Ciambelle americane per togliere l’amaro che ho in bocca

Avevo promesso di non occuparmi di politica italiana per tutto il periodo della mia permanenza negli States, nonostante ogni mattina durante colazione legga la rassegna locale e nazionale. Ma ieri non me la sono sentita di restare in silenzio e ho postato un messaggio su Facebook, per chiarire alcuni passaggi di un’intervista che parla del rapporto tra i giovani e il PD. Prendetela come uno sfogo sincero di un semi/emigrante in America, ancora indeciso se tornare e ricominciare daccapo o se disfare definitivamente le valigie.
Ecco il post di ieri:

Sono Marco Bani, 29 anni, studio scienze politiche (e non politica) al Sant’anna. Mi sento indipendente e non obbedisco nemmeno a mia madre, figuriamoci a qualcun altro. Mi sento membro della classe dirigente politica pisana, dato che devo prendere decisioni che hanno delle responsabilità sugli altri. Ho dedicato parte dei “migliori anni della mia vita” alla politica per passione e con passione. Ora sono in America e forse ci resto per sempre, chissà. Ho quindi sprecato questi anni di esperienza politica? No, perché guardandomi indietro non ho mai abbassato la testa o ingoiato parole che non dovevo dire, sincero e determinato davanti a ogni persona di ordine e grado. Ho difeso quello in cui credevo e molte volte ho accettato di essere minoranza su alcune posizioni. Penso di aver ottenuto piccole/grandi vittorie e ho dovuto rinunciare a cariche prestigiose per evitare di non riuscire a svolgerle nel migliore dei modi, consapevole e fiducioso della bontà dei sostituti. Non ho ricevuto nessun benefit dalla politica, anzi credo di essere più “povero” rispetto a quando ho cominciato. Mi piace giocare a pallone con Fontanelli, ma se devo parlare di politica, che siano critiche o suggerimenti, vado dall’unico segretario che c’è a Pisa, Francesco Nocchi, proprio perché l’ho visto incazzato e risoluto contro quelli che vengono definiti “i capi” del partito. Odio gli scudieri e ho un debole per i coraggiosi, ma le accuse non mi emozionano: c’è già troppo odio. Alla fine sedurmi è facile: punta il dito contro qualcuno e mi girerò dall’altra parte, dimmi come e cosa cambiare e posso dimenticarmi di qualsiasi altra cosa per affiancarti. “Siete voi giovani che dovete tirare i sassi nei vetri. Così, quando i vetri si rompono, noi vecchi ci rendiamo conto che era il momento di cambiarli. Per ringraziarti, mio caro spaccavetri, ti darò una borsa di studio”. Così, nel maggio 1959, parlava Ferruccio Parri. Purtroppo in questi anni di sassi nei vetri ne ho visti tanti, ma troppe volte nelle finestre sbagliate.
Non avete capito il senso di questo sfogo? Non preoccupatevi, qualcuno ha inteso.

Bene, ora torno al mio eremitismo americano, scannatevi pure sui giornali su primarie e poteri forti. Non farete altro che tenermi lontano.
Vado a mangiarmi una ciambella, mi servono dolci per levare questo saporaccio amaro dalla bocca.

La particella di Monti

La spending review (ma chiamarla revisione di spesa era troppo poco “fico”?) è finalmente decreto. Finalmente vedremo spazzati via gli sprechi, premiato il merito e bla bla bla…
Pensiamo alla grande notizia che viene dal mondo della ricerca, comunicata nel corso della settimana, la scoperta del bosone di Higgs, detto brutalmente “lo sciroppo viscoso che tiene attaccate tutte le particelle“.
“Tecnicamente” a cosa serve? Ci farà abbassare lo spread? Ridurrà i rischi della speculazione finanziaria? No..e allora una delle più grandi scoperte scientifiche del decennio (e forse più) diventa uno spreco da tagliare. Infatti nella spending review i centri di ricerca perdono 210 milioni, colpendo anche l’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare), che ha contribuito significativamente alla scoperta del bosone. Paradossalmente neanche 24 ore prima il Presidente Giorgio Napolitano aveva scritto la sua lettera di ringraziamento agli scienziati italiani coinvolti nel progetto. Se questo significa premiare il merito gli altri enti di ricerca non pubblicheranno più niente e rimanderanno al mittente ogni lettera proveniente dal Quirinale!
Se “tecnicamente” i tagli sono distribuiti in modo abbastanza uniforme (e anche lineare) su tutti i ministeri non si capisce perché questo non possa farlo anche un governo con un’identità politica chiara e precisa. ma che ha la facoltà di decidere sui tagli, a volte anche in maniera sbilanciata: se l’obiettivo non è colpire gli sprechi e premiare il merito, come abbiamo tragicamente visto, voglio che sia un partito, o una coalizione, a decidere chi “punire” o chi “salvare” prendendo decisioni politiche in linea con i propri ideali. Se l’obiettivo è fare cassa un governo “politico” avrebbe potuto evitare i tagli alla ricerca inserendo una patrimoniale o colpendo Ministeri considerati “diversamente fondamentali” come quello della Difesa. Il saldo sarebbe rimasto invariato, ma la volontà politica sarebbe stata chiarissima. Premiare merito, ricerca, innovazione, futuro e università. Che a punire tutto questo sia un “governo di professori” è veramente assurdo.
Tentando un paragone forzato, Monti assomiglia un po’ alla particella di Higgs, il collante tra diverse particelle più o meno grosse, che hanno la natura di andare in altre direzioni. Anche noi abbiamo scoperto cosa sia la “particella Monti”: la cruda e dura realtà dei sacrifici dopo anni di illusioni e bugie. Ma non possiamo fermarci qui. Un Monti bis renderebbe le altre particelle ancora più statiche e ingovernabili.
Ogni esperimento scientifico porta a nuove scoperte e a successivi approfondimenti. Infatti si dice che la scoperta della particella di Higgs possa gettare luce sul mistero della materia oscura.
Nella ricerca bisogna essere curiosi, andare oltre, non fermarsi alle prime valutazioni scientifiche.
Nel 2013 il PD dovrebbe scindere “la particella Monti” e finalmente ricercare qual è la nostra vera natura, in quale direzione siamo diretti, come possiamo unirci alle altre entità. Altrimenti c’è il serio rischio di restare un’impenetrabile, misteriosa, multiforme massa di materia oscura.
E poi, come diceva Platone, “una vita senza ricerca non è degna per l’uomo di essere vissuta“.

La morte della “tecnica”

“Non ci sono soldi”. “E’ un momento difficile”. “La crisi impone sacrifici”. Con queste parole si taglia la voce a ogni possibile proposta, a ogni discussione costruttiva, a ogni possibilità di correggere le molte storture che imperversano nel Paese. E’ tempo della tecnica, non intesa come mancanza di politica, ma come il trionfo della freddezza dei numeri e dei conti: spread, PIL, debito pubblico sono tutti termini del lessico economico, che dicono poco della reale qualità della vita.
Eppure solamente nella giornata di ieri la Politica, quella con la p maiuscola, ha inferto due sonori “pugni” alla rigidità della tecnica, grazie ai due leader progressisti più carismatici:
- Se il buongiorno si vede dal mattino, Hollande ci promette grandi cose. Uno dei suoi primi provvedimenti è stato infatti quello di ridurre del 30 per cento il suo stipendio e quello dei membri del governo. Una misura simbolica, ma che sottolinea la condivisione del sacrificio. Ma il secondo provvedimento è ancora più interessante: sarà stabilito un tetto alle remunerazioni dei dirigenti del settore pubblico. Verrà fissata una regola: la forbice salariale dovrà essere compresa fra 1 e 20 ovvero un presidente e/o un amministratore delegato di un’azienda pubblica non potrà guadagnare più di venti volte del suo dipendente meno pagato. Un decreto di equità, nella convinzione che al successo di un’azienda partecipano tutti i lavoratori, dal primo all’ultimo. Se poi i conti permettono di alzare lo stipendio dei “capi”, adesso almeno devono alzarlo per forza anche ai meno pagati. E non si dica che i migliori manager allora non andranno a lavorare per il pubblico: ho la speranza di dire che ci saranno sempre grandi figure che non mettono come priorità il denaro, ma l’idea di fare bene per la collettività.
- Il primo presidente americano nero adesso è anche il primo presidente che dice sì ai matrimoni gay: “Le coppie dello stesso sesso devono avere la possibilità di sposarsi”. Una dichiarazione che spazza ogni dubbio, parole forti all’inizio di una campagna elettorale che si preannuncia dura. Un modo per sviare l’attenzione dall’economia americana in sofferenza o la consapevolezza di riconoscere un diritto per le coppie omosessuali? Vedremo come darà seguito a queste dichiarazioni che possono finalmente dare sollievo alle migliaia di coppie che aspettano con grande ansia il momento del riconoscimento del loro amore. Resta però la forte valenza politica della sua affermazione.

E in Italia ovviamente restiamo al palo, con il PD imbalsamato in un tentativo di “scaldare” la freddezza del governo. Eppure se nel 2013 vogliamo vincere sono necessarie queste prese di posizioni forti, a sostegno dell’equità e dei diritti di tutti. Anticipare i temi che la società ci chiede, senza aspettare una dichiarazione tardiva. Come nel caso dei finanziamenti ai partiti. Plaudo all’emendamento PD che taglia del 50% l’ultima mandata di rimborsi elettorali, ma la portata politica è stata “annacquata” dall’aver voluto aspettare lo scoppio dello “scandalo” prima di mettere mano a una riforma seria del finanziamento ai partiti.
Adesso occorre lanciare messaggi di rottura con il passato, in una lunga campagna elettorale che ci porterà al voto nel 2013. E il paradosso è che altri leader progressisti ci hanno dato “gratis” politiche a costo zero. Alla faccia della “tecnica”.

#Amministrative2012 Un altro lungo, inutile, arrogante, lezioso commento al voto

“Comunque vada sarà un successo (per tutti)”. Così scrivevo su Twitter prima delle 15 di ieri, per ironizzare sul fatto che comunque la girandola dei commenti e delle analisi dei politici avrebbe visto tutti vincitori. Non è stato così.
La destra ha subito una vera e propria disfatta, un colpo da knock-out che li spinge ad un angolo del ring. Una forza che era riuscita a governare con soddisfazioni elettorali durante la grande crisi di questi anni si è ridotta, ad essere terza, se non quarta, forza partitica nelle maggioranza dei comuni ieri al voto.
Mi viene in mente la scena di un ragazzino al quale viene chiesto di sistemare la stanza, ma, voglioso di fare presto e tornare a giocare, butta tutto nell’armadio e nei cassetti, fino a quando non avviene la naturale implosione interna. Così è successo al PDL, incapace di presentare riforme o ricette che potessero dare una reale “pulizia” alle grandi storture di questo paese.
Una paralisi politica totale, inspiegabile nonostante una delle più grandi rappresentanze in Parlamento dai tempi del fascismo, dove tutto girava intorno alla figura del leader supremo Berlusconi. Gli unici provvedimenti sono stati i tagli, mascherati sotto forma di riforme, che hanno smantellato i nostri servizi pubblici: scuola, ricerca, enti locali, incrementando drasticamente le disuguaglianze.
Ma quando la fantasia dei proclami è finita e ha lasciato il passo alla dura realtà, il conto da pagare è stato salatissimo, nonostante la faccia di chi ha chiesto “sacrifici e sangue” sia stata diversa da quella di Berlusconi.
Ma il voto ha dimostrato come gli italiani abbiano capito che la maggior parte della responsabilità di questa crisi sia stata del PDL, il partito che ha sofferto di più in questa tornata elettorale.
E’ stato un voto parziale, locale, ma ci sono dei dati oggettivi comuni che ci permettono di fare delle analisi più accurate:
- Il voto al Movimento 5 Stelle non mi ha stupito e ha dimostrato come agli italiani interessa ancora la politica, andando ancora una volta a votare, ma scegliendo spesso un voto di protesta. Credo che se non ci fosse stato il M5S il tasso di astensionismo, già adesso preoccupante, sarebbe stato ancora maggiore, con forti ripercussioni sullo stato della democrazia italiana. Grillo e i suoi sono invece stati anche “caricati” dai partiti tradizionali: con l’ossessivo ritornello di connotarli come “antipolitica” hanno ottenuto il loro accredimento politico, dimostrando come un voto per loro era un voto contro i partiti. Un autogol comunicativo da correggere al più presto, riconoscendo i temi che il M5S porta avanti a livello locale, “rubandoglieli” per sottrargi anche gli elettori, molto mobili e poco fedeli a Grillo. Temi come la trasparenza, l’attenzione all’ambiente e alle nuove tecnologie sono nel nostro DNA, basta renderci più credibili con azioni concrete soprattutto nei comuni dove governiamo.
- E il PD? Il PD “tiene”, come dicono tutti i commenti di oggi. Ma il futuro è pieno di incognite. Legandosi a doppio filo con il governo Monti di riflusso ne prende vittorie e sconfitte. Infatti in un primo momento di “esaltazione” del Primo Ministro bocconiano, capace di liberarci da una politica disastrosa, sembrava che anche il PD ne traesse giovamento. Poi le conseguenze di una politica di austerity hanno causato drammi e sofferenze, alimentando un clima di alta tensione sociale, che sembra aver appannato le azioni di governo.
D’altra parte adesso la deflagrazione del PDL rischia di impantanare Monti, con Alfano che rinuncia già ai vertici comuni e cercherà di ottenere sempre di più, come gli ultimi gesti di forza delle bestie ferite. Tutto diventerà più difficile, ogni compromesso al ribasso.
- Possiamo dire addio alle riforme istituzionali. Non ci sarà una nuova legge elettorale che premia i maggiori partiti (dato che il PDL non lo è più) e dobbiamo seriamente prepararci a votare con il “Porcellum”. Per questo sono necessarie le primarie per scegliere i parlamentari e cominciare davvero a capire cosa vogliamo fare: allearci con qualcuno o andare da soli? Senza evitare di ricordarsi come in Grecia ci sia la difficoltà di creare un governo perchénessuna coalizione è stata definita prima. Un leader di una coalizione improvvisata sarà un leader fragile, perpetrando l’impossibilità di un governo stabile e coeso.
- In previsione di una paralisi di Monti e del suo governo bisogna che il PD lavori a far capire meglio quali sono le sue politiche se fosse al governo. Una riforma del lavoro nuova, senza compromessi al ribasso, che sappia superare il dualismo degenerativo di oggi, tra garantiti e precari. Una politica economica di respiro europeo, copiabile in gran parte dal programma di Hollande, in modo da garantire una nuova regia comune da portare avanti per riequilibrare le storture di oggi. Una credibilità nuova, perché, come dice Civati, “molte cose non vanno bene, e fare finta di niente non serve, appunto, a niente. Perché non c’è alcun automatismo e nessuna certezza di continuità tra questo risultato e il prossimo, quello delle Politiche”.
Possiamo solo perderle le prossime elezioni. Ma siamo capaci anche di questo. Guardia alta e riflessi pronti, il ring è ancora pieno di avversari.

Dopo la Francia, l’Italia?

I mercati rispondono alla vittoria di Hollande e dei partiti no-austerity in Grecia con una grande incertezza. Sarà forse l’inizio di una lotta politica vs mercati?

In attesa di un’analisi dettagliata aspettiamo che anche in Italia il responso delle urne possa dare indicazioni più chiare sul futuro , anche se la frammentazione e la specificità delle elezioni amministrative non potrà dare un’indicazione certa e puntuale dello stato della politica del nostro Paese. Attendiamo stasera.

Nel frattempo mi limito a registrare un esordio “scoppiettante” per il nuovo segretario della Lega a Pisa, 28 anni: “Il nostro primo obiettivo è entrare a palazzo Gambacorti con un nostro rappresentante, per fare rinascere una città in agonia, in mano ad immigrati e studenti meridionali che non rispettano le fondamentali regole di convivenza civile e di comportamento”. Già pronto il primo provvedimento: un gemellaggio con la città di Tirana, dove il Trota è riuscito a prendere una laurea in Economia solamente in un anno, dando tutti gli esami in albanese. Si potrebbe risolvere così l’annoso problema dei fuori corso. Altro che “città in agonia”, a stare male è solamente il vostro partito.

 

Perché votare PD? Endorsement vari

Ci siamo. Un’altra tornata elettorale è arrivata, anche se minore delle precedenti. Andranno comunque a votare un ottavo degli italiani, con tanti comuni, soprattutto al Nord, dove testare l’attuale coesione politica dei vari partiti, soprattutto quelli del centrodestra, esploso dopo la formazione del Governo Monti.
Palermo e Genova sono i comuni capoluogo di regione che andranno a votare, e se Marco Doria, uscito vincitore dalle primarie del centrosinstra, è dato per favorito, nella città siciliana ancora tutto è da vedere. Peserà molto la frammentazione in diverse liste (11 in tutto) che rende ogni previsione difficile.
Nonostante a livello nazionale SEL e IdV non siano nella maggioranza di governo, nel 90% dei comuni l’alleanza tipica che si presenta alle urne sarà Pd-IdV-Sel, con sporadici inserimenti del doppiogiochista Terzo Polo o dei governisti sempre in lotta di Rifondazione Comunista in tutte le sue molteplici derivazioni.
Questa distonia tra governo nazionale e governo locale deve far riflettere sulle composizioni future, soprattutto chi, da una parte spera di formulare l’alleanza dell’ormai scolorita foto di Vasto,ma dall’altra continua a utilizzare toni minacciosi e/o duri nei confronti soprattutto del Partito Democratico, con l’idea di sottrargli voti e preferenze.
Lo spiega bene Civati nel suo blog:

La mia proposta è semplice e le obiezioni, sinceramente, sono molto deboli: il Pd non si può cambiare, quindi mi iscrivo a Sel (che per altro mi pare essere un Pd in miniatura, diviso tra Fabbriche e vecchi apparati, se proprio devo essere sincero) oppure lo incalzo con Di Pietro, che è un po’ ‘manesco’, ma almeno lui le cose le dice. Poi però anche Sel e Di Pietro si alleano con quel Pd, che è rimasto tale. E Sel e Di Pietro proseguiranno con l’atteggiamento che li accompagna da sempre: in quell’alleanza precaria e del «più uno», per cui a qualsiasi mossa del Pd, si assocerà una contro-mossa di questo o di quello per rosicchiare un po’ di voti al Pd. Sai che divertimento.

E allora perché votare PD? Chi mi conosce sa che preferisco meditare e riflettere prima di dare un supporto incondizionato alla conduzione di Bersani. Non sono un ultras e nemmeno un supporter “a prescindere”. Ma sono ancora fermamente convinto che il PD è l’unico partito da votare attualmente. Per almeno 10 ragioni:
1) La grande forza e capacità degli amministratori locali PD che governano con spirito di sacrificio e difficoltà la maggioranza dei comuni italiani, politici che con grande fatica cercano di scrollarsi di dosso la parola “casta”, che poco si addice a chi non ha privilegi , emolumenti o grandi compensazioni economiche. Per molti di loro la ricompensa non è un seggio in Consiglio Regionale o in Parlamento, ma solamente la felicità e il benessere di una comunità.
2) La mancanza di prospettive degli altri partiti, legati vita e morte ai loro leader, privi di una qualsiasi democrazia interna. Fra vent’anni pensate ancora ci potrà essere l’IdV di DI Pietro, il PDL di Berlusconi o Sel di Vendola? La caduta di Bossi e il conseguente calo drammatico dei voti della Lega dimostra come troppo spesso le sorti di un partito sono legate a un solo individuo. Ma così si perde proprio l’essenza del fare politica insieme, del condividere un percorso come gruppo, non come pecore dietro a un pastore. Qui lo dico con convinzione: il PD ha il DNA e le basi per resistere a ogni scossone politico. Potenzialmente, ovvio. Ma possiamo farlo esplodere solo per colpa nostra, non per la “caduta” di un leader.
3) Se vincesse Hollande domenica prossima, e noi facciamo tutti il tifo per lui, potrebbe aprire una nuova prospettiva per l’intera Europa, quel cambio di passo che aspettiamo da troppo tempo. Grazie alla forza dell’alleanza tra PD, Partito Socialista francese e SPD tedesco, una nuova spinta progressista può accomunare l’Europa, facendo delle proposte di Hollande, decisamente antisistemiche e di contenimento dello strapotere della finanza, un pilastro condiviso, da usare nelle elezioni del 2013 in Italia e in Germania. Come diciamo da tempo, la risposta alla crisi europea è paradossalmente più Europa, ovvero quella famosa e desiderata unità politica presente negli ideali dei Padri fondatori dell’UE, ma purtroppo ancora lontana dal realizzarsi. La soluzione non è l’autarchia e l’isolamento, che non funzionarono in tempo fascista figuramoci ora, ma un nuovo indirizzo economico globale più sostenibile e equo, che si può realizzare solo se la regia politica è comune.
4) I partiti non sono tutti uguali. Certo, in questo clima di corruzione e clientelismo spicciolo abbiamo avuto anche noi le nostre mele marce. Il pensiero va ovviamente a Penati e a Lusi. Ma appena si è scoperto un caso di illegalità subito la reazione è stata ferma e decisa, con l’espulsione o la sospensione dal partito di chi non si è comportato in maniera degna o di chi è anche solamente  accusato di aver commesso un reato, proprio per affermare la nostra estraneità a ogni malaffare.
Gli abusi e i cattivi comportamenti esisteranno sempre, sono insiti nella natura umana, l’importante è che un partito sappia distinguersi da questi, abbia un atteggiamento distaccato e aperto, sapendo di dover dare il doppio delle risposte richieste in queste situazioni. Generalizzare è sempre sbagliato, ma purtroppo è la via più facile. Sono tutti i No-Tav violenti, i militanti del PDL ladroni, gli italiani mafiosi, i grillini incompetenti? No.
5) I famosi contenuti. Il mantra, il ritornello di molti è che il Pd abbia posizioni troppo ondivaghe, poco chiare. Può essere anche vero, possiamo ancora essere in assestamento (da troppo tempo forse), ma un partito che aspira a non rappresentare solo una parte di elettori ben distinta, ma tutti gli italiani (e gli europei) è difficile da costruire e da spiegare. Come fai a parlare a imprese, lavoratori, sindacati, pubblico impiego, pensionati, giovani, precariati, ricercatori in un Paese così frammentato, dove ognuno difficilmente si sacrifica per l’altro, dove il tifo travalica lo stadio ed entra nelle nostre vite quotidiane?
Ma se governiamo la maggior parte dei comuni, il primo livello di mediazione politica con le istituzioni, vuol dire che, anche se siamo ancora un po’ indietro sugli ideali e sui sogni, nella realtà concreta, nella pratica, sappiamo risolvere i problemi meglio di altri e interpretare le esigenze dei cittadini in maniera più soddisfacente. Magari lo dobbiamo proprio a questo nostro essere “non radicali”, cercando di “accontentare meno” ma “accontentare tutti”. Quindi, in attesa di un programma elettorale per il 2013 che ci riporterà al governo centrale con proposte chiare e rivoluzionarie (o almeno molti lavoreranno per questo), rinnovate la fiducia nel centrosinistra votandolo a questa tornata elettorale. Un voto di protesta (perché bisogna andare a votare!) cosa può portare? Non è meglio un investimento nell’unico partito che ha bisogno di tranquillità (e fiducia) per elaborare le riforme necessarie per il futuro?
Ce ne sarebbero tanti altri di motivi, ma il partito è fatto di persone e per questo vorrei darvi altri 5 validi motivi espressi tramite preferenza. Un endorsement che faccio tutti gli anni alle persone che incontro in giro per l’Italia, che nobilitano la politica e che sperano davvero nella forza innovatrice del partito, cercando di dimostrarlo nelle istituzioni. Una preferenza ti lega per tutto il mandato. Non votate qualcuno per poi abbandonarlo. “Adottate” il consigliere che votate, seguitelo, supportatelo. E l’indignazione si trasformerà in voglia di partecipare. E il cambiamento è possibile solo se il legame tra consiglieri e cittadini è forte e trasparente. Quindi:

6) Se abitate a Lissone (MB) non potete non votare per Monica Borgonovo, l’esempio perfetto di un ossimoro vivente: passionaria e sensibile, idealista e pragmatica, ragionevole e testarda. Monica ha il grande pregio di credere nelle persone e se condivide una battaglia o un’idea, dalla più piccola alla più grande, si sacrifica come singolo per il bene del suo “gruppo”, che nel caso delle elezioni, saranno tutti i cittadini di Lissone. Monica è un ciclone che non guarda in faccia a nessuno, ma ha il dono non scontato dell’ascolto e della generosità, che la rende straordinariamente “umana”, scaldando un mondo, quello politico, dove la meccanicità delle dichiarazioni e degli atteggiamenti rende tutto più freddo e sterile. Se solo avessi avuto il tempo di fare campagna elettorale, mi sarei divertito a sostenere “la pasionaria della Brianza”. Insomma il vero voto di protesta all’asetticità della politica è a Monica Borgonovo!
7) Se siete a Genova il voto va a un’altra donna, Michela Tassistro, consigliera comunale uscente. Michela è sportiva e si vede, è impossibile stargli dietro durante una corsa. Gli sportivi hanno una marcia in più nell’arena politica: conoscono la fatica, hanno grinta e sono ostinati a raggiungere un obiettivo. Per questo Michela ha lavorato duro, evitando di stare troppo sulla “scomoda” sedia del consiglio comunale, ma cercando di essere sempre presente in città. Di corsa, ovviamente.
8) Mauro Cattaneo è di Alessandria e lo potete riconoscere per la sua “fissazione” per l’ambiente, in tutte le sue declinazioni. Infatti lo potete trovare a sudare sulla sua bicicletta, o mentre è indaffarato a preparare l’ultimo evento (sostenibile) per i cittadini. Da votare, anche solamente per la sua campagna elettorale, ricca di spunti interessanti.
9) A Monza come non dare il voto a Marco Lamperti, un giovane motivato e creativo, come dimostrano le sue cartoline per la campagna elettorale. In tanti ci hanno messo la faccia, come possono sbagliare?
10) L’ultima preferenza è per il candidato X, ovvero il candidato ombra, il riempilista, che non ha speranze contro chi ha una rete di contatti vasta e aggregata. Eppure c’è sempre in ogni lista qualcuno che ci mette passione, che pur sapendo di non avere i voti per passare mette anima e corpo nella “battaglia” elettorale. E sono per la maggior parte giovani e donne. Se ci sono sempre i “soliti” è perché non c’è un uso ragionevole del voto di preferenza. Guardate le facce, andate agli eventi e date fiducia al vostro candidato “x”. Se la maggioranza non sceglie anche fuori dagli schemi, le piccole comunità organizzate riusciranno sempre a imporre i loro candidati.

Ecco almeno 10 buoni motivi per votare PD. Ce ne sarebbero mille altri per non votarlo, ne sono consapevole. Ma la sfera pubblica è una questione di bilanciamenti ed è ovvia la necessità di trovare un difficile equilibrio tra interessi diversi. Per una volta tanto, visto che sono in pochi a farlo, ho cercato  di esaltare gi attuali lati positivi del PD, senza smettere di far capire all’esterno e all’interno la necessità di un cambiamento di prospettive e di determinatezza, che può restituire credibilità e fiducia. Ma non possiamo essere lasciati soli. Per questo, terminate le elezioni, in qualsiasi modo andranno, pensiamo subito al 2013. Perché tra proposta e protesta la differenza è solo una sillaba.

Il prossimo segretario della Lega

Bossi si ricandida come segretario della Lega. Ma non sarà facile perché il suo maggior sfidante lo incalza e sta riscuotendo un grande successo in tutto il Nord urlando nei suoi comizi parole di rabbia, usando i toni più beceri della Lega:

  • parla di come uscire dall’Euro facendo default economico, senza spiegare cosa succederebbe ai risparmi delle famiglie.
  • incita alla rivolta fiscale, dicendo di non pagare le tasse perché considerate troppe e ingiuste.
  • vaneggia di non pagare il debito pubblico.
  • offende gli altri partiti, sottolineando che loro sono sempre stati un movimento.
  • ha parole dure contro gli immigrati appellandoli con i soliti stereotipi vagamente razzisti e ribadendo la sua forte contrarietà a ogni tipo di revisione della legge sull’immigrazione.
  • utilizza il solito ritornello di Roma Ladrona, con il governo centrale che pensa solo a “rubare”, declassando la mafia a “male minore” rispetto alle “violenze” create dalla politica .
  • non ha rispetto alcuno delle istituzioni, vituperando continuamente il Presidente della Repubblica Napolitano e le altre cariche dello Stato.
  • parla di pulizia nei partiti, ma nonostante questo difende Bossi.

Il prossimo sfidante di Bossi per la segreteria della Lega è pronto e combattivo: Maroni non ha chance, Beppe Grillo è in pole position e ha la vittoria assicurata.

Grillo non è antipolitica, è antipartitismo

L’immancabile sondaggio del martedì di Ballarò rileva, oltre alla caduta di PDL e Lega, una crescita sempre più netta del Movimento 5 Stelle. Questo ha preoccupato molto i partiti che hanno accusato di “antipolitica” Grillo e i suoi seguaci. Eppure non mi sento di condividere questa affermazione. Antipolitica significa disinteresse nella gestione pubblica, indifferenza di fronte a qualsiasi scelta politica, rassegnazione di fronte al sistema attuale, freddezza nelle dichiarazioni dei leader di partito, apatia elettorale, menefreghismo dell’interesse comune. L’ascesa esponenziale del Movimento 5 Stelle è dovuto semmai al suo “antipartitismo”, che trae “succosa linfa” dagli scandali degli ultimi mesi. Il suo essere sempre e comunque contro gli attuali partiti, sfuggendo a ogni “collusione” in alleanze o coalizioni evidentemente è stata la mossa politica più azzeccata degli ultimi anni, che ora sta dando i suoi frutti. Diciamo più un demerito degli altri, che una vittoria di Grillo. E non si può parlare di antipolitica anche perché un programma il Movimento ce l’ha, e alcuni punti sono straordinariamente attuali, che solo la miopia degli altri partiti non riesce a vedere: attenzione alle libertà del web, al consumo di suolo, alla partecipazione, agli sprechi, alla trasparenza.
C’è da dire che anche il M5S ha molti problemi al suo interno, con una ridicola politica economica, una frammentazione di voci e una devozione quasi sacrale verso Grillo. Ma non solo “rubano” i voti ai partiti, gli stanno togliendo proprio le persone che servono a “riaccenderli”: i giovani, stimolati e propositivi, che sentono di poter davvero contare, di costruire qualcosa di nuovo, di trovare interesse nella politica. Eccola la materia prima che si sta drammaticamente esaurendo, con uno stillicidio che sembra non avere freno.
E per riprenderceli non dobbiamo accusarli di “antipolitica”. Basterebbe soffiargli via alcuni temi, quelli più importanti, prenderne la paternità politica e soprattutto attuarli, visto che i partiti hanno la responsabilità di governare in tutti gli enti locali italiani, dal più piccolo comune fino all’intera nazione.
Come dice Barbara Spinelli su Repubblica:

“La politica è oggi invisa, ma a lei spetta ricominciare la Storia. I movimenti antipolitici [io direi antipartitici ndr] denunciano una malattia che senz’altro corrode dal di dentro la democrazia, ma non hanno la forza e neanche il desiderio di governare. Chi voglia governare non può che rinobilitarla, la politica.
Se questo non avviene, se i partiti si limitano a denunciare l’antipolitica, avranno mancato per indolenza e autoconservazione l’appuntamento con la verità. Non avranno compreso in tempo l’essenziale: sono le loro malattie a suscitare i pifferai-taumaturghi (l’ultimo è stato Berlusconi)”

Pasticcio in salsa verde

Non ho mai gioito delle disgrazie politiche altrui, ho sempre cercato di evitare di puntare il dito sull’effettiva democrazia interna degli altri partiti, non incolpo il Trota di essere diventato consigliere regionale. Le colpe in democrazia sono sempre collettive: la colpa di chi non ha premuto per una legge sui finanziamenti ai partiti più trasparente e  certificata, la colpa di chi ha votato politici “poco affidabili” mandandoli a rappresentare gli interessi di pochi nelle istituzioni, la colpa di chi non è riuscito a fermare tutto questo.

L’avanzata della Lega Nord è stata inesorabile: fino ad ora il terzo partito italiano, è la nuova destra, che ha rimpiazzato il PDL, rispondendo alle paure della globalizzazione giocando in difesa: no al diverso, no all’Europa, no all’importazione. Una volta c’era anche il no a Roma, ma ora si sono adagiati sulle poltrone della Capitale. La Lega da partito-movimento ha movimentato i partiti, costretti a rincorrere il loro linguaggio estremista e pericoloso. Un linguaggio che si dissocia dalla pratica: le ronde mai fatte, l’integrazione de facto nelle imprese del Nord sono solo esempi della politica fallimentare del partito di Bossi. Eppure i suoi amministratori hanno il più alto tasso di gradimento. Quello che a noi  inorridisce, per la Lega è un punto di forza: la semplicità del linguaggio e la chiarezza del programma. Pochi punti, da martellare nella testa degli italiani. La Lega in soli 5 anni ha visto moltiplicare i suoi voti, riuscendo nel Nord a prendere lo stesso consenso della DC (35% nel Veneto nel 2010).

Nel 2010, dopo le elezioni regionali vinte dal partito di Bossi scrivevo: quando il berlusconismo passerà, la Lega ci sarà ancora, con i suoi proclami, il suo populismo, i suoi slogan. Fino ad oggi è riuscita anche a rinnovarsi, rimpiazzando quasi totalmente la classe dirigente dei primi anni ’90 e ci sono buone probabilità che riesca a farlo ancora. Non è forse la Lega il “nemico” da combattere, con il suo programma incendiario, primordiale, arrogante? Siamo più spaventati di un Presidente del Consiglio che simula di fare il forte vedendo l’approssimarsi della sua fine,  o di un partito forte che ha ampi margini di miglioramento?

La Lega sarebbe andata avanti, macinando consensi, continuando campagne profondamente di destra, nascondendo gli errori del passato attraverso la lotta al governo del presente, che deve rimediare al nulla fatto in questi anni. Scrive oggi Diamanti:

[..]Per cambiare l’Italia. Per riformarla a misura del loro popolo, dei loro elettori. Che chiedevano – e chiedono – di essere “liberati”: dalle tasse, dalla burocrazia, dal peso del pubblico, dai privilegi della classe politica – “romana” e “meridionale”. Dal centralismo. Nulla di tutto ciò si è avverato. La pressione fiscale è cresciuta. Il federalismo: approvato a parole. Mai tradotto in regole e strutture amministrative efficienti. I privilegi politici: mantenuti e moltiplicati. Insieme alla corruzione. Infine, la crisi globale – a lungo negata dal governo del Nord – ha colpito pesantemente l’Italia. Ma anche il Nord. Il piccolo Nord, il Nord dei piccoli: punteggiato dai suicidi di artigiani che non ce la fanno. Il Nord di Berlusconi, dei media e dei servizi: alla ricerca crescente di protezione politica. (Il leader: impegnato a proteggere se stesso e le proprie imprese).
Così la Lega, da Sindacato del Nord, si è trasformata in un partito come gli altri. Centralizzato e personalizzato. Senza più guida e senza controlli, dopo la malattia del Capo. In balia di colonnelli, caporali e parenti. Mentre il Pdl, ultima versione del partito personale di Berlusconi, si è meridionalizzato. Il declino del Capo l’ha lasciato senza identità e senza missione.

La Lega ha preferito “suicidarsi”: imbattuta sul piano politico, con nessuna altra forza che riusciva a batterla sui suoi cavalli di battaglia (sicurezza, federalismo, immigrazione) si è scontrata con gli appetiti dello stesso “potere” che cercava di sconfiggere: la mancanza di controlli, l’avidità dei singoli, gli interessi particolari. Un “pasticcio in salsa verde” che potrebbe mettere la parola “fine” al  partito più vecchio tra quelli esistenti. Tutto questo allarga drammaticamente il vuoto di politica che c’è in Italia, adesso specialmente al Nord dove  la B2 (Berlusconi&Bossi) ha dimostrato il fallimento della politica “personale”. Ehi PD, che facciamo? Lo riempiamo questo vuoto o lo lasciamo al primo che passa? Non avete una sorta di déjà-vu?

A quando un nuovo Rinascimento?

Un’occasione persa. Sabato scorso a Parigi, si sono incontrati Bersani, Hollande, candidato alle presidenziali per il partito socialista francese, e Gabriel, leader del partito di centrosinistra tedesco SPD. Poteva essere un momento storico, un evento che segnava l’inizio di un nuovo modo di fare politica: condiviso, europeo, di largo respiro. Eppure, almeno in Italia, ne abbiamo parlato pochissimo, se non per le reiterate polemiche interne al partito di chi voleva che Bersani non andasse, perché troppo spaventato dalle parole “progressista, sinistra, socialista”.

Ma nel documento firmato ci sono le basi per la politica comunitaria del futuro: “crescita, il completamento del mercato interno, gli Eurobond”. Nuovamente questioni economiche, fondamentali nel periodo di crisi, ma che non danno risposta alla necessità di una maggiore coesione politica fra i vari stati dell’Unione, che porti finalmente a “innamorarsi” e sentirsi parte dell’Europa.

Eppure i 3 grandi partiti europei si definiscono “progressisti”. ”Progresso” è la promessa di un futuro migliore, di maggiori opportunità di sviluppo personale, di una società più giusta. E’ la promessa che il duro lavoro porta i suoi vantaggi in termini di maggiore sicurezza, più opportunità e maggiore prosperità per tutti. Ma ora il “progresso” è spesso visto come una minaccia. Oggi non possiamo più essere certi che vada di pari passo con un buon lavoro, un buon reddito,la sicurezza sociale, la sostenibilità e la democrazia. Le persone si sentono alla mercé dei mercati. Si sentono abbandonate, impotenti di fronte a una società che è governata da processi senza nome e agenti riconoscibili. Stiamo vivendo una contraddizione. Da un lato, la crescita appare necessaria per realizzare la moderna promessa del benessere per tutti. Ma d’altra parte vediamo le conseguenze negative di questa spasmodica ricerca della ricchezza, sotto forma di danni ambientali e sociali.
La globalizzazione è qui per rimanere, e gli Stati, le imprese e le persone apparentemente non hanno alternative se non quella di adattarsi ad essa. Ma c’è una presa di coscienza in costante crescita che questo sta causando gravi danni economici, imponendo costi sociali elevati e la frammentazione della società.
Dobbiamo reinventare l’idea di progresso. Deve diventare un progetto di speranza e di un futuro nuovo, che può avere successo solo se riesce a rompere le storture del passato. Non il progresso inteso come crescita industriale, ma come crescita dell’umanità.

L’iniziativa di Parigi è stata chiamata “verso un nuovo Rinascimento”, un periodo che fu di cambiamento, dove il singolo individuo capì la sua capacità  di autodeterminarsi e di coltivare le proprie doti, con le quali riesce a vincere la Fortuna (nel senso latino, “sorte”) e dominare la natura modificandola. In questo presente che vede la democrazia in sofferenza, con decisioni che vengono prese troppo spesso da élites non elette, è necessario più coraggio. Altrimenti questo triste e oscuro Medioevo 2.0 sarà ancora troppo lungo.