#UnfuckGreece – Il gallo di Asclepio e il sapore della cicuta

Il muro del Parlamento greco si tinge di rosso mentre cala il tramonto. Bisogna aspettare le prime proiezioni, verso le 8 e mezzo, per iniziare a vedere i sorrisi di quei pochi presenti in Piazza Syntagma a quell’ora, circondati dal fumo dei venditori di gyros e mezedes. La polizia è lontana dagli occhi, ma è presente in dosi massicce.

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Mentre guardo il caratteristico cambio della guardia, penso a qualcosa che avevo relegato nel cassetto della memoria: «O Critone, noi siamo debitori di un gallo ad Asclepio: dateglielo e non dimenticatevene!» Queste sono state le ultime parole di Socrate dopo aver bevuto la cicuta che lo portò alla morte.
Sicuramente ci saremmo aspettati di più da uno dei massimi esponenti della filosofia occidentale. Eppure queste parole suonano straordinariamente attuali, in un presente dove la Grecia ha un debito verso creditori esteri tra i più alti al mondo e il negoziato saltato serviva proprio per restituire i soldi, non per risollevare le sorti del malandato popolo greco. Ma i debiti vanno onorati, come ci insegna la stessa filosofia greca.
Non dimentichiamoci però che la Grecia è un condannato a morte, infatti il Fondo Monetario Internazionale, la faccia più cattiva della Troika, ha stimato che nonostante gli aiuti programmati, se accettati passivamente, porterebbero la Grecia a un default economico entro il 2030. SOfferenze oggi per maggiori sofferenze domani. Solo i martiri possono resistere.

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Ecco perché invece di una lenta agonia ieri il popolo greco ha scelto di bere la cicuta e si è messo in attesa. Qualcuno somministrerà l’antidoto? Sarà quello giusto?
Nessuno lo sapeva ieri in piazza Syntagma e il clima felice delle vittorie politiche è sostituito da un orgoglio patriottico che ha portato a manifestare più con la bandiera della Grecia che con quelle dei partiti politici.
Un orgoglio che può sembrare Hybris, ὕβϱις, un tema ricorrente della tragedia greca. Significa “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”. Già li ho visti su Facebook i commenti di chi si dice “stufo di pagare i debiti di persone che hanno vissuto oltre le loro aspettative”, “arrabbiato di dover sovvenzionare i baby-pensionati”, spingendo con forza per abbandonare la Grecia al suo inesorabile destino.
Eppure proprio la Hybris è un evento accaduto in passato che influenza in modo negativo il presente. È una “colpa” dovuta a un’azione che vìola leggi divine immutabili, ed è la causa per cui, anche a distanza di molti anni, i personaggi o la loro discendenza sono portati a commettere crimini o subire azioni malvagie.  Ecco la tragedia diventata realtà: le colpe del passato di banchieri e politici sono ricadute su tutto il popolo greco, accumulando ira e vendetta, che per fortuna si sono tramutate ieri sera in canti e bandiere. Ma le bandiere non si mangiano e la liquidità delle banche si sta esaurendo velocemente. La cicuta comincia già a fare effetto.

DSC_0646Un flebile altoparlante spara a basso volume un po’ di musica greca, per accompagnare i balli di pochi sovraeccitati. Per il resto è una festa molto composta, con un esercito di giornalisti, reporter, freelancer e curiosi pronti a immortalare ogni sussulto di vita, di eccesso. Eppure la l’armonia è stata spezzata da noi , quando un gruppo di ragazzi italiani si è scontrato con Beppe Grillo e i suoi supporters, accusati di speculare sulla pelle dei greci.

DSC_0665Questa vittoria dell’#OXI restituisce fiato e voce ai nuovi sofisti sparsi in Europa, ovvero quelli dileggiati dallo stesso Socrate per voler convincere utilizzando la forza persuasiva delle parole piuttosto che la forza logica del ragionamento. Le dichiarazioni di Grillo e Salvini non sono l’antidoto, equivalgono ad aggiungere nuovo veleno in un corpo già morente.
Verso mezzanotte la piazza si svuota rapidamente alla notizia che Tsipras non terrà un discorso ufficiale. I balli si fanno sempre più solitari. Lo sventolio di bandiere si affievolisce. I bambini chiudono le palpebre.
Tutti tranne uno, che mi guarda con i suoi occhi blu intensi. Ecco, se la Grecia avesse un colore sarebbe sicuramente il blu dei suoi occhi, come il colore delle bandiere che riempiono la piazza e del mare che la circonda da ogni lato.
Adesso che ci penso il blu è anche il colore della bandiera europea, quella stessa unione di popoli dileggiata e vituperata nonostante sia la costruzione umana più importante avvenuta dopo la Seconda Guerra mondiale, ma purtroppo ancora incompiuta. Cosa succede ora? Ecco la domanda che parte da piazza Syntagma e rimbimba in ogni città del mondo. Io “so di non sapere”, ma sicuramente la cicuta ha un sapore meno amaro dell’austerità e dell’umiliazione.

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#Greferendum – La guerra dei topi e delle rane

La Gigantomachia è la guerra mitologica tra i Giganti e gli dei dell’Olimpo per la supremazia del Cosmo. Con toni “decisamente” minori anche oggi la Grecia è di fronte a una grande sfida, caricata e pompata con aspettative epiche. Ma stavolta il conflitto non è per il potere, ma per la sopravvivenza
Se l’esito delle urne di oggi si basasse sulla quantità di materiale di propaganda messo in campo non ci sarebbe che un vincitore: passeggiando per le strade di Atene, dall’eclettico e popolare quartiere di Exarhia, sede di recuperi urbani e variopinti murales, fino a Kolonanàki, luogo chic dell’élite ateniese, dove il denaro circola più che altrove, c’è spazio solo per una parola: “OXI”, “No, non approviamo” l’accordo proposto dall’Eurogruppo lo scorso 25 Giugno.

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Non c’è salvezza, non c’è scampo. Non si può sfuggire alla furia dell’OXI. Come una delle Erinni, personificazioni femminili della vendetta, 3 sorelle nate dal sangue di Urano, rappresentate come geni alati, con la bocca spalancata nell’atto di cacciare urla terribili, la presenza dell’OXI sovrasta tutta la città ed è impossibile non vederla: sopra ogni palo della luce una bandiera a favore del “no” sventola stanca, sui muri di ogni colonna e palazzo i manifesti con tanto testo e poche immagine (che sembrano copiare la propaganda del secolo scorso) hanno preso il posto dell’intonaco. Scritte spray che inneggiano all’ “OXI” macchiano i pochi muri bianchi rimasti incredibilmente vergini fino ad oggi. Anche guardare per terra è inutile: passeggiando sui marciapiedi non puoi evitare di calpestare volantini dalla grafica povera frettolosamente stampati in questa settimana.

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Il “NAI”, entità spirituale più che fisica, come una divinità che incute poco timore, una “Demetra” qualsiasi, si intravede timida, rispettosa dei suoi spazi, educata nei modi e nelle maniere, mentre, trasformata provvisoriamente in cartellone pubblicitario, fa compagnia al pensionato che aspetta alla fermata del bus.
Già i pensionati. coloro che stanno pagando più di altri questa situazione, frutto di uno scontro tra finte divinità pagane che si ritengono entrambe intoccabili e che non risparmiano sofferenze al popolo pur di continuare la loro battaglia, in nome di un’idea, di un principio. Se giusto o sbagliato lo decideranno i vincitori.Una versione aggiornata della Batracomiomachia, la guerra dei topi e delle rane, una parodia dell’epopea eroica scritta presumibilmente da Omero.
Chissà se quel pensionato è riuscito a ritirare i suoi soldi stamani, chissà a che ora si è messo in fila per ottenere poche banconote, spesso l’unico sostentamento di un’intera famiglia, visto che la disoccupazione giovanile supera il 60%. Chissa cosa ha provato quando, guardando quelle banconote non ancora usurate dal tempo, ha visto il segno dell’euro: una prematura nostalgia o una crescente rabbia?

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Vorrei sedermi accanto a lui e chiederglielo, ma l’ostacolo della lingua è insormontabile. Purtroppo il mio greco si ferma ad alcune espressione antiche, vecchie reminescenze del sempre compianto liceo classico, che mi hanno portato a provare una stretta solidarietà con quello che rappresenta oggi la Grecia. In fondo i suoi scrittori, i suoi filosofi, i suoi personaggi storici hanno accompagnato la mia crescita, nell’era pre-internet quando si acoltava musica con i lettori cd e si suonava ancora al citofono, sviluppando un’empatia difficile da rompere. Sussurro a denti stretti “antìo”, arrivederci, all’amico pensionato e torno a casa, una casa dove non avevo mai messo piede prima di oggi, ma ormai istintivamente familiare: la collina dell’Acropoli. Ci arrivo sfruttando i mezzi pubblici, per una settimana straordinariamente gratuiti. Non solo per i cittadini ateniesi, ma anche per i cittadini del mondo, espandendo il concetto di “comunità” oltre i confini delle Μακρά Τείχη, le lunghe mura che in antichità proteggevano la città.

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Mentre cammino sulla collina di Filopappo, non solo il luogo dove si scattano le fotografie del Partenone, ma dove Pericle incitava alla Democrazia, Socrate dialogava con Platone (e si può ancora vedere la sua prigione, dove bevve la fatale cicuta), Temistocle arringava la folla, mi sono reso conto di respirare il loro stesso ossigeno. Un ossigeno che non si trova in uno schermo televisivo o in una lettura su un tablet. Un ossigeno pesante e caotico , come lo è la Storia, quella con la S maiuscola. Un ossigeno che non dona poteri divini , ma che respiro nella speranza di ottenere un minimo, un frammento, una molecola, di quella Σοφία, di sapienza, che ha generato la civiltà occidentale tramite la cultura greca, per comprendere meglio cosa sta succedendo, qual è lo spirito dei tempi.

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Perché non voglio parlare delle ragioni del sì e del no, non è mia intenzione raccontare come siamo arrivati a questo punto, partecipare alla gara per puntare il dito su chi ha sbagliato di più. Non siamo alle Olimpiadi dove si compete in maniera corretta e con regole certe e purezza di intenzioni (almeno in quelle antiche). Io sono solo un forestiero, senza presunzioni filosofiche o retoriche. Ma quel che succede oggi, a prescindere da chi vincerà questa battaglia, potrebbe avere la stessa importanza della battaglia delle Termopili, di Maratona, di Salamina. In quelle battaglie si è creato il destino dell’Europa, che poteva finire nelle mani di qualche despota asiatico.
Oggi, più di duemila anni dopo, la posta in palio è la stessa.
Ma se anche i potenti dei dell’Olimpo sconfissero i Giganti con l’aiuto di mortali, è impensabile che, a prescindere dall’esito della battaglia di oggi, la Grecia (e l’Europa) si salvi da sola. I miti non esistono, i semidio nemmeno.Dimostriamo che in questa “guerra di topi, rane e gufi” non abbiamo perso il lato umano.

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Un matrimonio in più oggi, migliaia in meno ogni giorno. Perché non sposerò più.

E alla fine è arrivato anche il mio turno. No, non proprio il mio. Quello di altri. Ma a celebrare il matrimonio sono stato io. Dopo 4 anni di pigrizia, prima di chiudere la consiliatura volevo sperimentare cosa si provasse a guardare in faccia i futuri sposi e non solo le loro schiene, da un freddo pancale in legno.
E’ stato breve, ma emozionante: la mano dello sposo che tremava cercando di infilare l’anello, quei “si lo voglio” sussurrati, gli occhi inumiditi dalle lacrime (speriamo di felicità).
La cerimonia in comune è molto “fredda”, per questo l’officiante ha un ruolo importante, cercando di evitare la sensazione che si sta compiendo un noioso atto burocratico, ma qualcosa che cambierà la vita di due persone. Ed è stato ancora più bello (per me) che a sposarsi fossero due persone con cittadinanza diversa, una italiana, l’altro tunisino. Nell’augurio finale, dopo aver letto un estratto da “Il Profeta” di Kahlil Gibran, scrittore libanese, ho voluto enfatizzare l’arricchimento culturale che i matrimoni misti portano alla nostra città e al nostro Paese, nella speranza che l’intolleranza e la paura dell’altro possano finalmente scomparire.
Dopo la cerimonia, ancora estasiato dai sorrisi della coppia, mi sono fermato a riflettere. Eppure qui qualcosa non va. E mi riviene in mente l’argomento caldo della settimana scorsa. Perché queste sensazioni sono precluse a diversi amanti? Perché non posso trovarmi davanti due persone dello stesso sesso e renderle felici? Sono i loro sentimenti “innaturali”?
Allora l’euforia è sparita, la gioia scomparsa. Siccome indossare la fascia tricolore durante una cerimonia ufficiale significa rappresentare tutti i cittadini, durante il matrimonio civile questo non accade: ci sono alcuni cittadini che sono diversi, che non hanno questo diritto. E allora che senso ha?
Non officerò più un matrimonio civile finché qualcosa in questo Paese non cambierà, fino a quando non sarà possibile legalizzare l’amore fra due persone qualsiasi.Per la situazione attuale italiana, sui diritti civili non c’è compromesso,c’è arrivato anche un paese conservatore come l’America: dare la possibilità alle persone omosessuali di sposarsi.
Vorrà dire che la prossima volta che firmerò un atto di matrimonio sarà il mio…ma forse facciamo prima a cambiare l’Italia.

#Srebrenica per non dimenticare: anche un solo secondo di riflessione può fare dei piccoli miracoli, per le generazioni che verranno.

Poche esperienze mi hanno emozionato come il viaggio in Bosnia di due anni fa, alla ricerca del perché di quello che è passato alla storia come l’eccidio di Srebrenica, esattamente 17 anni fa:un eccidio consumato in dieci, dodici giorni, che ha visto la morte di un numero ancora indefinito di uomini, comunque superiore a 8000, colpevoli soltanto perché il loro cognome evocava un’appartenenza musulmana.
Un viaggio nell’odio, un bagno nella violenza e nei sentimenti più biechi e nascosti dell’uomo, insieme al collega e amico Stefano Landucci. Volevamo respirare la storia di Srebrenica, vederne i luoghi e ascoltare la voce di chi ha vissuto direttamente quei tragici giorni. Ne è nato un piccolo reportage, con foto e citazioni,  “Srebrenica per non dimenticare”, che ripercorre il nostro viaggio emozionale, creato con lo scopo di trasmettere le esperienze che abbiamo provato in quei giorni.
Dopo tante presentazioni soprattutto nelle scuole pisane, il libro è ancora disponibile per l’acquisto su Amazon. Ricordo che tutti i proventi degli autori andranno in beneficenza ad una delle associazioni che abbiamo incontrato durante il (troppo) breve viaggio.

Per invogliarvi all’acquisto, o solamente per condividere parte delle emozioni provate, qui sotto trovate parte dell’epilogo scritto da me prima della pubblicazione del libro, con l’obiettivo di ricordare per poter dire ancora una volta “mai più”.

Dopo 15 anni c’è ancora molto risentimento in Bosnia. Lo scorrere del tempo non è bastato per cancellare vecchi rancori e creare un sentimento di unità tra le diverse etnie. Troppo orgoglio, troppe
ingiustizie, troppi muri impediscono di porre fine alla spirale di odio e diffidenza che si è creata nella verde terra bosniaca.
Qualcosa può cambiare. Ma deve farlo tutto il mondo occidentale, ogni nazione, ogni popolo, superando gli scontri di civiltà che infestano ogni nazione. Solo quando smetteremo di chiamarci nemici, solo quando
la religione non sarà più un fattore di discriminazione, solo quando la città di nascita non sarà più un problema, potremo finalmente riuscire a risolvere le fratture che ci sono in Bosnia. Ricordarsi di
non escludere chi in questo momento prova risentimento verso  altri, ma cercare di capire le cause di questo sentimento, aprirle e sviscerarle in maniera chirurgica per operare con la migliore
soluzione.
Sforzarsi di trovare un terreno comune, pensando che alla fine una cosa che ci unisce ci sarà sempre: tutti noi proviamo gli stessi sentimenti. Sia quelli nobili come l’amore e la compassione, sia
quelli negativi, come l’odio e l’indifferenza. Il primo passo che ci deve muovere è quello di ricercare e ottenere giustizia, in modo da facilitare il processo di riconciliazione,
iniziando quel cambiamento che deve avvenire per prima cosa nelle nostre teste, perchè dobbiamo essere noi ad accettare le differenze.
Avevo 12 anni quando il mondo apprendeva del massacro di Srebenica. Troppo giovane per capirne la tragedia e la violenza, per me rimaste solo un eco lontano, una macchia dell’Europa lavata troppo in fretta.
Viviamo nella società digitale, bombardati da notizie e immagini che si susseguono in modo velocissimo, come uno tsunami, ma che diventano presto obsolete e dimenticate. Non c’è nemmeno il tempo di digerire un disastro naturale, di metabolizzare l’angoscia e la paura provocati da un conflitto, di protestare contro l’ennesima ingiustizia, che subito un altro fatto, un’altra notizia prende il sopravvento e il
palcoscenico della nostra mente. Non riusciamo più ad approfondire, a capire l’importanza, a rallentare, in modo da riuscire a dare risposte
giuste e appropriate, alla ricerca perenne di una serenità troppo difficile da raggiungere.
Per questo la memoria è molto importante. Ricordare e onorare la memoria di Srebenica é importante perché le vittime di genocidio non vengono mai ricordate abbastanza. I loro nomi si aggiungono all’elenco
di migliaia di altri uomini e donne che sono rimaste vittime di una guerra di odio. Ma dietro a quei grandi numeri c’è molto di più: vuoti e dolori generazionali, traumi da curare per anni, offese mai punite.
Ci sono migliaia di famiglie che convivono ancora con ferite indelebili.  Onorare la memoria delle vittime vuol anche dire poter rivendicare il diritto alla verità e alla giustizia; vuol dire essere
confortati dalla convinzione che la giustizia potrà fare il suo corso, che le istituzioni sono impegnate nella ricerca della verità
giudiziaria.
In questa società che tende a dimenticare in fretta, dove la memoria è delegata agli strumenti informatici, il valore delle storie e dei sentimenti che esse provocano, possono davvero fare la differenza. Lasciatevi avvolgere dai racconti e dalle sensibilità degli altri, abbracciatele e percepitele, per non cadere in uno stato di apatia e disinteresse.   La vostra vita ne sarà sicuramente arricchita.
Per questo ho provato a condividere la “mia” storia, raccontando le emozioni e le sensazioni provate in quei giorni intensi in Bosnia, con il solo obiettivo di ricordare non solo chi non c’è più, ma anche
tutti coloro che sono rimasti.
Le mie parole e quelle di Stefano avranno valore solo se sapranno essere fonte di ispirazione per altri, solo se qualcuno si fermerà un attimo a pensare a cosa è successo in quel lontano Luglio 1995 e le sue drammatiche conseguenze nel presente. Anche un solo secondo di riflessione può fare dei piccoli miracoli, per le generazioni che verranno.

#PratalePisanova Un momento per incontrarci

Se c’è qualcosa che vorrei migliorare della mia attività politica è un maggiore impegno nella vita di quartiere. Troppo perso nelle vicende cittadine tout court o in quelle nazionali sto perdendo la bellezza di una politica di prossimità, di vicinanza: le piccole, piccolissime cose che soddisfano le esigenze di un vicinato e migliorano la qualità di un quartiere.
Per questo è con grande piacere che parteciperò stasera all’assemblea pubblica del mio quartiere, incluso nel Consiglio territoriale 5 (Pratale, Don Bosco, San Francesco, Pisanova Cisanello), alle 21 al Circolo Arci in VIa Frascani (accanto all’Isola Verde). Un momento per evidenziare le cose fatte dall’amministrazione, ma soprattutto quelle ancora da fare. Sperando in una partecipazione attiva dei cittadini, gli unici capaci di farci capire cosa non va e cosa potremmo fare. Un momento per allontanare gli stereotipi di una politica lontana e sorda. Abbiamo bisogno dell’aiuto di tutti, garantiamo i ventilatori! A stasera!

Ecco un breve elenco delle opere pubbliche che insistono nel CTP 5, per alimentare la discussione:

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La vera #crisi, è la crisi dell’incompetenza

Calabresi è un grande giornalista. E’ un “pittore” che usa le parole come colori e il giornale come quadro. E il suo ultimo editoriale sulle parole di Prandelli e il parallelismo con l’Italia è un’opera d’arte da leggere e incorniciare.
Quello che mi ha colpito di più è la citazione a conclusione del pezzo, “rubata” al grande Albert Einstein. E non c’è da stupirsi, perché oltre a essere ricordato come un grande fisico, lo scienziato era anche un filosofo. E nel libro «Il mondo come io lo vedo» si possono trovare riflessioni adatte ai tempi che stiamo vivendo e che dovremmo cominciare a seguire:

«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla».

#terremoto in Emilia. Informazioni utili da condividere

Oggi volevo parlare di politica, del PD e delle sue alleanze. Ma mentre scrivevo il post, le notizie degli effetti del terremoto aggravavano una situazione già critica nelle zone colpite 9 giorni fa. Tweet dopo tweet, aggiornamento dopo aggiornamento, purtroppo si è delineata una situazione disastrosa: crolli di chiese, operai morti, capannoni disintegrati. E la politica diventa un eco lontano ( e per fortuna il PD ha rinviato la direzione nazionale dimostrando una spiccata sensibilità)

Adesso è il momento di aiutare con tutti i mezzi possibili, per questo inserisco gli appelli che stanno circolando in rete:

  • Il Comune di #Mirandola cerca professionisti: ingegneri, architetti contattare la Polizia Municipale: 0535/611039, 800/197197.
  • Telefoni emergenza Ferrara: 0532771546 -0532771585- 0532418756- 0532418738
  • Nelle zone colpite aprite il wifi per permettere l’uso della rete
  • ‎059 200200 numero unico protezione civile assistenza zona #Modena #terremoto. fate girare il più possibile

“La vita non si racconta, te l’ho già detto, la vita si vive, e mentre la vivi è già persa, è scappata.” Antonio Tabucchi

La vita non è in ordine alfabetico come credete voi. Appare… un po’ qua e un po’ là, come meglio crede, sono briciole, il problema è raccoglierle dopo, è un mucchietto di sabbia, e qual è il granello che sostiene l’altro? A volte quello che sta sul cocuzzolo e sembra sorretto da tutto il mucchietto, è proprio lui che tiene insieme tutti gli altri, perché quel mucchietto non ubbidisce alle leggi della fisica, togli il granello che credevi non sorreggesse niente e crolla tutto, la sabbia scivola, si appiattisce e non ti resta altro che farci ghirigori col dito, degli andirivieni, sentieri che non portano da nessuna parte, e dai e dai, stai lì a tracciare andirivieni, ma dove sarà quel benedetto granello che teneva tutto insieme… e poi un giorno il dito si ferma da sé, non ce la fa più a fare ghirigori, sulla sabbia c’è un tracciato strano, un disegno senza logica e senza costrutto, e ti viene un sospetto, che il senso di tutta quella roba lì erano i ghirigori. [Tristano muore]

Nel giorno del capodanno pisano, dove abbiamo riscoperto un po’ di amore per la città, con cortei storici, feste e raggi solari, c’è un motivo per essere tristi. Ci ha lasciato un cittadino del mondo, ma nato e formato a Pisa. Uno scrittore ha la straordinaria fortuna di essere immortale, vive fino a quando si potranno leggere le sue opere. E chi non l’ha fatto può sempre rimediare, a partire da Piazza d’Italia, primo romanzo che racconta la storia vista dalla parte dei perdenti, attraverso gli occhi di una famiglia di anarchici toscani. Ma non vi fermate, ogni libro è una perla di realtà, dove vengono raccontate semplici storie che nascondono grandi insegnamenti.
Sostiene Tabucchi, infatti, che “La filosofia sembra che si occupi solo della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi solo di fantasie, ma forse dice la verità.”

27 Gennaio – Giorno della memoria – Meditate su ciò che è stato

Si intende per memoria la facoltà umana di conservare tracce delle esperienze passate e di avere accesso a esse nel ricordo.Primo Levi

Qualunque cosa state facendo fermatevi e meditate qualche minuto so ciò che questo è stato. Quando ce ne saremo scordati, si ripeterà.

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case,
voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
che lavora nel fango
che non conosce pace
che lotta per mezzo pane
che muore per un si o per un no.
Considerate se questa è una donna,
senza capelli e senza nome
senza più forza di ricordare
vuoti gli occhi e freddo il grembo
come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.