto spesi, ma devono essere utilizzati in modo corretto ed efficace, per questo ho proposto al ministro Fitto di devolvere una parte di questi fondi per la ristrutturazione dei vari siti archeologici, in particolar modo per Pompei”.

La Commissione europea attende quindi dall’Italia entro la primavera prossima una lista dei siti archeologici da ristrutturare, per poi decidere l’ammontare del supporto finanziario da assegnare in particolar modo per le regioni meridionali.

Speriamo che non si sprechi questa grande occasione, che sicuramente non salverà Pompei dal suo lento declino, ma almeno lo potrà rallentare. In attesa che finalmente si capisca il grande valore del nostro patrimonio culturale e artistico, il governo Europeo ci regala ottimi suggerimenti e risorse preziose.

Europa 1 – Italia 0. Ora tocca a noi cercare di pareggiare.

Ecco cosa ci stiamo giocando (scattata Settembre 2009):

Nessuna cultura può vivere se cerca di essere esclusiva, ovvero non scordiamoci il diritto alla cultura

Mentre la protesta per l’Università va avanti, il nostro Presidente Napolitano ricorda di non dimenticarsi della cultura. Ma quali prospettive ci sono per Pompei e la tutela dei beni culturali?

Dopo la provocatoria proposta di Erri Di Luca in molti hanno suggerito come far uscire Pompei dall’emergenza. C’è chi vuole dare più soldi all’intero sito archeologico, chi vuole aumentare il prezzo del biglietto, chi ha in mente fantasiose governance.
Pompei non ha un bisogno disperato di soldi, ma di una buona gestione.  Ovviamente nuovi fondi porterebbero nuove risorse per risolvere i problemi,ma se poi questi soldi vengono sperperati, come negli ultimi due anni, viene totalmente vanificato il maggiore impegno finanziario.
Chiunque in futuro amministrerà Pompei la deve amare, in ogni suo piccolo dettaglio, una passione che si tramuta in sforzi continui e duraturi per raddrizzare le molteplici storture del luogo.
Una governance assolutamente indipendente dalla politica, ma che collabora attivamente e in maniera propositiva con gli enti locali, composta da abili manager e da esperti gestori del patrimonio artistico-culturale che lavorano esclusivamente per il bene di Pompei e non per trarne benefici personali. Magari con un compenso non altissimo, per dimostrare che la rinascita di Pompei nasce dalla passione e dall’entusiasmo per il luogo. Nessun potere speciale, nessuna possibilità di deroga, nessun supercommissario, solo una sana e chiara trasparenza nelle decisioni, essenziale per schiarire le scelte oscure degli ultimi anni.
Sono fortemente contrario all’aumento del prezzo del biglietto, una misura che va direttamente a colpire il diritto alla cultura, troppo spesso dimenticato. La cultura deve essere accessibile a tutti, per dare a chiunque la possibilità di migliorarsi, di crescere, di allargare gli orizzonti. Eliminare questo diritto significa togliere la possibilità di provare nuove emozioni, ci costringe a vivere meno intensamente, rinunciare al fascino della comprensione, condannare all’ignoranza.
Il diritto alla cultura ci deve guidare, soprattutto noi, indegni custodi, che abbiamo l’onere e l’onore di preservare e diffondere  gran parte dei tesori mondiali.
I “4 sassi di Pompei”, come li ha chiamati spregevolmente il governatore del Veneto Zaia, figlio della non-cultura leghista, sono il nostro passato, chiave fondamentale per capire e affrontare il presente. Ci svela chi siamo, come siamo arrivati a oggi, come non ripetere gli stessi errori. Anche il modo di come  noi adesso gestiamo il nostro patrimonio diventerà presto storia e verremmo giudicati dalle generazioni future. Immaginatevi di ricevere in eredità da un vostro parente lontano una grossa fortuna, un tesoro inimmaginabile. Non voglio essere considerato il responsabile dello sperpero di questo immenso regalo, ho il dovere e il diritto di fruirne, di “usarlo”, di goderne e di lasciarlo di nuove in dote ai miei successori, magari migliorandolo e accrescendolo con le nostre esperienze personali e collettive.


Pompei e gli altri siti devono essere il più accessibili a tutti. Per ottenere nuove risorse possiamo prendere in prestito nuovi modelli di business più “cultural-sostenibili” ovvero forme imprenditoriali di gestione senza privare del diritto alla cultura e senza pensare esclusivamente con logiche esclusivamente di profitto, come fanno spesso i privati. Possiamo mutuare da Internet alcuni modelli, come quello definito “freemium”, utilizzato da molti servizi e applicazioni online.
Questo modello permette l’accesso gratuito a un contenuto base, che deve essere di qualità e accessibile, offrendo la possibilità di pagare per esperienze aggiuntive e più totalizzanti.
Una cultura “lowcost”, stile ryanair, dove si pagano i servizi aggiuntivi, ma dove si può usufruire del semplice contenuto ( nel caso della compagnia aerea il volo, nel caso di Pompei gli edifici migliori) ad un prezzo irrisorio. Rendere il contesto del sito archeologico più attraente per offrire interessanti sviluppi alla zona e ricevere nuovi fondi dall’indotto. Servizi migliori, parcheggi, trasporti, ristoranti possono rendere l’esperienza più piacevole, attrarre più turisti e ricavare più risorse da investire per la tutela e la valorizzazione.

Avere il coraggio di credere nella cultura, investire su di essa, deve essere l’obiettivo di tutti: dagli amministratori che devono coltivare il diritto alla cultura fino al semplice cittadino che ha il solo interesse di guardare in tv programmi generalisti.

Diamo un’occasione alla cultura, non ce ne pentiremo.Noi stessi vivremo meglio, sicuri che le future generazioni ci ringrazieranno. Nessuna cultura può vivere se cerca di essere esclusiva. (Mahtma Gandhi)

5 – fine

La cultura non si mangia, ma senza cultura non si vive

Molte e inutili parole sono state dette su Pompei. Frasi, scuse, promesse dettate dalla circostanza dell’emergenza. Adesso il caso mediatico della settimana scorsa si e’ sgonfiato, sorpassato da nuovi scandali e da nuovi pettegolezzi della politica. Il sipario cala nuovamente sulla citta’ alle pendici del Vesuvio. Ma la tragica emergenza rimane. Chi vive o lavora a Pompei sa benissimo che il crollo della scuola dei gladiatori era un disastro annunciato. Il primo di molti che seguiranno o che sono gia’ avvenuti nel silenzio. A gennaio di quest’anno il muro della «casa dei casti amanti», a 100 metri dalla «casa dei gladiatori», è crollato; poche settimane fa il «vicolo di Ifigenia», che costeggia ad est l’edificio crollato, ha subìto un collasso.

Bondi alla Camera si sottrae alle sue responsabilita’, facendo il ruolo della vittima. Pessima interpretazione. Le sue responsabilita’ oggettive e le sue decisioni gestionali sull’area hanno peggiorato di molto la situazione. Negli ultimi due anni, tolto di mezzo l’indipendente Guzzo, soprintendente per 15 anni,  si e’ preferito cedere totalmente il passo alla valorizzazione, con campagne marketing di dubbia efficacia, evitando di risolvere i problemi alla radice, dimenticandosi totalmente della tutela.

Una di queste iniziative l’hanno chiamata “PompeiViva!”, cercando di dare nuova linfa a una citta’ morente. Mi verrebbe da ridere se non fosse tragicamente reale. Per non parlare dei restauri del Teatro Grande, che sono adesso oggetto di ispezioni e controlli, data l’invasivita’ e la distruzione compiuta dai lavori. Non enfatizzo dicendo che il mio collega inglese, che sta scrivendo una tesi di dottorato sul teatro grande, e’ rimasto basito e sconvolto dai cambiamenti e dai disastri compiuti da questa opera di “recupero” mirata solo alla spettacolarizzazione. Da un anno chiedo personalmente di parlare con l’archeologa che doveva seguire i lavori, per capire meglio cosa e’ successo, ovviamente senza nessuna fortuna, come se ci fosse un muro invalicabile, consapevoli dei danni permanenti arrecati alla struttura.

Con la cultura non si mangia, ha detto infelicemente Tremonti. Ma vogliamo parlare di tutto l’indotto portato dai siti culturali-artistici, che danno da mangiare a molti. Perché quella per la cultura è sempre un investimento, che produce occupazione, genera turismo, produce una ricchezza collettiva e interiore impareggiabile.

Che fare allora? Mentre scrivo le mie riflessioni, si può sempre tentare la disperata proposta dello scrittore Erri Di Luca, dettata dal suo tremendo amore per la città che sta morendo nuovamente, Pompei.

Chiedo all’archeologia di smettere di scavare. Quello che riporta alla luce lo guastiamo e lo mandiamo in rovina. Chiedo di ricoprire gli scavi di Pompei con cenere spenta per poterli affidare alle generazioni future che saranno costrette a essere migliori, visto che peggiori non si può. Siamo eredi senza merito e tutori di una ricchezza che appartiene all’umanità e non  alla competenza di un ministero. Questa ricchezza è quanto di meglio abbiamo da offrire al mondo e siamo responsabili di questo di fronte al mondo. L’immagine dell’Italia all’estero è sfregiata dal ridicolo di certi pruriti anziani e dall’indecente incuria della bellezza ricevuta in dote. Custodire e tramandare la bellezza è la definizione più elementare di civiltà.

Nessun commento renderebbe merito a queste struggenti parole, solo l’amara constatazione che è tutto vero. Non siamo degni del nostro passato.

4- continua

Può una città morire due volte?

Pompei è uguale ad ogni altra città. La stessa antica umanità. Che si sia vivi o morti non fa differenza. Pompei è un sermone incoraggiante. Amo più Pompei che Parigi.” Questo diceva Herman Melville, romanziere statunitense, autore di Moby Dick, indiscusso capolavoro della narrativa. Come dargli torto?

Pompei era una tappa obbligata del Grand Tour, il lungo viaggio effettuato dai ricchi giovani dell’aristocrazia europea che a partire dal XVII secolo arrivavano in Italia per perfezionare la loro educazione. Fra questi Goethe, che rimase sconvolto dalla straordinarietà del luogo: “E lo spettacolo desolante che si leva da questa città, prima sepolta da una pioggia di lapilli e cenere, poi sottoposta al saccheggio di chi l’ha riportata alla luce, ancora riesce a trasmettere il gusto artistico di un popolo, di cui nemmeno il più fine conoscitore ha un’idea, né sentimento, né alcun bisogno.” (Napoli, domenica 11 marzo 1787 , Viaggio in Italia)

Il saccheggio  di Pompei continua ancora oggi , a più di due secoli dalla visita dello scrittore tedesco. Uno stupro sistematico, lento ma costante, che sta uccidendo di nuovo la città. Quello che non hanno fatto  le bombe durante la Seconda Guerra Mondiale, i terremoti, le eruzioni lo sta facendo l’uomo, la peggiore delle calamità naturali.

Non dico queste parole ricolme di rancore perchè recentemente c’è stato il crollo della Schola Gladatoria, che ci ha privato per sempre di un pezzo fondamentale della storia della città.

Chi conosce bene il sito archeologico sa benissimo che la “vita” di Pompei è appesa a un filo da molti anni. La situazione emergenziale è sotto gli occhi di tutti, ma molti subiscono passivamente, nascondendosi sotto la litania della mancanza di risorse.

Nel 2005 l’allora soprintendente Guzzo stilò un dossier sullo stato strutturale del sito archeologico ed emerse che il 70 per cento degli edifici necessitava di interventi di restauro e messa in sicurezza: il 40% con la massima urgenza perché in stato pessimo o addirittura con un cedimento. Poco o nulla è stato fatto. Anzi, a volte sotto il nome di restauro si sono compiuti danni permanenti e irreparabili.

Sfatiamo un luogo comune: Pompei è un sito in perdita. L’area archeologica più grande e sorprendente del mondo è visitata ogni anno da metà dei turisti che entrano al centro Georges Pompidou di Parigi (tre milioni contro sei). Perchè? Mancanza di servizi decenti, contesto ambientale difficile, ricettività a dir poco scadente, pessima gestione del sito, il problema dei cani. Da due anni senza governo, una soprintendenza completamente allo sbando, Pompei si avvia verso un nuovo declino.

Quando ho coronato il sogno infantile di lavorare nella città perduta ero già diventato consigliere comunale. Non guardavo più Pompei come qualcosa di magico, di emozionante, ma rovinando la poesia, non potevo evitare di notare tutti i problemi amministrativi/gestionali del sito.

Lentamente, mentre emergevano i problemi, la gioia diventava tristezza, la felicità si tramutava in angoscia, lo stupore lasciava spazio alla rabbia, allo sconforto, all’incredulità di essere testimone della seconda morte di Pompei, molto più drammatica e crudele della prima,  perchè prevedibile e evitabile.

C’è speranza di salvare la città da una seconda eruzione, più silenziosa ma più letale? Non lo so, ma questa volta non ci saranno ceneri e lapilli a preservare nei secoli il sito archeologico, questa volta l’oblio è garantito.

2 – Continua

Pompei, la favola senza lieto fine

Pompei è la mia storia, Pompei è la mia vita, Pompei è il mio lavoro.

Ricordo ancora quando alla tenera età di 6 anni, i miei genitori mi portarono per la prima a volta a visitare gli scavi. Era un luminoso pomeriggio di Maggio, un caldo torrido preannunciava l’estate imminente. Non so quale immagine affascinò di più i miei occhi da bambino:  la solitudine delle colonne, i volti sfumati negli affreschi, la drammatica visione dei calchi in gesso.

Non so se mi colpì di più l’idea di toccare qualcosa di leggendario, di sentire l’epicità del luogo, di respirare la Storia con la S maiuscola. Di sicuro iniziai a immaginare la bellezza e lo splendore della città in epoche passate, cercando di visualizzare nella mia mente la sontuosità di quel tempio, immaginando chi poteva vivere in quella casa piena di affreschi, domandandosi da cosa scappava quel cane orribilmente storpiato dal gesso.

Da quella visita a Pompei avevo capito che il mio futuro era il passato, in un paradosso semantico che solamente ora riesco a comprendere al meglio. Volevo riuscire a trasmettere le stesse calde sensazioni e l’irrazionale gioia che provavo  cercando di immaginare la vita di quella città oggi deserta, sentendo il peso del trascorrere dei secoli e facendomi capire il fondamentale valore formativo della Storia.

Successivamente con Pompei mi sono incrociato molte altre volte, il tempo di una breve visita, la lettura di un libro, la visione di un documentario, momenti necessari per dare nuovamente fuoco alla passione per questo tesoro dell’umanità. Era bello vedere come il mio entusiasmo non passava e ogni  nuova piccola scoperta era un’emozione, qualcosa che mi avvicinava sempre di più al cuore inarrivabile della città.

Il mio sogno si è avverato due anni e mezzo fa, quando, subito dopo la laurea, ho accettato l’incarico di ricercatore presso il King’s College di Londra. Obiettivo dello studio era la ricostruzione tridimensionale di una villa dell’area pompeiana. Unire il futuro (la tecnologia informatica) con il passato (contribuendo alla conoscenza scientifica del sito), chiudendo il cerchio iniziato venti anni prima.

Non c’è da meravigliarsi che sia una università straniera a finanziare progetti di ricerca su Pompei,siamo solo noi che non riusciamo a capacitarci di quanto siamo fortunati, di quanto la cultura dovrebbe arricchire le nostre vite, migliorare le nostre anime, renderle più tolleranti verso i diversi da sé, riscoprendo il valore della democrazia e della solidarietà e ricacciando indietro le pulsioni della violenza. Noi che abbiamo il 60% dell’intero patrimonio culturale mondiale, dovremmo essere da esempio, guidare il mondo verso una via più serena e illuminata, ma sembra che non ce ne accorgiamoe guardiamo alle nostre bellezze con superficialità e sospetto. A volte guardando come spreco di risorse quei soldi spesi per restaurare quattro ruderi antichi o una chiesa fatiscente.

Un paese che non investe nella cultura è destinato  all’ignoranza, all’intolleranza e alla violenza. Pompei come metafora della cultura italiana: così bella, così fragile.

Ma come ho trovato l’ amata Pompei all’inizio del mio lavoro?

Se all’inizio era una favola, ora non più…il lieto fine è sparito.

Continua…