Democrazia significa che il compito del cittadino non si esaurisce mai. Se la partecipazione viene messa a dormire, la democrazia finisce. Zygmunt Bauman – 3 -

Abbiamo visto che non può esistere forma di governo migliore della democrazia, ma che è necessaria cambiarla per aggiustare le storture che stiamo vivendo.
Gli unici che possono salvare la democrazia siamo noi, intesi come collettività, combattendo il pericolo più grosso: il disinteresse.
Secondo il sociologo Manuel Castells, aiutato anche da sondaggi allarmanti fatti in Italia: “non proviamo un rispetto quasi religioso per le istituzioni democratiche nella loro forma attuale, non crediamo che siano un veicolo di verità assolute e indiscutibili, come fanno quelli che considerano le istituzioni democratiche un monumento a se stesse, e anche a se stessi. A noi non servono monumenti”.
Ecco la democrazia in Italia, ma non solo, assomiglia a quelle vecchie statue che si trovano nelle piazze principali. Ogni città ne ha almeno una, imponente, ma la gente pare non farvi caso. Indaffarata o pensierosa passa oltre, senza mai rivolgergli uno sguardo. Non ne conosce i dettagli, non si ferma ad osservarla. Nell’indifferenza la statua invecchia, diventa più brutta, fino a quando a un certo punto è immersa da escrementi di piccioni o ricoperta di scritte vandaliche. E allora ci indigniamo, alzando la voce per nascondere la vergogna che proviamo per aver permesso tutto questo. Ma a quel punto pulire la statua per restituirgli l’originaria bellezza diventa più arduo e costoso e salgono agli occhi lacrime di coccodrillo “ah, se mi fossi fermato quella volta, se solo avessi portato un panno per pulire quando c’era solo la polvere…”
E’ sempre possibile costruire una statua nuova, una copia conforme all’originale. Sarebbe meno complicato. Ma questa volta è necessario che ogni cittadino possa contribuire alla creazione della “nuova statua” per farla sentire anche sua.
Non bisogna aver paura del cambiamento: ogni sistema inadeguato può essere, e di fatto è, sostituito da uno nuovo, più efficiente, più adatto ai nostri bisogni, più ricco di opportunità.
Ci serve un sistema che sia all’altezza delle nostre aspettative, fatto di trasparenza e competenza. Ma soprattutto di partecipazione. Infatti Zygmunt Bauman, uno dei più influenti pensatori al mondo, ci ricorda come democrazia significa che il compito del cittadino non si esaurisce mai. Se la partecipazione viene messa a dormire, la democrazia finisce.
E’ possibile riscrivere un nuovo futuro a una parola che proviene da un vecchio passato? Io credo di sì, soprattutto grazie alle nuove tecnologie e alla potenzialità della Rete. Ma questo lo scrivo nel prossimo e ultimo post dedicato a questo argomento..
- continua -

Il migliore argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio – Verso una nuova democrazia – 2

Ieri ho parlato della necessità di una democrazia che non si limita al momento del voto, che guida il potere economico e non ne è schiava, che aumenta l’interesse e la responsabilità delle persone. Una democrazia vera, reale, come direbbero gli indignados, che mira a diminuire le diseguaglianze, politiche, sociali ed economiche.
In effetti è questo quello che ci chiede il mondo: più ascolto. E anche noi nel nostro piccolo possiamo dare un enorme contributo.
Non con l’utopica democrazia diretta, ancora impossibile nella sua attuazione pratica, ma promuovendo una democrazia che non è né diretta, né solamente rappresentativa, ma è una democrazia intelligente, che sappia sfruttare Internet e i social media, ma che anche sia connessa con il territorio . Come in Islanda ad esempio, dove la nuova costituzione, il pilastro e il collante di una nazione, è stata scritta con la partecipazione e l’entusiasmo dei cittadini.
Quale miglior esempio di uso intelligente delle nuove tecnologie se non nella scrittura di una costituzione, dove i valori e le speranze di un popolo sono scritti direttamente da loro?
Ma è solo un esempio degli sviluppi che può incrementare la partecipazione e l’attivismo.
Churchill diceva :“Il migliore argomento contro la democrazia è una conversazione di cinque minuti con l’elettore medio”. E allora lavoriamo per una migliore informazione, lavoriamo su alternative credibili, lavoriamo per rendere i partiti strumenti di intermediazione più efficaci. L’art.49 della nostra Costituzione recita: “tutti i cittadini hanno il diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Quando purtroppo la fiducia nei partiti è al 4% chi deve guidare la politica nazionale? La cosiddetta società civile è terra di continui conflitti a dispetto del nome. Sono necessari organi che riescano ad aggregare le migliaia di istanze che provengono dalle esigenze dei singoli.
Se i partiti germoglieranno, questo avverrà sempre meno per il carisma personale o il talento politico di singoli personaggi ricchi e potenti, e invece sempre di più per la saggezza collettiva di cittadini che, spinti nelle piazze dai loro bisogni manifestati e condivisi «in rete» nei social network, dovranno prima deliberare come soddisfarli e da chi farsi guidare, e solo dopo andare a votare. Il voto diventa solo la fine di un percorso, non l’inizio.
L´invenzione di una democrazia alimentata da nuove idee, da nuovi progetti, da nuove regole di partecipazione, da un nuovo modo di vivere i partiti non può più spettare a chi si indigna, si agita, ma perpetua comportamenti sbagliati. La democrazia si alimenta con le buone pratiche, non con il disinteresse. Compito dei partiti è dare un’offerta politica chiara e trasparente che mira a proporre soluzioni condivise e non più autoreferenziali. Compito del cittadino sarà il sacrificio di una piccola parte del suo tempo per essere attore significativo nella sfera pubblica, attraverso il desiderio di informarsi meglio, di partecipare attivamente e di proporre alternative, riuscendo ad argomentare la bontà delle sue idee in un ambiente conflittuale e difficile quale è la vita politica.
Questa sarà la democrazia del futuro, ben diversa dalla dittatura di maggioranze servili e di piccoli cortigiani, “vil razza dannata” come li chiamava il Rigoletto, che corrompono la politica inchinandosi al potere del denaro.
Occorre uno sforzo collettivo per uscire da questa crisi. Siamo in bilico tra un modello passato che non ha funzionato e un futuro da costruire. Se andiamo avanti riusciremo a superare le grida di chi è rimasto indietro, immobile, fermo, che vorrebbe tenerci lì, al suo livello. Ripartiamo dalle basi. E’ arrivato il momento di un nuovo modello di democrazia.
(continua)

Non c’è forma di governo peggiore della democrazia, a parte tutte le altre – 1

È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora. (Winston Churchill) Ma è davvero così? Cosa intendiamo per democrazia? E’ vero che la democrazia funziona quando a decidere siamo in due, e l’altro è malato? Alcune riflessioni semi-serie a puntate sul futuro della forma di governo più amata dal popolo, ma anche dai dittatori:

Art.18, grandi opere, lavoro, riforme, corruzione. Altro che sconfitta della politica! Temi importanti che necessitano di un approfondimento, una riflessione, qualcuno che sappia fare una mediazione tra le molteplici posizioni irremovibili. Temi che richiedono qualcosa di nuovo, per superare il distacco di fiducia che c’è con la classe politica di ora.
Ma alla radice di tutto questo, alla base c’è solo una parola, che ha perso il suo fascino, ma che viene citata continuamente: DEMOCRAZIA. L’unica forma di governo possibile, che possa aumentare veramente libertà e possibilità di ognuno. Oggi se ne parla fuori misura per colpa di chi ingenuamente grida “alla sospensione della democrazia” per via di Monti, legittimamente al governo grazie al Parlamento, la stessa istituzione, custode delle volontà dei cittadini, che può sfiduciarlo e farlo cadere.
Ma in effetti la democrazia non sta molto bene in questo periodo. No, non c’è un calo dei paesi cosiddetti “democratici”, c’è un peggioramento della qualità della democrazia stessa.
Un drastico abbassamento di votanti, calo di partecipazione politica e iscritti ai partiti e ai sindacati: una crisi drammatica che colpisce i più giovani, uniti dal fatto di essere la prima generazione globale, con gli stessi problemi e le stesse preoccupazioni: non avere un lavoro, non avere un’istruzione degna , di essere vittima di disuguaglianze. Ne è una viva testimonianza la serie di proteste che abbiamo visto in tutto il globo.
Ma non c’è un ritorno nostalgico a vecchi totalitarismi del passato. Anzi, c’è una richiesta di più democrazia, contro le enormi disparità politiche, sociali ed economiche che si sono aggravate negli anni, nascoste sotto il tappeto quando stavamo meglio, esplose adesso che viviamo una fortissima crisi. Nell’era della globalizzazione, dei social network da milioni di utenti, giovani di tutto il mondo hanno scoperto che non sono soli a soffrire, che sono in molti a subire le disuguaglianze create dai pochi. E sono scesi in piazza. Con la parola “democrazia” in bocca.
Non hanno tutti i torti, la democrazia implica una qualche sorta di eguaglianza: una qualche sorta di egalitarismo. Io non dico che ogni pezzo della torta deve essere della stessa misura: però non siamo andati ormai oltre? Dove l’economia controlla e influenza la politica? Dove le minoranze non sono tutelate?
Lo vediamo anche da un punto di vista simbolico, ché il linguaggio della finanza ha permeato ogni ambito della civiltà, del discorso quotidiano, come una canzone monotona, che tutti odiano ma finiscono poi col canticchiarla: il mercato lasciato a se stesso, senza o con meno controlli, ha divorato se stesso; gli appetiti personali sono diventati di colpo coraggiose virtù; la diseguaglianza s’è diffusa; la finanza, non più il lavoro e la produzione, è diventata la risorsa prima dell’economia. E alla fine è arrivato il conto da pagare, salatissimo. Misuriamo la qualità del governo in base allo spread, giudichiamo i nostri politici per quanti buoni del tesoro riescono a piazzare, l’efficacia di uno Stato per quanti tagli riesce a fare, quanto salario riesce a ridurre.
Non si parla invece di eguaglianza, di partecipazione, di libertà, di felicità, di emozioni, di empatia.
MA questi sono concetti difficilmente misurabili, mi potreste dire, invece i termini economici sono matematici, freddi, sommabili. Si può quantificare la felicità? Si può sommare la libertà? Si può calcolare l’uguaglianza?
Certo che lo possiamo fare, si può e si deve fare.
Quale democrazia per il futuro?
[continua... ]

Siete disposti a pagare per la democrazia?

In questo momento stanno indagando il tesoriere della Lega. Dovrei essere contento, in quanto credo che il partito di Bossi sia portavoce di una destra xenofoba e fuori dal tempo, ma le notizie di oggi sono solamente un altro tassello in più al muro che distanzia la politica dei partiti dagli altri.
La riforma del finanziamento ai partiti sta diventando fondamentale per restituire quella fiducia e credibilità che abbiamo perso in questi anni, necessaria per far “digerire” manovre di sacrificio e ristabilire un legame sano tra cittadini e i loro “rappresentanti”.
Ci sono delle storture da eliminare al più presto, basterebbe la volontà politica:

  • Prevenire la corruzione politica con la trasparenza e il controllo dal basso, l’open data e le nuove tecnologie. Tutti i partiti, fondazioni politiche e comitati elettorali dovranno pubblicare su un unico sito internet gestito da un ente terzo tutte le loro entrate e uscite superiori a 500 Euro per fonte o destinatario della transazione, con rendiconti ogni tre mesi e ogni mese nei sei mesi prima del voto.
  • Sul finanziamento pubblico, agganciare il rimborso alla spesa sostenuta, creare un organo deputato al controllo e riformare le sanzioni: multe, sospensione ed esclusione dall’assegnazione futura del rimborso.
  • Sul finanziamento privato, introdurre un limite quantitativo e fattispecie penali per la violazione del limite al finanziamento. Adesso il limite per fare donazioni anonime è 50000€, una cifra enorme che permette di fare grandi donazioni in più sessioni senza dichiarare chi le ha fatte
  • Se ci fosse trasparenza sui flussi di finanziamento della politica sarebbero chiari i collegamenti tra lobby e parlamentari. Avviene negli Stati Uniti e in quasi tutti i paesi a democrazia matura. Da noi no, da noi si finge. Così che la relazione ai presidenti delle Camere del Collegio di controllo sulle spese elettorali della Corte dei Conti rileva che tutte le forze politiche abbiano ricevuto contributi da privati, ma non si sa sempre da chi e soprattutto per quali importi
  • i partiti “defunti” non devono ottenere rimborsi
  • pubblicazione online dell’anagrafe degli eletti per tutte le cariche elettive e volontariamente per ogni carica significativa dei partiti

L’anno scorso, durante una lezione al Sant’Anna, Philippe Schmitter, professore di scienze politiche all’European University Institute, proponeva un’interessante riforma del finanziamento pubblico ai partiti: insieme alla scheda elettorale si consegna all’elettore un voucher dove può segnare a quale partito dare il rimborso. Una sorta di doppia votazione, che nella maggioranza dei casi sarà data allo stesso partito. Se invece l’elettore non ha nessun partito che lo rappresenta, può non esprimere la preferenza nel voucher, che andrà a finire in un fondo comune gestito dallo Stato che riutilizzerà i finanziamenti a sostegno della macchina democratica (aiuti alle neoformazioni, promozione della partecipazione, etc..). Alla fine ogni partito prenderà un rimborso corrispondente alla somma dei voucher che hanno espresso una preferenza per quel partito.

In questo modo il finanziamento pubblico è basato sull’elezione del momento, non su quella passata e i partiti “lotteranno” per avere una migliore affluenza alle urne: più votanti, più voucher.

Ovviamente è solo una bozza di proposta, grezza, ma renderebbe tutto più trasparente e veramente parteciapto. Il cittadino che sceglie come e a chi pagare i costi necessari della democrazia. Ed è quello che vogliamo, no?

Democrazia che vieni, democrazia che va.

Mai come oggi sono apparsi tanto evidenti i limiti  della sovranità degli stati nazionali e delle istituzioni “democratiche” che li governano. Costretti ad adeguarsi ai vincoli imposti dai mercati e alle decisioni assunte dalle autorità sovranazionali. Politiche e istituzionali, ma soprattutto monetarie ed economiche. Mai come oggi gli “esperti” hanno assunto potere, a livello globale. [...] Tanto che la maggioranza assoluta degli italiani (intervistati in un sondaggio Demos, marzo 2012)  -  per la precisione, il 52%,  -  approva l’idea che “la democrazia può funzionare anche senza i partiti”. Cioè: 10 punti più di un anno e mezzo fa. Immaginare una democrazia senza partiti, però, significa mettere in dubbio l’utilità della democrazia rappresentativa, tout-court.

Ilvo Diamanti oggi su Repubblica enfatizza come ci sia un calo di democrazia. Non del numero totale dei paesi democratici, ma della qualità stessa della democrazia. E proprio ieri ci sono state due notizie che possono dare sostegno a questa tesi. In Birmania, paese retto da una giunta militare, si sono svolte elezioni per alcuni posti in Parlamento. Dopo tanti anni ha potuto partecipare anche la Lega nazionale per la democrazia, il partito del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, che segnano il suo ritorno in Parlamento dopo 15 anni di detenzione di cui gli ultimi sette ai domiciliari. In queste elezioni parziali erano in palio 45 seggi e sembra che la maggioranza abbia votato per la Lega nazionale per la democrazia, garantendogli ampia rappresentanza.
Un piccolo passo per la democrazia in Birmania, dopo i violenti scontri degli ultimi anni.

Ma se da una parte del mondo la democrazia sembra rinascere, qui nel nostro paese, nell’Occidente “civilizzato” assistiamo a un duro colpo per il governo dei cittadini: come ci dice la Stampa, Maria Carmela Lanzetta, 57 anni, ha gettato la spugna. Tre giorni fa ha rassegnato le dimissioni da sindaco di Monasterace, piccolo centro della costa ionica in provincia di Reggio Calabria, dopo l’ennesima intimidazione subita: colpi di pistola contro la sua auto e contro la serranda della farmacia di famiglia. Nove mesi fa il messaggio era stato ancora più inquietante: la farmacia distrutta dalle fiamme e la famiglia scampata solo per un pelo al fuoco e al fumo. Oggi il sindaco, eletta un anno fa a capo di una coalizione di centrosinistra, ha solo parole di amarezza. «Mollo perché non sono nelle condizioni di svolgere la mia funzione di primo cittadino. Non solo e non tanto per le minacce e le intimidazioni, ma perché non ho gli strumenti per realizzare ciò che avevo in mente. Non ho mai percepito un euro di indennità, mai una missione pagata, sono sempre andata incontro a sacrifici immani per il paese ma ora devo fermarmi, perché non ha senso continuare».

Parafrasando De André: Io ti ho amato sempre, non ti ho amato mai, Democrazia che vieni, democrazia che va.

Mai più colLusi: una proposta per un nuovo sistema di finanziamento pubblico ai partiti

Si realizza ipotesi di collusione in presenza di accordo tra più imprese in un oligopolio per il conseguimento di obiettivi concertati. Più operatori di un settore possono programmare una comune strategia di prezzo e/o quantità  al fine di massimizzare i loro profitti. Questo è uno degli incentivi che spingono due aziende a colludere. Ora, sostituite le parole “azienda/impresa” con “partito” e otterrete quello che pensa la maggioranza delle persone su cosa è oggi il finanziamento pubblico: un accordo tra partiti di ogni schieramento volto a massimizzare il profitto e ottenere un rimborso maggiore. Ma non è così e bisogna dimostrarlo.

Il PD nel caso Lusi non c’entra niente. E l’intransigenza e la velocità nell’espellere il senatore dal gruppo ne è una chiara testimonianza. Ma può fare molto di più per sistemare le storture dei rimborsi elettorali, che hanno criteri poco trasparenti e insensati. La democrazia ha un costo, ma come renderlo il più giusto possibile?

L’anno scorso, durante una lezione al Sant’Anna, Philippe Schmitter, professore di scienze politiche all’European University Institute, proponeva un’interessante riforma del finanziamento pubblico ai partiti: insieme alla scheda elettorale si consegna all’elettore un voucher dove può segnare a quale partito dare il rimborso. Una sorta di doppia votazione, che nella maggioranza dei casi sarà data allo stesso partito. Se invece l’elettore non ha nessun partito che lo rappresenta, può non esprimere la preferenza nel voucher, che andrà a finire in un fondo comune gestito dallo Stato che riutilizzerà i finanziamenti a sostegno della macchina democratica (aiuti alle neoformazioni, promozione della partecipazione, etc..). Alla fine ogni partito prenderà un rimborso corrispondente alla somma dei voucher che hanno espresso una preferenza per quel partito.

In questo modo il finanziamento pubblico è basato sull’elezione del momento, non su quella passata e i partiti “lotteranno” per avere una migliore affluenza alle urne: più votanti, più voucher.

Ovviamente è solo una bozza di proposta, grezza, ma renderebbe tutto più trasparente e veramente parteciapto. Il cittadino che sceglie come e a chi pagare i costi necessari della democrazia. Ed è quello che vogliamo, no?

Innamorarsi della democrazia

Mario Monti, ieri ospite da Fazio a “Che tempo fa”, ha sorpreso molte persone. Possiamo disperarci per la dura manovra che ha imposto, possiamo lamentarci delle sacche di disuguaglianza che non ha cercato di eliminare nell’ultima manovra, possiamo non condividere alcune impostazioni politiche che vuole dare, ma il Presidente del Consiglio ieri in televisione (ma non solo) è riuscito a ridare senso a una parola che credevamo ormai nascosta sotto le coperte di un letto, smarrita per colpa di una politica-circo: credibilità.
Mentre rispondeva a Fazio si poteva percepire quale razionalità c’era dietro ogni passo del Governo, una sincerità ormai dimenticata in politica. Le parole dette con franchezza, quel parlare-vero che ricordava Barbara Spinelli in un recente articolo per Repubblica. Non provava a fregarci.
Ma c’è un passaggio che trovo straordinario, sia come cittadino che come consigliere comunale:
“Io provo pena per i politici che sono così trattati male dalla opinione pubblica. Il mio compito è anche favorire una riconciliazione tra la classe politica e i cittadini. Anche io mi considero parte dell’opinione pubblica, e tutti dobbiamo riflettere e dire: ’siamo sempre pronti a dare la colpa ai politici, ma io cittadino sto facendo il mio dovere per fare crescere l’Italia?”, che ricorda un po’ il kennedyano “Non chiederti cosa può fare lo Stato per te, ma chiediti cosa puoi fare tu per lo Stato”.
Come democrazia rappresentativa scegliamo i nostri politici, che hanno una volontà popolare. Ma dopo che ho votato, cosa faccio per la mia comunità?
Oggi è uscito il 14°sondaggio Demos-La repubblica sulla fiducia nelle Istituzioni. Come si sospettava c’è una “recessione” nella fiducia dei valori della democrazia: partiti, Parlamento, Unione europea sono a livelli minimi. Ma la democrazia è partecipazione, informazione, trasparenza. Altrimenti è una “finta” democrazia, una democrazia oligarchica, elitaria. Compito dei politici è ridare credibilità e speranza alla politica, compito degli italiani è innamorarsi della democrazia.

Violentocrazia – Storia di un giorno di ordinaria follia a Roma

Un clima di delusione e sconforto regnava a Colle Oppio, rifugio dei manifestanti in fuga, mentre pochi metri più in là, verso Piazza San Giovanni, stava scoppiando la guerriglia. Cosa stava succedendo si poteva intuire: avete presente i rumori di sottofondo che si sentono durante i servizi negli scenari di guerra? Scoppi, sirene, urla. Esattamente gli stessi che si potevano udire nella Capitale. Roma come Baghdad, Tripoli, Kabul. Non doveva finire così. Ma come siamo arrivati a questo?
Eppure tutto era iniziato nel migliore dei modi. Un sole fuori stagione si rifletteva negli occhiali da sole dei molti giovani (e meno giovani) accorsi a Roma per unirsi alla Prima Protesta Globale, in contemporanea con altre 800 città. 300mila persone, indignate ma sorridenti, consapevoli della necessità di un cambiamento, anche piccolo, negli ingranaggi dell’economia e della democrazia. 300mila persone, un numero considerevole se consideriamo che nelle altre città il totale dei manifestanti si riduceva a poche migliaia: a New York la “famosa” Occupy Wall Street ha visto la partecipazione di 6mila persone, a Francoforte 3mila, in Giappone poche centinaia. Numeri nettamente inferiori rispetto alla protesta italiana. Nel nostro paese la piazza attira, piace, è un altro momento sociale. Muoversi insieme in tanti contro l’immobilismo dei pochi della classe dirigente.
Con questo spirito è partito il corteo. Precari, studenti, disoccupati, semplici cittadini. Per la maggioranza giovani, uniti globalmente dal fatto di essere in difficoltà, con un futuro incerto, con disuguaglianze sempre più vistose. E’ stato visto come un corteo di parte, di sinistra. Se sinistra vuol dire ancora lotta alle ingiustizie, allora sì, era un corteo di sinistra, della quale abbiamo però un disperato bisogno, oggi più che mai. C’erano le bandiere storiche, la falce col martello, quella di Rifondazione, aggrappati al disperato tentativo di restare al passo con i tempi, come se le loro idee fossero ancora valide. La stagione degli -ismo è finita, ne rimane solo uno, il capitalismo, ma sembra in evidente difficoltà. Equità chiedono i manifestanti, declinata in molti modi: redistribuzione della ricchezza, accesso alla conoscenza e fine dei privilegi. Eccolo un programma politico per il futuro. Il resto sono solo nostalgie e malinconie, sintetizzate con un cartello: “doveva essere una manifestazione apartitica, ve ne siete impadroniti con le vostre bandiere antiche”. Apolitici vogliono essere i manifestanti, contro tutti i partiti, spesso considerati uguali e collusi col “potere”.
Mentre scendo per una Via Cavour affollata all’estremo, incrocio la parte del corteo degli studenti, che marciano compatti dietro “scudi di polistirolo” con sopra scritti i titoli più significativi della letteratura passata e recente. Classici contro l’ignoranza. Già visto, ma sempre piacevole. Ci sono gli inevitabili carri che sparano musica, alimentando il clima di festa. Su uno di questi si trova Frankie Hi-nrg, che canta rappando le sue canzoni di denuncia. Ogni tanto vengo pervaso da un acre odore di erba. Ovunque i manifestanti fanno a gara per il cartello più ironico. Sorrisi, musica e risate. D’altra parte protesta fa rima con festa, e non è male vederla così.
Eppure scendendo il corteo per avvicinarsi al Colosseo, ecco che l’allegra sinfonia si guasta e iniziano le prime stonature. Cosa ci fanno quei ragazzi con i caschi? Non faccio in tempo a girarmi che vengo spintonato da un gruppo di incappucciati, che si fa largo con fare spedito e minaccioso. Appena la folla li vede iniziano gli insulti e le richieste di andarsene. Un unico coro, scandito dalle parole “Buffoni”, “Fascisti”, “Andatevene”. Gli incappucciati, molto giovani in effetti, salutano alzando il dito medio e proseguono la loro marcia. Chi erano? Cosa ci facevano? Erano solo quelli? Purtroppo a breve avrei conosciuto la drammatica risposta.
Il rumore degli elicotteri accompagna la manifestazione, ma è un suono al quale siamo ormai abituati durante i cortei. Quello che non mi aspettavo è l’odore pungente di bruciato. Cerco di capirne la direzione e trovo la scheletrica carcassa grigia di un SUV, dato alle fiamme poco tempo prima. Purtroppo non sarebbe stata l’unica. Una Mercedes presa a mazzate e contenitori dell’immondizia bruciati non fanno presagire niente di buono.
E le banche? Nessuna pietà. Una filiale di una banca a me sconosciuta ha le vetrine in frantumi. Gli scontri dei giorni precedenti erano solo l’ “anteprima”. Più vado avanti più il corteo è meno compatto, qualcosa non quadra. Fino a quando, tagliando per una via parallela, cerco di raggiungere in fretta Piazza San Giovanni per capire meglio cosa sta succedendo. C’è tensione. Purtroppo appena arrivato al Colosseo tutte le mie preoccupazioni hanno una risposta. Fumata nera. Avete presente quando muore un Papa e si riunisce il conclave per scegliere il successore? Se non trovano l’accordo il popolo ne viene informato tramite una “fumata nera”, che genera delusione tra chi era accorso per sentire e acclamare chi avrebbe portato nuove parole e nuove speranze.
La stessa delusione di chi, arrivato al Colosseo, ha visto un enorme fumo nero provenire da Piazza San Giovanni e capisce che la protesta è finita. La civiltà lascia spazio all’inciviltà, la democrazia alla violenza, i sogni agli incubi. Seguono scene di panico, manifestanti che non sanno dove andare e si rifugiano in alto, come faceva la popolazione assediata, persone che scappano, ragazzi che piangono, rumori di guerriglia, odore di lacrimogeni. E’ decisamente finita. Il resto è la triste storia che sappiamo.
Inizia il valzer delle responsabilità, il solito gioco politico dello scaricabarile, condito dalla solita violenza verbale che contraddistingue l’atmosfera italiana da molti anni a questa parte. E’ colpa dei manifestanti, dei poliziotti, di Berlusconi, della sinistra, degli studenti, dei servizi segreti. E’ la sfera pubblica italiana, bellezza: se dividiamo i colpevoli, sarà difficile individuarli.
Resta il fatto che sapevamo di vivere un momento molto teso, alimentato dalla rissosa arena politica, e non si è fatto niente per prevenire. C’è stata una sbagliata valutazione? Un intelligence fallace? Un’organizzazione superficiale? Non lo so, e difficilmente sapremo qualcosa, lasciandoci ancora una volta con l’amaro in bocca e l’odore dei lacrimogeni nel naso, generando ancora più sfiducia e alimentando teorie complottistiche che non fanno bene alla tenuta democratica del Paese.
L’Italia si mostra al Mondo ancora per le sue contraddizioni: un paese con un civismo straordinario, con qualità strabilianti, con una voglia folle di cambiare, ma che rimane fermo per colpa di pochi. l’1% tiene ancora in scacco il rimanente 99%. L’Italia, l’unico paese dove comanda la violenza, verbale e fisica, e la democrazia è relegata alle sole elezioni.
Hanno ucciso l’indignazione, hanno reso muto chi chiedeva più giustizia, hanno assordato chi doveva ascoltare. Non devono passarla liscia. La politica ora deve farsi carico delle istanze e delle richieste portate avanti dai manifestanti. Solo così riusciremo a ridare un minimo di fiducia, una speranza di futuro. Solo così potremo ripartire. Solo così potremo finalmente uscire dal governo della violenza.

L’inverno italiano: la democrazia non è uno sport da spettatori (2)

Mentre imperversa la Prima Protesta Mondiale, in questo momento Berlusconi sta spiegando il suo ennesimo fallimento alla Camera dei Deputati, senza la presenza dell’opposizione.
Un governo arroccato sulle sue posizioni, che ha perso totalmente la bussola, litigioso e dannoso, incapace di dare il benché minimo segnale di risveglio. Vengono rivisti i dati sulla crescita, le fabbriche chiudono, il mercato ci punisce e noi abbiamo avuto il Parlamento bloccato dalla legge sulle intercettazioni. Si è smarrito totalmente il senso della realtà.
Siamo diventati come un pesce piccolo che non ce la fa a stare dietro al branco, e per questo gli squali ci hanno puntato, pronti a divorarci. Fino ad oggi ci hanno aiutato, ne siamo usciti malconci, commissariati, ma non finiti. Siamo sfuggiti all’attacco finale degli squali, ma per quanto?
Fermi un secondo. Ma se fosse il branco ad attaccare gli squali? Se fosse la politica, con la sovranità dei governi a sistemare le storture dell’economia? A ridurre le diseguaglianze?
Disuguaglianze forti anche in Italia: un paese che nel periodo dal 2001 al 2007 ha visto il proprio reddito medio crescere meno di tutte le altre economie sviluppate, Grecia e Portogallo incluse, può permettersi di perdere altro tempo? Abbiamo bruciato quasi un milione di posti di lavoro in 3 anni, un giovane su 4 è disoccupato, un mese intero di lavoro di un operaio è minore ad 1 ora di retribuzione del manager di quell’impresa. La metà della ricchezza complessiva delle famiglie italiane è in mano al 10% delle famiglie. . La metà delle famiglie italiane, quelle a basso reddito, detiene solo il 10% della ricchezza complessiva.
La democrazia implica una qualche sorta di eguaglianza: una qualche sorta di egalitarismo. Io non dico che ogni pezzo della torta dev’essere della stessa misura: però non vi sembra di essere andati ormai oltre? Non abbiamo superato il limite?
Più democrazia chiede il mondo. Più democrazia bisognerebbe chiedere anche noi. Perchè?
Ha fatto scalpore la rivelazione della lettera della Banca Centrale Europea, che dettava la manovra economica all’Italia, per ottenere gli aiuti per combattere la speculazione finanziaria. Come in Grecia, la democrazia ha lasciato il posto alla tecnocrazia. E questo perché per la prima volta nella storia, scelte fondamentali per il futuro di un Paese, vengono affrontate altrove: a Francoforte, a Washington, nelle sedi di rappresentanza del potere economico. La politica commissiariata dal potere economico. E torniamo alla politica fatta dai pochi, di chi non ha il consenso popolare. E quando non è chiaro chi ha la sovranità, tutti provano a dire la loro. Fanno politica Confindustria, le altre corporazioni, i sindacati, le religioni. Anche la stessa antipolitica è politica allo stato puro, ovvero il cittadino che torna a interessarsi nuovamente al pubblico, che giudica le scelte dei politici, che si indigna.
Ma l’ indignazione, se non prosegue in un programma politico, è destinata a spegnersi. Troppo facile puntare il dito, sputare sentenze e indicare colpevoli, per poi sentirsi più sereni, più tranquilli. Compito dei partiti è trasformare l’indignazione in azione, far capire la necessità di un’azione guidata.
Sta ai partiti diminuire la distanza tra cittadini e le classi dirigenti, tra la rabbia da una parte, e la mancanza di coraggio dall’altra.
Lo possiamo fare riscoprendo il valore della parola democrazia. Una democrazia che non si limita al momento del voto, che guida il potere economico e non ne è schiava, che aumenta l’interesse e la responsabilità delle persone. Una democrazia vera, reale, come direbbero gli indignados, che mira a diminuire le diseguaglianze, politiche, sociali ed economiche. Trasformare la democrazia rappresentativa in democrazia partecipativa, dove è ben identificabile chi ha poteri e responsabilità di governo, ma dove ognuno può avere la possibilità di dire la sua, di attivarsi, di partecipare al processo decisionale. Questo ci chiede il mondo: più ascolto. E anche noi nel nostro piccolo possiamo dare un enorme contributo. Possiamo essere un modello virtuoso, ritrovare il senso di appartanenza, il senso di stare in una comunità, sentirsi protagonisti di qualcosa di concreto e tangibile.
Gli strumenti ci sono, si va dalla semplice petizione, ai referendum, alle iniziative di cittadinanza attiva.
Ripartiamo dalle basi. Ripartiamo da noi. Perchè la democrazia non è uno sport da spettatori. Se tutti stanno a guardare e nessuno partecipa, non funziona più.

La conferma dell’ovvietà: non siamo un paese libero.

L’Italia è stata dichiarata un paese dove c’è una parziale libertà di stampa, da Freedom House, ente indipendente degli Stati Uniti. Nei paesi dell’Europa Occidentale siamo gli unici insieme alla Turchia ad avere questo status.

Non che la cosa mi stupisce, è solo un’altra conferma. Non credo che questa notizia scuoterà qualcuno, anche perchè altrimenti non saremmo messi così male.