Srebenica per non dimenticare – 11/07/10 – 2° parte – Che è la libertà se i prati dei nostri cimiteri si protraggono oltre l’infinito del cielo?

C’è una collinetta accanto alla fabbrica degli orrori. Ospita il Centro Memoriale di Potocari. Oggi, 11 Luglio, è pieno di persone, decine di migliaia, una massa sfuocata sempre in movimento. Ma più ti avvicini più cominci a notare i dettagli. Innumerevoli colonne di marmo segnano il territorio. Sono i morti di Srebenica, almeno quelli riconosciuti. Siamo arrivati a più di seimila, ne mancano quasi altrettanti.
Quest’anno saranno 775 i corpi da seppellire, seguendo i riti del funerale religioso islamico.
Ce ne sono molti altri in attesa di essere inumati, negli obitori improvvisati di Tuzla, dove prima si teneva la carne da macellare. Ci vuole il riconoscimento del 75% del corpo prima di poter riconoscere la sepoltura.
Ma non è facile dare serenità alle migliaia di famiglie che aspettano di cdi morte hiudere un capitolo tragico della loro vita, perchè non è così semplice poter riconoscere i corpi. I paramilitari serbi su questo non hanno fatto un lavoro scientifico. Le fosse comuni erano veramente improvvisate, fatte in fretta, un filo di terra e via. C’erano troppe persone da uccidere e così poco tempo.
Convinti che a breve quel terreno pieno di morte sarebbe stato parte della Grande Serbia, non si prodigarono per occultare i cadaveri. Ma non andò così e mentre le milizie serbe si ritiravano, le loro ruspe trasportavano i cadaveri sempre più vicino al confine serbo, grossolano tentativo per coprire qualcosa impossibile da nascondere.I corpi erano ormai in decomposizione e la fretta di nascondere un orribile massacro ha fatto perdere la lucida scientificità che aveva contraddistinto le azioni dei militari, portando a una dispersione dei resti. Un braccio in una fossa, una gamba in un’altra, la testa caduta durante il trasporto.
Durante le battaglie dell’antica Grecia e dell’antica Roma si chiedeva spesso una tregua per recuperare i cadaveri e onorare la loro memoria. Adesso non c’è più nè rispetto nè onore, mettendo in crisi il dogma dell’evoluzione dell’uomo.
C’è sempre da imparare dalla storia. La memoria è essenziale per non ripetere gli stessi errori, una lezione così semplice da capire che  non è tollerabile l’ignoranza.

È caldo a Potocari, la nuova Auschwitz  Il sole picchia forte come undici anni fa.
Un ombrello aperto rappresenta l’unico modo per avere un sollievo momentaneo.
Nel memoriale accanto alle fredde colonne di marmo si possono trovare delle stecche di legno verde. Qui verranno inumate le nuove bare, in una fossa già scavata e sorvegliata dai parenti della vittima, arrivate nel mattino o addirittura nella serata di ieri. Attendono al sole, senza lacrime, quelle sono finite quindici anni fa. Un’attesa minima, quasi piacevole, che termina un lamento continuo durato troppo a lungo. Il dolore non potrà mai finire, ma almeno c’è un luogo dove poter andare a incontrare il fratello, il padre, il figlio perduto.

C’è un qualcosa di frenetico, un muoversi a migliaia senza urtarsi, senza concitazione, senza una parola o un gesto fuori posto. Un dolore così straziante vissuto con così forte dignità. Vita e morte fusi insieme, in un clima surreale fuori dallo spazio e dal tempo. Per spostarsi passiamo obbligatoriamente in mezzo alle colonne bianche, ma non c’è tempo per il rispetto dei defunti e per riflettere.
Le teste finiscono lasciando lo spazio a un’area che ospita le 775 bare coperte da un telo verde. Troppo piccole per contenere un corpo completo, uno scheletro intatto. 15 anni sono molti anche di fronte all’eternità della morte. Ogni bara ha un numero e un nome, fondamentali per essere identificati ed essere sepolti nel posto giusto, una beffa possibile dato l’enorme numero.
Il passaggio tra le bare verdi ti costringe a immaginare l’istante della morte, la fine della vita di quel numero/uomo. Bum, un colpo alla testa. Fai un passo, il piede si avvicina a un’altra bara. Leggi un altro nome.  Bum, un altro colpo alla testa. Un altro passo, un altro nome, un altro colpo. Così per altre 772 volte. Un pensiero impossibile da sostenere con lucidità, che mette alla prova la mente più fredda e razionale. Immaginatevi di moltiplicarlo per 10, arrivare a rappresentare lo sterminio di più di 10mila persone. Un brivido freddo sale dopo poco. No, non è possibile. È una violenza anche solo immaginarlo.

Con sollievo i pensieri vengono brutalmente stoppati quando inizia la passerella della politica. Quest’anno ha suscitato grande scalpore la presenza, per la prima volta, del presidente serbo. Il 31 marzo scorso, tra mille polemiche, il parlamento serbo ha approvato una delibera nella quale condanna l’eccidio di Srebrenica. Non lo chiama genocidio, ma massacro.
Sono in molti quelli che temono contestazioni che possono portare a conseguenze impossibili da prevdere e il protocollo della cerimonia decide di non decidere: alla fine il presidente serbo non parlerà.
Il vento del pomeriggio si solleva, facendo muovere gli alberi. Appare un cartellone, un manifesto bianco difficile da notare prima, nascosto tra i rami. C’è sopra una semplicissima equazione: serbia = genocidio. Sintetizza il pensiero dei bosniaci musulmani, che chiedono giustizia, chiedono che vengano perseguiti i responsabili del massacro, ancora latitanti. Non chiedono nè l’amnesia, nè l’amnistia, ma chiedono giustizia per poter ancora convivere con i propri carnefici.
Nella Repubblica Srpska, dove si trova Srebenica,  i poliziotti, i dipendenti pubblici, i dirigenti e tutto il potere amministrativo sono in maggioranza serbo-bosniaci. Può ancora capitare che un carnefice responsabile dell’omicidio di tuo padre, fratello, figlio;colpevole di sevizie e stupri contro le donne, sia il poliziotto che al momento ti sta commissionando una multa, il dipendente delle poste che ti accetta una lettera, l’impiegato che ti certifica un documento.
Ma non c’è più vendetta, solo voglia di giustizia e onestà. Una lezione da esportare, un sublime esempio difficile da replicare in altre zone calde del globo. Il perdono al servizio della collettività, per riuscire finalmente ad andare oltre, l’unica via per non causare altro male e altre violenze. Mai più un’altra Srebenica.

Risuonano come una cantilena noiosa e già sentita le parole dei delegati politici:”Srebrenica e’ l’insuccesso della Nato, dell’Occidente e delle forze di pace dell’Onu”,”la tragedia di Srebrenica pesera’ sempre sulla storia delle Nazioni Unite”, “una delle pagine piu’ oscure della storia europea”, “una vera vergogna per la comunita’ internazionale: l’aver permesso che questo male accadesse davanti ai nostri occhi” .
Troppo facile condannare ora.

Nel primo pomeriggio nella collina che ospita il memoriale non si vede più un lembo di terra, ma solo persone. Sono tante le giovani musulmane con il velo. Segno che la religione musulmana riesce ad affascinare anche le nuove generazioni.
Inizia la funzione religiosa e si può rimanere soltanto stupiti di fronte a una tradizione millenaria che non hai mai osservato da vicino. I gesti, le movenze della mano, le parole ripetute ossessivamente. Migliaia di persone che si piegano all’unisono, per poi rialzarsi dopo le parole dell’imam. Un affascinante rituale che assomiglia molto alle funzioni che si possono vedere la domenica mattina in una chiesa. Niente di tremendamente diverso. In effetti non scordiamoci che pregano lo stesso Dio.

Le scarpe sono nel fango, il sole non dà tregua.  Accanto a me un bosniaco senza gambe osserva la funzione, senza poter partecipare. Sarà stata una mina la causa della sua invalidità? Ma le parole sono finite e iniziano le lacrime e la disperazione.
Non si cancellano i sentimenti e le famiglie, fino a quel momento dignitosamente scomposte, si lasciano andare a urla e singhiozzi. Qualcuna sviene, complice il grande caldo. Le famiglie si stringono. Macchine fotografiche e telecamere riprendono impietosamente queste scene tragiche. Che lavoro da insensibile quello del fotografo, entrare così prepotentemente nelle disgrazie degli altri, senza pietà. Ma non c’è rabbia per quella visita non voluta nelle donne e negli uomini accanto alle tombe aperte, si ripiegano nel loro dolore, non curandosi delle centinaia di migliaia di persone che li circondano.

Entrano in scena le bare, una per una verranno sollevate una per una nel corso della cerimonia , passate, spinte, trasportate senza sforzo da decine di mani fino alle nuove fosse scavate nel grande prato. In effetti è la vita che è pesante, la morte è leggera, un soffio.
Si forma un lungo serpente verde dalle molte diramazioni, una novella  Medusa senza testa carica di dolore, rassegnazione e tormento, che si scompone e si ricompone nel momento in cui alcune bare vengono inumate e nuove vengono sollevate da terra, in attesa di essere trasportate nel luogo dove giaceranno per sempre.

Spuntano le pale e le vanghe, validi strumenti che serviranno agli uomini per coprire i corpi, utilizzando la terra mischiata a fango preparata precedentemente.
Nella collina del memoriale il “mostro” verde continua a crescere e diramarsi, senza mai vederne la fine.
Al microfono vengono scanditi i nomi delle vittime. Gli speaker fanno cambi tra di loro, affaticati nel ripetere questo lungo elenco di vite spezzate.
È difficile passare in mezzo al tentacolo della Medusa, costretto a subire la marea di forti emozioni che aleggia nella zona, ma è meglio lasciare finalmente le famiglie al loro dolore interno, lontani dalle luci delle telecamere e dei fotografi e dagli sguardi di estranei indiscreti.

Si dice che chi è sopravvissuto alla strage di Srebrenica, porta negli occhi il dolore immenso e la paura vissuta in quei giorni. In minor modo chi ha partecipato al memoriale si porterà nel cuore il turbamento e la commozione provata in quei momenti.

Da quindici anni in questo angolo di Balcani non riecheggiano più i colpi di mortaio, eppure l’odio prosegue strisciante. A pochi km di distanza da Potocari, in Serbia, qualcuno festeggia la liberazione di Srebenica.
In hotel si lavano le scarpe sporche del fango. La terra viene via facilmente davanti al getto dell’acqua. Non sarà  lo stesso facile scrostarsi quello che si è vissuto durante la giornata. Le emozioni più forti sono quelle più difficili da scordare.
Sicuramente a casa i problemi quotidiani sembreranno più piccoli. A casa si apprezzerà molto di più qualcosa che davamo per scontato: la libertà, messa splendidamente in poesia dalla grande scrittice Elvira Mujcic, fuggita da Srebenica:
“La libertà” di e. Mujcic
La terra fatta di sangue scorreva sotto i miei piedi
La mia gente fatta di dolore sfilava davanti ai miei occhi
Nel silenzio della disperazione sentivo le risate dei bambini, o forse era la mia infanzia che mi inseguiva ridendo?
La miseria della città distrutta era enorme quanto quella della mia vita
L’immensità delle tombe finiva là, in un punto dell’orizzonte, dove Dio accarezzava il mondo.
Disperatamente vi cercavo intorno ai palazzi bruciati;
inutilmente mi aggiravo tra le macerie della città per salvare le vostre vite.
Illusa!
Volevo vedervi correndo per le strade ferite.
E’ questo il prezzo per vedere il nostro cielo libero.
Ma che è la libertà se le tenebre della morte
sono più scure delle notti invernali?
Se siamo tutti un po’ orfani, un po’ vedove e un po’ morti?
Che è la libertà se i prati dei nostri cimiteri
si protraggono oltre l’infinito del cielo?

Srebenica per non dimenticare – Il sangue verde – Srebenica – 1 parte

È verde la Bosnia. Quando percorri la strada da Tuzla a Potocari, dove si trova il memoriale di Srebenica, non puoi credere a quello che vedi: una bellezza e una varietà di paesaggi che non ti aspetti. A volte sembra di percorrere l’Aurelia costeggiata dalle colline toscane, ma quando sali di altitudine la macchia si infittisce, regalandoti una visione da paesaggio pre-alpino
La macchina entra arrogante in un tunnel senza luci. All’uscita il primo sole del mattino ci acceca per pochi secondi, per poi regalarci la bellissima visione della Drina, il fiume che separa la Bosnia dalla Serbia. Sembra un lago senza fine, la Drina al mattino, con l’altra sponda nascosta dalla nebbia, che rende l’atmosfera più inquietante come una musica che introduce una scena tragica. I cartelli stradali diventano solamente in cirillico: siamo infatti entrati nella repubblica Srpska, l’entità serba della Bosnia-Erzegovina. La maggioranza è serba (88%), che vuole la secessione da uno stato che non riconosce.
Le macchine dei diplomatici e dei politici sfrecciano accanto a noi, mentre siamo in fila da ore. Famiglie intere, sedute fuori le loro case simili a baite alpine, guardano la processione di macchine, un evento molto raro in quelle zone a bassissima densità.
I poliziotti, a decine lungo la strada, aumentano man mano ci avviciniamo alla meta. Marcano il territorio, come fanno i cani quando si sentono attaccati.
Un campo di granturco diventa un parcheggio improvvisato dove lasciare la macchina esausta.
Il sole accompagna la nostra marcia verso la fabbrica di Potocari. Un chiosco di bibite è letteralmente preso d’assalto. Sarà un giorno speciale per il proprietario.
I gruppi di persone, simili a piccoli torrenti, si uniscono per formare un largo e lento fiume umano, largo quanto la Drina vista al mattino. Molte donne hanno un velo bianco, simbolo del lutto. Ma il bianco è anche espressione di purezza e innocenza, totalmente estranee a questo luogo.
Mentre ci avviciniamo ai lati della strada troviamo mamme o con in braccio i loro figli, mutilati dalla guerra o dalle mine, anziane in ginocchio che cantano nenie incomprensibili. Tutti che chiedono un piccolo aiuto, abbandonati dalla povertà dello Stato.  Una sorta di Via Crucis del cuore, sempre più straziante a ogni stazione.
Un edificio alto e grigio interrompe l’orizzonte verde, fatto di alberi e colline.
E’ la fabbrica degli accumulatori, da dove è partito il genocidio di Srebenica.
La “fabbrica degli orrori” è diventata un museo per la memoria. L’odore di umido è acre e pungente, ti entra nelle narici e colpisce duro allo stomaco. Quando passeggi, vedendo foto, leggendo racconti, osservando video, la nausea aumenta, fai fatica a respirare e ti assale il desiderio di scappare via il più lontano possibile. Ma non puoi fuggire, devi capire cosa è successo, come è stato possibile, come mai non è stato fermato. Ti fai forza e cominci a leggere la storia, pannello dopo pannello, con l’orrore che ti accompagna sempre di più, compagno non voluto e difficile da scacciare.
Quello che leggi è successo esattamente in quel posto, puoi alzare gli occhi e immaginarti tutta la scena, nei più minimi e scabrosi dettagli.
Puoi vedere i numerosi camion che si muovevano nel cortile della fabbrica quel primo pomeriggio dell’11 Luglio 1995.  Camion pieni di anziani, uomini, donne e bambini. Sono stati presi a Srebenica, distante pochi km, dalle truppe paramilitari serbe comandate da Mladic. Molti vestivano la divisa delle truppe ONU olandesi che avevano il quartiere generale nella fabbrica di Potocari.
Non hanno trovato resistenza, quella zona era protetta dall’ONU e i profughi, accorsi in migliaia a Srebenica, si sentivano al sicuro. I bosniaci affamati guardavano quelle truppe coi loro giubbotti antiproiettili, i caschi blu e i blindati, come protettori, garanti della loro vita e della loro sopravvivenza.
Puoi vedere le truppe di Mladic che separano migliaia di donne e bambini dagli uomini, dividendoli per sempre. Le donne più giovani sono portate all’interno, dove tuttora è intatta la ‘infertivno dom’, stanza dell’inseminazione. Qui sono state stuprate selvaggiamente, con una metodologia crudelmente perfetta, come testimoniano le scritte che sui muri celebrano ora e protagonisti di ogni stupro.
Puoi vedere i camion pieni di uomini portati nei boschi, uno dopo l’altro, per essere massacrati freddamente, con una scientificità tale da far impallidire ogni mente razionale: prelevare un uomo alla volta, portarlo in mezzo ai boschi e sparare alla testa. Il silenzio di queste operazioni viene interrotto solamente dalla richiesta dei carnefici alle vittime di guardare per terra, unico modo per resistere psicologicamente allo stress omicida. Devi morire senza poter utilizzare l’unica arma che ti rimane: il potere degli occhi, di uno sguardo che ti perseguiterà tutta la vita. Non gli è concesso nemmeno quello.
Su un pannello si trova la dichiarazione di uno dei boia: “Non riuscivo più a premere il grilletto, avevo l’indice informicolato da quanto avevo sparato. Andavo avanti ad ammazzarli per ore”.
Dichiarò inoltre che qualcuno aveva promesso loro 5 marchi per ogni musulmano ucciso quel giorno. Poco più di due euro, questo il valore di una vita. Disse che costrinsero anche gli autisti a scendere e ammazzare almeno un paio di musulmani, in modo da assicurarsi il loro silenzio.
Non puoi distinguere i bosniaci musulmani dai serbi e dai croati. Sono tutti slavi del sud di pelle bianca. Parlano la stessa identica lingua, sono stati compagni di scuola. Gli autori del massacro sono serbi locali, che magari avevano condiviso un pasto o una bevuta con le vittime. Magari ora lavorano sul territorio e li puoi vedere con una divisa da poliziotto, dietro uno sportello bancario, radicati dentro le istituzioni. E’ ancora tutto troppo fresco per dimenticare.
Il massacro di Srebenica è durato cinque giorni, ci vuole tempo per uccidere 10000 (e più) persone. Tutti maschi, come vuole la regola della pulizia etnica.
La fabbrica di Potocari è stata la base di queste operazioni, testimone diretto del terribile silenzio dei caschi blu olandesi.
Se chiudi gli occhi puoi vedere le mutilazioni, le esecuzioni, gli stupri. Puoi sentire le urla, le preghiere, gli appelli per un aiuto mai arrivato.
Se apri gli occhi puoi ancora vedere le scritte sui muri della fabbrica, fatte da ragazzi olandesi che avevano molto spesso la stessa età delle vittime:
Uccidere è il mio affare e gli affari sono una buona cosa” oppure ” Ha i baffi, puzza di merda, ragazza bosniaca”. Un disprezzo verso i bosniaci che non ha ragione di esistere.
Puoi ancora vedere intere stanze dipinte di un rosso scuro: è il sangue rappreso dei torturati, appesi a dei ganci ancora visibili. Non c’è traccia dell’intonaco bianco, un brivido freddo sale lungo la schiena.
Tutto questo è stato documentato dai serbi-bosniaci in una sorta di autocelebrazione morbosa, convinti che si avvicinasse il tempo per la fondazione della Repubblica Spska. Lo testimonia anche il modo approssimativo di fare le fosse comuni, convinti che quel territorio sarebbe appartenuto presto a loro. Una vangata di terra e via, pronti per nuove esecuzioni.
Quando il 21 Luglio il contingente ONU lascia Potocari ci sono i brindisi d’addio con i serbi. Non riesco a capire.O forse non c’è niente da capire. La sopravvivenza degli olandesi barattata con il silenzio e la complicità. L’istinto di sopravvivenza che scatta quando siamo in pericolo, il disinteresse verso la sorte degli altri, l’egoismo di voler vivere a tutti i costi, non sono forse sentimenti umani?
Secondo la definizione adottata dall’ONU costituiscono “gli atti commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso”.
La stessa ONU che è rimasta passiva (o complice?) di fronte a un genocidio avvenuto solamente quindici anni fa, mentre a poche centinaia di chilometri c’è il Mar Adriatico e l’Italia, dove probabilmente molti bagnanti si godevano le ferie al sole.
E’ verde la Bosnia, ma non la fabbrica di Potocari. Lì il verde, colore della speranza, si è spento in una calda giornata d’estate di quindici anni fa. Lì il verde si è trasformato in rosso.

Per non dimenticare Srebenica – 4° parte – L’erba cresciuta dal sale – Tuzla – 10/07/10

Chissà cosa sognano i bambini dell’orfanotrofio di Tuzla, chissà a cosa pensano quando sono nel letto prima di addormentarsi. Quali sono le loro aspettative, i loro ricordi, le loro paure? Queste sono le domande che ci facevamo in macchina mentre cercavamo di evitare tassisti troppo spericolati, domande che purtroppo non hanno ricevuto risposta.
L’orfanotrofio ha l’aspetto e le caratteristiche di una normale scuola italiana, con l’intonaco bianco che cade a pezzi dalle facciate, un giardino con strutture in legno traballanti e l’erba lasciata crescere rigogliosa e selvaggia. Un cumulo di terra mischiato con del fango diventa un luogo per giocare e fantasticare di nuove avventure, in attesa perenne di qualcosa che possa spezzare la monotonia di una vita vissuta in una gabbia senza sbarre.
Non ha un nome l’orfanotrofio, forse per empatia con i bambini che arrivano senza essere identificati, simulacri vuoti da riempire con emozioni e affetto, che necessitano di uno sforzo doppio di attenzioni.
Pochi sono i figli di Srebenica, sono ormai passati 15 anni e gli orfani di allora sono stati sbattuti fuori al compimento del diciottesimo anno. Ma la situazione è ancora critica:  nel cantone di Tuzla circa 1.000 bambini sono orfani di entrambi i genitori e 20.000 lo sono di uno. Una catastrofe sociale impossibile da gestire con le risorse a disposizione.
Negli anni scorsi l’orfanotrofio di Tuzla ospitava più di 150 ragazzi, ma successivamente per colpa dei tagli al sociale, a noi così familiari,  la capacità si è ridotta a più della metà, con gravissime carenze di personale qualificato. Non ci sono pediatri o psicologi  a fornire aiuto. I bambini vengono lasciati crescere come l’erba del giardino dell’orfanotrofio, senza una cura precisa, così fragili da spezzarsi ai primi venti di tempesta.
Sembrano forti e coraggiosi a prima vista, spavaldi e irriverenti con gli adulti. Non hanno paura, ne’ diffidenza, non si aspettano più niente. Come si può aver fiducia di chi ti ha voltato le spalle? Di chi viene e ti regala un giocattolo, un’emozione, un sorriso, per poi tradirti nuovamente andando via pochi minuti dopo, lasciandoti nuovamente da solo. Sono cresciuti in fretta, troppo in fretta i bambini dell’orfanotrofio di Tuzla. Chi ha detto che il tempo non è relativo? Un anno passato nella struttura è molto più lungo di uno trascorso in una casa italiana tra videogiochi e tv, coccolati e viziati dalla famiglia. Costretti ripetutamente a negarsi le piccole gioie dell’infanzia: un giro in bicicletta in libertà, possedere un proprio giocattolo, ricevere una carezza da parte di qualcuno che ha occhi solo per te.
Quando pensi che a loro puoi solo dare ti sorprendono con un gesto, una semplicissima azione che mette in crisi le tue certezze, le tue verità, le tue sicurezze e capisci che sono loro a poterti insegnare qualcosa. Come nel caso di Lejla, bellissima bimba di 9 anni, occhi marroni e capelli nero corvino raccolti in una treccia, che asseconda i rapidi movimenti della testa. Un neo sopra la bocca che ispira tenerezza e una voglia matta di essere abbracciata anche per un solo momento fanno Lejila una bimba adorabile. Ha appena ricevuto una caramella, ma invece di divorare voracemente quel tesoro inaspettato, va a chiedere a tutti i bambini che sono vicini se la volevano mangiare al posto suo, non perchè non la volesse, ma perchè all’orfanotrofio di Tuzla si deve condividere quello che si ha con i propri fratelli o sorelle, fregandosene se hai lo stesso sangue o no. Non contenta di chiederlo agli altri bimbi Lejla vorrebbe offrire la caramella anche a noi, visitatori da un mondo lontano fatto di ricchezza e di opulenza. Una lezione di altruismo data da chi non ha niente, senza provare invidia o rancore verso chi ha avuto la fortuna di potersi permettere migliaia di caramelle come quella.
Nella struttura convivono bambini e ragazzi da 0 a 18 anni, in un mix davvero letale, dove nascono gerarchie e gruppi in lotta fra loro per riuscire a “comandare” sugli altri, magra soddisfazione dopo un’infanzia fatta di privazioni. E’ un ecosistema molto delicato e perverso, che ha l’approvazione del personale della struttura, visto che garantisce loro meno lavoro per mantenere la disciplina e l’ordine. Stanno lontani da noi i ragazzi più grandi, quelli prossimi ai 18 anni, che si ritroveranno per strada a breve. Li vedi con i loro capelli lunghi, lo sguardo perennemente incazzato, pronti a scrutare ogni piccola novità che potrebbe modificare l’ecosistema da loro difficilmente creato e gestito. Non vengono a salutarci e quando incroci i loro sguardi non vedi la spensieratezza dei bambini, ma la rabbia degli adulti. Ti sfidano fissandoti negli occhi e giocando con dei pezzi di ferro, nei loro vestiti di marca presi chissà dove. Non riesci a sostenere lo sguardo a lungo e cerchi rifugio negli occhi di Lejla o di qualsiasi altro bimbo nei paraggi.
Conviene allearsi con loro, sono quelli che mandano avanti la baracca..
Non puoi parlare con i bimbi dell’orfanotrofio, in pochi conoscono lingue come l’italiano e l’inglese. Ti coprono di parole dal suono gutturale e incomprensibili e ti senti a disagio nel non poter capire cosa ti chiedono e quindi di non poter soddisfare i loro bisogni.
Ma c’è un linguaggio che è universale, che anche noi conosciamo molto, troppo bene, anche se oggi è oscurato dalla mediazione della tv e dello star system.
E’ il linguaggio del pallone. In un attimo siamo a giocare con un gruppo di loro, esaltandoci e urlando insieme il nome di calciatori famosi. Amir impersona Cristiano Ronaldo,eccellente anche nella sua imitazione quando deve tirare le punizioni, con le gambe spalancate in attesa del fischio dell’arbitro.Karim è Rooney, anche se il paragone fa sorridere data la struttura esile del bimbo bosniaco in confronto all’orchesca figura del giocatore inglese. Ovviamente nessun italiano è stato nominato.
Una parata, un dribbling, un tiro in porta sono state le nostre parole per superare le loro diffidenze e lasciarci entrare nel loro “gruppo”. Ogni tocco del pallone una sillaba.
Questa è la vera essenza del calcio, la capacità di unire i popoli, ormai dimenticata e offuscata tra episodi di violenza, veline e moviole. Un’altra lezione appresa in quello che è stato definito: “il buco nero dell’Europa”.

Tuzla, essendo città universitaria, ha molti giovani, che sfilano di sabato sera nel corso principale. Puoi trovare ragazze dai tacchi altissimi, coppie felici e gruppi di ragazzi in piena tempesta ormonale. Tutti però non sembrano prestare attenzione e schivano quel monumento di marmo che si erge a metà della via. Sembra che non vogliano riconoscerlo, che lo considerano qualcosa di estraneo, che non gli appartiene. Quella struttura di marmo ricorda infatti una delle peggiori ferite di Tuzla. Nelle ore serali del 25 maggio del 1995, i giovani della città stavano manifestando felicità per la stipula dell’ennesima tregua, che gli avrebbe garantito ore di pace e di serenità. L’Esercito della Republika Srpska, i fondamentalisti serbi, tirarono due granate in direzione di quel corteo dei giovani, uccidendone 71 e ferendone altri 200. Tutte le vittime erano civili e la maggioranza aveva un’età compresa fra i 18 e i 25 anni, molti dei quali studenti che attendevano la fine della guerra per riprendere gli studi. La cosa più tremenda è che feriti e morti hanno dovuto attendere il giorno dopo prima di lasciare quel luogo di distruzione, perchè gli abitanti avevano paura di una nuova scarica di granate. Questa era la strategia della paura adottata a Sarajevo, dove i cecchini sparavano per ferire, attendendo i soccorsi per poi commettere una vergognosa strage. Questo solamente quindici anni fa.
Adesso i giovani caduti riposano nel parco di Tuzla, sotto tombe bianche che hanno all’interno la loro foto. Quando cammini tra le stele di marmo, ti sorridono, accompagnano il tuo silenzio. Sono i volti dei tuoi amici, dei tuoi conoscenti, ti sembrano così dannatamente familiari. Vorresti parlargli, confidarti, sentire la loro voce. Ma la fredda logica ti riporta alla drammatica realtà. Smetti di guardarli e vedi cosa c’è attorno. Sulla scala ragazzi si allenano per la prossima partita di calcio. Una panchina incornicia l’amore di due ragazzi, che si scambiano caste effusioni all’ombra di un albero. Un anziano dalla pelle rugosa passeggia tenendo per mano il suo nipotino.
Non è mancanza di rispetto, ma un modo per onorare i giovani caduti di una folle guerra, cercando di portare avanti le piacevole emozioni a loro brutalmente negate.
L’amore e la morte, l’antico tema trattato dai poeti latini, da Leopardi,  da D’Annunzio.Solo l’amore è così lacerante, pungente, penetrante, intenso, straziante, acuto, violento come il sentimento provato dopo una perdita. Solamente con l’amore si può dimenticare la morte.

Gli abitanti di Tuzla la chiamano «la città sul chicco di sale», per i giacimenti di sale minerario e dell’ acqua salata, che  ha lasciato l’antichissimo mare Pannonico, mentre si ritirava da questa zona piu’ di dieci milioni anni fa.  Il sale è nel Dna degli abitanti di Tuzla, che vogliono conservare la memoria, come il sale preserva i cibi dalla decomposizione. Non vogliono vendetta, ma chiedono giustizia. Ancora dopo 15 anni risuonano tristemente le parole dell’allora sindaco di Tuzla, dopo l’attentato del 25 Maggio:
“Se restate in silenzio, se anche dopo questo non agite con la forza come unico mezzo legale (…) allora senza dubbio alcuni di voi eravano e restano complici del male, del buio e del fascismo»
Purtroppo il silenzio è ancora assordante.

Srebenica, per non dimenticare – 3 – Tuzla – Gli occhi tristi del pappagallo

È giorno di festa oggi alla “Casa Pappagallo”. È arrivata la targa che segnala l’apertura dell’Internet Point gestito dai ragazzi della struttura. Siamo a Tuzla, seconda tappa del nostro viaggio verso Srebenica.
La “Casa Pappagallo” prende il nome dai diversi colori che compongono le facciate della casa. Non è una scelta creativa, un’idea di qualche novello Chagall o di un moderno communication designer. Era semplicemente finita la vernice in dotazione e si sono dovuti arrangiare con quelle a disposizione, creando un effetto policormatico molto vistoso che trasmette un senso di simpatia e di allegria. Sentimenti difficili da far provare agli abitanti della Casa. Infatti ospita 10 ragazzi maggiorenni che hanno passato l’infanzia e l’adolescenza in orfanotrofio e che cercano di aiutarsi a vicenda nel superare le molte difficoltà nella fase delicata del passaggio alla vita adulta. Al compimento del 18° anno ti sbattono in strada, senza la possibilità di un inserimento in un contesto lavorativo, senza il sostegno di nessuno, benché meno dello Stato.

I servizi sociali in Bosnia sono allo sfascio, non riuscendo ancora  a sopperire a quel bisogno enorme di solidarietà creato dalla guerra. Solo da poco è stata istituita l’assistenza sanitaria pediatrica per tutti, prima i bambini che ne avevano bisogno e non potevano permetterselo potevano fare solo una cosa: arrangiarsi e sperare di guarire. Non tutti hanno avuto questa fortuna: sono molti i bambini morti di leucemia o di tumore in seguito all’uso di armi con uranio impoverito, una vergogna che ancora oggi miete silenziosamente vittime tra ex militari e civili. Una delle tante, troppe verità che urla ancora giustizia.

Nella “Casa Pappagallo” sono molti quelli che cercano di finire gli studi, unica speranza di riscatto sociale, un piccolo riconoscimento personale dopo una infanzia fatta di sacrifici e privazioni.
Dietro la casa un campo d’erbacce diventerà presto un campo sportivo, che sarà autogestito dai ragazzi facendo del luogo un centro di aggregazione sociale. Ma bisogna fare presto, prima dell’elezione che avverrà in primavera. Il sindaco è in odore di rielezione e non vuole farsi sfuggire l’opportunità di inaugurare questo virtuoso esempio di politica sociale. Tutto il mondo è paese.

A Tuzla non ci sono nazionalismi anche perché dopo Sarajevo è la città più multietnica della Bosnia. Da anni vince il partito socialdemocratico che punta molto sulle politiche sociali e la necessità di soddisfare il bisogno delle persone.
Ci sono esempi eccellenti di coraggio in politica, come nel caso di Selim Beslagic, sindaco di Tuzla durante la guerra, che minacciava di far saltare I gasdotti che circondavano la città se le truppe nemiche avessero osato porre un assedio. Una strategia che ricorda molto l’incendio di Mosca da parte dello zar Alessandro I, che ha lasciato le truppe francesi di Napoleone senza una città da saccheggiare. Un atto estremo che ha salvato il centro città dalla guerra totale, anche se non dai bombardamenti. Al contrario di Sarajevo e Mostar all’ingresso della città non ci sono palazzi fatiscenti o segni di proiettili sulle facciate, ma solo i segnali dell’economia industriale della zona: anonime ciminiere e una centrale a carbone che strappa un sorriso, data la sua somiglianza con la centrale nucleare di Springfield, direttamente dai Simpson. Tuzla è oggettivamente brutta, lo dicono anche gli stessi cittadini, ma è il motore economico e sociale di una Bosnia che vuole dimenticare velocemente il suo passato.  Palazzi grigi e tetri si mischiano a strade larghe e caotiche, con la presenza ogni tanto di villette a schiera.

È in una di queste case, con la facciata dipinta di un rosa squillante, che trova sede l’associazione Tuzlanska Amica, meta del nostro viaggio. Ad aspettarci ci sono Angela e Giovanni, impegnati attivamente nel seguire sul territorio i vari progetti portati avanti dall’associazione. Sono due pensionati bolognesi, con il sigaro sempre fra le mani e gli occhi sempre affamati dal desiderio di aiutare. Angela ha un volto sereno, una voce pacata, che stimola al dialogo, fino a quando non parla di Srebenica. Allora la voce si fa dura, i tratti somatici si irrigidiscono e le mani fremono. Appare tutta la passione e la rabbia che la stimola ad andare avanti a cercare di dare sempre un piccolo, ma tangibile aiuto. Angela è sempre accompagnata dal marito Giovanni, ex sindacalista, compagno deluso dalla politica. Ha provato a farla anche attivamente a Bologna, ma gli sembrava di non concludere niente, di perdere tempo, di non riuscire a incidere. Tutto è cambiato da quando ha iniziato a lavorare nei Balcani e i giochi della politica, troppo spesso incomprensibili,passano in secondo piano di fronte alle tragedie dei bambini e delle bambine bosniache. Angela e Giovanni gravitano nell’orbita di Adottando, O.N.L.U.S. riconosciuta e registrata nelle liste istituzionali del volontariato bolognese: l’obiettivo sono l’incremento delle adozioni a distanza, ma oltre a cercare di offrire un concreto aiuto materiale, la novità consiste nel provare a costruire un contatto diretto tra donatore e bambino: un rapporto costante, che si nutre non solo attraverso lo scambio di lettere ma anche con visite al bambino nel luogo dove vive, per conoscere direttamente la sua realtà e cercare di ricostruire quella fiducia persa dopo le tremende esperienze personali.

Adottando è una delle associazioni che gravitano attorno a Tuzlanska Amica, il  vero filo diretto con il territorio, capace di gestire 1000 adozioni a distanza con uno staff di sole 8 persone, capitanati da Irfanka, energica neuropsichiatra dalla sigaretta facile. Capisci quanto è forte quando intravedi i suoi occhi  nascosti dalla frangia bionda che gli scende sul viso, occhi che hanno visto la sofferenza e la tristezza. Non c’è spazio per l’empatia per persone come Irfanka, si rischia di crollare psicofisicamente e di non essere più in grado di aiutare. L’insensibilità al servizio degli altri, unico rimedio per non rimanere schiacciato dal peso delle tragedie. E’ schiva e non si vuole far fotografare, preferisce non apparire, ma lavorare in seconda linea, silenziosamente.
Ogni persona che lavora a Tuzlanska Amica ha una disgrazia personale alle spalle, un fardello da dimenticare per riuscire a lavorare serenamente con i bambini.
Ma i segni del passato si vedono negli occhi, gli stessi di Irfanka, spietati rilevatori di una sofferenza interiore. Come nel caso di Fata, ragazza bosniaca dal nome magico e fiabesco. Purtroppo non c’è nulla della classica favola nella sua vita, nessun lieto fine. Guardando il suo fisico esile ti domandi come sia riuscita a sopportare anni di sevizie dentro le mura domestiche. Non sorride mai Fata, e come potrebbe? Ma quando abbraccia un bimbo dell’orfanotrofio non ha bisogno di muovere la bocca per sorridere, ci pensano gli occhi, che brillano  temporaneamente di una luce mai vista.
E’ una grande famiglia l’associazione Tuzlanska Amica, una nuova casa dove tutti si aiutano a vicenda, dove ognuno cerca di superare i  numerosi momenti difficili causati dalle esperienze personali  aiutando migliaia di bambini, ragazzi e adulti.

La “Casa Pappagallo” si trova dietro la sede dell’associazione, costruita in collaborazione con la Regione Emila-Romagna, molto attiva sul territorio.Qui passano molti dei ragazzi che sono stati aiutati da Tuzlanska Amica e che al compimento del 18° anno, sbattuti in strada dall’orfanotrofio, si sono dovuti arrrangiare. Qui hanno potuto continuare il legame stretto che si era creato con Irfanka e gli altri, qualcosa che somiglia molto al concetto di famiglia. Qui hanno potuto continuare gli studi o trovare un lavoro.

C’è grande festa oggi alla “Casa Pappagallo” per l’arrivo della targa dell’Internet Point. Ma quattro ragazzi sono ancora più contenti: dopo 15 interminabili anni i resti dei loro padri sono stati trovati nelle fosse comuni e finalmente identificati . Domani potranno seppellirli nel memoriale di Srebenica,a Potocari. Finalmente da domani potranno tornare a vivere. Provando a guardare il mondo con occhi diversi. Occhi meno tristi e malinconici, pronti a provare una serenità brutalmente negata.

Srebenica per non dimenticare – 2 – Mostar, oltre il ponte

Un uomo dai tratti molto duri si avvicina svogliatamente alla nostra macchina. Siamo a Metkovic e la frontiera tra la Croazia e la Bosnia ci appare all’improvviso, in tutta la sua semplicità : un casottino grigio e due sbarre arrugginite. Consegniamo i nostri passaporti al poliziotto di frontiera che comincia a sfogliarli distrattamente. Si vede che ha fretta di mandarci via. Ci congeda pronunciando un “Vai Stefano” dal marcato accento slavo. La Bosnia non sembra differente dalla Croazia: verde ovunque, alte montagne e strade prive di segnaletiche. Ma all’improvviso qualcosa ci sveglia dal naturale torpore del viaggio, qualcosa che non siamo abituati a vedere: un minareto, dalla punta resa rossa dal tramonto, si staglia alto nel cielo. I musulmani sono la maggioranza in Bosnia-Herzegovina e le chiese, anche se presenti nel territorio, sono di gran lunga superate in numero dalle moschee.
Un cartello bilingue scritto anche in cirillico ci indirizza verso Mostar dove passeremo la notte prima di arrivare a Tuzla.

Un palazzo fatiscente crivellato di proiettili e di colpi di mortaio ci segnala il nostro arrivo nella città simbolo della regione. Ce ne saranno tanti altri di scheletri come quello. Un desolante cimitero architettonico. Come potrebbe essere altrimenti? Diciotto mesi di assedio durante la guerra bosniaco-croata, iniziata nel 1992, hanno segnato permanentemente il volto di questa città, riducendola a un gruppo di macerie. Mostar era una pedina fondamentale nello scacchiere della guerra. La città più ricca della regione dell’Herzegovina, la più popolosa, la più ricca di storia. I primi insediamenti sono infatti datati nel quindicesimo secolo, quando Mostar era una città di punta nell’impero ottomano, con un vistoso elenco di cattedrali, moschee, librerie e altri sontuosi palazzi, da far invidia a qualsiasi città dell’Est Europa. Un contesto da fiaba con al centro una gemma, una pietra preziosa: quel ponte cosi’ magnificamente perfetto nella sua semplicità. un’arcata sola sospesa sul fiume Neretva, una lacrima di pietra che lega indissolubilmente le due anime della città. Anche se il ponte e’ crollato nel Novembre del 1993, in realtà era già morto prima, la sua anima era svanita da tempo. Infatti Mostar era già divisa in due con a Ovest i Croati e le loro truppe e a Est i Bosniaci.

Il ponte, che aveva visto passare sultani e imperatori, aveva perso ogni ragione di esistere. Non univa, non aggregava, non mischiava più nessuno. Anche se ormai già in macerie, lo Stari Most, il ponte vecchio di Mostar crollava in una fredda giornata autunnale, colpito da un semplice colpo di mortaio, senza opporre resistenza, come se avesse capito che era ormai arrivato alla fine, che la sua funzione di unire era ormai svanita, addolorato e devastato dall’irrazionale spirale di odio e violenza di quei mesi. Con lui moriva l’intera città, dato che Mostar prende il nome da “mostari” che significa “i guardiani del ponte”. Ma i due popoli troppo accecati dalla guerra non capirono la lezione e il sacrificio del vecchio ponte. Le violenze e i bombardamenti continuarono dando il colpo di grazia alla città, distruggendo ad esempio il palazzo del vescovo e la sua libreria contenente 50000 volumi. Per non parlare degli stupri perpetrati dai Croati nei confronti delle donne bosniache, gocce di sangue nel mare delle violenze causate da quella folle guerra.

Oggi Mostar prova a riprendersi lentamente. La città e’ severamente organizzata secondo il principio della “national equality”, ovvero si ricerca una equa ripartizione fra etnie, per non averne nessuna che domina, alla ricerca di un equilibrio ancora troppo fragile da mantenere. E’ rinato il borgo antico grazie alle iniziative dell’Unione Europea e la benedizione dell’Unesco,che cerca di attirare quel turismo necessario per far ripartire l’economia di una zona povera di risorse. Anche il ponte risplende di nuovo sul fiume Neretva, ricostruito fedelmente a immagine e somiglianza del vecchio eroe di pietra. Ma quando lo vedi, soprattutto illuminato dalle luci notturne, capisci la sua artificiosità, inserito brutalmente in un contesto che non gli appartiene. Il ponte è giovane, pallido, troppo “nuovo” per incutere rispetto. Al massimo puoi provare simpatia per quella nuova costruzione, simbolo di rinascita e di unione, che ha permesso alla città di rivivere ancora, di avere un solo cuore pulsante. Ma lo spirito del vecchio ponte aleggia ancora nostalgico nella zona. Lo vedi nel viso triste e segnato della venditrice di souvenir, lo senti quando leggi su una fredda pietra bianca “don’t forget“.


Srebenica per non dimenticare – 1 – Introduzione

dal blog di Stefano Landucci

11 Luglio 1995, sono passati 15 anni dall’eccidio di Srebrenica, un eccidio consumato in dieci, dodici giorni, che ha visto la morte di un numero ancora indefiniti di uomini, colpevoli soltanto perché il loro cognome evocava un’appartenenza culturale mussulmana.

Tutto avvenne sotto gli occhi di tutti noi, colpevoli chi più chi meno, di assistere in silenzio o ancora peggio avallando quanto stava accadendo. Era comunque un silenzio assordante.

Quest’inverno mi sono imbattuto negli scritti di una giovane donna bosniaca, costretta a scappare ancora bambina da Srebrenica; il silenzio in quel momento mi è diventato insopportabile. Ho deciso che valeva la pena incontrarla, smetterla di far finta di non vedere che ancora oggi a pochi chilometri di distanza da noi, si sta vivendo una situazione difficile, dolorosa, ingiusta. Ho cercato Elvira Mujcic, questo è il suo nome, e gli ho chiesto di venire a presentare il suo ultimo libro qui da noi a Pisa, ma soprattutto ho incontrato Elvira, una donna di 30 anni, che mi ha parlato della sua Bosnia, di ieri e di oggi.

I suoi racconti, in modo particolare, quelli della Bosnia di oggi, mi hanno imposto di fare qualcosa per non dimenticare; a Srebrenica quindici anni fa abbiamo chiuso gli occhi tutti, il rischio è che ognuno di noi continui a farlo, è troppo più semplice chiuderli ancora, è troppo più semplice dimenticare.

Nei caldissimi anni ’90 sono andato tre volte nei territori della ex Yugoslavia, durante il servizio civile prima e da semplice cittadino poi. Ho incontrato persone con la loro fatica quotidiana, soprattutto donne e bambini, sradicati dai loro territori, spesso in cerca di un luogo, di qualche certezza. Ho davanti i loro volti, ma è stato più semplice metterli in un angolo.

Una frase del primo libro di Elvira mi ha particolarmente colpito, parlando di quei giorni di quindici anni fa, scrive”..insomma non potevano ucciderli, il mondo non lo avrebbe permesso. Cazzo, eravamo pur sempre in Europa. Si fino a quel giorno lo eravamo. Poi, l’Europa è diventata un entità a se stante, un bel mondo di sole. Pance piene, gente cresciuta con il culo al sicuro…”.

Speranza e disillusione

Smettere di dimenticare, smettere di far finta di niente; sono passati molti anni ma le vicende di quel popolo sono ancora appese ad un filo, un filo così facile da spezzare e capace di far ripiombare il paese nel caos, nell’odio più grande. “Non può esservi pace senza giustizia” ha detto il premio nobel per la pace argentino, Adolfo Perez Esquivel, ma purtroppo la giustizia in Bosnia è ancora lontana, e con essa la pace. Nei medesimi villaggi, nelle medesime strade convivono, uno accanto all’altro vittime e carnefici, quasi che niente fosse accaduto, quasi che tutto possa, debba essere dimenticato.

Andare a Srebrenica per l’11 luglio, insieme al collega e amico Marco, è la voglia di non dimenticare, di non perdere la memoria del passato e tenere viva la speranza per il futuro. E’ non far finta di niente, è la volontà di tener viva anche a Pisa, la mia città , l’attenzione per questo popolo, l’attenzione per la loro ricerca di pace, frutto di una giustizia sempre negata.

Migliaia di criminali di guerra continuano a girare indisturbati in quella terra martoriata, sono passati ormai molti anni e la gente di Bosnia continua ad aspettare, ad aspettare che qualcosa accada; il nostro vuole essere un banalissimo contributo per un’attesa di speranza, per un’attesa di giustizia.