“Pisa sono anch’io”: rompere la monotonia degli stereotipi

La sempre ottima Barbara Spinelli oggi su Repubblica critica le infelici uscite del Primo Ministro Monti e rilancia sulle cose da fare:

Non per ultimo, sulla politica degli immigrati, che faccia di loro i nostri futuri concittadini. In un ottimo articolo su Italianieuropei, Beda Romano racconta come la Germania sia forte perché esattamente su questo ha scommesso: introducendo il diritto del suolo fin dal 2000, e “trasformando lo Stato in un progetto politico più che etnico o religioso”. In tanti modi si può rompere la monotonia. Purché si rompa la monotonia autentica, e si scongiuri il cambiamento senza cambiamento.

Il tema del cosiddetto IUS SOLI (diritto di suolo, ovvero dare  la cittadinanza a chi nasce qui) è stato rilanciato dal Presidente Napolitano e da una campagna nazionale dal nome evocativo: “Italia sono anch’io”. Molte sono state le iniziative e gli appelli per incentivare finalmente una buona proposta che restituisca dignità al dibattito sempre attuale sull’immigrazione. Anche noi in Consiglio Comunale a Pisa vogliamo dire la nostra e insieme al compagno/collega Luigi Branchitta, abbiamo presentato una mozione sull’argomento.
Ma perchè lo Ius soli? Perchè dare la cittadinanza italiana a tutti i nati nel nostro paese?
Il documento parla di come le persone di origine straniera che vivono in Italia sono oggi circa 5 milioni (stima Dossier Caritas Italiana Fondazione Migrantes al 1° gennaio 2010), pari all’8% della popolazione totale. Di questi un quinto circa sono bambini e bambine, ragazzi e ragazze. Nati in gran parte in questo Paese, solo al compimento della maggiore età si vedono riconosciuto il diritto a chiederne la cittadinanza. Il luogo di provenienza dei loro genitori è lontano, spesso non ci sono mai stati. A loro, alle loro famiglie, vengono per lo più frapposte soltanto barriere. Limitazioni insormontabili e ingiustificate, che danno luogo a disuguaglianze, ingiustizie e persecuzioni;
Visto che l’articolo 3 della nostra Costituzione stabilisce il principio dell’uguaglianza, impegnando lo Stato a rimuovere gli ostacoli che ne impediscano il pieno raggiungimento, ma nei confronti di milioni di stranieri questo principio è disatteso.
Bisogna inoltre considerare che il concetto di cittadinanza è oggi riconsiderato alla luce delle facilitate condizioni di spostamento radicamento in nuove realtà territoriali da parte sia di gruppi che di singoli individui provenienti da altri Stati e che l’ltalia è passata in un arco di tempo relativamente breve, da Paese di emigrazione a Paese di immigrazione stabile.
Bisogna dare atto che questi flussi hanno determinato il radicamento sul nostro territorio di gruppi e comunità di stranieri che hanno saputo integrarsi nel tessuto sociale e economico in cui si sono stabiliti, e che molti di loro contribuiscono alla crescita della nostra economia sviluppando attività di ogni tipo e livello.
Per via di lentezze burocratiche eccessive e disumane che nel nostro Paese per avere la cittadinanza occorrono almeno tredici anni (visto che dopo dieci anni si può presentare domanda, ma successivamente ne passano almeno altri tre perché ferme in qualche ufficio)
La campagna “Italia sono anch’io” ha come obiettivi quelli di presentare in Parlamento due proposte di legge di iniziativa popolare: da un lato assegnando allo ius soli, cioè al diritto di essere cittadini del nostro Paese partendo dal luogo nel quale si nasce e non dalla discendenza di sangue, un ruolo di primario rilievo. La cittadinanza viene inoltre a definirsi come diritto soggettivo e legittima aspirazione delle persone a partecipare a pieno titolo alla vita della comunità e della città, dopo un periodo di soggiorno legale sul territorio, e in tempi ragionevoli. Dall’altro, attraverso il riconoscimento del diritto di voto amministrativo per chi risiede per un periodo congruo, si elimina una ingiustizia che rischia di minare sempre più il principio del suffragio universale a livello territoriale, impedendo a milioni di persone di partecipare pienamente alla vita della comunità dove vivono;
Per questo e altre riflessioni inserite nel documento, il Consiglio comunale di Pisa impegna il Comune a:

  • aderire al Comitato Promotore Pisano della campagna “L’ITALIA SONO ANCH’IO per i diritti di cittadinanza e il diritto di voto per le persone di origine straniera;”
  • collaborare con il Comitato Promotore Pisano della campagna L’ITALIA SONO ANCH’IO nella raccolta delle firme delle due proposte di legge di iniziativa popolare avvalendosi anche delle Associazioni locali che hanno aderito al Comitato suddetto;
  • promuovere la partecipazione e il protagonismo dei migranti in tutti gli ambiti sociali, lavorativi e culturali del territorio, convinti del fatto che esercizio della cittadinanza significhi innanzitutto possibilità di partecipare alla vita e alle scelte della comunità di cui si fa parte;
  • agire a tutti i livelli, nel ruolo che compete a questo Consiglio Comunale, affinché gli ostacoli che impediscono il pieno esercizio di cittadinanza tra italiani e stranieri vengano rimossi, determinando le condizioni per la sua concreta realizzazione, in modo da contribuire a garantire un futuro di convivenza, giustizia e uguaglianza, in cui ogni persona che nasce e vive nel nostro paese sia consentito di essere a tutti gli effetti cittadino/a italiano/a
  • valutare la possibilità di dare la cittadinanza onoraria ai bambini nati negli ospedali pisani, come è stato fatto in Provincia di Pesaro

 

 

 

[Pisa] Le parole sono l’ombra dell’azione

Ci sono due parole che trovo molto inflazionate al momento: vergogna e razzista. Se ormai la prima ha perso ogni valore, utilizzata indiscriminatamente come una frusta che non colpisce, la seconda ha invece ancora un minimo effetto accusatorio, di riflessione. Ieri sul Tirreno è stata pubblicata una lettera sugli ultimi avvenimenti che hanno riguardato la comunità rom. Ecco un estratto:

E ciò accade quando per molti pisani la colpa dell’amministrazione è quella di bruciare, da molti decenni, ingentissime risorse per una umanitaria opera di assistenza e integrazione con risultati assolutamente esigui per la pervicace volontà di moltissimi rom a proseguire consuetudini di maschilismo parassitario, di oppressione e sfruttamento di donne e minori. Questi ultimi avvenimenti confermano l’evidente irrecuperabilità della maggioranza dei rom rispetto ai loro comportamenti criminali

Ecco. Non ho dubbi. In queste parole serpeggia il razzismo: il credere convintamente che una comunità, un popolo, una etnia abbia la cultura dell’illegalità, che la maggioranza di loro abbia una propensione per i comportamenti criminali. Nella missiva si parla inoltre di “maschilismo parassitario, oppressione e sfruttamento di donne”, parole che si legano bene al degrado culturale che sta vivendo l’immagine della donna in Italia, come ci illustra benissimo Lorella Zanardo nel suo libro “Il corpo delle donne”, o ai vari casi di violenza che strisciano silenziosi nel Paese e che emergono troppe poche volte.
Non si sa inoltre che il progetto “Città sottili”, che ha permesso la costruzione di case minime e un serio percorso di integrazione, ha utilizzato fondi europei e che solo una piccolissima percentuale è uscita fuori dal programma. Molti altri si sono inseriti in un percorso di convivenza, andando ad allargare la nostra collettività.
L’integrazione è un processo molto lungo che richiede l’aiuto di tutte le comunità del territorio. L’illegalità va colpita proprio per tutelare e incentivare la maggioranza di chi si comporta bene. Questo vale sia per le comunità straniere che per chi evade il fisco. Senza nessun favoritismo. Ma per favore, come diceva Moretti, le parole sono importanti. Democrito diceva anche che la parola è l’ombra dell’azione. Scegliamole bene quando si accusa qualcuno. C’è sempre la vaga possibilità di essere presi sul serio.

Smettere di odiare

Paradossalmente, pochi minuti dopo aver pubblicato il post sui danni del berluscon-leghismo, a Firenze, nella rossa Toscana, esplodeva la follia razzista di un esponente di estrema destra contro ragazzi senegalesi, colpevoli di venire da troppo lontano e di avere l’arroganza di insistere nel venderci un accendino, un braccialetto, un pacchetto di fazzoletti.
Certo, può essere opera di uno squilibrato, ma la straordinarietà dell’azione è che avviene in un contesto diffuso, che vede emergere un sottobosco di intolleranza verso gli stranieri. Quello che prima si diceva sottovoce ora si esterna senza problemi, dopo che il razzismo è stato sdoganato da dieci anni di linguaggio contro gli “altri”, complici i politici di destra e l’omertà della sinistra.
La lotta disumana contro gli sbarchi, i centri di permanenza come prigioni, la catastrofe di Rosarno, la mensa di Adro, le politiche leghiste, il nuovo caffè aperto solo ai Padani, sono tutti ingranaggi di una sofisticata e ormai solida macchina dell’odio, che paralizza ogni mossa costruita per l’integrazione e l’inclusione, l’unica via per una convivenza serena e pacifica.
Per smettere di odiare occorre abbattere gli stereotipi, avere risorse in più da destinare alle politiche sociali, stimolare politiche di area vasta e lungimiranti. Focalizzare quali sono i veri problemi: pensare al parcheggiatore abusivo, al venditore di rose, al lavavetri come persone da aiutare e non come fastidi da tollerare. Ma soprattutto c’è da sconfiggere la più brutta delle bestie: l’ignoranza. E per ora in pochi hanno vinto questa battaglia.

Bruciare l’omertà

15 anni di Berluscon-leghismo non si cancellano così facilmente. Quello che è successo sabato scorso a Torino dovrebbe far riflettere di più. La rabbia degli ultimi, che incapaci di prendersela con i primi, si sfogano con gli ultimissimi, gli emarginati, i reietti. Quelli sporchi, quelli che rubano, quelli che vivono nelle baracche.
Come dice Ilda Curti, assessore all’integrazione di Torino, in un post magistrale in quanto a sensibilità e lucidità:

Quelli per cui la ricerca di soluzioni socialmente sostenibili si scontra con la fatica che facciamo, noi istituzioni locali e società civile della città, a trovare delle vie contando quasi esclusivamente sulle nostre forze. Assediati fino a ieri l’altro da un governo che stanziava soldi, e tendenzialmente alle amministrazioni amiche, fondamentalmente per sgomberare muscolarmente senza risolverne nemmeno uno di problema. . Dove si può scrivere una notizia che accende i fuochi del conflitto senza avere verificato prima, pur sapendo che basta pochissimo per incendiare. Perché è così facile trovare il colpevole in quegli occhi stretti che non vale nemmeno la pena usare cautela, prudenza, ragione. Poi si chiede scusa, va bene. Ma ormai la ferita fa male, malissimo.

Fa malissimo. Soprattutto in una città come Pisa che con grande difficoltà sta provando a gestire le emergenze sociali, senza risorse e abbandonati dall’amministrazione centrale.
Anche noi abbiamo avuto i nostri momenti di follia, a partire dalle bombe giocattolo di 16 anni fa, esplose nelle mani di bimbi rom, colpevoli di appartenere a un’etnia così diversa dalla nostra, fino ad arrivare al clima xenofobo che si percepiva in città la scorsa Estate a seguito di un caso simile di falso stupro.

I cittadini ci chiedono soluzioni forti, muscolari, non capendo che il problema non si risolve facilmente. Ma richiede tempo, risorse e un notevole supporto da parte della società civile. Come amministrazione siamo costretti a perseguire obbligatorie regole di legalità e convivenza, che troppo spesso non trovano un consenso ampio. Politiche difficili, che cercano di studiare caso per caso, senza perseguire un consenso immediato, ma che possono avere risultati positivi in quanto a integrazione e ingegneria sociale. Però , come dice Antonio Sconosciuto su Facebook, che lavora direttamente ogni giorno sui problemi sociali della città:

facciamo tutto questo, ma da soli. Contro c’e’ la cultura prevalente, i pregiudizi e tutte le contraddizioni della nostra società. Dieci anni fa abbiamo lottato perche’ le scuole denunciassero gli abbandoni scolastici dei rom, oggi sulla scuola abbiamo risultati importanti, a volte ancora contraddittori, ma nelle classi troppo spesso la presenza di bimbi rom e’ sentita come un problema dai nostri cittadini. A Coltano se si guarda il villaggio, non sembra che possa essere abitato solo esclusivamente da rom, eppure e’ cosi’ e non e’ diverso da come poteva essere un quartiere popolare quarant’anni fa (e qui gia’ sento che faremmo fatica a dirlo anche se e’ oggettivamente cosi’). Certo c’e’ l’accampamento accanto, ma le case sono tenute in modo dignitoso, come dignitosamente molti hanno abitato in appartamenti. Qualcuno in qualche occasione ne ha approfittato, e’ vero, e facendolo ha fatto male a tutta la comunità e all’amministrazione comunale. Lo abbiamo allontanato, o lo stiamo allontanando, eppure la colpa tende a ricadere sempre sull’intera comunità e sull’inefficacia dei processi d’integrazione che pero’, lo sappiamo tutti, mai come in questo caso hanno tempi lunghi e si misurano sulle generazioni, non in pochi anni. Le contraddizioni poi che frenano un processo simile sono infinite: quelle legate al costo esorbitante della casa, alle opportunità e al costo del lavoro (l’economia criminale paga subito e meglio, inutile dirlo), ai tagli alle politiche sociali fatte dal governo, alla legislazione sull’immigrazione e potrei continuare fino a scrivere un libro, ma il problema principale resta che non c’e’ una politica nazionale vera e coerente perche’ non c’e’ coscienza dell’enorme violazione dei diritti fondamentali che tutti i giorni in mille modi diversi avvalliamo o tolleriamo con la nostra disattenzione. Sarebbe davvero l’ora di diventare intolleranti, ma verso la nostra superficialità. Cosi’ non e’, e, temo, così non sara’.

Come Ilda chiedo anche io scusa. Anche io sono colpevole. Colpevole di troppa omertà.

Il modello toscano per principianti – 4 – Voi siete i benvenuti

Arrivati i permessi di soggiorno le strutture di accoglienza si stanno svuotando. I tunisini sono liberi di andare dove vogliono e di raggiungere la meta desiderata, principalmente all’estero.
Due settimane è durata l’emergenza. Quindici giorni. Volati. Una dimostrazione di efficienza e umanità, una risposta alle critiche e alle inutili preoccupazioni sollevate da qualcuno.
Restano molte domande sintetizzate brillantemente dal Sindaco Filippeschi su Facebook:
Dove sono ora quelli che drammatizzavano e profetizzavano sciagure? E dove quelli che scrivevano di “vacanze pisane” per gli immigrati che venivano accolti, da istituzioni, Chiesa, volontariato di ogni genere? E dove quelli che inventavano i crolli nelle prenotazioni alberghiere e delle visite al Parco? Abbiano il coraggio di dire: “abbiamo sbagliato, chiediamo scusa”

L’ultima tappa del viaggio è a San Rossore, centro la “Piaggerta”.

Da Pisanotizie: La “Piaggerta”, ora di proprietà dell’Ente Parco, e quindi della Regione, in precedenza era un complesso di tre caserme della Guardia di Finanza, diroccate e poi recuperate. La destinazione di questi immobili ad oggi è il turismo sociale per ragazzi e disabili. Nata da un accordo di programma fra Società della Salute, Asl, Comune di San Giuliano, Ente Parco e la Regione, è stato finanziato per metà da quest’ultima, per la restante metà, in gran parte dall’Ente Parco e poi dagli altri soggetti coinvolti. Circa 1,2 milioni l’investimento effettuato, per un complesso immerso nel verde del Parco, composto da 3 edifici e 28 posti letto.

Arriviamo alla struttura della “Piaggerta” attraversando lentamente una strada dissestata. La nostra andatura ci fa apprezzare quello che c’è intorno: il bellissimo parco di San Rossore, con la sua quiete, la sua pace, il suo verde. Con noi si è aggiunto anche Zavanella, presidente CNA, a sottolineare come non tutte le categorie sono contrarie alla sistemazione delle persone migranti in centri d’accoglienza.
La struttura è in effetti molto bella, fresca di restauro. Ci sono panni stesi e l’immancabile pallone, una costante dei centri. I ragazzi ci aspettano fuori a sedere, disciplinati e silenziosi. Sono diversi dalle immagini dei loro compatrioti viste a Lampedusa e Manduria, rimbalzate per settimane su televisioni e su Internet. C’è qualcosa che li differenzia: sono sorridenti e sereni. Gli occhi non sono spaventati. Questo è il modello toscano.
Ormai abbiamo capito quali domande fare e le risposte non si discostano da quelle sentite negli altri centri visitati in mattinata.
Ottenuto il permesso di soggiorno molti di loro se ne andranno in giro per l’Europa, dove hanno famiglia. Francia e Belgio le mete più ambite. C’è chi vuole restare in Italia e domanda prontamente come può aiutare.
Dal gruppo si alza un ragazzo dalla tuta blu che parla un buon italiano: vuole raggiungere suo fratello in Sicilia, che lavora nei campi, ovviamente al nero.
Nessuna delle 40 persone vuole scappare. Non ce n’è bisogno, si fidano di chi li sta cercando di aiutare.
E’ mezzogiorno e un caldo torrido fuori stagioni impedisce la sosta al sole. Ma è strano vedere i ragazzi che vestono tute a manica lunga, incuranti del caldo. Evidentemente sono abituati a ben altre temperature.
Chiedono se è possibile avere corsi d’italiano, visto che qui ancora non sono stati attivati, perché conoscere la lingua è essenziale per comunicare e quindi di conseguenza trovare lavoro. E’ inoltre un buon modo per riempire la giornata, insieme ai lavoretti manuali che possono fare volontariamente.
E c’è sempre il problema dei dinari. Senza soldi non possono comprare niente, nemmeno le sigarette, essenziali per chi ha questo terribile vizio. Loro però sono stati più fortunati degli altri tunisini: hanno potuto chiamare casa e accertare la famiglia della loro buona condizione di salute. Provengono dalle zone più diverse della Tunisia e cominciano a elencare nomi e regioni esotiche delle quali non conoscevo nemmeno l’esistenza, ma che all’udito risultano affascinanti, lasciandoti il desiderio di raggiungerli il prima possibile.
Proviamo a fare la sensibile domanda di come sono stati trattati a Lampedusa, Loro ci raccontano che in fin dei conti il rapporto con gli autoctoni non è stato tremendo. C’era chi li aiutava e offriva loro cibo e vestiti e chi invece, incurante delle più semplici norme di fratellanza e ospitalità, urlava il proprio odio verso di loro.
Alla fine del viaggio nell’accoglienza del modello toscano, iniziato a Santa Croce, i dubbi e le domande che avevo sull’efficacia e sull’umanità di questi centri rispetto ai CIE nazionali si sono dissolti. Di fronte a me avevo persone disperate, coetanei con il semplice sogno di vivere una vita normale. E per una volta la politica dell’odio ha lasciato spazio alla buona politica, quella che migliora le condizioni delle persone. Ora si tratta di usare quest’esempio per cambiare le opinioni degli scettici, per fare in modo che in futuro tutti, ma proprio tutti, in occasione di emergenze come quella che stiamo vivendo, possano alzare uno striscione con sopra scritto: “Voi siete i benvenuti”.

Il Modello Toscano per principianti – 3 – La famiglia è sempre la famiglia

Mentre vengono dati i primi permessi di soggiorno temporanei, validi 60 giorni, continua il viaggio nell’accoglienza. Dopo S.Croce e Montopoli, la terza tappa è San Piero

Per chi va al mare passando dalla Bigattiera è familiare vedere un caseggiato in mezzo ai campi. Dopo varie ristrutturazioni adesso è di proprietà dell’Università che lo utilizza per i suoi scopi. È qui che è stato creato un altro centro di accoglienza. Arriviamo a metà mattinata e gli ospiti ci aspettano già fuori, a sedere, desiderosi di parlare e di domandare. Vediamo le recinzioni, novità della giornata, perché anche se dal volto umano sono sempre dei centri di identificazione. Le reti sono comunque provvisorie, improvvisate, messe lì per formalità e non per incutere terrore. Quattro poliziotti e due guardie forestali arrostiscono al caldo, chiedendosi il perché della loro presenza.

Il sole picchia forte in questa domenica d’Aprile e i tunisini ne approfittano per stendere i panni all’aperto. Appeso al muro un foglio scritto in arabo con le attività della giornata. Non so se sopra vi è scritto anche “partita di calcio”, ma a rispondermi è la vista di un pallone nell’angolo, ormai costante di ogni centro.Un ragazzo ha la gamba gonfia e l’appoggia su una sedia; ha un osso rotto dovuto a uno scontro di gioco. Evidentemente stare troppo sulle navi li ha caricati troppo e appena possono fare un po’ di attività fisica si scatenano, liberandosi di pensieri, memorie e tensioni. Non importa se ai piedi hanno scarpe senza lacci o distrutte dal tempo e dal viaggio. L’importante è provare a divertirsi.

Ognuno ha un badge che mostrano con soddisfazione e felicità. Quali sono i problemi che hanno in comune con gli altri tunisini sparsi per la Provincia? Molti di loro hanno la loro moneta, i dinari, che vorrebbero spendere per essere autosufficienti. Ma nessuna banca effettua il cambio in euro, perché preoccupate di ritrovarsi con una moneta non valida, essendo la Tunisia economicamente molto fragile e con il futuro incerto. Molti tunisini si trovano nella condizione di avere denaro che in realtà è carta straccia, vista l’impossibilità di usarli. Ma i soldi servono soprattutto per cercare di chiamare casa. La famiglia che rimane in Tunisia è il punto di contatto con tutti gli altri parenti sparsi in Europa. Per questo diventa vitale per loro riuscire a parlarci, anche per dare notizie della loro salute. Parenti e fratelli divisi a Lampedusa o sulle barche non sanno il destino dei propri familiari, che non hanno cellulare. La famiglia in Tunisia rimane il centro gravitazionale della loro vita. Per questo la Società della Salute metterà a disposizione un punto internet mobile per chiamare con skype, mentre la Croce Rossa offre il suo sistema di messaggistica internazionale.

Ma cosa vogliono fare una volta ottenuto il permesso di soggiorno? Alla domanda posta dai parlamentari il gruppo si guarda intorno; molti sanno la risposta, altri ancora no. Alcuni dichiarano sinceramente che se trovano lavoro si fermano anche qui. A quel punto prende la parola Maref, il quale rivolge una domanda banale ma spinosa: Perchè non ci aiutate a trovare lavoro? Forse la giacca e la cravatta dei deputati li ha fuorviati, ma anche per loro la politica è il modo migliore per risolvere i problemi, in un modo o nell’altro.

Cerchiamo di spiegargli la difficile situazione del nostro paese, che magari non conoscevano, addolcita dai racconti e dalla televisione. Appena apprese le difficoltà che stiamo vivendo anche noi, alcuni ragazzi abbassano la testa. Forse devono cambiare i loro piani, forse devono trovare altri stimoli, forse non hanno fatto i conti con le nostre crisi.
Ma ci sono anche notizie buone da diffondere. Come la storia dell’operatore ecologico dell’AVR, che passando di lì il primo giorno quando arrivò il gruppo, si è reso disponibile come interprete e intermediatore culturale. La sua preziosa competenza è stata utilissima, ed è rimasto ad aiutare, volontariamente, anche nei giorni successivi. Anche stamani è qui, sorridente, cercando di aiutare Khalid a tradurre le parole delle persone migranti.
E poi c’è la bella storia di Abidjan jihed, un ospite del centro. Lui è parente di un altro ragazzo che si trova a Santa Croce, ma siccome erano stati divisi durante il viaggio non sapevano la sorte l’uno dell’altro. Adesso possiamo rassicurarli, entrambi sono nella Provincia di Pisa e potranno riunirsi presto.
Un lieto fine necessario, per dare un po’ di umanità a un’amara emergenza.
Dal nulla appaiono due torte. Ma la prima fetta la vogliono dare a noi, per ringraziarci dell’ascolto che gli abbiamo dato.
Con un sorriso rifiutiamo, è tempo di muoversi verso il parco di San Rossore per l’ultima tappa del viaggio nel Modello Toscano.

Pisa – Il modello toscano per principianti – La coppa Maroni – 1

Abbiamo parlato molto in questi giorni di immigrazione, di clandestini e di ipotetiche invasioni. Sono stati usati  toni  che io credevo relegati solo nel profondo Nord leghista.  Un linguaggio pieno di odio, rabbia e xenofobia. Poi sono arrivati. Nella nostra provincia abbiamo allestito 4 centri d’accoglienza: Santa Croce, Montopoli, San Piero, San Giuliano (nel parco di San Rossore).

Visto il clamore suscitato, vista la sicurezza e la certezza di molti nel descriverli come qualcosa di  destabilizzante e tremendamente pericoloso per la comunità, pronti a minare l’equilibrio sociale ed economico della provincia, il minimo che potevo fare era capire se era davvero così.

Domenica scorsa ho avuto la fortuna di partecipare a un giro nei centri d’accoglienza insieme ai parlamentari pisani, ai dirigenti del PD locale e a Khalid Chaouki, responsabile nazionale Forum Seconde Generazioni, che faceva da interprete.

Ovviamente la realtà che ho trovato era totalemente diversa dalle paure e dalle parole purtroppo sentite nei giorni scorsi.

Santa Croce
Il viaggio dell’accoglienza inizia a Santa Croce, terra di concerie e immigrazione. Santa Croce sull’Arno è infatti il Comune con la più alta presenza di stranieri della Provincia (18 %), dovuta all’enorme domanda di lavoro manuale.
Arriviamo a destinazione la mattina presto, con il sole nascosto fra le nuvole che aumenta il grigiore della struttura.
I primi saluti sono da parte di due poliziotti. Hanno il viso rilassato, chiaro segnale della tranquillità con la quale devono svolgere il loro lavoro di presidio.
Dopo poco vediamo il gruppo di venti tunisini, già pronti ad affrontare le attività della giornata, che ci vengono incontro sorridenti. Con noi è presente anche Osvaldo Ciaponi, sindaco di Santa Croce, chiamato “il babbo” dalle persone migranti, data anche la sua aria serena e rassicurante.
Ad accoglierci e a rispondere alle nostre domande c’è Aby, un tunisino con gli occhi verde acqua, sorriso pronto e cappellino in testa. Parla in italiano, o meglio, prova a rispondere nella nostra lingua e questo sforzo viene apprezzato con risate e battute. Ci racconta che il più giovane del gruppo ha 19 anni e il più vecchio 29.  Ci narra la sua terribile storia: dopo Lampedusa hanno passato 4 giorni e mezzo in mare. Prima erano diretti a Taranto, forse destinati alla tendopoli di Manduria. Poi, come novelli Odisseo, sono stati deviati a Civitavecchia,  dove volevano scendere perché stremati. Le loro richieste non sono state esaudite e sono ripartiti destinazione Livorno. Sulla nave oltre a non avere informazioni sul loro futuro, si sono formati gruppi solidali di sostegno. Ma anche queste amicizie si sono dissolte nel momento della loro discesa a terra, perchè caricati sui pullman in ordine casuale, dividendo amici e compagni. Qualcuno gli chiede di Lampedusa, come sono stati trattati. A quel punto Aby si intristisce, cambia espressione e con gesti inequivocabili fa segno di non voler ricordare.  Riusciamo a strappare una confessione: sull’isola siciliana dormivano in 16 in una tenda per 6, in condizioni disastrose.
Ci parlano delle loro giornate, passate a imparare l’italiano, fare lavoretti e a giocare a pallone. Per loro il babbo/sindaco ha già organizzato una partita  con la squadra locale per aggiudicarsi un trofeo chiamato ironicamente “Coppa Maroni”.
Si presentano uno a uno, tutti in religioso silenzioso, interrotto quando un ragazzo dice il suo nome: Ben-Alì, come l’ex presidente tunisino che ha mantenuto il potere per troppi anni. Qualcuno gli dice sorridendo: ” Dove sono i tuoi soldi?Dammi i tuoi soldi.. “, facendo riferimento alla fuga del vero Ben-Alì con tutto il suo denaro e le ricchezze accumulate dopo anni di corruzione. L’atmosfera è molto serena e conviviale.
Entriamo dentro la struttura, dove dormono i tunisini. Della loro colazione rimane un pandoro mezzo mangiato, residuo delle ultime vacanze di Natale.
In uno stanzone si trovano 20 letti, uno accanto all’altro, in puro stile caserma americana, come vediamo nei film di guerra. Tutti i letti hanno sopra un grande numero, che contraddistingue il piccolo spazio di ogni “ospite”. L’arredamento della stanza si conclude con un cartello delle attività del giorno, rigorosamente in arabo, e una mappa dell’Italia. Sono curiosi di sapere dove sono, che tragitto hanno fatto e come arrivare negli altri paesi. Qualcuno chiede dov’è la Svezia, speranzoso di raggiungere un suo familiare. L’operatore sociale sorridendo indica il soffitto, come per sottolineare la lunga distanza del paese scandinavo.

Dopo un ulteriore scambio di battute, è tempo di andare. Montopoli ci aspetta.  Altre storie, altri tristi drammi, altre persone. Perchè quello che stiamo facendo non è solo un viaggio nell’accoglienza, per capire la nostra risposta al modello Maroni. E’ un viaggio per noi stessi, per capire e verificare la validità delle nostre idee.

Chi se ne frega dei diritti umani

A volte le coincidenze sono proprio strane. Proprio ieri, mentre iniziavo la mia nuova esperienza di dottorato in “Scienze Politiche, Diritti Umani e Sostenibilità”, veniva pubblicata la relazione annuale sullo stato dei diritti umani nel mondo. Non mi stupisce che i giudizi non siano stati teneri con il nostro Paese: “Razzismo e xenofobia sono ancora un problema pressante per l’Italia, un Paese nel quale il dibattito politico, troppo spesso, è segnato da toni accesi ed ostili“. Tristemente viene dedicato a noi un intero capitolo dove vengono ripresi in vergognosa rassegna fatti che abbiamo già dimenticato, sommersi dagli scandali del Premier. Su questo non desideravo così tanta attenzione.

Si parte con Rosarno, dove solamente 12 mesi fa ci fu una guerriglia che portò al ferimento di 11 lavoratori migranti. I penultimi contro gli ultimi. Ci siamo già scordati il motivo della protesta?Vi ricordo cosa scrissi un anno fa:

“Il lavoro nobilita l’uomo” si dice, ma essere schiavi significa perdere lo status di uomo. La rabbia degli immigrati di Rosarno, da condannare sicuramente, è frutto di una ribellione cercata per riprendersi la propria umanità, evadere dall’invisibilità e dare furiosamente un senso alla propria misera esistenza. E’ forse vita lavorare 12 ore al giorno per nemmeno 20 euro?E’ forse vita essere stipati come maiali, vivere nel fango, essere sfruttati come asini? E’ forse vita essere considerati bestie da sfruttare o bersagli per divertirsi? E’ forse vita quando non hai futuro? Giocando a parti rovesciate probabilmente nella loro condizione mi sarei unito a loro e forse avrei fatto anche di peggio. Perchè quando non hai nulla da perdere allora sì che si diventa pericolosi. Questi uomini sono macchine al servizio delle ‘ndrine, braccia da sfruttare per assicurare prodotti a basso costo e alto profitto. Gli immigrati di Rosarno sono bersagli mediatici facili: guardali lì, sporchi, mal vestiti, così neri. Come si permettono di scuotere il nostro quotidiano, come si permettono di ribellarsi? Se non viene gestita bene la spirale di violenza che si è inevitabilmente creata porterà solo altro dolore e disperazione. La caccia all’uomo nero è conseguenza diretta delle emozioni e di una fragilità di uno stato e di un comune (sciolto recentemente per infiltrazioni mafiose) che sono evanescenti, invisibili. L’orda incontrollata ha gambizzato e ferito selvaggiamente gli immigrati, senza trovare nessuna opposizione da chi dovrebbe le emozioni dovrebbe governarle.

Ma siamo solo al primo paragrafo del capitolo a noi tristemente dedicato nel rapporto sui diritti umani. Ovviamente non possono mancare i respingimenti, la politica di mostrare i muscoli verso i più deboli. Chissà dove sono finiti gli eritrei “spariti” nel Luglio 2010,come denunciavo in un mio vecchio post:

L’”emergenza Lampedusa” così cara ai leghisti e ai partiti di governo, è finita. Ma a quale prezzo? Un prezzo troppo alto: la morte di centinaia di uomini e donne. I conti sono semplici: dal 2008 al 2009 le domande d’asilo – che per la metà venivano accolte – si sono dimezzate (da 15.000 a 8000). E il calo continua nel 2010. C’è la sicurezza statistica che alcune migliaia di perseguitati non hanno potuto raggiungere le coste italiane e salvarsi. Alcune migliaia di persone. Una briciola rispetto agli ingressi illegali che infatti, via terra, continuano massicci. I respingimenti hanno bloccato solo i disperati che fuggivano da dittature feroci e dalle guerre. Stiamo assistendo inerti a un crimine contro l’umanità, con gli organi di informazione troppo occupati a preoccuparsi di Brancher e dei dissidi con i finiani. Spezziamo questo silenzio e chiediamo a Berlusconi, in virtù della sua amicizia con il dittatore Gheddafi, di esigere spiegazioni sulla sorte dei rifugiati eritrei. Perchè non si può “semplicemente” sparire, perchè ci si deve ancora indignare, perchè non possiamo tacere di fronte alle violenze.

Un caso isolato? Magari. A Settembre abbiamo avuto un altro episodio che ci ha fatto capire le reali intenzioni del Governo nei confronti dei clandestini:

Le navi di Gheddafi sparano raffiche di mitragliatore a un motopeschereccio italiano in acque internazionali. Il capitano dice “abbiamo rischiato parecchio, sia di venire ammazzati che di venire incarcerati nelle tremende prigioni libiche”.  D’altra parte sono queste le regole d’ingaggio delle navi di Gheddafi. Prima sparare, poi verificare. Il ministo Maroni minimizza: “Io – spiega – immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini.  Ma con l’inchiesta verificheremo ciò che è accaduto”. Quello che mi ha sconvolto è la naturalezza con la quale un ministro della Repubblica afferma che “pensavano fossero clandestini”, come se fosse lecito e normale uccidere i disperati che tentano la traversata, in contrasto con ogni norma internazionale per il rispetto dei diritti umaniUn linguaggio violento e terrificante che ormai serpeggia nella politica creando danni socio-culturali enormi. Qualcosa che dovrebbe far rabbrividire ogni persona dotata di minima sensibilità. Quello che mi preoccupa come uomo, come cittadino del mondo, è capire che fine hanno fatto questi ” pericolosi clandestini”; se vengono segregati nelle galere libiche, se vedono la loro barca affondata da una motovedetta di Gheddafi regalata dagli italiani, se vanno incontro a realtà peggiori di quelle dalle quali sono fuggiti

Il report conclude con la diffusa intolleranza verso i Rom, la non-sospensione dei poliziotti ritenuti colpevoli di violenza durante il G8 di Genova e i continui avvertimenti della comunità internazionale per cambiare rotta.

Un quadro desolante, che ci riporta alla dura realtà. L’Europa, la culla dei diritti umani, ha un virus in seno. Il virus dell’ignoranza, della paura, dell’intolleranza, alimentato da partiti politici che giocano su questi sentimenti per ottenere l’esercizio del potere. Troppo poco è stato fatto per fermare la deriva razzista e xenofoba. Troppo poco è stato fatto per frenare il “lessico” discriminante di certi personaggi politici, che hanno sdoganato termini e frasi che non sentivamo da tanto tempo. Troppo poco è stato fatto per gestire al meglio l’arrivo in massa degli stranieri, pericoloso soprattutto durante gli anni di crisi.

La superficialità e l’odio con il quale viene trattato il tema dell’immigrazione richiede uno sforzo comunicativo maggiore da parte dell’opposizione (quindi da parte anche del Partito Democratico):sbugiardare questa politica fatta di spot e proporre un’alternativa seria, rispondere al pacchetto sicurezza col pacchetto integrazione. L’Europa deve essere motore di questo cambiamento, deve tornare ad essere l’esempio illuminante al quale gli altri Stati devono tendere.

Non è utopia aspirare a un mondo dove ci sia un maggior rispetto dei diritti umani. Invece di guardare a Stati lontani, dovremmo iniziare a guardarci intorno e ripensare, contestualizzandolo, a un vecchio premio Nobel afroamericano:

Ho un sogno, che un giorno questa nazione si sollevi e viva pienamente il vero significato del suo credo: “Riteniamo queste verità di per se stesse evidenti: che tutti gli uomini sono stati creati uguali”. [...] Ho un sogno, che un giorno, sulle rosse colline della Calabria, i figli africani e i figli degli italiani riusciranno a sedersi insieme al tavolo della fratellanza. Ho un sogno, che un giorno persino l’Italia, uno stato che soffoca per l’afa dell’ingiustizia, che soffoca per l’afa dell’oppressione, sia trasformato in un’oasi di libertà e di giustizia. Ho un sogno, che i miei futuri bambini un giorno vivranno in una nazione in cui non siano giudicati in base al colore della loro pelle, ma in base al contenuto del loro carattere.

“Pensavano fossero clandestini”. Maroni e la necessità di sparare

Le navi di Gheddafi sparano raffiche di mitragliatore a un motopeschereccio italiano in acque internazionali. Il capitano dice “abbiamo rischiato parecchio, sia di venire ammazzati che di venire incarcerati nelle tremende prigioni libiche”.  D’altra parte sono queste le regole d’ingaggio delle navi di Gheddafi. Prima sparare, poi verificare. Il ministo Maroni minimizza: “Io – spiega – immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini.  Ma con l’inchiesta verificheremo ciò che è accaduto”.

Quello che mi ha sconvolto è la naturalezza con la quale un ministro della Repubblica afferma che “pensavano fossero clandestini”, come se fosse lecito e normale uccidere i disperati che tentano la traversata, in contrasto con ogni norma internazionale per il rispetto dei diritti umani. Un linguaggio violento e terrificante che ormai serpeggia nella politica creando danni socio-culturali enormi. Qualcosa che dovrebbe far rabbrividire ogni persona dotata di minima sensibilità. Ma la colpa è solo della Libia?

Dice Vingenzo Nigro: E’ l’Italia che sta lasciando finire fuori strada il rapporto con la Libia per la sua incapacità di gestire un leader e un governo che sono quello che tutti sappiamo essere. Le relazioni con la Libia non possono essere affidate soltanto ai gesti di teatro di Gheddafi e Berlusconi, andrebbero implementate ogni giorno con un’azione politica e amministrativa seria e rigorosa. Evidentemente le “intendenze” o sono incapaci oppure non hanno ricevuto direttive adeguate. O forse tutt’e due le cose insieme.

Non so se gli sbarchi sono davvero diminuiti, ma vale la pena ricordare come “i pericolosi clandestini” da respingere rappresentano una quota minima del fenomeno dell’immigrazione, tra il 5 e il 10% (e forse le stime sono anche gonfiate). Quello che mi preoccupa come uomo, come cittadino del mondo, è capire che fine hanno fatto questi ” pericolosi clandestini”; se vengono segregati nelle galere libiche, se vedono la loro barca affondata da una motovedetta di Gheddafi regalata dagli italiani, se vanno incontro a realtà peggiori di quelle dalle quali sono fuggiti. Come la drammatica fine di questi “pericolosi clandestini”:

Shamepedia (piccolo spaccato dell’Italia odierna)

Negli ultimi 4 mesi mi sono “divertito” a collezionare link di episodi a sfondo razziale. Sicuramente me ne sono sfuggiti molti altri.  Ci domandavamo se c’era rimasto qualcosa che unisce l’Italia dal Nord a Sud. L’abbiamo trovato. Rabbrividisco, provo vergogna e chiedo scusa. Anche per l’incapacità di reagire.