E se oggi non fosse il primo Maggio?

Oggi si festeggiano i lavoratori e dappertutto (sia online che offline) ovviamente si parla dell’alto grado di sofferenza che imperversa nel paese, lasciando un sapore agrodolce ai vari festeggiamenti. E se oggi non fosse il primo Maggio? Il perché ce lo spiega brillantemente Ernesto Maria Ruffini:

Oggi è il 30 aprile e mezzo. Non è il primo maggio, non ancora. Anche per quest’anno il primo maggio salterà.
[...]
Non lo è perché nel nostro paese, dal primo gennaio a ieri, sono morti 159 lavoratori sul luogo di lavoro.
Non lo è perché nel nostro paese ci sono più di due milioni di disoccupati e oltre 250 mila lavoratori in cassa integrazione.
Non lo è, perché per non farci mancare nulla, nel nostro paese ci sono anche gli “esodati”, tecnicamente parlando.
Non lo è perché in molti hanno addirittura smesso di cercarlo, il lavoro.
Non lo è perché l’Italia è stata fondata sul lavoro, ma dopo essere stata fondata ha poi lentamente smesso di crescere e di svilupparsi sul lavoro.
Non lo è perché gli italiani che si contano sulle dita di due mani detengono una ricchezza pari alla “povertà” di tre milioni di italiani.
Non lo è perché la ricchezza e il privilegio sono tornati ad essere il sogno dei più, quando il nostro sogno avrebbe dovuto essere il lavoro per contribuire al benessere sociale di tutti.
[...]

Fanno bene i lavoratori ad affidare ai giudici la tutela dei loro diritti?

La controproposta PD sull’art.18 è questa: introdurre il giudice anche per i licenziamenti economici, per valutare se le motivazioni addotte da parte delle aziende hanno una attinenza alla realtà.

Ma, fanno bene i lavoratori ad affidare ai giudici la tutela dei loro diritti? Secondo un recente reportage di lavoce.info (3 Marzo) non è che ne esca un quadro chiaro. I tempi dei procedimenti giudiziari variano moltissimo da città a città (si va dai 200 giorni di Torino ai 429 di Roma). E varia in modo estremo, da giudice a giudice, la percentuale di volte in cui viene data ragione al lavoratore o al datore di lavoro. Insomma, una vera lotteria. Molto costosa per le aziende, e non troppo conveniente neanche per i lavoratori.

Gli economisti concludono il loro articolo con queste riflessioni:

Forse i lavoratori e i sindacati pensano che sia meglio andare dal giudice solo perché non hanno mai visto questi numeri. Ma la nostra impressione è che questo stato di cose serva solo ad arricchire gli avvocati e costringa i giudici ad occuparsi di controversie che potrebbero benissimo essere risolte in altro modo: ad esempio stabilendo un prezzo adeguato per la possibilità di licenziare, quando ovviamente il motivo non sia discriminatorio e il lavoratore non abbia commesso colpa grave.
In ogni caso, se davvero la disciplina attuale dei licenziamenti fosse posta a protezione di un diritto fondamentale della persona, come può ammettersi che questa protezione sia affidata alla roulette russa che si attiva con l’assegnazione casuale dei processi a giudici così diversi tra loro per tempi e orientamento della decisione?

E se spostassimo il “peso” della riforma dai lavoratori al tribunale? Non è che per attirare gli investimenti e le imprese dall’estero e per tutelare i diritti dei lavoratori abbiamo bisogno urgentemente di una riforma della giustizia, per renderla più snella, più veloce ed efficiente?

Ma la fine del precariato?

Non ci siamo. La trattativa per trovare un accordo sulla riforma del mercato del lavoro si è rotta sulla flessibilità in uscita, il famoso Art.18 che tiene banco nella discussione pubblica da almeno 10 anni. A niente sono servite le parole di Napolitano e di Bersani per far ragionare le parti. Il Primo Ministro Monti è stato chiarissimo: “Basta con i veti”. E la discussione, a meno di eclatanti sorprese, dovrebbe passare al Parlamento dove a soffrire sarà il PD, incastrato tra il sostegno al governo e il suo “rapporto” privilegiato con la CGIL. Ne parleremo ancora.
Quello che mi preoccupa di più è il totale silenzio sull’altro tipo di flessibilità, quella in entrata, che ha creato il drammatico fenomeno della precarietà. Un silenzio che fa temere una “non-riforma” su questo versante. Infatti ieri il ministro Fornero si è limitata a dire che ”il contratto di lavoro a tempo indeterminato diventa quello che domina sugli altri per ragioni di produttività e di legame tra lavoratori e imprese. Vincoli stringenti ed efficaci saranno posti sui contratti intermittenti e su quelli a progetto”. Ma questi “vincoli stringenti ed efficaci” sono ancora nel buio. E la lotta ai 40 e più contratti di lavoro? E la tanto promessa fine del dualismo dei lavoratori( precari “sfruttati” e lavoratori “garantiti”)?
Gli unici correttivi annunciati sembrano una presa di giro: “sarà prevista una maggiorazione dell’1,4% sui contratti a termine, ma in caso di assunzione definitiva parte di questo costo sarà restituito all’azienda”.

Sono ancora fermamente convinto che la proposta di Boeri-Garibaldi sia la migliore soluzione:  contratto unico, sussidi di disoccupazione, reddito minimo di cittadinanza. 
Posso capire le battaglie sull’ Art.18 e cercare di saperne di più. Ma non posso giustificare il silenzio sulla lotta alla precarietà, che rende fragile e instabile il futuro dei giovani. Eppure la riforma del lavoro la dovevamo fare per loro, no?

Il piacere di lavorare

Aumentare ore lavorative per aumentare la produttività. Questo è il mantra che sentiamo spesso: “ce lo chiede l’Europa”, “bisogna raggiungere i tedeschi”, “siamo troppo pigri”. Due giorni fa è stato il turno di Visco, Governatore della Banca d’Italia, a dirci che “bisogna lavorare più ore”. Lo stereotipo dell’italiano furbo e pigro è difficile da cancellare. Anche per questo i cittadini tedeschi non vogliono “aiutarci”, evitando di sostenere politiche di supporto, negando quello spirito europeo che hanno contribuito a creare in passato.
Ma è proprio così? Siamo davvero “fancazzisti”? I lavoratori sono i responsabili della crisi italiana?
L’Eurostat (la banca dati UE) riporta che nel periodo 2009-2011 gli italiani nel mondo del lavoro a tempo pieno, pubblici e privati, hanno lavorato una “pigra” media di 38 ore settimanali, a fronte di un “robusto” 35,7 per gli industriosi tedeschi .
Allora forse il problema non è la quantità di lavoro, ma la qualità. Che dipende da altri fattori: burocrazia immobile, giustizia inefficiente, scarsa formazione imprenditoriale, pochi investimenti.
Come si può legare tutta la tematica del lavoro solo sull’art.18 e non fare finalmente una vasta scala di interventi che possono ribaltare la situazione, dalla quantità alla qualità: superamento del precariato, formazione continua, sostegno serio all’occupazione giovanile e femminile, democratizzazione dei processi decisionali sul posto di lavoro. Di questo voglio discutere, anche se è più difficile.

Il lavoro migliore non è quello che ti costerà di più, ma quello che ti riuscirà meglio diceva Sartre. Migliorare la qualità  e la soddisfazione dei lavoratori potrebbe portare a livelli di produzioni impensabili. Ma sarebbe una rivoluzione.

 

La bellezza della monotonia

La provocazione del primo ministro sulla monotonia del posto fisso stimola a rifletterre sulle incertezze del mercato del lavoro nel presente, sia per i giovani che faticano ad accedervi e a orientarsi, sia per le situazione anch’esse drammatiche di chi ne esce traumaticamente, e si trova spiazzato in un contesto generale che è ormai profondamente cambiato. Personalmente le affermazioni di Monti appartengono alla mia storia personale, dato che ho scelto un percorso lavorativo che mi stimola a ogni passaggio, proprio per evitare la monotonia e la metodicità, ma anche perchè la prospettiva fluida del mercato del lavoro è l’unica che ho conosciuto e con la quale mi sono confrontato. Ma in una situazione di emergenza, dove il lavoro non c’è, un giovane su 3 è disoccupato e andiamo verso la recessione, è una provocazione che non possiamo accettare. L’atomizzazione dei contratti, la divisione tra garantiti e non garantiti, la mancanza di un paracadute per chi si trova in difficoltà, ci impongono urgentemente una riforma del lavoro più equa, che possa superare le storture dell’attuale sistema. In questa situazione di crisi ben venga la monotonia del posto fisso, la noia della ripetitività, ma con la possibilità di costruirsi un futuro. Molto meglio dell’angoscia di non avere una prospettiva, l’affanno di cercare continuamente un nuovo posto, l’inquietudine che qualcosa possa andare storto, la sofferenza di lavorare per il quotidiano, preoccupandosi di come arrivare a fine mese. Non possiamo schierarci su questo, tra chi preferisce la monotonia, con i suoi pregi e i suoi difetti o chi vuole essere più dinamico. Bisogna dare possibilità di scelta. E al momento non c’è.

Nel dialogo che si sta svolgendo sulla riforma del lavoro deve essere prioritario il superamento di questo dualismo e la proposta Boeri-Garibaldi va in questa direzione: salario minimo garantito, contratto unico, flessibilità iniziale.

Molti si stanno complimentando della monotonia di questo governo, rispetto alla politica-spettacolo di quello precedente. Ecco, questa è l’unica monotonia che possiamo accettare.

 

La crisi italiana è colpa dei lavoratori?

Lo stereotipo dell’italiano furbo e pigro è difficile da cancellare. Anche per questo i cittadini tedeschi non vogliono “aiutarci”, evitando di sostenere politiche di supporto, negando quello spirito europeo che hanno contribuito a creare in passato.
Ma è proprio così? Siamo davvero “fancazzisti”? I lavoratori sono i responsabili della crisi italiana?
Su social europe journal prova a rispondere John Weeks. Traduco un lungo estratto per i non anglofili:
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo letto che i problemi economici di un paese sono il risultato di capitalisti che volevano troppo profitto? Questa domanda mi venne in mente quando lessi un articolo di Phillip Inman (The Guardian 5 Novembre 2011) che raccontava di come la crisi del debito italiano si sta verificando in quanto:”…negli ultimi 10 anni i lavoratori italiani sono pagati di più rispetto ai loro equivalenti tedeschi per fare meno lavoro, meno produttivo … “.
L’Italia è nei guai a causa di ingordi, di lavoratori pigri e troppo pagati. Nel contesto di questo comportamento irresponsabile della classe operaia, ci si aspetterebbe di andare a vedere le statistiche e scoprire che i costi salariali in Italia siano aumentati “negli ultimi 10 anni” più velocemente di quelli della Germania, la casa del duro lavoro e della disciplina dei dipendenti.
Ahimè, si potrebbe rimanere delusi, come indicato nella tabella qui sotto. Nel 1997 il costi unitario del lavoro in Italia è pari a circa l’ottanta per cento di quello in Germania, e dieci anni dopo, erano ugualmente circa l’ottanta per cento. Attraverso la fine degli anni 1990 e primi anni 2000 il rapporto è diminuito in realtà, prima di tornare a poco più di quattro quinti.
Ma, naturalmente, anche se gli italiani non sono stati pagati di più, essi non avrebbero dovuto esserlo perché sono abituati a “fare meno lavoro”. Anche in questo caso, le statistiche deludono, perché l’Eurostat (la banca dati UE) riporta che nel periodo 2009-2011 gli italiani nel mondo del lavoro a tempo pieno, pubblici e privati, hanno lavorato una “pigra” media di 38 ore settimanali, a fronte di un “robusto” 35,7 per gli industriosi tedeschi (vedi fondo della tabella).
Nel contesto delle informazioni riportate nella tabella, si può chiedere come è possibile che un giornalista di un rispettabile giornale possa fare una tale argomentazione palesemente fallace sui lavoratori italiani? In una certa misura può essere spiegata con gli stereotipi nazionali: gli europei del nord sono disciplinati e operosi, mentre ai tipi del Mediterraneo manca l’etica del lavoro preferendo sedersi nelle taverne e bere quando dovrebbero essere sul posto di lavoro. Questo argomento è stato fatto lo scorso anno per i lavoratori greci, che, come i loro colleghi italiani, hanno orari più lunghi e una retribuzione inferiore di quelli della Germania (cfr. Eurostat).
Ma stiamo assistendo a qualcosa di più forte dei pregiudizi nazionali. I problemi dell’euro, tra cui la crisi del debito italiano, sono il risultato diretto della crisi finanziaria internazionale del 2007-2008, causata dal comportamento sconsiderato di alcune istituzioni finanziarie private negli Stati Uniti dopo quasi tre decenni di deregolamentazione irresponsabile da parte dei governi repubblicani e democratici. In altre parole, i problemi del debito italiano derivano dal comportamento delle banche e il fallimento dei leader europei nel fare il loro lavoro di controllo di quel comportamento. Il rimedio più ovvio è il controllo rigoroso da parte del Parlamento europeo del settore finanziario privato, per imporgli una disciplina che non applicherà mai su se stesso.
Per evitare questa soluzione scontata, le banche e i loro simpatizzanti nei governi, i media e il mondo accademico generano una narrativa alternativa: i problemi che abbiamo di fronte sono il risultato di lavoratori avidi e pigri che sono pagati troppo e per troppo poco lavoro. Quindi bisogna tagliare salari e benefici e utilizzare il “risparmio” per pagare gli interessi ai banchieri.

Si tratta di una narrazione potenzialmente potente, perché credendo in questa tesi implica che noi, i non-ricchi d'Europa, il 99% come ci chiamerebbero gli occupanti di Wall Street, bisogna rifiutare qualsiasi sentimento o responsabilità di solidarietà oltre i nostri confini nazionali. La fonte della crisi del debito è il popolo greco, non le banche. Questa implicazione è abbastanza specifica nel caso della Germania, dove il governo assicura la classe operaia e media che non perderanno il loro sudato reddito per aiutare i pigri Greci ( o italiani, spagnoli, irlandesi, portoghesi, ecc, ecc.)
L'austerità del lavoro e la cosiddetta riforma del mercato provengono da un racconto falso che incolpa le vittime e premia i colpevoli. Noi, gli europei del 99%, bisogna abbracciare una narrazione valida, la verità della colpevolezza delle banche e la solidarietà in risposta ad essa. Questa narrazione prevede una soluzione completa per salvare i paesi europei. Questa soluzione è il controllo rigoroso delle banche e della finanza, tra cui forse un sistema di emergenza di controllo pubblico in previsione di una riforma radicale del sistema finanziario. Cattive politiche negli Stati Uniti e in Europa hanno "rotto" la finanza, e il 99% può forzare nuove politiche per risolvere il problema.
I governi democratici metteranno in atto politiche a vantaggio del 1% o del 99%?

Tra Boeri e Fassina scelgo la ragione

Ieri è scoppiato il caso Fassina nel PD. La fantomatica componente “liberal”, ha chiesto de dimissioni di Stefano Fassina, responsabile economia del Partito democratico. Vengono criticate le sue posizioni contrarie alle raccomandazioni dell’Europa in termini di lavoro. Questa lettera ha fatto riesplodere le contraddizioni all’interno del partito. E’ ritornata la politica del tifo, con persone schierate con Fassina, altri con Ichino, altri ancora con Boeri. Queste divergenze sicuramente alimentano confusione. Si discute più di chi supporta chi e non si parla di come divergono le singole proposte. Risultato? Non si riesce a far capire qual è la nostra posizione sul lavoro?
Ecco fatemi un favore, date un’occhiata a quest’ottimo riassunto e fatevi la vostra opinione. Con la disoccupazione che avanza, soprattutto quella giovanile (1 su 4 non lavora), non possiamo perdere altro tempo.
Io non mi schiero e chiedo maggiore coraggio. Evitare di parlare di persone, ma cercare di entrare nel merito.
Papa Paolo VI diceva che il lavoro è umano solo se resta intelligente e libero. Bene, lo deve essere anche la discussione sul lavoro. Per ora non è così.

C.c 23 Giugno – Visita ai cantieri navali di Pisa

Ieri dopo una discussione interna su come migliorare l’efficienza del consiglio, siamo andati in visita ai cantieri navali di Pisa, una realtà di eccellenza che sta vivendo un momento drammatico. 60 lavoratori sono da un anno in cassa integrazione, senza una prospettiva per l’avvenire. Oscuro e incerto è infatti il destino della proprietà ed è necessario che le istituzioni promuovano tavoli di trattativa chiari.
Da parte nostra abbiamo votato un documento che impegna il sindaco e la giunta “a farsi promotore presso la Regione Toscana per la convocazione di un tavolo interregionale per cercare di riaprire il confronto tra le parti interessate al fine di garantire la continuità storica del Cantiere di Pisa e degli altri siti produttivi interessati”. Inoltre si dice da un lato di “attivare iniziative tese a sollecitare risposte trasparenti, unite a un piano industriale per un’immediata ripresa produttiva e il mantenimento della forza occupazionale” e dall’altro “di intraprendere contestualmente tutte le iniziative necessarie per la risoluzione delle problematiche del sito produttivo e per la ripresa della produzione, compreso l’impegno in società partecipate direttamente”.

Sperando in una risoluzione positiva, quello che ieri mi ha colpito del discoso dei lavoratori è il sentimento di appartenenza al marchio, al luogo di lavoro. C’è un sentimento profondo che li lega ai Cantieri Navali e credo che farebbero sacrifici non richiesti per il bene e lo sviluppo economico del posto di lavoro.
Questo mi fa riflettere sull’opportunità di insistere su percorsi virtuosi dove i lavoratori sono parte attiva, sia nei consigli di amministrazione sia come azionisti e/o possessori di quote nell’azienda. Ci sono tanti esempi virtuosi in Italia e da altre parti, basta un minimo di coraggio.

“Felice colui che ha trovato il suo lavoro; non chieda altra felicità” (Thomas Carlyle)

Per la serie “non c’è opposizione” ecco la sintesi delle proposte PD sul lavoro, uscite dalla conferenza nazionale dello scorso weekend. Vanno sicuramente confezionate meglio, per essere più digeribili e condivisibili, ma sono un punto di partenza, no? (il grassetto è mio)

1. Un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile sostenuto dall’Europa.
L’occupazione delle donne e dei giovani deve diventare una priorità per l’Unione Europea e deve diventarlo per l’Italia. L’Europa deve supportare gli investimenti pubblici e privati per l’occupazione, l’ambiente e l’innovazione, con l’emissione di eurobonds.
Per l’Italia è necessario un Progetto Nazionale per l’occupazione giovanile e femminile che deve prevedere l’equiparazione del costo e delle tutele di tutte le forme contrattuali, misure fiscali e politiche sociali di vantaggio per donne lavoratrici e giovani.

Nessun contratto di serie B. Investire sulla creazione di posti di lavoro. Combattere la dilagante disoccupazione giovanile (uno dei peggiori dati in Europa, 1 ragazzo su 4 è inattivo)

2. Legalità del lavoro e lavoro migrante.
Il contrasto al lavoro nero e irregolare è presupposto fondamentale per uno sviluppo fondato su regole minime di civiltà, e per la sicurezza nei luoghi di lavoro e nelle comunità. Il PD ha promosso una iniziativa legislativa nel Parlamento italiano ed in quello europeo per il perseguimento del reato di caporalato e di ogni forma di sfruttamento del lavoro. E si impegna a cancellare la vergogna della detenzione nei CIE.

Contro gli stronzi che non vogliono i migranti e poi li sfruttano per pochi euro il giorno. Chi si è scordato di Rosarno?


3. Il Mezzogiorno come questione nazionale.
L’emergenza della disoccupazione giovanile e femminile assume dimensioni più gravi nel Mezzogiorno.
Pensare la questione meridionale come questione nazionale, è una condizione essenziale per una valutazione realistica dello stato dell’Italia.

Aiutando il Meridione cresce anche il Nord e tutto il resto d’Italia. Il Mezzogiorno ha un potenziale da far esplodere, basta che la miccia non sia bagnata o troppo fragile.


4. Modello contrattuale e partecipazione.
Il modello centrato sul contratto nazionale di lavoro va riformato, ma il contratto nazionale resta uno strumento irrinunciabile per garantire la tutela del lavoro e regolare la competizione. I contratti nazionali vanno drasticamente ridotti di numero e alleggeriti per materie regolate. Il secondo livello di contrattazione va valorizzato ed esteso, come strumento di qualificazione delle specifiche condizioni produttive e di miglioramento delle retribuzioni, ma non può vanificare il contratto nazionale.
Per promuovere la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese e la democrazia economica il PD ha presentato proposte di legge per il pieno riconoscimento dei diritti d’informazione e consultazione dei lavoratori, l’istituzione di comitati consultivi permanenti, la promozione del sistema dualistico di governance aziendale (Consiglio di sorveglianza e consiglio di amministrazione) con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori nei consigli di sorveglianza.

Superamento del precariato in favore di una flessibilità a tutele progressive. Nuove forme di partecipazione alle decisioni e agli utili dell’azienda/impresa. Diminuzione del divario degli stipendi.


5. La rappresentatività sindacale.
La regolazione della rappresentanza e rappresentatività sindacale è essenziale per garantire la democrazia nei luoghi di lavoro e il pieno coinvolgimento dei lavoratori nella validazione dei contratti secondo i principi dell’accordo Cgil, Cisl e Uil del 2008 e sulla base delle regole vigenti nel pubblico impiego. È urgente definire queste regole per soddisfare due requisiti: garantire l’efficacia degli accordi attraverso la certificazione della rappresentatività; garantire l’elezione delle Rappresentanze sindacali unitarie da parte di tutti i lavoratori e la piena agibilità sindacale anche per le organizzazioni non firmatarie degli accordi.

Per attrarre grandi imprese da noi bisogna tutelarle circa il rispetto degli impegni presi dalle organizzazioni dei lavoratori. Queste garanzie possono essere fornite da un sindacato unito oppure da una legge sulle rappresentanze sindacali che attribuisca al sindacato maggiormente rappresentativo in azienda, ai delegati eletti dai lavoratori, l’autorità di sottoscrivere accordi vincolanti per tutti. I lavoratori dovranno rispettarne i contenuti. Se poi l’accordo si è rivelato per loro insoddisfacente, sceglieranno altri rappresentanti alla prossima tornata elettorale.Un sindacato non può restare perennemente all’opposizione. Può farlo un partito politico, a vocazione minoritaria. Ma non certo un sindacato. Tito Boeri

Buon Primo Maggio.

Oggi si festeggia il 1° Maggio. Dedicato a quando il lavoro era fonte di vita, riferimento dell’identità, motivo di orgoglio. Mentre oggi l’evento sindacale più significativo e partecipato, per celebrare il Primo Maggio, non è una manifestazione rivolta ai lavoratori. Ma il tradizionale concertone rock che si svolge in Piazza San Giovanni, a Roma. O quest’anno la beatificazione del precedente Papa.

Olivia Picchi scrive:

Nella giornata della festa del lavoratore un pensiero va ai tanti giovani precari che non hanno la possibilità di programmare il loro futuro; a tutti coloro che stanno rischiando il loro posto di lavoro o che l’hanno perso per la mancanza di una politica economica governativa; ai martiri di oggi che hanno perso la loro vita perché lavoravano in ambienti non sicuri; a tutti coloro che continuano a lottare perché credono nel bene comune.

Ogni tanto è utile ricordarci qual è la vera emergenza.