Glass-Steagall: piccole proposte che cambiano la finanza.

C’è grande fermento su come superare la crisi finanziaria che ha colpito il globo. Conosciamo benissimo le cause, ma non riusciamo ad operare per far sì che non risucceda il disastro. Derivati, credit swap e tutti gli altri strumenti per fare soldi con i soldi dai nomi anglofoni sono purtroppo ancora all’ordine del giorno. Le banche, per aumentare il capitale, ancora utilizzano questi strumenti rischiosi, capaci di portare grandi profitti, ma allo stesso modo condurre a un veloce crac dalle conseguenze disastrose.
Eppure c’è una piccola proposta che potrebbe fermare la corsa speculativa delle banche: il ritorno della riforma Glass-Steagall, ovvero la divisione delle banche in due tronconi: da una parte le banche dedicate al credito per famiglie e imprese, dall’altra le banche che giocano in borsa, che fanno finanza speculativa giocando con i propri soldi.
Il ritorno a un modello Glass-Steagall, partito nel 1933 e rimasto in vigore negli USA e in Europa fino agli anni Novanta, ha fatto grandi passi in avanti.
Questo modello garantisce che i bilanci statali non debbano più caricarsi delle perdite del casinò mondiale, e poi utilizzare i capitali per la gente e le imprese senza condizionamenti impropri da parte degli interessi speculativi internazionali. E questo si può fare solo isolando l’economia reale dalla finanza, con la separazione bancaria primo passo indispensabile.
Oltre ai dibattiti pubblici negli USA, in Svizzera e soprattutto in Francia – dove il candidato del partito socialista Francois Hollande ha voluto pronunciarsi nettamente a favore – in Italia è stato presentato un Disegno di legge al Senato che propone di stabilire la separazione tra le banche che raccolgono i risparmi dei cittadini e gli istituti che partecipano nella bisca speculativa mondiale in qualsiasi forma.
Tra i sostenitori di un ritorno a Glass Steagall:OWS – il movimento Occupy Wall Street,Luciano Gallino,Guido Rossi,Giulio Tremonti,Carlo Azeglio Ciampi, Giulio Sapelli, Marco Onado, Franco Bernabè, Paolo Andrea Colombo presidente dell’Enel, Robert Reich, Michael Moore, Francois Hollande, politico in corsa per l’Eliseo in Francia,Thomas Hoenig, vice presidente della Federal Deposit Insurance Corporation (FDIC) negli Stati Uniti, Timothy Garton Ash
E’ giusto che chi voglia scommettere lo faccia, ma ancora più giusto che le eventuali perdite non ricadano su tutti noi.

Chi contesta la manovra?

In questa Italia divisa fra tifo, bande e squadre, c’è una cosa che unisce tutti: la contrarietà alla manovra. Non piace a PDL, a IDV, alla Lega, al PD e perfino al Terzo Polo, il grande sponsor di Monti. Insomma a tutti. Ma verrà votata, con o senza equità. Con o senza crescita. Nel frattempo anche un altro economista si aggiunge alla schiera di delusi: è Paul Krugman, premio Nobel per l’economia e considerato uno dei più importanti opinionisti del campo.

La sua riflessione sulla manovra Monti, tradotta da me sa un suo articolo su Social Europe Journal:

Credo che oggi in Europa “tecnocratico” sia sinonimo di “illusorio”. Guardate, più austerità non convinceranno i mercati che l’Italia va bene. Infatti, l’austerità – a meno che non
accompagnata da importanti cambiamenti politici a Francoforte (BCE, ndt)- è probabilmente controproducente, in quanto farà male all’economia italiana più di quanto non la aiuti a breve termine.
L’Italia sta affrontando una crisi immediata di liquidità e un enorme problema a medio termine in quanto cerca di regolazione per avere costi e prezzi di nuovo in linea con l’Europa centrale. L’unico modo plausibile per risolvere questi problemi è attraverso una politica molto più liberale da parte della BCE, sotto forma di acquisti di obbligazioni ora e un’implicita
volontà di lasciare correre l’inflazione un po’o per un periodo prolungato.
Gli ottimisti ci dicono che tutta questa austerità serve per fornire copertura alla BCE per fare quanto è necessario. Ma questo ora sembra sia rimasto un desiderio; gli illusi tecnocrati d’Europa apparentemente credono ancora che un altro giro di vite di austerità servirà a uscire dalla crisi.
Per dirla senza mezzi termini, la moneta unica riuscirà a resistere alla caduta dei salari, la deflazione del debito e la prolungata crisi economiche?

Krugman ci dice quello che da mesi sosteniamo con forza: senza crescita non andiamo da nessuna parte. Sopravviveremo certo, ma ai mercati piace il profitto, non l’austerity.

[Manovra] Commento a caldo, caldissimo

Questo è il mio commento a caldo:

Commento a freddo:
Che si dovevano fare sacrifici si sapeva. Che tutti sarebbero stati scontenti si sapeva. Che non poteva essere una manovra di “sinistra” si sapeva. Resta il fatto che manca una giustizia di fondo, ovvero cercare di far pagare chi ha pagato meno. Con l’aumento dell’IVA e la riforma delle pensioni si colpiscono tutti. Bene l’ICI,l’imposta sul lusso e lo sconto per l’aziende con donne e giovani. Inoltre se è costituzionale far pagare di più i capitali che hanno usufruito del condono,l’1,5% mi sembra una barzelletta. Poco sul versante evasione (c’è necessità di riforme strutturali). Vediamo con i tagli alle Province che succede.
Il triangolo crescita, rigore ed equità non è proprio equilatero. Ma ora c’è il passaggio alla Camera e al Senato. I parlamentari dimostrino che la democrazia conta ancora, che non c’è totale subalternità al governo e che la manovra si può migliorare, con proposte e disegni di legge, ma senza veti incrociati o ostruzionismi. Dopotutto siamo ancora una democrazia parlamentare, no?

Un modello in via di sottosviluppo

C’è un’espressione politically correct per evitare di dire paesi poveri: si parla infatti di “paesi in via di sviluppo”. Quindi noi, come potenze occidentali, siamo i “paesi sviluppati”. Ma è proprio così?

Don Gallo prova a ribaltare la situazione. Dato il forte incremento delle diseguaglianze economiche e sociali che si stanno sviluppando nei paesi occidentali e che le ultime crisi hanno accentuato, il prete genovese parla di “paesi in via di sottosviluppo”. Un modello economico che arricchisce i pochi e impoverisce molti è davvero un esempio di sviluppo? Io credo di no.

E il bello è che sappiamo anche chi è stato a portarci fino a qua. Così possiamo finalmente raddrizzare qualcosa! Di una cosa sono sicuro, scrive Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia. La prossima crisi sarà differente. Sarà una crisi ambientale, di scarsezza di risorse, di gap tecnologico. Non sarà una crisi finanziaria , un collasso della domanda, aggravata da una cattiva politica fiscale e monetaria – Non ripeteremo gli stessi errori, giusto?

Niente di più sbagliato. La cosa paradossale è che stiamo avendo una crisi che nei fatti è la stessa crisi che abbiamo avuto in passato e  addirittura stiamo commettendo gli stessi errori. Molta colpa ce l’hanno gli economisti, che sempre secondo Krugman, stanno dando consigli sbagliati, basati sul proprio ego o sull’appartenenza politica. Ma gran parte della crisi e degli sbagli commessi sono dovuti anche a un fallimento morale e intellettuale.

Siamo intrappolati in “un modello in via di sottosviluppo”, ci piace e non riusciamo a uscirne. Impressionante. E deprimente.

La storia si ripete. Nerone vs Berlusconi

Ci sono tante fantastiche leggende  sulla vita di Nerone. Una delle più suggestive è quella dell’imperatore che, mentre Roma va a fuoco, cerca il punto più alto della città e si mette a suonare la lira, estasiato da quell’immagine di orrore e violenza.

Nouriel Roubini, docente ed economista turco, professore di economia alla New York University è chiamato anche MR.Doom, ovvero Mister Apocalisse, perchè aveva previsto qualche anno prima la crisi finanziaria che è scoppiata nel globo. Non gli avevano dato credito allora, accusandolo di pessimismo e allarmismo. Già. Ha un canale twitter molto seguito e pochi giorni fa ha scritto una serie di passaggi sull’Italia che in pochi caratteri raccontano la caduta e il declino del nostro Paese.

“Italy’s crisis is one of confidence as much as fundamentals. Markets lost faith in the credibility of Italy’s government leader, Berlusconi” Questo è il più scontato, credo l’abbiano capito in molti ormai. L’Italia ha perso credibilità nei mercati internazionali per colpa di Berlusconi e del suo governo, troppo rissoso e inconcludente durante i giorni neri del tracollo di Piazza Affari.

“In all EZ crisis countries government change: Greece, Ireland, Portugal; in Spain elections/change coming. The only one stalling is Italy”. Un’altra anomalia italiana: durante la crisi dell’Eurozona in Grecia, Irlanda e Portogallo i governi sono cambiati, per dare spazio al popolo, in modo che decida chi deve affrontare la crisi, se continuare con quelli che hanno condotto gli Stati vicino al fallimento o dare la responsabilità ad altri. In Spagna Zapatero ha convocato le elezioni in anticipo rispetto alla naturale scadenza, dato che ormai non aveva più le condizioni politiche per andare avanti. L’anomalia italiana è sempre più evidente: non è bastato il balletto sulla manovra, diventata la barzelletta dell’Europa per via dei suoi cambi repentini e giornalieri, un suicidio politico-economico di fronte ai mercati. Non è bastata la prova di una maggioranza rissosa e litigiosa, incapace di essere responsabili di fronte alla tempesta. Anche dopo l’emanazione dell’ultima bozza, i mercati hanno reagito male, puntando ormai sul fallimento della nostra economia.

E qui viene l’ultimo tweet, il più bello e drammaticamente vero. “Berlusconi, as Nero who fiddled while Rome burned, refuses 2 go. He’d rather see Italy burn rather than exit gracefully 2 let others save it” Berlusconi, come Nerone suonava mentre Roma bruciava, rifiuta di andare. Preferisce vedere l’Italia bruciare piuttosto che uscire e lasciare che siano altri a salvarla. E qui la commedia della manovra si trasforma in tragedia. Un governo che ha perso ancora di più credibilità internazionale, diviso su tutto, rimane sempre lì, su quelle poltrone. Berlusconi sa benissimo che lasciare ora significherebbe la sua fine politica e preferisce affondare tutti insieme. Mal comune mezzo gaudio, al massimo lui si consola con i suoi miliardi di euro.

La tempesta è ancora in atto. La situazione drammatica. La manovra in discussione ora in Parlamento potrebbe non bastare più fra poche settimane, costringendoci a un’altra manovra di lacrime e sangue a breve. O magari non ne avremo il tempo, imprigionati in un vortice dal quale è quasi impossibile uscire.

Nerone, ormai accecato dalla sua stessa tracotanza, dal delirio di onnipotenza, dal lusso sfrenato nel quale viveva, reprimeva  e denigrava i suoi oppositori. Arrivato al limite della sopportazione, il Senato lo depose, consapevole della necessità di un nuovo imperatore.

La storia si ripete. Speriamo fino in fondo.

Cosa sta succedendo all’Italia? Tra squali e pescecani

Cosa sta succedendo all’Italia? Cercherò di spiegarlo con parole mie che sono lontanissime da quelle di un economista.
Cos’è che differenzia il nostro paese dalle altre economie europee come Inghilterra, Francia e Germania? Un debito pubblico mostruoso. Per debito pubblico si intende il debito dello stato nei confronti di altri soggetti, individui, imprese, banche o soggetti stranieri, che hanno sottoscritto obbligazioni (come BOT e CCT) destinate a coprire il fabbisogno finanziario statale. In poche parole, in passato abbiamo chiesto soldi per finanziare la spesa pubblica (servizi, opere, politica) e ora dobbiamo restituirli, ma con gli interessi, che crescono ogni anno. Una spesa annua che toglie respiro e margini di manovra, che costringe a tagliare su scuola, welfare, cultura, politiche di sviluppo.
Questo enorme freno abbassa nettamente le nostre prospettive future, facendo diminuire il giudizio sullo stato dell’economia e sulla sua capacità di essere solida (termine tecnico: ci hanno abbassato il rating)
In questo clima di incertezza si aggiunge la nota caratteristica italiana: l’immobilità politica, che alimenta il pessimismo degli investitori internazionali.
Questa situazione è aggravata dal panorama europeo: la Grecia sull’orlo del default, termine tecnico per dire che non è in grado di ripagare il suo debito pubblico e che chi ha prestato soldi alla Grecia non riuscirà a riavere indietro tutti i suoi soldi, ma solo una parte: Portogallo e Irlanda sull’orlo della bancarotta per aver puntato su prodotti finanziari, la Spagna con un grande tasso di disoccupazione e di crisi immobiliare.
Questo clima di difficoltà e la lentezza nel prendere decisioni collettive da parte di tutti gli Stati Europei, ha dato spazio alla speculazione. Quando la politica non c’è subentra il mercato. E non ha pietà di nessuno. Riprendo un passaggio dal blog di Civati:

Con la globalizzazione, i mercati finanziari sono diventati come grandi greggi di pecore; gli investitori guardano si all’andamento dell’economia dei singoli paesi, ma soprattutto guardano a quello che fanno gli altri investitori; se si rendono conto che il mercato va tutto in una direzione, tendono a seguire questa direzione per minimizzare le perdite, o comunque per evitare di rimanere con dei titoli o azioni che non valgono un granché.
In questo contesto, tutti hanno paura di fare mosse e si guardano intorno per cercare di capire come andrà il mercato per cercare di anticipare ogni mossa.

Da Repubblica:

Dietro azioni e manovre speculative, finalizzate solo al rapido guadagno, c’è non solo l’avidità di singoli soggetti, individuali o collettivi, ma ci sono anche oggettive situazioni di debolezza e di squilibrio economico, che gli speculatori enfatizzano e sfruttano per sé, ma che non creano dal nulla, se non episodicamente e superficialmente. La speculazione, quindi, non potrebbe scatenarsi se non ci fossero, a monte, responsabilità strutturali – politiche, economiche, amministrative – ; intervenire su queste è il modo più sicuro – più ancora che vietare ai mercati certe pratiche specifiche – per difendere gli interessi generali delle economie nazionali (o sovranazionali) dalle mire particolari degli speculatori.

Fate conto che il mercato è formato da tanti squali e pescecani che gravitano attorno a un branco di pesci, che sono gli Stati Europei. Finchè il branco è unito, gli squali difficilmente azzannano i pesci-Stato. Ma se qualcuno rimane indietro, o viene abbandonato, o si mette a litigare allora i pescecani si avventano su quello sventurato pesce-Stato, che viene attaccato più volte.

L’Italia adesso è uno di quei pesci solitari: la manovra economica presentata, frutto di giochi politici e paure elettorali, ha destato l’attenzione dei pescecani. Come se fosse un’esca appetitosa. Perchè ci allontana dal branco-Europa e non ci rafforza. Sempre dal blog di Civati: un quarto dei tagli si basa su misure che si devono ancora decidere. In piu’ le misure devono essere implementate fra due anni, e noi italiani non siamo tanti bravi a mantenere gli impegni.

In questi giorni gli squali ci hanno attaccato e solo l’aiuto del branco-Europa ci ha salvati. Siamo feriti , ma non morti. Solo se smetteremo di giocare fuori dal branco potremmo andare avanti con tranquillità. Questo significa un rafforzamento della manovra, un rafforzamento della politica, un rafforzamento della nostra credibilità.

Altrimenti saremo nuovamente cibo per pescecani. Difficilmente questa volta ci salveremo.

Ripartire dai fondamentali

Il Governo Berlusconi e la coalizione che lo regge stanno vivendo forse la più grossa crisi degli ultimi anni. I vertici dell’opposizione si dicono pronti ad affrontare una crisi di governo, cominciando a studiare fantaalleanze e fantacoalizioni. Ancora una volta si ragiona per freddi numeri, cercando di sommare le percentuali dei vari partiti per arrivare al 50% che ti consente di governare in Parlamento (ma non l’Italia).

Perchè nessun partito dell’opposizione non pensa ad allargare il suo bacino di consensi? Non riusciamo forse a trovare un’idea alternativa da comunicare, diffondere e portare avanti con convinzione?

C’è un grosso vuoto nelle sinistre europee, nonostante la crisi abbia ingigantito i problemi del neocapitalismo, della finanza creativa e delle speculazioni basate sul niente, le ultime tornate elettorali hanno visto premiare sempre di più la sicurezza e la rassicurazione delle destre. Le sinistre si sono trovate impreparate ad affrontare queste nuove sfide, senza la voglia di superare la via della socialdemocrazia, termine del vecchio secolo che adesso male si modella sulla società attuale.

E’ mancato il coraggio di elaborare una nuova tesi, una nuova spinta, un marchio di fabbrica che spingesse i giovani (e non) a credere che siamo in grado di rispondere ai problemi e alle sfide del nuovo millennio, risolvendo i problemi in un’altra maniera, più giusta, più solidale, più equa. Le sinistre (con o senza il prefisso centro) si sono arroccate su posizioni vecchie e logore, soddisfatte del voto dei nostalgici, i meno desiderosi di cambiamenti.

Eppure abbiamo un esempio cristallino di come osare può portare a un consenso straordinario: le promesse e i fatti di Obama su sistema sanitario, riforma della finanza, politica dell’immigrazione sono una via da seguire,che vanno declinate secondo le nostre realtà.

Ripartiamo dai fondamentali: la crisi ha aumentato le distanze sociali, metà ricchezza del Paese è in mano al 10% degli italiani. Non si tratta di rigurgiti di socialismo o di anticapitalismo trovare una strada che diminuisca queste distanze e che unisca sviluppo e benessere della collettività. Il capitalismo si salva da solo, l’uguaglianza no.

Perché l’eguaglianza – è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro “La misura dell’anima” (Feltrinelli) – migliora “il benessere psicologico di tutti noi”. Di più, secondo i due studiosi: “Tanto la società malata quanto l’economia malata hanno le proprie origini nell’aumento della diseguaglianza”. E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all’origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l’aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario. (da Repubblica)

Bisogna lottare contro le speculazioni finanziarie e la forte disparità di reddito, senza usare parole “vecchie e logore” , riaffermando l’importanza dei diritti civili e del lavoro che produce beni reali (e non schifezze come derivati e compagnia). Pensare globale per aumentare il potere della politica e dello Stato nell’evitare concentrazioni enormi di potere e di denaro. Se non facciamo credere che è possibile agire insieme,pensando globalmente, vinceranno sempre i nazionalismi e i populismi, capaci di rispondere nell’immediato alle esigenze delle persone.

Ripartiamo dai giovani, coloro che hanno subito in maniera più forte la crisi, diamogli la speranza di un lavoro che porti benessere e serenità (cosa che non fa il precariato) e la certezza che i più meritevoli possono avanzare la scala sociale. Diamo la possibilità a tutti di formarsi e di studiare, diventando parti fondamentali nell’economia della conoscenza.

Ripartiamo dai fondamentali: una società nuova, inclusiva, internazionale. Una società più giusta . Perchè come dice il film “into the wild”: “la felicità è tale solo se condivisa”.


L’Italia tra crisi e cambiamento

Il mio intervento al 1° meeting annuale di Eunomia:

L’Italia tra crisi e cambiamento. Le due parole viaggiano insieme, dato che da una situazione di difficoltà ci si aspetta qualcosa che possa cambiare la situazione in meglio. Uno stimolo a uscire al più presto da un’emergenza.Ma se la crisi è unica, il cambiamento ha diverse sfumature e modalità. Ci possono essere cambiamenti epocali, che possono radicalmente modificare il volto di una nazione , cambiamenti minimi che cercano di stabilizzare e confermare lo status quo, c’è la famosa citazione dal “gattopardo”: cambiare tutto per non cambiare niente. Ma qualunque sia la natura del cambiamento,qualunque sia il colore politico , c’è sempre qualcosa che manca: la visione di un futuro a lungo termine, un segnale di speranza per le nuove generazioni. Il divario generazionale è la reale emergenza del paese. Parafrasando un film dei fratelli Cohen, “non è un paese per giovani”.

I rischi sociali – come perdere il lavoro, non avere alcun aiuto dello Stato, avere una paga da fame, probabilmente non avere una pensione o averla sotto la soglia di povertà, non ricevere formazione – sono tutti sulle spalle dei giovani.Una responsabilità troppo grossa per noi. È un problema totalmente ignorato dai governi passati, convinti sostenitori del welfare dei genitori e dei nonni. Ma la disoccupazione non è solo di quelli che stanno ancora a casa di mamma, quelli che Padoa Schioppa in un’infelice battuta ha dichiarato “bamboccioni”. Ci sono tantissimi giovani lontani da casa centinaia (migliaia nel caso dei lavoratori immigrati) di chilometri che hanno perso lavoro e non riescono ad andare avanti.
La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli oltre l’emergenza: fra i giovani (15-24 anni) il tasso di disoccupazione sale al 28%. Il più alto d’Europa. Quasi 10 punti in più della media europea. Inoltre c’è l’anomalia dei 2 milioni di neet , ovvero i giovani che non sono né occupati in un lavoro né inseriti in percorsi di studio o formazione («neither in employment, nor in education or training»). In Italia sono un quinto dei giovani tra i 15 e i 29 anni, in larga parte diplomati e laureati:proprio le figure chiave per il rilancio dell’economia di un Paese. Invece non fanno semplicemente niente o sono ai margini della legalità , arricchendo le fila dei lavoratori “in nero”.Queste considerazioni ci fanno capire che come dice Irene Tinagli,” il vero buco nero del nostro Paese non è solo e tanto la struttura economico-produttiva, ma il sistema della formazione e la transizione dal mondo dello studio a quello del lavoro”. Questo è un dato devastante, un dato che dovrebbe far tremare ogni governo, ma che è terribilmente sottostimato. Un paese che non investe sui giovani è un paese destinato a morire.

E poi c’è un argomento, forse il più lontano dal concetto di “politiche giovanili” ma che diventerà sempre più importante per noi con il passare degli anni : le pensioni.Non so se avete dato un’occhiata agli ultimi dati della riforma Sacconi-Tremonti: nel 2050 si andrà in pensione a 70 anni. Non so voi ma questo dato mi sconforta un po’ visto che l’aspettativa di vita è adesso 79 anni.Non lottare ora significa pentirsene poi. Non siamo abituati a rendere conto al tempo, ma la vera abilità politica è di prevedere i disastri sociali per gestirli e combatterli in anticipo. La riforma delle pensioni necessità di maggiore flessibilità per rispondere alle diverse esperienze di vita, se non facciamo qualcosa adesso ne sentiremo il peso troppo tardi.

Ma se vogliamo tornare al presente ci sono migliaia altri esempi di ingiustizia sociale che testimoniano come il welfare di oggi non sia studiato per le nuove generazioni. Il problema della casa. Tutti vorrebbero una casa di proprietà. Ma i mutui sono concessi solo a chi può dare garanzie e in tempi di lavoro flessibile è difficile se non impossibile trovare precari che possono dare alle banche quello che chiedono. Deve intervenire ancora una volta la famiglia, facendo sì che un genitore faccia da garante.Ma è giusto un welfare che dipende dalla famiglia e dalla sua condizione sociale? Non crea forse maggiori disuguaglianze un sistema che premia chi parte da condizioni favorevoli avendo una famiglia benestante e lascia tutti gli altri indietro?

Da poco sono diventato zio di un bellissimo bimbo di nome Pietro. Anche se non ho la responsabilità di essere padre, avendo un ruolo istituzionale ho la responsabilità politica di dare risposte a domande ancora inascoltate. Che Italia vorrei lasciare al mio nipote? Che prospettive possiamo dare ai bimbi nati oggi come Pietro ? Dimenticarsi dei giovani significa aumentare i problemi di coesione sociale. Come dice Tito Boeri “non può esserci coesione sociale in un Paese che non dà speranze ai giovani”.

Disoccupazione altissima, pensioni che forse non arriveranno mai, giovani che non lavorano e non studiano, ne esce un quadretto abbastanza desolante.Può un’associazione come Eunomia far qualcosa per provare a cambiare la situazione attuale? Certo, ne sono convinto. Intanto deve continuare a fare quello che è abituata a fare : formare le persone. Eunomia è un master di alta formazione politica e deve dare gli strumenti per capire il presente, in modo da poter costruire un futuro possibile. Solamente questo è già un grandissimo aiuto.

Ma il vero potenziale di Eunomia è la capacità di far rete. Berlusconi e Bersani non potranno mai rilanciare l’idea di collaborare per il bene del Paese, sono troppo “sputtanati” e gli elettori non capirebbero. La nuova generazione di politici e amministratori può invece fare molto, come è stato già dimostrato nelle precedenti edizioni del Master. Ovviamente ci saranno visioni differenti, ma anche idee condivise ed espresse in un linguaggio lontano da quello della politica attuale. Un linguaggio sereno, passionale e trasparente. Non perdiamo questo prezioso capitale. Troviamo gli strumenti e le forme adatte per costruire qualcosa che possa dare rilancio al Paese. Persone che non sono prigionieri delle vecchie paure e dei vecchi odi, che possono lasciarsi alle spalle i vecchi slogan, le vecchie delusioni e i vecchi sospetti.

Noi non possiamo rinunciare a provare, perchè, come dice Sartre, siamo responsabili di quello che non sappiamo evitare.

Lettera ai giovani democratici (e non) – parte 1 Lavoro e welfare

Pur non avendo partecipato attivamente in questi due anni ai giovani democratici ho sempre guardato con attenzione e fiducia al vostro lavoro, riconoscendone l’importanza e la qualità. E pur apprezzando l’attività locale non posso che dimostrare dispiacere per la  mancanza di incisività dei gd a livello nazionale. Poche iniziative, poco coordinamento,  nessun aiuto concreto a risolvere i problemi del partito democratico. C’è bisogno di novità, di tracciare nuove linee e nuove strade,di non essere una fotocopia sbiadita degli assetti e degli schemi del partito “maggiore”, ma di utilizzare più fantasia e creatività, cercando di fare quello per Il quale siamo portati: essere più liberi. Essere piu’ liberi di pensare autonomamente, piu’ liberi di uscire fuori dagli schemi,più liberi di interpretare al meglio la società di oggi. Una società che mi preoccupa, una società che sta diventando sempre più ingiusta, più insostenibile e meno attenta alle nuove generazioni.

Il governo ha presentato una manovra di “lacrime e sangue”, una manovra fatta solo di tagli, senza prospettive di crescita.

Chi saranno le prime vittime di questa manovra?Sono I giovani, che pagheranno un caro prezzo in futuro grazie alle scelte di oggi. Quei giovani che necessitano di una riforma del mercato del lavoro per eliminare la precarietàquei giovani che rappresentano il 79% della nuova disoccupazione dell’ultimo anno, quei giovani che avrebbero bisogno di una formazione che gli permetta di passare da un lavoro all’altro senza intoppi; quei giovani che aspettano investimenti nei settori chiave dei prossimi anni  come le tecnologia dell’informazione (specialmente Internet) e le energie rinnovabili. NIente, zero, niet per i 2 milioni di giovani che non lavorano, non studiano e non sono impegnati nella formazione. Siamo i nuovi esclusi, dimenticati da una società sempre più ingiusta. Questa è una manovra delle ineguaglianze. Noi per primi dobbiamo combatterla con tutte le nostre forze. Come ci ha insegnato Amartya Sen: “la recessione si supera combattendo le ingiustizie, non facendola pagare ai poveri”!

Vorrei sottolineare due dati significativi che ho toccato brevemente:1)la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli oltre l’emergenza: fra i giovani (15-24 anni) il tasso di disoccupazione sale al 28%. Il più alto d’Europa. Quasi 10 punti in più della media europea. 2) l’anomalia dei 2 milioni di neet (acronimo per («neither in employment, nor in education or training»), ovvero i giovani che non sono né occupati in un lavoro né inseriti in percorsi di studio o formazione . In Italia sono un quinto dei giovani tra i 15 e i 29 anni, in larga parte diplomati e laureati: proprio le figure chiave per il rilancio dell’economia di un Paese. Invece non fanno semplicemente niente o sono ai margini della legalità , arricchendo le fila dei lavoratori “in nero”.Queste considerazioni ci fanno capire che, come dice Irene Tinagli,” il vero buco nero del nostro Paese non è solo e tanto la struttura economico-produttiva, ma il sistema della formazione e la transizione dal mondo dello studio a quello del lavoro”. Questo è un dato devastante, un dato che dovrebbe far tremare ogni governo, ma che è terribilmente sottostimato. Un paese che non investe sui giovani è un paese destinato a morire.

E poi c’è un argomento, forse il più lontano dal concetto di “politiche giovanili” ma che diventerà sempre più importante per noi con il passare degli anni: le pensioni.

Non so se avete dato un’occhiata agli ultimi dati, quelli della riforma Sacconi-Tremonti sul nostro probabile pensionamento: nel 2050 si andrà in pensione a 70 anni. Non so voi ma questo dato mi sconforta un po’ visto che l’aspettativa di vita è adesso 79 anni. Non lottare ora significa pentirsene poi. Non siamo abituati a rendere conto al tempo, ma la vera abilità politica è di prevedere i disastri sociali per gestirli e combatterli in anticipo. La riforma delle pensioni così ideata da Tremonti porterà infelicità e noi saremo quelli che ne pagheranno le conseguenze, se non faremo qualcosa adesso.

Ma se vogliamo tornare al presente ci sono migliaia di altri esempi di ingiustizia sociale che testimoniano come il welfare di oggi non sia studiato per le nuove generazioni. Il problema della casa. Tutti vorrebbero una casa di proprietà. Ma i mutui sono concessi solo a chi può dare garanzie e in tempi di lavoro flessibile è difficile se non impossibile trovare precari che possono dare alle banche quello che chiedono. Deve intervenire ancora una volta la famiglia, facendo sì che un genitore faccia da garante.Ma è giusto un welfare che dipende dalla famiglia e dalla sua condizione sociale? Non crea forse maggiori disuguaglianze un sistema che premia chi parte da condizioni favorevoli avendo una famiglia benestante e lascia indietro tutti gli altri ?

I rischi sociali – come perdere il lavoro, non avere  alcun aiuto dello Stato, avere una paga da fame, probabilmente non avere una pensione o averla sotto la soglia di povertà, non ricevere formazione – sono tutti sulle spalle dei giovani.Una responsabilità troppo grossa per noi. È un problema totalmente ignorato dal governo, convinto sostenitore del welfare dei genitori e dei nonni. Ma la disoccupazione non è solo di quelli che stanno ancora a casa di mamma. Ci sono tantissimi giovani lontani dalla famiglia centinaia (migliaia nel caso dei lavoratori immigrati) di chilometri che hanno perso lavoro e non riescono ad andare avanti. Cosa intende fare il governo per loro? Quali prospettive gli daranno? Non c’è via d’uscita in questa manovra, nessun futuro. Dimenticarsi dei giovani significa aumentare i problemi di coesione sociale. Come dice Tito Boeri “non può esserci coesione sociale in un Paese che non dà speranze ai giovani“.

Disoccupazione altissima, pensioni che forse non arriveranno mai, giovani che non lavorano e non studiano, ne esce un quadretto abbastanza desolante. Insomma una bella dose di ottimismo..e in tutto questo cosa può fare il partito e la sua giovanile? Continua

Le tasche vuote

“Non metteremo le mani in tasca agli italiani”: questo è il mantra ripetuto ossessivamente dal governo e dai parlamentari di maggioranza. Ma la prossima manovra finanziaria si preannuncia di “lacrime e sangue” e di “sacrificio”. Il mio consulente economico nonché collega in consiglio comunale spiega che i tagli agli enti locali si trasformeranno in una forte diminuzione dei servizi, alimentando i problemi sociali, già presenti in gran numero dopo due anni di crisi (quella che è stata negata fino ad oggi).

Questi tagli si aggiungono all’aumento della pressione fiscale del governo Berlusconi.  Infatti se prendiamo la Relazione previsionale e programmatica, che ha accompagnato la Leggefinanziaria precedente, vediamo che la pressione fiscale nel 2008 (anno a metà tra Prodi e Berlusconi) era pari al 42,8% del Pil italiano. Nel 2009, sotto il governo Berlusconi essa aumenta, passando al 43%. Quindi, il governo Berlusconi, cifre di Tremonti alla mano, nel mondo reale ha aumentato – seppur lievemente – e non diminuito la pressione fiscale. E la situazione di certo non migliorerà con questa manovra

Inoltre se da una parte Berlusconi può sbandierare di avere tolto l’ICI ai più abbienti, mettendo in ginocchio gli enti locali, in altri modi e più iniqui modi ha aumentato il nostro dazio da pagare allo stato:

- 2003: tassa sui CD e supporti ottici
- 2005-2006: aumento delle imposte di bollo, di registro, ipotecarie e catastali, sulla registrazione telematica dei contratti, aumento delle rendite catastali
- 2008-2009-2010: raddoppio dell’IVA su abbonamenti pay tv, aumento di accisa benzina e sigarette, estensione della tassa sui CD a ogni altro supporto di memorizzazione, tassa sui ricorsi contro le multe.

Berlusconi e il suo governo hanno messo le mani in tasca agli italiani, ma le hanno trovato vuote.