La spending review (ma chiamarla revisione di spesa era troppo poco “fico”?) è finalmente decreto. Finalmente vedremo spazzati via gli sprechi, premiato il merito e bla bla bla…
Pensiamo alla grande notizia che viene dal mondo della ricerca, comunicata nel corso della settimana, la scoperta del bosone di Higgs, detto brutalmente “lo sciroppo viscoso che tiene attaccate tutte le particelle“.
“Tecnicamente” a cosa serve? Ci farà abbassare lo spread? Ridurrà i rischi della speculazione finanziaria? No..e allora una delle più grandi scoperte scientifiche del decennio (e forse più) diventa uno spreco da tagliare. Infatti nella spending review i centri di ricerca perdono 210 milioni, colpendo anche l’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare), che ha contribuito significativamente alla scoperta del bosone. Paradossalmente neanche 24 ore prima il Presidente Giorgio Napolitano aveva scritto la sua lettera di ringraziamento agli scienziati italiani coinvolti nel progetto. Se questo significa premiare il merito gli altri enti di ricerca non pubblicheranno più niente e rimanderanno al mittente ogni lettera proveniente dal Quirinale!
Se “tecnicamente” i tagli sono distribuiti in modo abbastanza uniforme (e anche lineare) su tutti i ministeri non si capisce perché questo non possa farlo anche un governo con un’identità politica chiara e precisa. ma che ha la facoltà di decidere sui tagli, a volte anche in maniera sbilanciata: se l’obiettivo non è colpire gli sprechi e premiare il merito, come abbiamo tragicamente visto, voglio che sia un partito, o una coalizione, a decidere chi “punire” o chi “salvare” prendendo decisioni politiche in linea con i propri ideali. Se l’obiettivo è fare cassa un governo “politico” avrebbe potuto evitare i tagli alla ricerca inserendo una patrimoniale o colpendo Ministeri considerati “diversamente fondamentali” come quello della Difesa. Il saldo sarebbe rimasto invariato, ma la volontà politica sarebbe stata chiarissima. Premiare merito, ricerca, innovazione, futuro e università. Che a punire tutto questo sia un “governo di professori” è veramente assurdo.
Tentando un paragone forzato, Monti assomiglia un po’ alla particella di Higgs, il collante tra diverse particelle più o meno grosse, che hanno la natura di andare in altre direzioni. Anche noi abbiamo scoperto cosa sia la “particella Monti”: la cruda e dura realtà dei sacrifici dopo anni di illusioni e bugie. Ma non possiamo fermarci qui. Un Monti bis renderebbe le altre particelle ancora più statiche e ingovernabili.
Ogni esperimento scientifico porta a nuove scoperte e a successivi approfondimenti. Infatti si dice che la scoperta della particella di Higgs possa gettare luce sul mistero della materia oscura.
Nella ricerca bisogna essere curiosi, andare oltre, non fermarsi alle prime valutazioni scientifiche.
Nel 2013 il PD dovrebbe scindere “la particella Monti” e finalmente ricercare qual è la nostra vera natura, in quale direzione siamo diretti, come possiamo unirci alle altre entità. Altrimenti c’è il serio rischio di restare un’impenetrabile, misteriosa, multiforme massa di materia oscura.
E poi, come diceva Platone, “una vita senza ricerca non è degna per l’uomo di essere vissuta“.
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La vera #crisi, è la crisi dell’incompetenza
Calabresi è un grande giornalista. E’ un “pittore” che usa le parole come colori e il giornale come quadro. E il suo ultimo editoriale sulle parole di Prandelli e il parallelismo con l’Italia è un’opera d’arte da leggere e incorniciare.
Quello che mi ha colpito di più è la citazione a conclusione del pezzo, “rubata” al grande Albert Einstein. E non c’è da stupirsi, perché oltre a essere ricordato come un grande fisico, lo scienziato era anche un filosofo. E nel libro «Il mondo come io lo vedo» si possono trovare riflessioni adatte ai tempi che stiamo vivendo e che dovremmo cominciare a seguire:
«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla».
#fantapolitica La storia di Alexander, professore in una Grecia uscita dall’Euro
Alexander è un professore greco. In un giorno delle prossime settimane si sveglia la mattina, prepara la colazione, accende il computer e apre la pagina web del suo giornale preferito. Una notizia campeggia a caratteri cubitali, in un drammatico rosso squillante: “si torna alla dracma, la Grecia è fuori dall’Euro”. Alexander è sconcertato, mai avrebbe creduto che l’Europa lasciasse scivolare via la Grecia, la culla della democrazia. Quando sentiva parlare di “salvare le radici dell’Europa” pensava si riferissero alla Grecia e non all’eterna lotta di un Occidente impaurito dall’avanzare dell’Est.
Alexander è stravolto, non sa cosa fare. Pensando a cosa potrà succedere con la svalutazione della dracma, corre alla propria banca per salvare i suoi pochi euro risparmiati e piazzarli altrove, ma trova una brutta sorpresa: il governo greco ha bloccato i prelievi per evitare una fuga di capitale. Impotente, completamente in balia degli eventi, Alexander vede scorrere gli eventi successivi senza poter fare niente. Il giorno dopo il ritorno della dracma c’è subito una forte svalutazione della moneta (40-70%) che abbassa drasticamente il valore dei suoi risparmi. Addio viaggi fuori dalla Grecia, troppo care le altre monete. Ma soprattutto addio alle merci estere. Con i prezzi saliti alle stelle e l’inflazione che galoppa verso il 20%, diventa proibitivo mangiare la carne, bere un caffè, scegliere la verdura. Il mutuo per la sua piccola casa diventa inaffrontabile, perché è stato contratto in euro, mentre il suo stipendio è nella svalutata dracma. Alexander deve quindi dire addio alla casa di proprietà, è tempo di trovare un altro alloggio in affitto. Di prestiti non se ne parla, le banche boccheggiano e non hanno più soldi nemmeno loro.
Riguardando a fine mese il suo già ridotto stipendio vede che le tasse sono aumentate. Ma come? Eh già caro Alexander, la Grecia non ha più accesso ai mercati ed è costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate tramite imposizione fiscale. Eppure Alexander, stimato professore di filosofia, pensava di essere al sicuro avendo trovato posto nel pubblico. Invece ecco la cruda verità: addio ceto medio, benvenuta povertà. Ma non è il solo. L’addio all’euro costerà carissimo a tutti i greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno.
Ma non sarà solo Alexander a pagare, anche Mario e José, suoi colleghi accademici, si ritroveranno coinvolti nel vortice: italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio di Atene.
La breve storia di Alexander è solo un possibile scenario (dati presi da questo articolo) dell’apocalisse politica-economica conseguente all’arrivederci della Grecia.
Un racconto possibile, che coinvolge anche noi, dato che una forza che sta riscuotendo un grande successo in Italia (il movimento di Beppe Grillo), ha nel suo programma l’uscita dalla moneta unica.
Ecco, quando esprimete le vostre simpatie per Grillo&Co pensate alle centinaia di migliaia di Alexander che realmente troverebbero la catastrofe umana e sociale in uno scenario post-euro.
Occhio a seguire gli slogan, ci abbiamo rimesso venti anni.
Grillo non è antipolitica, è antipartitismo
L’immancabile sondaggio del martedì di Ballarò rileva, oltre alla caduta di PDL e Lega, una crescita sempre più netta del Movimento 5 Stelle. Questo ha preoccupato molto i partiti che hanno accusato di “antipolitica” Grillo e i suoi seguaci. Eppure non mi sento di condividere questa affermazione. Antipolitica significa disinteresse nella gestione pubblica, indifferenza di fronte a qualsiasi scelta politica, rassegnazione di fronte al sistema attuale, freddezza nelle dichiarazioni dei leader di partito, apatia elettorale, menefreghismo dell’interesse comune. L’ascesa esponenziale del Movimento 5 Stelle è dovuto semmai al suo “antipartitismo”, che trae “succosa linfa” dagli scandali degli ultimi mesi. Il suo essere sempre e comunque contro gli attuali partiti, sfuggendo a ogni “collusione” in alleanze o coalizioni evidentemente è stata la mossa politica più azzeccata degli ultimi anni, che ora sta dando i suoi frutti. Diciamo più un demerito degli altri, che una vittoria di Grillo. E non si può parlare di antipolitica anche perché un programma il Movimento ce l’ha, e alcuni punti sono straordinariamente attuali, che solo la miopia degli altri partiti non riesce a vedere: attenzione alle libertà del web, al consumo di suolo, alla partecipazione, agli sprechi, alla trasparenza.
C’è da dire che anche il M5S ha molti problemi al suo interno, con una ridicola politica economica, una frammentazione di voci e una devozione quasi sacrale verso Grillo. Ma non solo “rubano” i voti ai partiti, gli stanno togliendo proprio le persone che servono a “riaccenderli”: i giovani, stimolati e propositivi, che sentono di poter davvero contare, di costruire qualcosa di nuovo, di trovare interesse nella politica. Eccola la materia prima che si sta drammaticamente esaurendo, con uno stillicidio che sembra non avere freno.
E per riprenderceli non dobbiamo accusarli di “antipolitica”. Basterebbe soffiargli via alcuni temi, quelli più importanti, prenderne la paternità politica e soprattutto attuarli, visto che i partiti hanno la responsabilità di governare in tutti gli enti locali italiani, dal più piccolo comune fino all’intera nazione.
Come dice Barbara Spinelli su Repubblica:
“La politica è oggi invisa, ma a lei spetta ricominciare la Storia. I movimenti antipolitici [io direi antipartitici ndr] denunciano una malattia che senz’altro corrode dal di dentro la democrazia, ma non hanno la forza e neanche il desiderio di governare. Chi voglia governare non può che rinobilitarla, la politica.
Se questo non avviene, se i partiti si limitano a denunciare l’antipolitica, avranno mancato per indolenza e autoconservazione l’appuntamento con la verità. Non avranno compreso in tempo l’essenziale: sono le loro malattie a suscitare i pifferai-taumaturghi (l’ultimo è stato Berlusconi)”
L’unico fascino del passato è che è passato (Oscar wilde)
Il 2011 è stato sicuramente un anno speciale, sia in Italia che nel mondo.
Ce lo racconta Zoro, in questo fantastico documentario satirico, che ripercorre le vicissitudini politiche di un “normale” anno italiano. Un’ora e venti di giornalismo comico, decisamente piacevole e pungente, sicuramente meglio di ogni altro speciale che potete vedere in televisione. Un “film” che meriterebbe l’uscita nelle sale:
Ma il 2011 è stato anche contrassegnato dalle insurrezioni popolari, dalle manifestazioni di protesta. Questo altro documentario, commissionato dal Forum Nuovi Linguaggi del PD, presieduto da Pippo Civati, racconta il perché molti giovani dei paesi occidentali sono scesi in piazza, alla ricerca (per ora vana), di una alternativa al capitalismo finanziario:
Buona visione!
Il coraggio di “andare a bordo”
Il coraggio non si vende e non si compra. Dalle telefonate di ieri tra il comandante Schettino e la Capitaneria di porto è emerso fortemente come ci sia stata una forte mancanza di coraggio e una fuga dai suoi doveri da parte dell’ufficiale sorrentino. Incalzato dalle parole della Capitaneria, Schettino non riusciva a trovare una giustificazione efficace per sostenere le pesanti accuse che De Falco gli stava riversando addosso. Si sentiva la voce di un uomo impaurito, terrorizzato, intimorito dal buio e sbigottito dallo stesso disastro che aveva creato. Il coraggio è la prima delle qualità umane, perché è quella che garantisce le altre, diceva Winston Churchill. E le qualità umane di Schettino sono affondate con la nave, piano piano che scoprivamo nuovi dettagli sulle cause dell’incidente.
Non biasimo la mancanza di coraggio di Schettino, che dovrà giustamente pagare per le sue inadempienze, ma nemmeno esalto le parole di De Falco, che non deve essere considerato un eroe solo perché ha svolto in maniera eccellente e ineccepibile il suo lavoro. Mi vorrei soffermare su chi sceglie i vari Schettino e De Falco, e mi ritorna in mente uno dei drammi della classe dirigente italiana: troppe volte, con eccessiva superficialità, vengono scelti profili non adatti, non per merito ma per conoscenza. Personaggi in cerca d’autore, a volte responsabili delle vite altrui, che accettano ruoli prestigiosi senza pensare minimamente alle responsabilità che comportano, che “abbandonano la nave” di fronte alle prime difficoltà. La Costa Concordia come metafora dell’Italia.
Abbiamo avuto il nostro “Schettino” al governo per troppi anni, che ci ha riempito di bugie. E’ l’ora di “andare a bordo” e guidare saldamente una grande nave che si è arenata, ma non ancora definitivamente affondata. Basta avere coraggio.
Innamorarsi della democrazia
Mario Monti, ieri ospite da Fazio a “Che tempo fa”, ha sorpreso molte persone. Possiamo disperarci per la dura manovra che ha imposto, possiamo lamentarci delle sacche di disuguaglianza che non ha cercato di eliminare nell’ultima manovra, possiamo non condividere alcune impostazioni politiche che vuole dare, ma il Presidente del Consiglio ieri in televisione (ma non solo) è riuscito a ridare senso a una parola che credevamo ormai nascosta sotto le coperte di un letto, smarrita per colpa di una politica-circo: credibilità.
Mentre rispondeva a Fazio si poteva percepire quale razionalità c’era dietro ogni passo del Governo, una sincerità ormai dimenticata in politica. Le parole dette con franchezza, quel parlare-vero che ricordava Barbara Spinelli in un recente articolo per Repubblica. Non provava a fregarci.
Ma c’è un passaggio che trovo straordinario, sia come cittadino che come consigliere comunale:
“Io provo pena per i politici che sono così trattati male dalla opinione pubblica. Il mio compito è anche favorire una riconciliazione tra la classe politica e i cittadini. Anche io mi considero parte dell’opinione pubblica, e tutti dobbiamo riflettere e dire: ’siamo sempre pronti a dare la colpa ai politici, ma io cittadino sto facendo il mio dovere per fare crescere l’Italia?”, che ricorda un po’ il kennedyano “Non chiederti cosa può fare lo Stato per te, ma chiediti cosa puoi fare tu per lo Stato”.
Come democrazia rappresentativa scegliamo i nostri politici, che hanno una volontà popolare. Ma dopo che ho votato, cosa faccio per la mia comunità?
Oggi è uscito il 14°sondaggio Demos-La repubblica sulla fiducia nelle Istituzioni. Come si sospettava c’è una “recessione” nella fiducia dei valori della democrazia: partiti, Parlamento, Unione europea sono a livelli minimi. Ma la democrazia è partecipazione, informazione, trasparenza. Altrimenti è una “finta” democrazia, una democrazia oligarchica, elitaria. Compito dei politici è ridare credibilità e speranza alla politica, compito degli italiani è innamorarsi della democrazia.
Chi contesta la manovra?
In questa Italia divisa fra tifo, bande e squadre, c’è una cosa che unisce tutti: la contrarietà alla manovra. Non piace a PDL, a IDV, alla Lega, al PD e perfino al Terzo Polo, il grande sponsor di Monti. Insomma a tutti. Ma verrà votata, con o senza equità. Con o senza crescita. Nel frattempo anche un altro economista si aggiunge alla schiera di delusi: è Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e considerato uno dei più importanti opinionisti del campo.
La sua riflessione sulla manovra Monti, tradotta da me sa un suo articolo su Social Europe Journal:
Credo che oggi in Europa “tecnocratico” sia sinonimo di “illusorio”. Guardate, più austerità non convinceranno i mercati che l’Italia va bene. Infatti, l’austerità – a meno che non
accompagnata da importanti cambiamenti politici a Francoforte (BCE, ndt)- è probabilmente controproducente, in quanto farà male all’economia italiana più di quanto non la aiuti a breve termine.
L’Italia sta affrontando una crisi immediata di liquidità e un enorme problema a medio termine in quanto cerca di regolazione per avere costi e prezzi di nuovo in linea con l’Europa centrale. L’unico modo plausibile per risolvere questi problemi è attraverso una politica molto più liberale da parte della BCE, sotto forma di acquisti di obbligazioni ora e un’implicita
volontà di lasciare correre l’inflazione un po’o per un periodo prolungato.
Gli ottimisti ci dicono che tutta questa austerità serve per fornire copertura alla BCE per fare quanto è necessario. Ma questo ora sembra sia rimasto un desiderio; gli illusi tecnocrati d’Europa apparentemente credono ancora che un altro giro di vite di austerità servirà a uscire dalla crisi.
Per dirla senza mezzi termini, la moneta unica riuscirà a resistere alla caduta dei salari, la deflazione del debito e la prolungata crisi economiche?
Krugman ci dice quello che da mesi sosteniamo con forza: senza crescita non andiamo da nessuna parte. Sopravviveremo certo, ma ai mercati piace il profitto, non l’austerity.
Presentazione “Italia ce la puoi fare” a Pisa – Sabato 17 Dicembre ore 18 SMS
Dopo l’ottima presentazione di Firenze, vorrei invitarvi al lancio pisano del libro, che si svolgerà Sabato 17 Dicembre alle 18 al bellissimo centro espositivo di SMS sul viale delle Piagge.
Non sarà la solita presentazione noiosa, ma verranno proiettati video e letti brani estratti dai capitoli del libro. Non mancate!
Per chi non avesse capito di cosa tratta il libro:
Italia ce la puoi fare scatta una fotografia del nostro paese attraverso 15 brevi storie, apprezzate dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano per “per l’apporto di fantasia e per l’ispirazione fiduciosa”, che affrontano altrettanti grandi temi di attualità, dalla politica all’ambiente, dalla lotta alla droga alla questione dei diritti umani. Gli autori dei racconti sono giovani con diverse sensibilità culturali e politiche, già affermati in vari settori della vita pubblica: amministratori, imprenditori, sociologi, dirigenti, economisti che avanzano idee e progetti credibili su come cambiare il paese. Nel libro ogni problematica è letta attraverso la duplice lente della narrazione e dell’analisi sociale e politica, alternando così il registro narrativo con parti saggistiche, che utilizzano informazioni e dati aggiornati.
I vari capitoli, introdotti da una lettera di Napolitano, dalla prefazione di Enzo Cheli e da una nota dei curatori, hanno per autori Tobia Zevi, Ilaria Malinverni (in collaborazione con Valentina Mazzoni), Marco Bani, Walter Mazzucco, Lorenzo Vignali, David Ragazzoni, Gaia Checcucci, Luca Turcheria, Ivano Russo, Nicola Centrone, Jacopo Morelli, Alessandro Portinaro, Andrea Di Benedetto, Dinora Mambrini, Silvia Rigacci (in collaborazione con Fernanda Faini), mentre le conclusioni sono affidate a Dario Nardella.
La crisi italiana è colpa dei lavoratori?
Lo stereotipo dell’italiano furbo e pigro è difficile da cancellare. Anche per questo i cittadini tedeschi non vogliono “aiutarci”, evitando di sostenere politiche di supporto, negando quello spirito europeo che hanno contribuito a creare in passato.
Ma è proprio così? Siamo davvero “fancazzisti”? I lavoratori sono i responsabili della crisi italiana?
Su social europe journal prova a rispondere John Weeks. Traduco un lungo estratto per i non anglofili:
Quando è stata l’ultima volta che abbiamo letto che i problemi economici di un paese sono il risultato di capitalisti che volevano troppo profitto? Questa domanda mi venne in mente quando lessi un articolo di Phillip Inman (The Guardian 5 Novembre 2011) che raccontava di come la crisi del debito italiano si sta verificando in quanto:”…negli ultimi 10 anni i lavoratori italiani sono pagati di più rispetto ai loro equivalenti tedeschi per fare meno lavoro, meno produttivo … “.
L’Italia è nei guai a causa di ingordi, di lavoratori pigri e troppo pagati. Nel contesto di questo comportamento irresponsabile della classe operaia, ci si aspetterebbe di andare a vedere le statistiche e scoprire che i costi salariali in Italia siano aumentati “negli ultimi 10 anni” più velocemente di quelli della Germania, la casa del duro lavoro e della disciplina dei dipendenti.
Ahimè, si potrebbe rimanere delusi, come indicato nella tabella qui sotto. Nel 1997 il costi unitario del lavoro in Italia è pari a circa l’ottanta per cento di quello in Germania, e dieci anni dopo, erano ugualmente circa l’ottanta per cento. Attraverso la fine degli anni 1990 e primi anni 2000 il rapporto è diminuito in realtà, prima di tornare a poco più di quattro quinti.
Ma, naturalmente, anche se gli italiani non sono stati pagati di più, essi non avrebbero dovuto esserlo perché sono abituati a “fare meno lavoro”. Anche in questo caso, le statistiche deludono, perché l’Eurostat (la banca dati UE) riporta che nel periodo 2009-2011 gli italiani nel mondo del lavoro a tempo pieno, pubblici e privati, hanno lavorato una “pigra” media di 38 ore settimanali, a fronte di un “robusto” 35,7 per gli industriosi tedeschi (vedi fondo della tabella).
Nel contesto delle informazioni riportate nella tabella, si può chiedere come è possibile che un giornalista di un rispettabile giornale possa fare una tale argomentazione palesemente fallace sui lavoratori italiani? In una certa misura può essere spiegata con gli stereotipi nazionali: gli europei del nord sono disciplinati e operosi, mentre ai tipi del Mediterraneo manca l’etica del lavoro preferendo sedersi nelle taverne e bere quando dovrebbero essere sul posto di lavoro. Questo argomento è stato fatto lo scorso anno per i lavoratori greci, che, come i loro colleghi italiani, hanno orari più lunghi e una retribuzione inferiore di quelli della Germania (cfr. Eurostat).
Ma stiamo assistendo a qualcosa di più forte dei pregiudizi nazionali. I problemi dell’euro, tra cui la crisi del debito italiano, sono il risultato diretto della crisi finanziaria internazionale del 2007-2008, causata dal comportamento sconsiderato di alcune istituzioni finanziarie private negli Stati Uniti dopo quasi tre decenni di deregolamentazione irresponsabile da parte dei governi repubblicani e democratici. In altre parole, i problemi del debito italiano derivano dal comportamento delle banche e il fallimento dei leader europei nel fare il loro lavoro di controllo di quel comportamento. Il rimedio più ovvio è il controllo rigoroso da parte del Parlamento europeo del settore finanziario privato, per imporgli una disciplina che non applicherà mai su se stesso.
Per evitare questa soluzione scontata, le banche e i loro simpatizzanti nei governi, i media e il mondo accademico generano una narrativa alternativa: i problemi che abbiamo di fronte sono il risultato di lavoratori avidi e pigri che sono pagati troppo e per troppo poco lavoro. Quindi bisogna tagliare salari e benefici e utilizzare il “risparmio” per pagare gli interessi ai banchieri.
Si tratta di una narrazione potenzialmente potente, perché credendo in questa tesi implica che noi, i non-ricchi d'Europa, il 99% come ci chiamerebbero gli occupanti di Wall Street, bisogna rifiutare qualsiasi sentimento o responsabilità di solidarietà oltre i nostri confini nazionali. La fonte della crisi del debito è il popolo greco, non le banche. Questa implicazione è abbastanza specifica nel caso della Germania, dove il governo assicura la classe operaia e media che non perderanno il loro sudato reddito per aiutare i pigri Greci ( o italiani, spagnoli, irlandesi, portoghesi, ecc, ecc.)
L'austerità del lavoro e la cosiddetta riforma del mercato provengono da un racconto falso che incolpa le vittime e premia i colpevoli. Noi, gli europei del 99%, bisogna abbracciare una narrazione valida, la verità della colpevolezza delle banche e la solidarietà in risposta ad essa. Questa narrazione prevede una soluzione completa per salvare i paesi europei. Questa soluzione è il controllo rigoroso delle banche e della finanza, tra cui forse un sistema di emergenza di controllo pubblico in previsione di una riforma radicale del sistema finanziario. Cattive politiche negli Stati Uniti e in Europa hanno "rotto" la finanza, e il 99% può forzare nuove politiche per risolvere il problema.
I governi democratici metteranno in atto politiche a vantaggio del 1% o del 99%?

