Non c’è meritocrazia nel finire sull’International Herald Tribune

Luca Nicotra, dopo anni spesi nell’attivismo politico, soprattutto per quanta riguarda le libertà digitali, finisce in prima pagina sull’International Herald Tribune, come esempio di giovane italiano precario. Ma Luca non è rimasto a compiacersi, ma ha sfruttato questa occasione per scrivere a Monti parole di buon senso e proposte concrete, dettate da chi affronta la realtà con estrema passione, centrate sulla politica del futuro: l’innovazione come motore di lavoro e di conoscenza:

Caro Presidente del Consiglio, cari ministri,
non c’è meritocrazia nel finire sulla prima pagina dell’International Herald Tribune per il fatto di non avere un posto fisso e di essere un «giovane» a 29 anni. Ma visto che mi viene data la possibilità di farvi arrivare un messaggio dalla generazione precaria di cui faccio parte, questo è «aiutateci a innovare la società». Non potevate non aspettarvi che a quel terzo di giovani disoccupati o inoccupati, di cui io stesso ho fatto parte, saltassero i nervi dopo le vostre dichiarazioni sulla monotonia del posto fisso. E sapete bene quanto la prospettiva di un periodo di recessione renderà ancora più difficile la situazione del mercato del lavoro e della mobilità sociale in Italia, già agli ultimi posti in Europa.

Occorre che diate un segnale forte. Subito. Con la stessa urgenza che avete dato a banche e mercati finanziari. Siamo noi, un’intera generazione, a rischiare il default.
Occorre: (1) accesso al credito. (2) Maggiore possibilità di studiare e mettere a frutto conoscenze e talenti. Oltre che (3) ammortizzatori sociali universali. Ma soprattutto (4) vanno create condizioni di libertà in quei settori dell’economia che più degli altri possono permettere di aprire ed innovare la società. Internet come «settore» conta in Inghilterra già per il 7% del Prodotto Interno Lordo. In Italia per il 2%. E per il totale disinteresse della politica a riguardo molte aziende rischiano di chiudere entro pochi anni.

Internet è forse lo strumento che storicamente ha consentito la maggiore e più rapida innovazione senza dover chiedere autorizzazione ai poteri forti, ai monopoli. Internet potrà essere uno strumento per rinnovare la politica e l’interazione tra istituzioni cittadini. Dateci la possibilità di dare spazio alla nostra voglia di realizzarci. Ora. Niente promesse. Se l’International Herald Tribune ha pubblicato la mia storia assieme a quella dell’associazione di cui sono segretario è perchè vi ha visto un messaggio di speranza. Un messaggio che abbiamo cercato di rendere concreto nei giorni scorsi chiedendo a Parlamento e Governo di rimuovere subito, già col decreto sulle liberalizzazioni, gli ostacoli all’innovazione con proposte dirompenti ma puntuali che, tra le altre cose, consentirebbero ad aziende di usare i dati delle pubbliche amministrazioni per creare servizi innovativi, eliminare i monopoli che bloccano la circolazione di contenuti e dell’informazione penalizzando utenti, imprenditori innovativi e artisti o incentivare lo sviluppo di imprese locali di telecomunicazioni.

Sarebbero un segnale forte e di speranza per un’intera generazione: l’Italia e il suo Governo vogliono dare un «posto fisso» all’innovazione e al talento che non manca. Buon lavoro.

Luca Nicotra
Segretatrio di Agorà Digitale

Luca, siamo con te. Buon lavoro a tutti noi.

La prossima copertina del Time: dalla fiction alla realtà

90 giorni. Un tempo sufficiente per cambiare l’affidabilità di un paese agli occhi del mondo. Se i governanti sono lo specchio della della società, l’immagine italiana non è più storta. Sono passati solamente tre mesi da quando il Time dedicava la copertina a Silvio Berlusconi, con un’affermazione che sapeva di accusa: “l’uomo dietro all’economia più pericolosa del mondo”. Nessuna prospettiva di riforma, governo litigiosissimo e zero credibilità nei mercati, che si stava traducendo in uno spread (parola ormai familiare) altissimo e un rischio serio di non vedere rifinanziato il debito pubblico. Poi è arrivato il 12 Novembre,forse il giorno che ha rivoluzionato la politica italiana. Mario Monti, bollato come “tecnico”, diventa Primo Ministro, supportato dai due partiti più grandi, che fino alla settimana prima si scannavano in televisione e in Parlamento con urla e accuse.
Finisce l’era dei deputati-star: i numeri non sono più un problema, la maggioranza è troppo ampia per incappare nei ricatti di un singolo deputato. Spariscono i vari Razzi, Scilipoti (che ha provato un po’ a distinguersi votando no al nuovo governo, per poi finire nel dimenticatoio anche lui), Milanese, Papa, Tedesco, Bisignani, Calearo, Moffa, Siliquini, Cesareo, Villari e tutti gli altri teatranti dello spettacolo messo in scena dal grande produttore (perché metteva i soldi) Berlusconi.
Quello che sta succedendo è strano. Avevamo così tanta paura di fare delle riforme che siamo rimasti paralizzati per anni, per poi essere costretti a “giocare al ribasso” con le decisioni prese nella manovra “Salva-Italia”, con tutti i sacrifici derivati. Il prezzo da pagare per anni di immobilismo politico. Sarebbe stato troppo facile scaricare il governo in quel momento, per guadagnare una manciata di elettori. Ma la credibilità? Ci sarebbe forse un italiano ora sulla copertina del Time? Saremmo stati in grado di spiegarlo all’Europa? O magari proprio questo weekend si sarebbero tenute le elezioni, con alleanze frettolose e impreparate guidate da un leader con le stesse caratteristiche?
Invece no, siamo ancora in gioco. Dappertutto, protagonisti della politica internazionale, presenti nelle scelte decisive, ascoltati dagli altri leader. Alla pari. Incredibile, tutto questo in 90 giorni. Il valore di un uomo conta più dell’arroganza dei predecessori, più di tutte le barzellette che ci siamo subiti in questi anni, più di ogni commento fuori luogo. C’è stato un default del recente passato, considerata una parentesi negativa, uno scherzo durato troppo a lungo. Abbiamo gettato la maschera, ormai logora e consunta, per mostrare la nostra vera faccia. Dalla fiction stile Grande Fratello, dove tutto è un’iperbole, alla drammatica realtà di un film neorealista, che racconta in maniera cruda, ma vera, la situazione economica e morale di oggi.
Non credo che Monti salverà l’Europa, come cita la nuova copertina del Time. I superuomini non esistono. Occorrono processi troppo lunghi, che richiedono più persone coraggiose, di diverse nazionalità. Nessun politico da solo ha creato l’Europa. Se fosse mancato anche uno solo tra De Gasperi, Schuman, Adenauer, Monnet non so se saremmo arrivati a questo punto.
Di una cosa sono sicuro però: Monti sta dando tempo per costruire una politica di largo respiro, la politica delle grandi occasioni, quella determinante per cambiare. Il futuro non è suo, ma di chi riuscirà a non sprecare questa opportunità, questo prezioso intervallo di tempo, gettando le basi per qualcosa di nuovo. Un progetto che sappia rispondere ai gravi problemi nazionali dandogli allo stesso tempo un respiro europeo. Una visione che sappia coinvolgere la maggior parte delle persone, che non escluda nessuno, che sappia restituire credibilità alla politica. Perché la prossima volta, sul Time, in copertina, non voglio vedere un italiano. Voglio vederci l’Italia intera.
 

La bellezza della monotonia

La provocazione del primo ministro sulla monotonia del posto fisso stimola a rifletterre sulle incertezze del mercato del lavoro nel presente, sia per i giovani che faticano ad accedervi e a orientarsi, sia per le situazione anch’esse drammatiche di chi ne esce traumaticamente, e si trova spiazzato in un contesto generale che è ormai profondamente cambiato. Personalmente le affermazioni di Monti appartengono alla mia storia personale, dato che ho scelto un percorso lavorativo che mi stimola a ogni passaggio, proprio per evitare la monotonia e la metodicità, ma anche perchè la prospettiva fluida del mercato del lavoro è l’unica che ho conosciuto e con la quale mi sono confrontato. Ma in una situazione di emergenza, dove il lavoro non c’è, un giovane su 3 è disoccupato e andiamo verso la recessione, è una provocazione che non possiamo accettare. L’atomizzazione dei contratti, la divisione tra garantiti e non garantiti, la mancanza di un paracadute per chi si trova in difficoltà, ci impongono urgentemente una riforma del lavoro più equa, che possa superare le storture dell’attuale sistema. In questa situazione di crisi ben venga la monotonia del posto fisso, la noia della ripetitività, ma con la possibilità di costruirsi un futuro. Molto meglio dell’angoscia di non avere una prospettiva, l’affanno di cercare continuamente un nuovo posto, l’inquietudine che qualcosa possa andare storto, la sofferenza di lavorare per il quotidiano, preoccupandosi di come arrivare a fine mese. Non possiamo schierarci su questo, tra chi preferisce la monotonia, con i suoi pregi e i suoi difetti o chi vuole essere più dinamico. Bisogna dare possibilità di scelta. E al momento non c’è.

Nel dialogo che si sta svolgendo sulla riforma del lavoro deve essere prioritario il superamento di questo dualismo e la proposta Boeri-Garibaldi va in questa direzione: salario minimo garantito, contratto unico, flessibilità iniziale.

Molti si stanno complimentando della monotonia di questo governo, rispetto alla politica-spettacolo di quello precedente. Ecco, questa è l’unica monotonia che possiamo accettare.

 

Innamorarsi della democrazia

Mario Monti, ieri ospite da Fazio a “Che tempo fa”, ha sorpreso molte persone. Possiamo disperarci per la dura manovra che ha imposto, possiamo lamentarci delle sacche di disuguaglianza che non ha cercato di eliminare nell’ultima manovra, possiamo non condividere alcune impostazioni politiche che vuole dare, ma il Presidente del Consiglio ieri in televisione (ma non solo) è riuscito a ridare senso a una parola che credevamo ormai nascosta sotto le coperte di un letto, smarrita per colpa di una politica-circo: credibilità.
Mentre rispondeva a Fazio si poteva percepire quale razionalità c’era dietro ogni passo del Governo, una sincerità ormai dimenticata in politica. Le parole dette con franchezza, quel parlare-vero che ricordava Barbara Spinelli in un recente articolo per Repubblica. Non provava a fregarci.
Ma c’è un passaggio che trovo straordinario, sia come cittadino che come consigliere comunale:
“Io provo pena per i politici che sono così trattati male dalla opinione pubblica. Il mio compito è anche favorire una riconciliazione tra la classe politica e i cittadini. Anche io mi considero parte dell’opinione pubblica, e tutti dobbiamo riflettere e dire: ’siamo sempre pronti a dare la colpa ai politici, ma io cittadino sto facendo il mio dovere per fare crescere l’Italia?”, che ricorda un po’ il kennedyano “Non chiederti cosa può fare lo Stato per te, ma chiediti cosa puoi fare tu per lo Stato”.
Come democrazia rappresentativa scegliamo i nostri politici, che hanno una volontà popolare. Ma dopo che ho votato, cosa faccio per la mia comunità?
Oggi è uscito il 14°sondaggio Demos-La repubblica sulla fiducia nelle Istituzioni. Come si sospettava c’è una “recessione” nella fiducia dei valori della democrazia: partiti, Parlamento, Unione europea sono a livelli minimi. Ma la democrazia è partecipazione, informazione, trasparenza. Altrimenti è una “finta” democrazia, una democrazia oligarchica, elitaria. Compito dei politici è ridare credibilità e speranza alla politica, compito degli italiani è innamorarsi della democrazia.

Decreto Salva-Italia, un nome geniale

Monti è un genio. L’ultima faticosa manovra economica è stata chiamata Decreto Salva-Italia. Nemmeno Berlusconi avrebbe trovato un nome migliore, lui che con le parole ha costruito un impero. Come ad esempio l’uso dell’espressione “scudo” fiscale invece di condono, che ha assunto un valore giustamente negativo.
Come si fa votare contro un decreto salva-Italia?
Solo la Lega potrebbe…
Che Monti abbia superato il maestro Berlusconi?

[Manovra] Commento a caldo, caldissimo

Questo è il mio commento a caldo:

Commento a freddo:
Che si dovevano fare sacrifici si sapeva. Che tutti sarebbero stati scontenti si sapeva. Che non poteva essere una manovra di “sinistra” si sapeva. Resta il fatto che manca una giustizia di fondo, ovvero cercare di far pagare chi ha pagato meno. Con l’aumento dell’IVA e la riforma delle pensioni si colpiscono tutti. Bene l’ICI,l’imposta sul lusso e lo sconto per l’aziende con donne e giovani. Inoltre se è costituzionale far pagare di più i capitali che hanno usufruito del condono,l’1,5% mi sembra una barzelletta. Poco sul versante evasione (c’è necessità di riforme strutturali). Vediamo con i tagli alle Province che succede.
Il triangolo crescita, rigore ed equità non è proprio equilatero. Ma ora c’è il passaggio alla Camera e al Senato. I parlamentari dimostrino che la democrazia conta ancora, che non c’è totale subalternità al governo e che la manovra si può migliorare, con proposte e disegni di legge, ma senza veti incrociati o ostruzionismi. Dopotutto siamo ancora una democrazia parlamentare, no?

Tra un disastro e l’altro, caro Monti ti scrivo, così mi distraggo un po’

Da quando si è insediato Mario Monti al governo non c’è stato giorno senza che apparisse una lettera destinata a lui. Ricercatori, industriali, innovatori, confederazioni, precari, amministratori e molte altre categorie, ansiosi di raccontare i loro problemi, hanno scritto i loro dubbi, le loro speranze, le loro proposte in forma di lettera e l’hanno inviate al Primo Ministro, novello Babbo Natale. Ma in questo Natale non ci saranno buoni e cattivi. Tutti faremo sacrifici (anche se ovviamente mi auspico che a farli siano quelli che ne hanno fatti meno) e le belle letterine rimarranno solo parole, in attesa che vengano ascoltate e rielaborate dai soggetti politici che si scontreranno alle prossime elezioni.
Ma in questa effervescenza epistolare voglio esserci anche io, dare il mio modesto contributo:

Caro on.Monti,
secondo Lei è normale avere ancora paura delle piogge? Fino a quando bisognerà pagare con vite umane la non curanza verso il territorio?
Buon Lavoro,
Marco

Altro che default politico. Il governo Monti non è tecnico

Default politico. Così in tanti hanno definito il governo di Monti, composto da soli tecnici. Ma non poteva essere altrimenti. In seguito alla decisione di Silvio Berlusconi di rassegnare le dimissioni, il Capo dello Stato Giorgio Napolitano aveva tre scelte davanti: la prima era quella di riaffidare l’incarico a un esponente della maggioranza, ma con la consapevolezza che difficilmente avrebbe avuto la fiducia, visto lo sfaldamento del PDL e la contrarietà delle opposizioni. Un governo Alfano o Letta avrebbe riproposto gli stessi problemi dell’esecutivo di Berlusconi, con numeri risicati e sfiducia dei mercati. La seconda scelta di Napolitano sarebbe stata quella di sciogliere le camere e andare a elezioni immediate. Ma se perfino Berlusconi, con la sua superbia e arroganza, ha dovuto fare un passo indietro di fronte alla furia dei mercati, non ci vuole un grande professore di economia per capire che due mesi d’incertezza, senza nessuno a governare, avrebbero potuto dire game over per l’Italia. La Spagna è un caso diverso, perchè anche se Zapatero ha anticipato le elezioni, è sempre stato lui a capo dell’esecutivo, dando comunque una parvenza di solidità allo Stato.
E poi saremmo andati a votare con questa legge elettorale? No, anche questa decisione avrebbe avuto conseguenze peggiori.
Restava la terza scelta, un governo di una persona esterna alla politica italiana, che conosce le dinamiche europee, che potesse restituire fiducia ai mercati. Mario Monti era il primo della lista con queste prerogative.
L’ex commissario europeo ha formato una squadra di soli tecnici (per veti incrociati dei partiti?): 3 donne in ministeri chiave (non si era mai visto), banchieri, rettori, avvocati, prefetti. Come dice Giannini oggi su Repubblica, “l’élite” dei tecnici. Ci sono opinioni contrastanti su questa scelta e la preoccupazione maggiore è che la democrazia e la politica ne risultino sconfitti. Attenzione, la sovranità del popolo è e rimane nel Parlamento eletto democraticamente nel 2008, che deve dare la fiducia a questo governo. Sarà impossibile lavorare per Monti e i suoi ministri senza un dialogo serrato con i partiti che hanno il “cerino in mano” su ogni votazione. Sarà impossibile presentare anche una sola legge senza mediazioni, discussioni o compromessi. Non può esistere quindi semanticamente un governo tecnico, ma solo un governo di tecnici, che viene legittimato o no dal voto della Camera e del Senato, dove la politica regna sovrana.
E qui sta la questione. Per 4 anni abbiamo fatto i conti con le “bizzarrie” del Parlamento. Colpi di scena, tradimenti, storie d’amore. Abbiamo conosciuto i vari Scilipoti, Milanese, Papa, Tedesco, Bisignani, Calearo, Moffa, Siliquini, Cesareo, Villari e molti altri. Siamo proprio sicuri che si lasceranno annullare? Che metteranno da parte ambizioni e potere in nome della responsabilità? Che si faranno additare di aver fatto scelte impopolari approvando le riforme difficili, perdendo consenso?
Non lo so, ma non sono ottimista. Altro che governo tecnico. La politica è ancora la padrona indiscussa. Siamo nelle mani dei soliti (putruppo non ignoti). Sapranno essere all’altezza del nuovo governo?
Ecco più che un default della politica, mi aspetto un default dello spettacolo, con Mario Monti che lentamente e senza danni chiude la tendina su questo orribile ventennio.