Dopo la Francia, l’Italia?

I mercati rispondono alla vittoria di Hollande e dei partiti no-austerity in Grecia con una grande incertezza. Sarà forse l’inizio di una lotta politica vs mercati?

In attesa di un’analisi dettagliata aspettiamo che anche in Italia il responso delle urne possa dare indicazioni più chiare sul futuro , anche se la frammentazione e la specificità delle elezioni amministrative non potrà dare un’indicazione certa e puntuale dello stato della politica del nostro Paese. Attendiamo stasera.

Nel frattempo mi limito a registrare un esordio “scoppiettante” per il nuovo segretario della Lega a Pisa, 28 anni: “Il nostro primo obiettivo è entrare a palazzo Gambacorti con un nostro rappresentante, per fare rinascere una città in agonia, in mano ad immigrati e studenti meridionali che non rispettano le fondamentali regole di convivenza civile e di comportamento”. Già pronto il primo provvedimento: un gemellaggio con la città di Tirana, dove il Trota è riuscito a prendere una laurea in Economia solamente in un anno, dando tutti gli esami in albanese. Si potrebbe risolvere così l’annoso problema dei fuori corso. Altro che “città in agonia”, a stare male è solamente il vostro partito.

 

Regarder France pour voir l’avenir de l’Italie ovvero Guardare la Francia per vedere il futuro dell’Italia

Il risultato della votazione in Francia lascia l’amaro in bocca. Nonostante il buon risultato del candidato socialista Francois Hollande, che dovrebbe aprire una nuova strada per la Francia, ma soprattutto per l’Europa, quello che preoccupa è il risultato della destra di Le Pen, che raggiunge quasi il 20%, affermandosi saldamente come terzo partito, doppiando il candidato della sinistra radicale Melenchon. Una destra razzista nelle parole, nei fatti e nelle intenzioni, che mai aveva raggiunto al primo turno queste percentuali, nemmeno nell’exploit del 2002, quando Le Pen (babbo) andò al ballottaggio con Chirac. Evidentemente sono riusciti a capitalizzare meglio la crisi che investe anche la Francia, con gli slogan classici dell’ultradestra “gli immigrati ci rubano il lavoro”, “la Francia ai francesi”, “l’uscita dall’Euro”.
Ovviamente non sono in grado di analizzare profondamente questo risultato, visto che conosco la realtà francese per lo più dalla mediazione dei giornali italiani.
Resta il fatto che la strada verso un cambiamento europeo è ancora tutta in salita. Se la maggior parte dei voti dati alla formazione di Le Pen va a Sarkozy al ballottaggio, l’elezione di Hollande diventerebbe molto difficile, azzoppando sul nascere ogni sogno di un’Europa più unita e più forte nel combattere le disuguaglianze create dalle varie destre.
Per questo mettiamo da parte ogni rivalità (per lo più calcistica) e sentiamoci un pochino francesi seguendo queste ultime due settimane di campagna elettorale.
E’ inutile ricordare come il destino della Francia è inevitabilmente collegato a quello italiano, in un vincolo che intreccia più stati e che testimonia la necessità di una regia politica almeno di livello europeo. Il risultato del 6 Maggio, giorno del ballottaggio, sarà migliore di ogni profezia, ogni vaticinio, ogni sfera di cristallo. Ci darà una previsione del nostro futuro, come assaggiare un camembert per sapere che gusto avrà il nostro parmigiano. Per conoscerne il sapore, amaro o dolce, bisogna aspettare e avere fiducia nei cugini transalpini, avendo in mente le ultime parole di Hollande dopo il silenzio elettorale: “Voglio riorientare l’Europa sul cammino della crescita e dell’occupazione”. Una visione ambiziosa, che supera i confini francesi. Salvare l’Europa, per salvare la Francia. E l’Italia. Per questo mi sento un po’ francese, per questo tifo Hollande.

[C.C Pisa] Dalla parte del popolo siriano

“Verità e pace in Siria”: questo è il contenuto dello striscione calato ieri dal balcone di Palazzo Gambacorti a seguito di una mozione urgente proposta da me e Bedini (pdl) votata all’unanimità dal Consiglio Comunale di Fine Febbraio.
Perché questo striscione? Non bastano i nostri “tanti” problemi?
Abbiamo voluto dare un piccolo segnale a causa dell’assoluta mancanza di informazioni su quello che succede in Siria. Telegiornali muti, episodi atroci relegati nelle ultime pagine dei quotidiani tra le “varie e eventuali”, silenti anche i social network. Sarà la lontananza dalle coste italiane, o forse il mancato allarme “profughi”, fatto sta che della Siria ce ne freghiamo altamente. Eppure anche lì c’è una guerra civile, con un dittatore che non esita a bombardare la popolazione e sparare ai giornalisti per non far trapelare gli orrori perpetrati contro la popolazione. E’ angosciante vedere e sentire le parole di disprezzo e di rifiuto da parte delle democrazie occidentali, senza però avere la capacità di fare qualcosa in concreto. Troppi interessi girano attorno alla Siria, portatori di un immobilismo che premia le brutalità. Dall’inizio della repressione, i morti in Siria sono quasi novemila stando a quanto dichiarato dall’Osservatorio siriano dei diritti umani. O forse non sappiamo più solamente cosa fare, paralizzati nell’indifferenza. L’Onu, nonostante gli sforzi di Kofi Annan, non riesce a imporre il cessate il fuoco. Forse siamo troppo impegnati a risolvere i nostri problemi, forse siamo ormai assuefatti alle violenze quotidiane, forse abbiamo finito la voce. Ma non possiamo isolarci e reagire a questo “silenzio assordante”.
Quello che possiamo fare noi nel nostro piccolo è mantenere viva l’informazione e la consapevolezza su quello che succede in Siria. Se anche uno solo leggendo il nostro striscione vorrà informarsi di più avremo raggiunto il nostro scopo.

Perché se il conflitto degenera, ne saremo tutti coinvolti. E a quel punto ci chiederemo dove eravamo quando si poteva ancora spegnere la miccia.

A quando un nuovo Rinascimento?

Un’occasione persa. Sabato scorso a Parigi, si sono incontrati Bersani, Hollande, candidato alle presidenziali per il partito socialista francese, e Gabriel, leader del partito di centrosinistra tedesco SPD. Poteva essere un momento storico, un evento che segnava l’inizio di un nuovo modo di fare politica: condiviso, europeo, di largo respiro. Eppure, almeno in Italia, ne abbiamo parlato pochissimo, se non per le reiterate polemiche interne al partito di chi voleva che Bersani non andasse, perché troppo spaventato dalle parole “progressista, sinistra, socialista”.

Ma nel documento firmato ci sono le basi per la politica comunitaria del futuro: “crescita, il completamento del mercato interno, gli Eurobond”. Nuovamente questioni economiche, fondamentali nel periodo di crisi, ma che non danno risposta alla necessità di una maggiore coesione politica fra i vari stati dell’Unione, che porti finalmente a “innamorarsi” e sentirsi parte dell’Europa.

Eppure i 3 grandi partiti europei si definiscono “progressisti”. ”Progresso” è la promessa di un futuro migliore, di maggiori opportunità di sviluppo personale, di una società più giusta. E’ la promessa che il duro lavoro porta i suoi vantaggi in termini di maggiore sicurezza, più opportunità e maggiore prosperità per tutti. Ma ora il “progresso” è spesso visto come una minaccia. Oggi non possiamo più essere certi che vada di pari passo con un buon lavoro, un buon reddito,la sicurezza sociale, la sostenibilità e la democrazia. Le persone si sentono alla mercé dei mercati. Si sentono abbandonate, impotenti di fronte a una società che è governata da processi senza nome e agenti riconoscibili. Stiamo vivendo una contraddizione. Da un lato, la crescita appare necessaria per realizzare la moderna promessa del benessere per tutti. Ma d’altra parte vediamo le conseguenze negative di questa spasmodica ricerca della ricchezza, sotto forma di danni ambientali e sociali.
La globalizzazione è qui per rimanere, e gli Stati, le imprese e le persone apparentemente non hanno alternative se non quella di adattarsi ad essa. Ma c’è una presa di coscienza in costante crescita che questo sta causando gravi danni economici, imponendo costi sociali elevati e la frammentazione della società.
Dobbiamo reinventare l’idea di progresso. Deve diventare un progetto di speranza e di un futuro nuovo, che può avere successo solo se riesce a rompere le storture del passato. Non il progresso inteso come crescita industriale, ma come crescita dell’umanità.

L’iniziativa di Parigi è stata chiamata “verso un nuovo Rinascimento”, un periodo che fu di cambiamento, dove il singolo individuo capì la sua capacità  di autodeterminarsi e di coltivare le proprie doti, con le quali riesce a vincere la Fortuna (nel senso latino, “sorte”) e dominare la natura modificandola. In questo presente che vede la democrazia in sofferenza, con decisioni che vengono prese troppo spesso da élites non elette, è necessario più coraggio. Altrimenti questo triste e oscuro Medioevo 2.0 sarà ancora troppo lungo.

Siria? Non pervenuta

“ELIMINATE tutti i reporter stranieri in Siria”. Assad ha dato l’ordine ai suoi senza immaginare di essere intercettato dall’intelligence libanese. Le comunicazioni tra le truppe siriane rivelano uno schema ben preciso: colpire il centro stampa di Homs per “eliminare” Marie Colvin, la giornalista statunitense del Sunday Times, e Rémi Ochlik, il fotoreporter francese. E così è stato. I militari avevano ricevuto l’ordine di giustificarsi definendo l’avvenuto “un incidente in uno scontro con gruppi terroristici”. (da il Post Internazionale)

E’ strano pensare che solamente un anno fa scoppiavano le sommosse popolari in Libia, che portarono all’intervento armato del 19 Marzo, per cercare di salvare la popolazione dai bombardamenti di Gheddafi. E ovviamente ci fu la divisione tra interventisti e non-interventisti, come accade in ogni conflitto. Lontano da dare giudizi nel merito sui risultati della missione libica, mi limito a registrare l’assoluta mancanza di informazioni su quello che succede in Siria. Telegiornali muti, fatti relegati nelle ultime pagine dei quotidiani, tra le “varie e eventuali”, silenti anche i social network. Sarà la lontananza dalle coste italiane, o forse il mancato allarme “profughi”, fatto sta che della Siria ce ne freghiamo altamente. Eppure anche lì c’è una guerra civile, con un dittatore che non esita a bombardare la popolazione e sparare ai giornalisti per non far trapelare gli orrori e le atrocità perpetrate dalle truppe lealiste.

E’ angosciante vedere e sentire le parole di disprezzo e di rifiuto da parte delle democrazie occidentali, senza però avere la capacità di fare qualcosa in concreto, immobilizzati dal veto di Cina e Russia dell’ultimo Consiglio di Sicurezza. Troppi interessi girano attorno alla Siria, in quella zona “calda” chiamata Medio Oriente dove si trovano Israele, l’Iran, la Turchia, la Palestina. Dall’inizio della repressione, i morti in Siria sono 7,636, stando a quanto dichiarato dall’Osservatorio siriano dei diritti umani. Le vittime civili sarebbero 5,542, i soldati disertori 1,692.

Mi vengono in mente le parole di un’attivista siriana di  Bologna, che su Facebook si sfoga della mancanza di sostegno: Dov’è l’Italia che urlava per fermare la lapidazione di Sakineh? Dov’è l’Italia che manifestava per Gaza? Dov’è l’Italia che era indignata per la guerra in Iraq? Dov’è l’Italia che ricorda ogni anno la tragedia dell’11 settembre?Dov’è quell’Italia ma soprattutto dove sono gli italiani davanti alla tragedia siriana?
Non lo so, forse siamo troppo impegnati a risolvere i nostri problemi, forse siamo ormai assuefatti alle violenze quotidiane, forse abbiamo finito la voce. O forse non sappiamo più solamente cosa fare, paralizzati nell’indifferenza. Ed è quello che più mi rattrista. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti (Antonio Gramsci).

La dignità che cambiò il mondo

Poco più di un anno fa Mohammad Bouazizi, tunisino, perse la vita dandosi fuoco come reazione alla confisca del suo piccolo banco di verdure da parte del governo . Mai avremmo immaginato che una singola morte avrebbe scatenato un’insurrezione popolare. Mai avremmo immaginato che quella folla di persone riuscisse a destituire il tiranno democratico Ben Alì. Mai avremmo immaginato che, come una forte malattia virale che si propaga ad onde concentriche, il seme delle proteste si sarebbe esteso ai paesi vicini. In Egitto decine di migliaia di persone si ritrovano in Piazza Tahrir, chiedendo a Mubarak di farsi da parte dopo 40 anni di regime illiberale. Seguono Marocco, Algeria, Libia, con la tremenda guerra civile ancora in corso. E poi Yemen, Siria, Bahrein. Chiedono “pane e libertà”. Il contagio continua, non conosce limiti e sbarca nel “civilissimo” Occidente. I manifestanti in Grecia, gli indignados spagnoli, le sommosse in Inghilterra. E Israele, Portogallo, Albania, Francia, fino a superare l’Atlantico, arrivando in Cile e in America. Meno di un secolo fa quasi tutti gli stessi Paesi stavano vivendo il disastro della Prima guerra Mondiale. Adesso possiamo parlare di Prima Protesta Mondiale.
Una protesta comune, fatta per lo più da giovani, uniti dal fatto di essere la prima generazione globale, con gli stessi problemi e le stesse preoccupazioni: non avere un lavoro, non avere un’istruzione degna , di essere vittima di disuguaglianze. Un filo rosso che unisce lo studente cileno, il funzionario greco, l’operaio inglese, il contadino egiziano. Democrazia e lavoro: queste le due parole che rimbalzano dalle Ande al Sahara, contro le enormi disparità politiche, sociali ed economiche che si sono aggravate negli anni, nascoste sotto il tappeto quando stavamo meglio, esplose adesso che viviamo una fortissima crisi.
Ci ha svegliati un fruttivendolo tunisino, la goccia che ha fatto straripare un vaso già colmo e che adesso si sta rompendo in mille pezzi.

Una bellissimaintervista del Time alla madre ci rivela il vero messaggio dietro l’immolazione di Mohammed:

Per 23 anni, la gente ha vissuto con la corruzione, l’oppressione, l’umiliazione, con il dover pagare continuamente tangenti. Il messaggio era che qualsiasi persona che abbia visto minacciata la sua vita, che soffre a causa di funzionari corrotti, che è tormentato da loro, che è tenuto sotto il loro giogo, che vede questi funzionari che controllano il paese, fare quello che vogliono, che non permettono alle persone di vivere. Mohammad ha sofferto molto, ha lavorato duro, ma quando ha dato fuoco a se stesso non si trattava del suo banchetto confiscato. Riguardava la sua dignità. La dignità prima del pane. La prima preoccupazione di Mohammad era la sua dignità. La dignità prima del pane.

Dignità. Quella che cerchiamo disperatamente anche noi, per uscire finalmente dal ridicolo. Perché possiamo saltare pasti, soffrire per un lavoro che non c’è, vedere i meno capaci salire al potere. Ma se ci tolgono l’umanità, se ci tolgono la possibilità di andare avanti, se ci tolgono la libertà di decidere sulle proprie azioni allora che senso ha vivere?
Ce l’ha insegnata un tunisino. Sì, proprio uno di quelli che sono malvisti da noi, additati come criminali e spacciatori.
Un solo uomo che si è sacrificato per la sua dignità è riuscito a mettere in moto il mondo intero verso il cambiamento. Affinché si vada verso una migliore giustizia è necessaria però la dignità di tutti.

Maledetta primavera

Ogni rivoluzione evapora, lasciando dietro solo la melma di una nuova burocrazia. (Franz Kafka)

Le drammatiche immagini da Piazza Tahrir ci risvegliano dal pensiero che abbiamo della “primavera” araba. Morti, sangue e feriti riappaiono in quello che è stato il luogo simbolo della cacciata del dittatore Mubarak. Una rivoluzione tradita, come dice un rapporto di Amnesty International: “La brutale e pesante risposta alle proteste degli ultimi giorni ricorda in pieno l’era di Mubarak”.
A tutti piacciono gli eroi, le rivolte contro i dittatori, le sollevazioni popolari. In tanti abbiamo seguito la cacciata di Mubarak. Abbiamo festeggiato con loro la fine di una dittatura, sognato un Egitto diverso. Poi il silenzio, distolti da altre emergenze, da altri conflitti. Il silenzio, mentre cresceva la tirannia militare. Il silenzio, mentre esplodevano ancora più forti conflitti mai sopiti.
Parliamo, perchè il silenzio è dei colpevoli.
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Qua se vajan todos!

La Spagna di Zapatero è caduta. La speranza della sinistra, il giovane dirigente socialista che vinse le elezioni a sorpresa nel 2004, ha visto gli spagnoli girargli le spalle e votare negativamente la sua politica. Zapatero è affondato sull’economia. Gli elettori non gli hanno perdonato il tasso di disoccupazione altissimo, la gestione della crisi e l’incapacità di prendere decisioni forti.
Con la Spagna che passa al popolare Rajoy (che vince più per demeriti dell’avversario che per una visione alternativa), la sinistra perde l’ultimo baluardo in Europa. Non sono servite le enormi vittorie nel campo dei diritti civili, che hanno trasformato la Penisola Iberica in un esempio di tolleranza e umanità, che hanno reso il confronto con l’Italia spietatamente impari. Senza un lavoro, senza futuro ci si riscopre più individualisti. E la destra ne approfitta. La stessa destra che con il suo modello neoliberista, ovvero meno lacci possibili all’economia, ha creato la più grande crisi economica del secolo. La stessa destra che ci ha portati in questa situazione ora governa in Spagna, Portogallo, Inghilterra, Germania, Francia, ovvero le nazioni europee più ricche.
Qualcosa è andato storto.
Negli ultimi anni la sinistra in Europa ha imparato che ‘avere ragione’ (circa i difetti sull’economia neoliberista) non porta necessariamente alla ‘vittoria’ (alle urne). Dopo il crollo di Lehman Brothers nel settembre 2008, i partiti socialdemocratici hanno vinto solo cinque elezioni su 23 nel territorio dell’Unione europea. Di questi cinque, il Portogallo ha cambiato bandiera, mentre il governo di centro sinistra in Slovenia è sull’orlo del collasso. Il governo socialista in Grecia è stato commissariato e anche in Danimarca la vittoria di Helle Thorning-Schmidt nel mese di Settembre è avvenuta mentre il suo partito prendeva la percentuale più bassa da un secolo.

Sappiamo di avere ragione, sappiamo che questo modello di sviluppo ha fallito, abbiamo capito che rincorrere la destra non serve. Ma non vinciamo.
Smettiamola di fare i professori con il ditino puntato, pronti con la nostra litania del “te l’avevo detto”. E’ tempo di scelte coraggiose, di ripensare l’economia in una chiave più sociale, di parlare davvero di Europa unita, di mettere fine alle speculazioni finanziarie.
Non serve cercare nuovi leader o nuovi fenomeni. Basta essere sinceri, basta essere noi stessi.

Referendum greco? Qualcosa di già visto

Il premier greco propone un referendum ai suoi cittadini, per vedere se accettare o no gli aiuti da parte dell’Europa, vincolati a una serie di misure molto dure, tra le quali numerosi licenziamenti e una serie di privatizzazioni. Questa decisione ha provocato lo sconquasso dei mercati, che ieri hanno visto crollare tutti gli indici delle Borse europee. Eppure il referendum non è qualcosa di insensato, si chiede ai cittadini, custodi della sovranità, di condividere una scelta fondamentale per il loro Paese.
Ma il premier greco non si inventa nulla e ce lo spiega Manuel Castells, famoso sociologo internazionale:

nel 2008 le banche islandesi sono fallite. Le tre banche principali sono state nazionalizzate e ristrutturate. I risparmi dei cittadini sono stati protetti dal governo. Ma la decisione su cosa fare con i debiti contratti con gli investimenti speculativi degli stranieri è stata sottoposta a referendum.
Il 93 per cento degli islandesi ha votato no alla restituzione di 5,9 miliardi di dollari a investitori inglesi e olandesi. I soliti economisti avevano previsto una catastrofe. Non è successo nulla di tutto questo. La svalutazione della corona islandese del 40 per cento (una manovra che la Grecia non può fare) ha stimolato le esportazioni di pesca e alluminio, ha reso più economico il turismo e ha limitato le importazioni. La disoccupazione è scesa al 6,7 per cento. Il governo ha adottato misure di austerità ma la spesa sociale non è diminuita, perché non si sono dilapidati soldi per ricapitalizzare le banche. Tutta l’economia si è ridimensionata tornando alle sue proporzioni reali e le persone hanno un lavoro e dei risparmi sicuri, pagano meno per la casa e non si indebitano perché nessuno gli presta dei soldi.
Molti non credono che la soluzione islandese sia applicabile ad altri contesti. Meno che mai la possibilità di non pagare il debito estero, a causa della reazione punitiva che potrebbero avere i mercati finanziari. Eppure tutti sanno che il debito greco è insolvibile. Il salvataggio greco consiste nel decidere come spartire quel debito tra i cittadini greci (perdendo stipendi e pensioni), i cittadini europei (che finanziano la Bce e il fondo di stabilità dell’Unione) e le banche creditrici. È un default, in Grecia come in Islanda. In un caso avviene tutto sotto il controllo dei cittadini, nell’altro è tutto nelle mani di governi e banche, che se la vedranno tra loro per decidere chi paga cosa. Quello che nessuno dice è che alla fine la soluzione greca è uguale alla soluzione islandese, ma senza trasparenza.

C’è però un altro aspetto da aggiungere al possibile esito negativo del referendum greco e la conseguente uscita dall’euro: la sconfitta definitiva di un’Europa unita. La moneta unica doveva essere il primo tassello per una politica unitaria. Niente è stato fatto su questo versante dopo l’introduzione dell’euro e ora ne paghiamo le conseguenze. COme se ne esce? Con una legittimazione democratica maggiore, come ci suggerisce Barbara Spinelli oggi su Repubblica. Ma se fosse troppo tardi?
Per quanto riguarda l’Italia non abbiamo bisogno di un referendum, ma di un governo. Il nostro referendum si chiama “elezioni subito”!

Se anche l’America si sveglia…

Proprio da New York,  dove è partita la corsa al consumismo sfrenato, inizia la protesta americana. Iniziata da più di 3 settimane,  ”Occupy wall street”, sta ottenendo consensi e importanza. Iniziata in sordina, snobbati dai media tradizionali, gli attivisti non hanno mollato e sono cresciuti in numero e in importanza. Non si sono scoraggiati, ma hanno piantato tende e tendoni per un tempo indefinito. Hanno tempo. Roma non è stata costruita in un giorno. Non saranno organizzati come i manifestanti di Piazza Thair o gli indignados spagnoli, ma hanno dalla loro un arsenale ultratecnologico, da fare invidia a qualsiasi dipartimento IT. Wimax, livestreaming, smartphone sono le loro armi, per una protesta iniziata naturalmente da Internet. Cosa chiedono? Con chi sono arrabbiati?

Essersi accampati vicino Wall Street segnala il loro obiettivo: la finanza. Quella che ha causato numerose crisi e che  sta trascinando a fondo le società occidentali. Quella che ha spodestato la sovranità popolare mettendo al centro delle decisioni il potere economico. Quella che prima chiede l’aiuto dello Stato per salvarsi, per poi ripetere gli stessi errori.

Vogliono diminuire le diseguaglianze, si definiscono “l’altro 99%”, visto che dalle statistiche   l’1% degli americani ha il 50% delle ricchezze nazionali.  Vogliono più diritti per i lavoratori, un’educazione migliore, una sanità pubblica. Vogliono una democrazia vera, diretta, che permette di far partecipare tutti nel processo decisionale.

Su questo punto è intervenuto Michael Moore, uno dei tanti  che ha visitato la piazza in protesta:

Quando gli antropologi ci studieranno tra 400 anni – se davvero il mondo resisterà così a lungo – diranno: “Guardate queste persone. Pensavano di essere libere. Pensavano di vivere in democrazia, ma passavano dieci ore al giorno in una situazione totalitaria, permettendo all’1 per cento più ricco di avere più sicurezza economica del sottostante 95 per cento. Rideranno di noi, come noi oggi ridiamo delle persone che 150 anni fa mettevano le sanguisughe sul corpo della gente pensando di curarla.  Dicevano: oh, sarà uno di quei numeri che Michael Moore butta giù. Beh, è una statistica vera: verificata da Forbes e da PolitiFact. Le 400 persone più ricche di questo paese hanno più ricchezza che 150 milioni di persone messe insieme! Ma questa non si può chiamare democrazia. La democrazia implica una qualche sorta di eguaglianza: una qualche sorta di egalitarismo. Io non dico che ogni pezzo della torta dev’essere della stessa misura: però non siamo andati ormai oltre?

Democrazia. Letteralmente “potere del popolo”. E’ davvero così? I numerosi movimenti globali che chiedono più “democrazia” non hanno forse ragione? Non sono forse figli del nostro tempo? Spagnoli, americani, arabi e tanti altri uniti solo da un desiderio di maggiore democrazia politica e, soprattutto, economica. Un movimento globale che mira a ridurre le diseguaglianze , che si allargano sempre di più. La piazza come casa, la rete come megafono.

Solo chi li ascolta potrà costruire il futuro.