10 mesi di Miur: una corsa nel fango

“Deve essere stato bello lavorare al Ministero!” Questa è stata la frase più ricorrente degli ultimi giorni. Bello. Una parola così soggettiva, così ambigua, così vaga. Un caleidoscopio di significati che spesso non definisce niente.
Avrei potuto rispondere con un sorriso finto, “sì, è stato bello”, e vedere la rassicurazione negli occhi dell’interlocutore di fronte a una risposta aspettata e scontata. Avrei potuto, ma sarebbe stata una sporca bugia.
È stato faticoso, struggente, dilaniante, mentalmente ed emotivamente massacrante. Il fallimento non contemplato. Ogni piccolo errore, ogni parola sbagliata, ogni email scritta frettolosamente poteva avere conseguenze devastanti. Non su di me, ma su una famiglia allargata, decisamente turbolenta, fatta di studenti, insegnanti, ricercatori.
E’ incredibile la resilienza del corpo umano, si adatta velocemente ai nuovi stimoli e alle nuove necessità: dormire poche ore, prendere decisioni importanti in millisecondi, prestare attenzione a ogni parola, rimanere sempre concentrato, non mostrare debolezze. Ritmi frenetici, lontani dallo stereotipo del politico incollato alla poltrona, impegnato a tessere clientele piuttosto che soluzioni.
La sensazione perenne di avere “quella specie di ovo sodo dentro, che non va né in su né in giù, ma che ormai mi fa compagnia come un vecchio amico”, come diceva il celebre film di Virzì. Gli impegni, le carte da studiare, i documenti da scrivere, le persone da ricontattare: un elenco senza fine, senza fondo, che ti privavano anche di quella piacevole sensazione di sollievo quando con la penna cancelli una riga dall’elenco delle cose da fare.
Leggere i giornali ogni mattina è stato come correre dopo un acquazzone: dovevi stare attento a evitare le pozzanghere di fango, altrimenti correvi il serio rischio di impanatanarti e di portare la morchia lungo tutto il percorso.
“Calunniate, calunniate, qualcosa resterà” diceva il filosofo inglese Francis Bacon. Costruisci qualcosa di positivo e sarai ignorato. Prova ad inciampare e la tua caduta sarà in mondovisione. Non importa se poi la caduta è vera o finta, l’importante è il commento, la battuta, il ritornello “io l’avevo detto”. Un esercito di Nelson Muntz, il bullo dei Simpsons, che con la voce stridula e il dito puntato ripetono con sarcasmo e derisione “AH AH!”.
Se corri sei troppo veloce, se rifletti sei troppo lento. In ogni caso le bacchettate sulle nocche sono garantite.
La sede del Ministero si trova nello stimolante quartiere di Trastevere, ricco di diversità e vibrante dinamismo, e il suo palazzo bianco trasmette una sensazione di maestosità e imponenza, che incuterebbe suggestione a chiunque, figurarsi a chi è stato chiamato a gestire le politiche che vengono fatte al suo interno.
Governare la scuola farebbe tremare chiunque. Non solo i polsi, ma tutto il corpo. Come potrebbe essere altrimenti? 8 milioni di studenti, il più grande datore di lavoro nazionale (più di un milione tra insegnanti, personale ATA, funzionari) uniti sotto un’unica parola che campeggia sul muro dell’ufficio del Ministro: EDUCARE, dal latino e-ducere: “tirar fuori ciò che sta dentro”.
Ma tremare non farebbe altro che danneggiare le già fragili scuole, al collasso strutturale e emotivo.
E allora ti destreggi tra gli sputi, alimentati da anni di totale disinteresse, e rispondi alla centesima chiamata e ascolti quel nuovo problema, l’ennesimo, quando saprai già che dovrai fare una scelta di priorità, data la vastità di problemi così inversamente proporzionale alle risorse e al personale messo in campo.
C’è mancanza di attenzione sull’educazione, d’altra parte perché dovrebbe interessare? Soldi e gossip stanno da altre parti. Sì, ci sono gli slogan, ma con quelli non si costruiscono le scuole, non si pagano gli insegnanti, non si finanzia la ricerca.
“La storia siamo noi, nessuno si senta offeso, siamo noi questo prato di aghi sotto il cielo.” cantava De Gregori. Ma per non offendere nessuno occorre tempo, sudore e pazienza: sindacati dalle sigle più assurde, consulte, associazioni, deputati, senatori, dirigenti di partito, rettori, presidenti, comitati, presidi, ricorsisti, controricorsisti. Tutti che vogliono essere ascoltati, tutti con la presunzione di essere seduti dalla parte giusta della “storia”. Un “prato di aghi” che a volte stimola, a volte pungola.
Il filosofo tedesco Shopenauer diceva “Chi è amico di tutti non è amico di nessuno.”
E noi gli amici li abbiamo cercati anche altrove, soprattutto tra gli studenti, tra i ricercatori, tra gli insegnanti, i primi destinatari delle nostre azioni costruite in quel palazzo così imponente situato in Viale Trastevere.
E cercando amici fuori ti confronti per forza con il mondo reale, perché solo attraverso la conoscenza si sviluppa l’empatia. E scopri che non è meglio, anzi. Scopri l’odio, il rancore, l’avversione, l’ostilità. Non tanto verso l’istituzione che rappresenti, ma verso proprio tutto ciò che è “politica”.
Ricordo ancora quando sono uscito un pomeriggio da Palazzo Chigi e una signora dall’età avanzata, distinta, che aspettava qualcuno sul marciapiede, mi apostrofò con queste parole “ Ecco, un altro che ci ruba i soldi, con l’abito costoso e lo stipendio da ventimila euro!”.
A parte che l’abito l’avevo comprato agli ultimi saldi da ZARA e che il mio stipendio non si avvicinava nemmeno lontanamente alla cifra sparata, quello che mi colpì fu l’accusa di essere un ladro. Accomunato a uno dei tanti protagonisti tragicomici degli ultimi anni, a chi si è fatto rimborsare le mutande verdi, a chi ha comprato un fuoristrada con i soldi pubblici , a chi ha ricevuto grandi tangenti per piccoli appalti. Proprio io, che avevo rinunciato agli affetti, che avevo dovuto cancellare ogni sensibilità, che mi ero negato la gioia del mare, del sole, di una breve vacanza. Io che mi credevo un supereroe dei fumetti, ero invece visto come il più spietato dei villani. Invece di essere Batman, ero il Pinguino.
Per questo devi lavorare il doppio, se non il triplo, per conquistarti un briciolo di credibilità, per essere ammessi a parlare “al pari “ con gli altri, per nobilitare un rospo brutto e gracchiante come è la politica adesso.
E magari nonostante tutti gli sforzi, il dolore, le emozioni, le sofferenze, potrebbe non bastare, potrebbe non essere sufficiente per riconoscere il lavoro che hai fatto. It’s politics, stupid.
Allora hai davanti due strade: rinchiuderti nel rancore, farti sopraffare dal vuoto, sperare nel fallimento altrui.
Oppure puoi trovare nuova forza ricordando perché hai corso con il cuore in gola, ingoiando bile amara, evitando gli sputi e le pozzanghere di fango. C’è un momento che voglio condividere con voi, che mi fa sorridere ogni volta che mi torna in mente: durante una delle frequenti visite nelle scuole, il mio sguardo si fermò su uno striscione. C’era scritto questo: “Occorre una scossa forte. Non una rivoluzione,che spesso conduce a destini incerti, ma una metamorfosi. Sogno un’Italia che sia consapevole dell’importanza dell’istruzione come fattore propulsivo per la mobilità sociale, per la coesione territoriale, per la promozione della cultura e della tecnica, in modo sostenibile e con la valorizzazione del nostro patrimonio paesaggistico, culturale e artistico, che possa portare a un nuovo “rinascimento”.”
Erano parole che avevo scritto per il Ministro e qualcuno le aveva trovate così interessanti da farne un poster e appenderlo nelle stanze di un’aula scolastica, proprio lì dove si costruisce il futuro. Magari avrebbe ispirato qualcuno, magari sarebbe stato tolto il giorno dopo. Chissà, non lo saprò mai. Ma per me quell’attimo ha significato molto, mi ha fatto capire il motivo di quello che stavo facendo, la necessità di non perdere di vista per chi stavo veramente lavorando. Non per il pubblico pagante, ma per chi stava fuori: quella maggioranza silenziosa che non mi avrebbe mai chiamato sul cellulare, che non avrebbe mai scritto su un giornale, che non sarebbe mai apparsa in televisione.
E’ stato bello lavorare al MIUR? No, per niente, ma ne è valsa la pena. Anche solo per quell’attimo, il tempo di un battito di mani, che però ha dato un senso alla mia vita.

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#fantapolitica La storia di Alexander, professore in una Grecia uscita dall’Euro

Alexander è un professore greco. In un giorno delle prossime settimane si sveglia la mattina, prepara la colazione, accende il computer e apre la pagina web del suo giornale preferito. Una notizia campeggia a caratteri cubitali, in un drammatico rosso squillante: “si torna alla dracma, la Grecia è fuori dall’Euro”. Alexander è sconcertato, mai avrebbe creduto che l’Europa lasciasse scivolare via la Grecia, la culla della democrazia. Quando sentiva parlare di “salvare le radici dell’Europa” pensava si riferissero alla Grecia e non all’eterna lotta di un Occidente impaurito dall’avanzare dell’Est.
Alexander è stravolto, non sa cosa fare. Pensando a cosa potrà succedere con la svalutazione della dracma, corre alla propria banca per salvare i suoi pochi euro risparmiati e piazzarli altrove, ma trova una brutta sorpresa: il governo greco ha bloccato i prelievi per evitare una fuga di capitale. Impotente, completamente in balia degli eventi, Alexander vede scorrere gli eventi successivi senza poter fare niente. Il giorno dopo il ritorno della dracma c’è subito una forte svalutazione della moneta (40-70%) che abbassa drasticamente il valore dei suoi risparmi. Addio viaggi fuori dalla Grecia, troppo care le altre monete. Ma soprattutto addio alle merci estere. Con i prezzi saliti alle stelle e l’inflazione che galoppa verso il 20%, diventa proibitivo mangiare la carne, bere un caffè, scegliere la verdura. Il mutuo per la sua piccola casa diventa inaffrontabile, perché è stato contratto in euro, mentre il suo stipendio è nella svalutata dracma. Alexander deve quindi dire addio alla casa di proprietà, è tempo di trovare un altro alloggio in affitto. Di prestiti non se ne parla, le banche boccheggiano e non hanno più soldi nemmeno loro.
Riguardando a fine mese il suo già ridotto stipendio vede che le tasse sono aumentate. Ma come? Eh già caro Alexander, la Grecia non ha più accesso ai mercati ed è costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate tramite imposizione fiscale. Eppure Alexander, stimato professore di filosofia, pensava di essere al sicuro avendo trovato posto nel pubblico. Invece ecco la cruda verità: addio ceto medio, benvenuta povertà. Ma non è il solo. L’addio all’euro costerà carissimo a tutti i greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno.
Ma non sarà solo Alexander a pagare, anche Mario e José, suoi colleghi accademici, si ritroveranno coinvolti nel vortice: italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio di Atene.
La breve storia di Alexander è solo un possibile scenario (dati presi da questo articolo) dell’apocalisse politica-economica conseguente all’arrivederci della Grecia.
Un racconto possibile, che coinvolge anche noi, dato che una forza che sta riscuotendo un grande successo in Italia (il movimento di Beppe Grillo), ha nel suo programma l’uscita dalla moneta unica.
Ecco, quando esprimete le vostre simpatie per Grillo&Co pensate alle centinaia di migliaia di Alexander che realmente troverebbero la catastrofe umana e sociale in uno scenario post-euro.
Occhio a seguire gli slogan, ci abbiamo rimesso venti anni.

Democrazia significa che il compito del cittadino non si esaurisce mai. Se la partecipazione viene messa a dormire, la democrazia finisce. Zygmunt Bauman – 3 -

Abbiamo visto che non può esistere forma di governo migliore della democrazia, ma che è necessaria cambiarla per aggiustare le storture che stiamo vivendo.
Gli unici che possono salvare la democrazia siamo noi, intesi come collettività, combattendo il pericolo più grosso: il disinteresse.
Secondo il sociologo Manuel Castells, aiutato anche da sondaggi allarmanti fatti in Italia: “non proviamo un rispetto quasi religioso per le istituzioni democratiche nella loro forma attuale, non crediamo che siano un veicolo di verità assolute e indiscutibili, come fanno quelli che considerano le istituzioni democratiche un monumento a se stesse, e anche a se stessi. A noi non servono monumenti”.
Ecco la democrazia in Italia, ma non solo, assomiglia a quelle vecchie statue che si trovano nelle piazze principali. Ogni città ne ha almeno una, imponente, ma la gente pare non farvi caso. Indaffarata o pensierosa passa oltre, senza mai rivolgergli uno sguardo. Non ne conosce i dettagli, non si ferma ad osservarla. Nell’indifferenza la statua invecchia, diventa più brutta, fino a quando a un certo punto è immersa da escrementi di piccioni o ricoperta di scritte vandaliche. E allora ci indigniamo, alzando la voce per nascondere la vergogna che proviamo per aver permesso tutto questo. Ma a quel punto pulire la statua per restituirgli l’originaria bellezza diventa più arduo e costoso e salgono agli occhi lacrime di coccodrillo “ah, se mi fossi fermato quella volta, se solo avessi portato un panno per pulire quando c’era solo la polvere…”
E’ sempre possibile costruire una statua nuova, una copia conforme all’originale. Sarebbe meno complicato. Ma questa volta è necessario che ogni cittadino possa contribuire alla creazione della “nuova statua” per farla sentire anche sua.
Non bisogna aver paura del cambiamento: ogni sistema inadeguato può essere, e di fatto è, sostituito da uno nuovo, più efficiente, più adatto ai nostri bisogni, più ricco di opportunità.
Ci serve un sistema che sia all’altezza delle nostre aspettative, fatto di trasparenza e competenza. Ma soprattutto di partecipazione. Infatti Zygmunt Bauman, uno dei più influenti pensatori al mondo, ci ricorda come democrazia significa che il compito del cittadino non si esaurisce mai. Se la partecipazione viene messa a dormire, la democrazia finisce.
E’ possibile riscrivere un nuovo futuro a una parola che proviene da un vecchio passato? Io credo di sì, soprattutto grazie alle nuove tecnologie e alla potenzialità della Rete. Ma questo lo scrivo nel prossimo e ultimo post dedicato a questo argomento..
- continua -

A quando un nuovo Rinascimento?

Un’occasione persa. Sabato scorso a Parigi, si sono incontrati Bersani, Hollande, candidato alle presidenziali per il partito socialista francese, e Gabriel, leader del partito di centrosinistra tedesco SPD. Poteva essere un momento storico, un evento che segnava l’inizio di un nuovo modo di fare politica: condiviso, europeo, di largo respiro. Eppure, almeno in Italia, ne abbiamo parlato pochissimo, se non per le reiterate polemiche interne al partito di chi voleva che Bersani non andasse, perché troppo spaventato dalle parole “progressista, sinistra, socialista”.

Ma nel documento firmato ci sono le basi per la politica comunitaria del futuro: “crescita, il completamento del mercato interno, gli Eurobond”. Nuovamente questioni economiche, fondamentali nel periodo di crisi, ma che non danno risposta alla necessità di una maggiore coesione politica fra i vari stati dell’Unione, che porti finalmente a “innamorarsi” e sentirsi parte dell’Europa.

Eppure i 3 grandi partiti europei si definiscono “progressisti”. ”Progresso” è la promessa di un futuro migliore, di maggiori opportunità di sviluppo personale, di una società più giusta. E’ la promessa che il duro lavoro porta i suoi vantaggi in termini di maggiore sicurezza, più opportunità e maggiore prosperità per tutti. Ma ora il “progresso” è spesso visto come una minaccia. Oggi non possiamo più essere certi che vada di pari passo con un buon lavoro, un buon reddito,la sicurezza sociale, la sostenibilità e la democrazia. Le persone si sentono alla mercé dei mercati. Si sentono abbandonate, impotenti di fronte a una società che è governata da processi senza nome e agenti riconoscibili. Stiamo vivendo una contraddizione. Da un lato, la crescita appare necessaria per realizzare la moderna promessa del benessere per tutti. Ma d’altra parte vediamo le conseguenze negative di questa spasmodica ricerca della ricchezza, sotto forma di danni ambientali e sociali.
La globalizzazione è qui per rimanere, e gli Stati, le imprese e le persone apparentemente non hanno alternative se non quella di adattarsi ad essa. Ma c’è una presa di coscienza in costante crescita che questo sta causando gravi danni economici, imponendo costi sociali elevati e la frammentazione della società.
Dobbiamo reinventare l’idea di progresso. Deve diventare un progetto di speranza e di un futuro nuovo, che può avere successo solo se riesce a rompere le storture del passato. Non il progresso inteso come crescita industriale, ma come crescita dell’umanità.

L’iniziativa di Parigi è stata chiamata “verso un nuovo Rinascimento”, un periodo che fu di cambiamento, dove il singolo individuo capì la sua capacità  di autodeterminarsi e di coltivare le proprie doti, con le quali riesce a vincere la Fortuna (nel senso latino, “sorte”) e dominare la natura modificandola. In questo presente che vede la democrazia in sofferenza, con decisioni che vengono prese troppo spesso da élites non elette, è necessario più coraggio. Altrimenti questo triste e oscuro Medioevo 2.0 sarà ancora troppo lungo.

[Europa] Esiste ancora il concetto di Stato?

Gli aiuti alla Grecia, il mercato globale, la crisi finanziaria. Tutti esempi che dimostrano l’interconnessione tra gli Stati: qualsiasi decisione di politica nazionale può avere un impatto forte nelle altre nazioni. La versione riveduta e politicamente corretta della teoria del Caos: si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. E’ quindi pensabile restare ancorati al concetto politico di Stato, mentre il mercato e le nuove tecnologie hanno dimostrato ampiamente di aver superato questa definizione rendendoci parte di un meccanismo più grande? Non dovremmo forse ripensare come promuovere la democrazia in questo nuovo contesto globale, senza arroccarci su vecchi schemi ormai ampiamente superati?

Lo dice anche Javier Solana, ex Segretario generale del Consiglio dell’Unione europea, in un articolo per Social Europe Journal:

[...] La globalizzazione ha reso le frontiere più porose. Le politiche di un paese, sia in materia di lavoro, di ambiente, di sanità pubblica, di fiscalità, o una miriade di altre questioni, possono avere un impatto diretto sugli altri. E
tale interdipendenza la vediamo ancora più chiaramente nell’economia: il tasso annuo di crescita del PIL della Cina, per esempio, rallenterà di due punti percentuali quest’anno, a causa della crisi negli Stati Uniti e nell’UE.
Allo stesso modo, altri paesi (e più vario nel loro carattere e la traiettoria storica), stanno emergendo fortemente nella scena mondiale: il PIL del Brasile ha recentemente superato quello del Regno Unito.
Su scala globale, questo mondo complesso e interdipendente ha bisogno di una organizzazione di stati e strutture che facilitino un dialogo responsabile, con l’obiettivo di mitigare gli abusi di potere e difendere i beni pubblici globali. Senza tali strutture, il mondo rischia una corsa competitiva e disordinata tra gli stati e la storia ha dimostrato che tale sviluppi spesso portano a conflitti disastrosi.
A livello europeo, la legittimità è essenziale e una governance comune non potrà essere raggiunta fino a quando gli Europei non supereranno alcune idee antiquate sulla sovranità. Paradossalmente, quando la crisi ha colpito, l’UE è stata criticata per la sua mancanza di integrazione. Ora che cerca di avanzare in questa direzione, l’Unione è accusata di superare la sovranità nazionale.
I cittadini devono avere la sensazione che le istituzioni che li governano rappresentano i loro interessi e renderli parte del processo decisionale, il che implica una unione basata su regole piuttosto che sulla potenza. Il fatto che l’UE non abbia immediatamente tutte le risposte a un problema non vuol dire che non ha futuro. L’UE è un nuovo e meraviglioso esperimento, che, come tutti gli esperimenti, comporta un certo grado di incertezza. Ma questo non dovrebbe farci ignorare il costo sociale ed economico di una concezione “nazionale” di sovranità. Infatti, le dinamiche di interdipendenza si sono ormai ben consolidate – tanto che non possono essere invertite.
Aderire ad un concetto limitato di sovranità in questo mondo è un anacronismo imprudente nel migliore dei casi, e una scommessa pericolosa in quello peggiore.
Il poeta Jose Angel Valente potrebbe chiamarlo un desiderio: “… aspettare che la Storia faccia soffiare gli orologi e ritornare al tempo in cui vorremmo tutto dovrebbe cominciare. ” Ma, nel mondo prosaico del qui e dell’adesso, il concetto di sovranità è già passato.

(liberamente tradotto da Social Europe Journal)

La prossima copertina del Time: dalla fiction alla realtà

90 giorni. Un tempo sufficiente per cambiare l’affidabilità di un paese agli occhi del mondo. Se i governanti sono lo specchio della della società, l’immagine italiana non è più storta. Sono passati solamente tre mesi da quando il Time dedicava la copertina a Silvio Berlusconi, con un’affermazione che sapeva di accusa: “l’uomo dietro all’economia più pericolosa del mondo”. Nessuna prospettiva di riforma, governo litigiosissimo e zero credibilità nei mercati, che si stava traducendo in uno spread (parola ormai familiare) altissimo e un rischio serio di non vedere rifinanziato il debito pubblico. Poi è arrivato il 12 Novembre,forse il giorno che ha rivoluzionato la politica italiana. Mario Monti, bollato come “tecnico”, diventa Primo Ministro, supportato dai due partiti più grandi, che fino alla settimana prima si scannavano in televisione e in Parlamento con urla e accuse.
Finisce l’era dei deputati-star: i numeri non sono più un problema, la maggioranza è troppo ampia per incappare nei ricatti di un singolo deputato. Spariscono i vari Razzi, Scilipoti (che ha provato un po’ a distinguersi votando no al nuovo governo, per poi finire nel dimenticatoio anche lui), Milanese, Papa, Tedesco, Bisignani, Calearo, Moffa, Siliquini, Cesareo, Villari e tutti gli altri teatranti dello spettacolo messo in scena dal grande produttore (perché metteva i soldi) Berlusconi.
Quello che sta succedendo è strano. Avevamo così tanta paura di fare delle riforme che siamo rimasti paralizzati per anni, per poi essere costretti a “giocare al ribasso” con le decisioni prese nella manovra “Salva-Italia”, con tutti i sacrifici derivati. Il prezzo da pagare per anni di immobilismo politico. Sarebbe stato troppo facile scaricare il governo in quel momento, per guadagnare una manciata di elettori. Ma la credibilità? Ci sarebbe forse un italiano ora sulla copertina del Time? Saremmo stati in grado di spiegarlo all’Europa? O magari proprio questo weekend si sarebbero tenute le elezioni, con alleanze frettolose e impreparate guidate da un leader con le stesse caratteristiche?
Invece no, siamo ancora in gioco. Dappertutto, protagonisti della politica internazionale, presenti nelle scelte decisive, ascoltati dagli altri leader. Alla pari. Incredibile, tutto questo in 90 giorni. Il valore di un uomo conta più dell’arroganza dei predecessori, più di tutte le barzellette che ci siamo subiti in questi anni, più di ogni commento fuori luogo. C’è stato un default del recente passato, considerata una parentesi negativa, uno scherzo durato troppo a lungo. Abbiamo gettato la maschera, ormai logora e consunta, per mostrare la nostra vera faccia. Dalla fiction stile Grande Fratello, dove tutto è un’iperbole, alla drammatica realtà di un film neorealista, che racconta in maniera cruda, ma vera, la situazione economica e morale di oggi.
Non credo che Monti salverà l’Europa, come cita la nuova copertina del Time. I superuomini non esistono. Occorrono processi troppo lunghi, che richiedono più persone coraggiose, di diverse nazionalità. Nessun politico da solo ha creato l’Europa. Se fosse mancato anche uno solo tra De Gasperi, Schuman, Adenauer, Monnet non so se saremmo arrivati a questo punto.
Di una cosa sono sicuro però: Monti sta dando tempo per costruire una politica di largo respiro, la politica delle grandi occasioni, quella determinante per cambiare. Il futuro non è suo, ma di chi riuscirà a non sprecare questa opportunità, questo prezioso intervallo di tempo, gettando le basi per qualcosa di nuovo. Un progetto che sappia rispondere ai gravi problemi nazionali dandogli allo stesso tempo un respiro europeo. Una visione che sappia coinvolgere la maggior parte delle persone, che non escluda nessuno, che sappia restituire credibilità alla politica. Perché la prossima volta, sul Time, in copertina, non voglio vedere un italiano. Voglio vederci l’Italia intera.
 

Grande è la confusione sotto il cielo

Mao Tze Tung diceva: “grande è la confusione sotto il cielo: la situazione è eccellente”. Una massima perfetta in tempi di rivoluzioni, ma che può descrivere la situazione politica italiana
Tassisti che bloccano le città, siciliani che riprendono i forconi, navi che affondano, disoccupazione galoppante, borse come altalene, teorie complottiste. Tutti che improvvisamente diventano esperti di economia, novelli Keynes o studiosi di Friedman, giocando con la macroeconomia come se fosse fatta di pongo, facile da manipolare e modellare. Siamo arrivati all’ora X che tanto temevamo, le decisioni difficili da prendere, come risposta alle continue non-scelte fatte nel passato. Si parla di cambiamento quando invece siamo innamorati dello status quo, della nostra sfera personale, come se ci fosse una sindrome nimby anche sui sacrifici da fare: non nel mio cortile.
C’è la forte percezione di essere in movimento verso qualcosa, ma non sappiamo ancora se ci porterà benessere o altra disperazione. Qualcosa che assomiglia vagamente all’interregno gramsciano, ovvero la consapevolezza di aver fallito nel passato e della necessità di andare oltre, anche se non è ben chiaro come costruire il futuro.
Sono queste le fasi più a rischio, perché non si ha più né il tempo né la pazienza di aspettare che i lunghi ma necessari tempi della democrazia abbiano un effetto sulle nostre vite disastrate.
Tempi come questo hanno visto nel secolo scorso l’insorgere di regimi totalitari, o più recentemente, della (ormai finita?) fase berlusconiana. L’impossibilità di soddisfare tutti cercando di mantenere i privilegi per pochi.
Al contrario di quello che dicono i sondaggi, i partiti possono contare molto, se mettono in secondo piano i “giochi” a favore di una visione collettiva che deve scontentare i piccoli aggregati di potere in nome di una visione collettiva che indirettamente favorisce tutti. Non possiamo aspettare di vedere con quale riforma elettorale andremo a votare per poi formare le alleanze. I leader delle coalizioni “fatte in fretta” possono essere solo leader “frettolosi”. Non serve il messia, serve credibilità. Cercate chi vi sembra più meritevole, chi ha una visione chiara del futuro e si limita a inveire contro il presente e dategli una mano .
Grande è la confusione sotto il cielo: la situazione fa schifo.

2012: ritorno al futuro (3) Pisa, non più “vituperio” ma “brava gente”

Il vostro futuro non è ancora stato scritto, quello di nessuno. Il vostro futuro è come ve lo creerete. Perciò createvelo buono. (Doc)

Questo è il suggerimento di Doc a Marty e alla sua ragazza in Ritorno al futuro III.
Ma Pisa è una città proiettata nel futuro? Ne avrebbe tutte le potenzialità: tre università, una delle strutture di pronto soccorso più grandi d’Europa, un aeroporto che macina record, prospettive di sviluppo e di riqualificazione urbana (i famosi PIUSS). Questo è il presente, una solida base dalla quale partire per arrivare a quel concetto di “città intelligente” che dovrebbe guidare l’operato degli amministratori locali. “Città intelligente”? Una città finalmente liberata dagli stupidi? No, una città che utilizza al meglio le risorse che ha e le integra fra di loro restituendo servizi pù efficaci ed economici. Risparmio energetico, fonti rinnovabili, servizi digitali, mobilità sostenibile. Ma per fare tutto questo occorrono finanziamenti e capacità di guardare al futuro, sempre più difficili in questo contesto economico. Tutti sanno che è ormai uno stillicidio quello che si sta compiendo nei confronti degli enti locali, visto che da quattro anni i bilanci si assottigliano sempre di più, complici i tagli dall’amministrazione centrale. Per questo un’amministrazione locale tende a privilegiare “la qualità della vita”, ovvero cercare di mantenere tutti quei servizi che servono per il presente, come ad esempio manutenzione delle strade, asili nido, trasporti.
I politici sanno che ogni servizio tolto e non mantenuto, pur essendo magari colpa di minori entrate dallo Stato, significa voti in meno, visto che il Comune diventa il primo sportello d’ascolto per l’insoddisfazione e lo sfogo del cittadino.
In queste condizioni è difficile pensare al futuro, costruire politiche che magari non danno un consenso immediato, ma che nel tempo si dimostrano un investimento in qualità della vita e benessere collettivo, i veri strumenti di misurazione della soddisfazione delle persone.
Essere autosufficienti energeticamente grazie alle fonti rinnovabili, abbattere i costi dell’illuminazione cittadina con lampadine tecnologicamente avanzate, incentivare una mobilità sostenibile con tram e navette elettriche, che siano temporalmente vantaggiose rispetto all’uso dell’automobile, utilizzare capillarmente le potenzialità della rete Internet, offrendo servizi interconnessi fra loro.
Questi sono solo alcuni esempi della città del futuro, da programmare già ora in modo da renderli operativi fra qualche anno.
Molto in effetti si è già fatto: il parco fotovoltaico dei Navicelli, la rete di ricarica elettrica per automobili, Internet gratuito in molte parti del centro, il People mover. Tutti progetti realizzati in condizioni difficili, ma che magari non vengono percepiti nell’ “uso” quotidiano della città, che fa concentrare la nostra attenzione su altri problemi.
Avere la possibilità di essere giudicati sulla capacità di costruire il futuro. Questo sarebbe già un passo in avanti, un cambio di coscienza collettiva che permetterebbe ai politici di essere più coraggiosi nelle scelte che portano a benefici non immediati.
A volte per “ritornare al futuro” bisogna pensare al passato, a partire dal modello ateniese, dove la città era davvero considerata un bene collettivo e molti donavano il loro tempo per la crescita sociale e culturale della propria comunità.
Lo possiamo fare anche oggi attraverso il potenziamento di una figura che Nadia Urbinati definirebbe come “individualismo democratico” ovvero “una persona che ha un senso morale della propria indipendenza e dignità e agisce mossa da passioni ed emozioni altrettanto forti delle ragioni e degli interessi; che non è soltanto concentrata sulle proprie realizzazioni, ma anche emotivamente disposta verso gli altri per le ragioni più diverse, come l’empatia, la curiosità, la volontà imitativa, il piacere di sperimentare”.
L’individualismo democratico si alimenta con la trasparenza dei processi decisionali e con la partecipazione di tutti. Grazie anche alle nuove tecnologie è possibile sperimentare nuovi strumenti di partecipazione per consultare i cittadini sulle scelte più rilevanti, facendone un momento costruttivo – e non solo di mera ratifica di decisioni già prese.
Pisa può “ritornare al futuro” se riesce a smettere di guardarsi all’ombellico e all’interesse dei pochi, usando la forza che ha già, quel grande fermento culturale che anima la vita cittadina, la stessa forza che è riuscita nei secoli a trasformarla dal dantesco “vituperio delle genti” alla citazione più benevola di Giosuè Carducci:

Su, Su, popolo di Pisa, | Cavalieri e buona gente!

2012: ritorno al futuro (2) i soldi del vicino sono sempre più verdi

Io non ho inventato la macchina del tempo per motivi di lucro; l’intento è di acquistare una più chiara percezione sull’umanità: dove siamo stati, dove andiamo, le trappole, le possibilita, i rischi e le promesse. Forse una risposta alla più universale delle domande: perché?. (Doc)

“Perché” si domandava Doc in Ritorno al Futuro II. Una domanda che ci facciamo anche noi.
Perché non riusciamo a liberarci del passato? Perché si parla da decenni sempre degli stessi problemi, senza mai risolverli? Perché il futuro rimane incerto?
Il nuovo anno saprà rispondere a questi interrogativi?
Certo il 2011 si è chiuso con un evento straordinario, la fine prematura del Governo Berlusconi, che in qualche modo ha rimescolato le carte della politica, spazzando via molte delle pratiche che erano più consone a un salotto televisivo piuttosto che a un’istituzione politica.
Ma il vero cambiamento, quello che può far “evolvere” gli italiani e proiettarli in un’ottica futura, non c’è ancora.
Non può crescere un paese che è diviso territorialmente, con la Lega che è tornata nel suo ruolo originale di “paladina” del Nord, dopo aver banchettato e spartito con il PDL gli anni del “turboberlusconismo”, senza portare a casa nessuna delle politiche promesse.
Ma la forte frattura che si è accentuata in questi anni è soprattutto quella sociale. Nell’anno del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, abbiamo assistito a un frenetico “tutto contro tutti”, un grande ring dove vinceva chi tirava il colpo più duro: sindacati, categorie professionali, opposizioni, governo, maggioranza, pubblica amministrazione, enti locali. Nessuno disposto a cedere i propri diritti, nessuno che si prende il coraggio di dialogare davvero. Forse perchè la politica non ha offerto un futuro chiaro, una visione comune alla quale aderire con convinzione, per legarci come popolo e come nazione. In mancanza di queso ognuno si tiene stretto quello che ha, il vicino che conosce, i sogni personali che si è creato. Forse non esistono figure carismatiche credibili che riescono a spiegare al loro “pubblico” di riferimento che bisogna “cedere” qualcosa nell’immediato per ottenere qualcosa di più importante nel prossimo futuro: la coesione sociale, un patto di fiducia tra persone che incentiva l’economia, il governo (nazionale e locale), ma soprattutto la qualità della vita di ognuno.
Certo, posso capire che nessuno voglia rinunciare a qualcosa. A favore di chi? Per noi “i soldi del vicino” sono sempre più verdi.
Dopo le declinazioni di ieri, vorrei aggiungere qualche altro elemento su come “ritornare al futuro”: abbandonare il clima di sospetto che c’è nei confronti dell’altro, soprattutto verso la politica. Non lasciate che le iperboli e i grandi casi di malapolitica offuschino la necessità della partecipazione dei cittadini alla vita dei partiti e dei governi. Così farete solamente il gioco di chi vuole il potere “sulla” città, piuttosto che “della” città. “Adottate” un politico, a tutti i livelli, tra i tanti che vi sembrano meritevoli e lungimiranti, non per ottenere un qualche interesse personale, ma per guidarlo e suggerirgli alcune proposte. Non c’è niente di più gratificante per un rappresentante delle istituzioni di sapere che c’è qualcuno che lo segue, criticandolo quando c’è bisogno, ma supportandolo in alcune scelte più difficili, quelle per il futuro.
Basta usare la parola “vergogna” su tutto, la parola più usata del 2011, buona solo a farci sentire un po’ meglio, per poi voltarci subito dall’altra parte, ma con la coscienza più pulita. Ok, ci siamo vergognati, e ora?
“Ritorno al futuro” significa anche riprendere e attuare quell’inflazionata ma sempre attuale citazione di De Gasperi: “Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni”.
E se da popolo di santi, poeti e navigatori diventassimo anche un popolo di statisti?

2012: ritorno al futuro (1) La rottura dell’armadio

Ritorno al futuro è una favolosa trilogia di Robert Zemeckis degli anni ’80, capace di far fantasticare intere generazioni su un tema affascinante e onirico: i viaggi del tempo. Consiglio caldamente la visione a coloro che si fossero persi queste perle cinematografiche.
Ma “Ritorno al futuro” è anche lo slogan che vorrei dare a questo 2012 che è appena iniziato.
Molti hanno definito l’anno che è appena trascorso come un anno di rivoluzioni, di cambiamenti, come lo erano stati, ad esempio, il 1945, il 1968, il 1989.
Se ci pensiamo bene in 12 mesi abbiamo assistito alle rivolte arabe, che hanno spazzato via dittature decennali e che continuano ancora oggi cercando difficilmente di compiere la lunga strada verso una democrazia più compiuta.
Abbiamo visto la prima protesta mondiale, dove persone di tutti i continenti (prevalentemente giovani), hanno riscoperto il piacere della piazza, uniti dai social network e dal desiderio di futuro, contro le diseguglianze economiche e sociali. I manifestanti in Grecia, gli indignados spagnoli, le sommosse in Inghilterra. E Israele, Portogallo, Albania, Francia, fino a superare l’Atlantico, arrivando in Cile e in America, con l’evocativo e geniale slogan : “we are the 99%”, noi siamo il 99%.
Una protesta comune, la prima generazione globale, con gli stessi problemi e le stesse preoccupazioni: non avere un lavoro, non avere un’istruzione degna, essere vittima di ingiustizie. Un filo rosso che unisce lo studente cileno, il funzionario greco, l’operaio inglese, il contadino egiziano. Democrazia e lavoro: queste le due parole che abbiamo sentito dalle Ande al Sahara, contro le enormi disparità politiche, sociali ed economiche che si sono aggravate negli anni, nascoste sotto il tappeto quando stavamo meglio, esplose adesso che viviamo una fortissima crisi.
E questa crisi tutta finanziaria si è spostata dall’America all’Europa, cambiando di fatto il nostro lessico quotidiano: spread, recessione, tasso d’interesse, bund, termini diventati familiari.
Mi viene in mente la metafora dell’armadio: quando ero più giovane e mia madre mi obbligava a sistemare la stanza prima di uscire fuori a giocare, per fare prima mettevo tutto nell’armadio, simulando una calma apparente. Questo “giochetto” ha retto fino a quando l’armadio si è rotto, riversando verso l’esterno tutto quello che avevo accumulato in maniera confusa. Rimettere a posto è stato più difficile, perché a quel punto dovevo organizzare tutto in maniera più precisa, per una migliore gestione in futuro.
Ecco, anche “l’armadio” finanziario è esploso. Anni di finanza creativa, che ha fatto fare soldi con i soldi, e non con il lavoro, hanno portato alla rottura dell’armadio. Chi doveva controllare (gli Stati) non ha fatto niente, inebriato dalla sensazione di crescita apparente. Conoscevamo i problemi, ma stavamo troppo bene per preoccuparcene. Ora c’è da lavorare il doppio e non sappiamo più come rimontare “l’armadio”. Continuare come se nulla fosse? Accettare di vivere in uno stato permanente di crisi che alimenta insicurezza e disuguaglianze?
Ecco, “ritornare al futuro” significa prendere atto della necessità di costruire nuovi modelli di sviluppo economico, sociale e umano.
Non aver paura della globalizzazione, ma cercare di sfruttarne i lati positivi (come ad esempio la facilità di comunicazione, gli scambi di buone pratiche). Eliminare le storture della finanza, partendo anche da una tassa sulle transazioni da destinare al sociale (e se lo dice Monti che da molti è detto l’uomo delle banche”…). Capire definitivamente che più del PIL è necessario valutare e ridurre il coefficiente delle diseguaglianze (di tutti i tipi, economiche, sociali, politiche). Ripensare un consumo meno sfrenato e più condiviso. Andare velocemente verso un sistema di “città intelligenti”, dove grazie al digitale e alle tecnologie verdi è possibile un forte risparmio energetico e un miglioramento consistente della qualità della vita, a partire dall’avere più tempo a disposizione per esprimere al meglio le proprie potenzialità e sviluppare gli interessi.
La risorsa tempo, la risorsa più preziosa, non è rinnovabile. Va impiegata al meglio. Il mio augurio per questo 2012 è quello di “ritornare al futuro”, ovvero abbandonare questo passato ricco di insoddisfazioni e di costruire insieme il futuro che abbiamo sempre immaginato, vivendolo già oggi.
C’è solo un modo di dimenticare il tempo che scorre: impiegarlo al meglio. (Charles Baudelaire)