Il bruco si trasforma in farfalla: cinque questiti per cambiare il #PD

#iononvotopd è stato un hashtag molto usato in questi giorni dove tanti, troppi, utenti di Twitter scrivevano brevemente perché non avrebbero dato il loro voto al Partito Democratico. Personalmente, per me che ci credo ancora, sono state diverse stilettate al cuore, con ragionamenti spesso molto veritieri e con una disillusione diffusa che rende il lavoro da fare difficile e complicato.
Al PD si rimprovera l’incertezza su molti temi, o forse solamente un’incapacità di spiegare al meglio quali sono le sue intenzioni, cosa vuole fare da grande. Un bimbo che balbetta, che pensa solamente a superare le emergenze del presente, rischiando di trovarsi sbarrato il futuro.
E il rischio serissimo è che nei prossimi mesi il dibattito politico sarà schiacciato dall’emergenza spread e dalle beghe interne del partito tra primarie e frecciatine tra dirigenti. Perché non forzare un po’ questa noiosa liturgia chiedendo a tutto il partito di esprimersi su alcuni punti dove tentenniamo?
E allora a qualcuno (Prossima Italia) è venuta in mente un’idea geniale:

  • È venuto il momento di trasformare il Pd nel partito degli elettori che avrebbe sempre dovuto essere.
  • Di superare formule, gherminelle e tric e trac e puntare dritti alla sostanza.
  • Di trasformare la retorica della partecipazione in qualcosa di reale e di concreto.

Per tutti questi motivi dichiariamo aperta la stagione referendaria del Pd, ai sensi dell’articolo 27 dello Statuto:

  • cinque quesiti per evitare che gli elettori si consegnino definitivamente alle cinque stelle.
  • cinque temi forti: i diritti civili e il matrimonio gay, la riduzione dell’Irpef attraverso un’imposta sui patrimoni, un quesito sui grandi temi ambientali del Paese, la riduzione della spesa militare, il reddito di cittadinanza, la corruzione e la riforma della politica, e infine un quesito di indirizzo politico, dedicato all’alleanza con l’Udc e altre forze già al Governo con il centrodestra negli ultimi vent’anni.
  • cinque referendum proposti e presentati dagli iscritti sulle questioni di sostanza (oh, yes), scritti e presentati in punta di diritto e quindi non precludibili, a cui potranno partecipare tutti gli elettori (passati, presenti e futuri) del Pd.
  • cinque punti chiari per definire come sarà il progetto politico del nuovo centrosinistra.

Noi ci proviamo, e lanciamo l’appello a tutti gli uomini e le donne democratiche e di buona volontà, perché è un’impresa mai tentata prima, e perché o ci proviamo insieme, o meglio lasciar perdere.
C’è già il vademecum con tutte le informazioni: l’impresa è difficile, occorrono più di 30mila firme circa e un regolamento attuativo.
Mi sembra che sia una grande possibilità per esprimersi e dare finalmente al PD il contenuto che sta cercando invano da anni. Abbiamo bisogno di tutti, anche quelli di #iononvotopd.
Chi si lamenta si tiene quello che c’è. Come un bruco si trasforma in farfalla, abbiamo bisogno di una metamorfosi interna per dare un’anima definitiva alla prossima Italia. E i bruchi, adesso, siamo noi…

#Albinea Tutto cambia, tranne lo gnocco fritto.

 Nella costante ricerca di serietà che deve pervadere la politica, ci sono alcuni momenti meno formali, più “umani”, dove si cerca di far lavorare la creatività e la mente piuttosto che il compromesso e la razionalità. Uno di questi momenti è il campeggio di Albinea, un piccolo paesino vicino a Reggio Emilia, genuino “come le cose di una volta”. Domani e domenica ci sarà la terza edizione di un incontro fra amici e compagni, dove non si parlerà di beghe interne al partito, ma delle 10 cose che devono essere fatte subito per l’Italia. Ecco parte del programma:

Sabato Giuseppe Civati introduce il tema politico; poi si parlerà parlerà di corruzione, di fisco e di evasione fiscale, di patrimoniale e di riforma del mercato del lavoro, di guardie svizzere, spending review e della partita economica.
Nel corso della mattinata, sarà presentato anche il docufilm, a cura di Elena Schlein, dedicato alla nostra Operazione Guardie Svizzere.
Nel pomeriggio, a partire dalle 15 si parlerà di consumo di suolo, c di ambiente, energia e rifiuti; di questione maschile;  di cultura e bellezza;  di innovazione tecnologica.
Domenica poi alcuni segretari del Pd locale vengono a illustrare un documento cui hanno lavorato sullo stato del partito, e sull’urgente bisogno di aprirlo alla partecipazione. Infine, di nuovo con Pippo Civati – con la gradita presenza del vicepresidente dell’Assemblea Nazionale,Ivan Scalfarotto – ci saranno le conclusioni politiche e gli obiettivi per il 2013.
Insomma, una due giorni tutta incentrata sulle cose da fare, con la consapevolezza preziosa di sapere di avere cose da dire. Se non potete partecipare fisicamente, rinunciando a un sublime gnocco fritto, almeno seguiteci su Twitter o sul sito di Prossima Italia o donando qualche soldino per supportare chi cerca di creare politiche condivise.
Riprendendo uno slogan già usato, ma sempre attuale, “le cose cambiano, cambiandole”.

# PD Oltre il linguaggio bancario: perché sono importanti i diritti civili

Diciamo che l’Assemblea del PD di sabato ha avuto un finale “scoppiettante”: non è finita a “baci e abbracci”, ma con urla e contestazioni. Il litigio è partito dopo la votazione di un documento “Per una nuova cultura dei diritti”, considerato un po’ deboluccio (eufemismo) e poco coraggioso da parte di molti membri dell’assemblea che hanno presentato un odg integrativo, che però non è stato ammesso alla discussione (e tantomeno alla votazione) dal Presidente dell’Assemblea Rosy Bindi. Le intenzioni dei presentatori erano quelle di andare oltre il (piccolissimo) passo avanti fatto dal lavoro della commissione “ufficiale”:

“Con spirito costruttivo, vorremmo provare a dare un contributo con alcune sottolineature e integrazioni. Ci spinge a farlo l’importanza delle materie trattate, decisive per l’avvenire dell’Europa e del campo progressista.”

Infatti il testo prevedeva parole “audaci” per il PD, ma che riflettono la società attuale:

“è la premessa più solida anche nel ragionare sui diritti-doveri delle coppie omosessuali e di chi condivide nell’affetto un progetto di vita e solidarietà. In tanti Paesi a cui ci sentiamo legati – dalla Francia agli Stati Uniti – si sono riconosciuti o ci si avvia a riconoscere i matrimoni e le adozioni per coppie gay. Molti tra noi possono essere d’accordo, altri possono non esserlo, ma il fatto stesso che altrove si legiferi in quel senso dovrebbe annullare il tabù sulle parole. Le coppie etero e omosessuali devono avere gli stessi diritti: proponiamo il pieno riconoscimento giuridico e sociale delle unioni civili per coppie omosessuali e non. Scelta compatibile con gli articoli 2, 3 e 29 della Costituzione;”.

Non si può costruire un programma politico più arretrato di quello che esprime la società di oggi. E’ come andare contro natura per un partito che si definisce “progressista e riformista”.
La sensazione è che non sia stato messo in votazione per “evitare” la manifesta verità: questa posizione è la stragrande maggioranza nel partito (e ho la presunzione di dire che lo è anche fra i simpatizzanti). Invece si è preferito fare l’ennesima mediazione al ribasso per non scontentare un gruppo interno che con la sua radicalità conservatrice minoritaria ci costringe a posizioni vecchie e antiquate. Va bene il “siamo un partito che ha anche una tradizione cattolica al suo interno”, ma a volte mi sembra di essere in ostaggio al radicalismo cattolico che marca le sue posizioni oltranziste per guadagnare visibilità e posizioni (Binetti docet), quando invece se ci ispirassimo ad altri principi etici e sociali provenienti dalle dottrine di natura religiosa potremmo diventare un compiuto partito di sinistra (La Pisa, Dossetti e altri…). E il non essere andati al voto in assemblea conferma i miei dubbi.
C’è poi la volontà di sottovalutare questa questione: “c’è la crisi, non c’è il lavoro, e voi parlate di diritti civili”? A parte che una cosa non esclude l’altra, e se il tema lavoro è trasversale, lo è anche quello dei diritti. Anche perché troppo spesso ci si accorge di qualcosa solo quando non ce l’hai. E se per qualcuno i diritti civili sono niente rispetto alla mancanza di un lavoro, per altri sono tutto: la serenità, la sensazione di non essere discriminati, la speranza di una vita come gli altri.
“E allora cosa ci stai a fare nel PD?” potete giustamente domandarmi. Perché, come ho già detto, ho l’arroganza di dire che all’interno del partito a pensarla come me siano di più di quelli che ci lasciano credere e questo deve pesare molto nella discussione interna dei prossimi mesi. E poi lasciatemi sfogare lo sdegno verso gli avvoltoi politici che campano sulle “carcasse” delle discussioni interne, leader di partiti e movimenti che decidono individualmente e in autonomia, in maniera velatamente tirannica, quale deve essere la linea politica in base a quello che succede quotidianamente, per puro e cinico scopo elettorale. Discutere non è lesa maestà, diffido dei partiti/movimenti che non hanno voci di minoranza al loro interno. Lo implica il concetto stesso di democrazia.
Infine lottare per i diritti civili è anche una questione di linguaggio: tutti i mezzi di comunicazione sono invasi da un lessico che definirei “bancario”: spread, btp, rendimenti, rating. Possiamo tornare a parlare un linguaggio più “umano”: famiglia, amore, affetto, diritti?

#fantapolitica E finalmente venne il giorno delle primarie…

Francesco stava facendo un ripasso mentale delle cose da prendere mentre chiudeva lentamente la porta di casa. Le chiavi le aveva, il cellulare era in tasca insieme al portafoglio. Ma sentiva che si stava scordando qualcosa. Un lampo fulmineo gli fece ricordare che cosa aveva dimenticato: il certificato elettorale! Si dette un colpo in testa e cominciò a fare mente locale per capire in quale cassetto aveva riposto il prezioso documento. Quel giorno infatti, una uggiosa domenica di Novembre, doveva recarsi a votare. Ma non per un nuovo Sindaco o per il futuro Governo: quello sarebbe successo solamente in primavera. Oggi avrebbe votato ugualmente per qualcosa di importante: le primarie per il leader del centrosinistra. Mentre scendeva le scale, con il logorato certificato elettorale, compagno di tante votazioni, gli venne a mente  quando, un pomeriggio di inizio Giugno, al termine di una calda e partecipata direzione nazionale, il Partito Democratico, il primo partito nazionale, decise di intraprendere il percorso delle primarie. Francesco era uno dei tanti delusi dai partiti, specialmente da quel PD che aveva votato con grande speranza nel 2008, sicuro di aver puntato sul vero cambiamento, visto l’iniziale emergere di interesse per tutto il mondo che c’era al di fuori delle stanze di partito. Eppure mese dopo mese la fiducia crollava, sotto l’esplosione dei litigi, della scarsa chiarezza, delle posizioni ondivaghe, dei leader più credenti che credibili. L’entusiasmo si trasformava in inerzia, la voglia di partecipare in rassegnazione, la speranza in indifferenza. Eppure aveva continuato a votarlo, ostinatamente, sperando di incentivare l’unica vera alternativa di governo, l’unica barriera contro Berlusconi. Ma con il governo Monti le sue fragili certezze crollarono. Lui, giovane architetto che lavorava in uno studio, capiva benissimo che per costruire una nuova casa doveva prima sgomberare le vecchie macerie e poi costruire solide fondamenta. Per questo comprendeva l’enorme sacrificio che gli era stato chiesto da Monti e dai partiti della sua maggioranza. Quello che proprio non sopportava era la mancanza di progettazione del resto della casa. Non un’idea, una visione, una prospettiva. Mancava lo scatto in avanti, la grinta di dare una sferzata al sistema, il coraggio di scegliere parole e idee non convenzionali. Era stanco di vedere il Partito Democratico sulla difensiva, costretto alle barricate per difendere un governo che non sentiva come emanazione delle sue idee politiche. Stanco di non avere nessuno che poteva regalargli  qualcosa per cui inorgoglirsi, appassionarsi, spendersi in prima persona. Stanco di non vedere attenzione per la realtà, troppo spesso avvolti da polemiche superficiali e nominalistiche. Era una simpatia fredda quella per il PD, tanto fredda che si trovò quasi sollevato quando rispose a un intervistatore telefonico dicendo che era ancora indeciso su chi avrebbe votato alle prossime elezioni. Ed era vero. Se fosse andato a votare in quel periodo sicuramente avrebbe espresso un voto di protesta, forse il Movimento 5 Stelle, l’unico modo per cercare di far capire ai vertici del PD il suo disperato grido d’amore. Sì, credeva fermamente nelle idee del partito, quella voglia di parlare al Paese intero e non solo a una sua piccola parte, i suoi tanti militanti che si impegnavano ogni giorno, le idee sussurrate che delineavano una speranza per il futuro.
La decisione di fare le primarie aveva dato nuova linfa al dibattito politico all’interno del centrosinistra, con i tre candidati che finalmente si erano dovuti impegnare nel determinare la loro concezione di futuro, facendo emergere le differenze. Era stata una campagna elettorale sobria, senza insulti, ma accesa, vera, come è giusto che sia quando ci si sfida per un ruolo così importante come la guida del Paese.
Mentre si metteva in fila al gazebo vicino casa, si sentiva orgoglioso di poter nuovamente partecipare alle decisioni politiche del suo bistrattato e complicato Paese. Era sempre stato un attore passivo, ma apprezzava ogni volta che gli davano la possibilità di compiere un gesto, anche se piccolo, per partecipare.
Sapeva chi avrebbe votato e faceva il tifo per lui, ma la fiducia di quei mesi di discussione, la credibilità riacquistata, le proposte messe in campo gli avevano dato la forza di scacciare mesi di delusione. Non gli importava chi avrebbe vinto, era contento che finalmente il PD stava guardando al futuro, la cosa più di sinistra in assoluto. E per questo avrebbe avuto il suo voto.

#elezioni2012 Abbiamo vinto, con i se e con i ma

L’analisi migliore di questi ballottaggi la sintetizza magistralmente il giornale Europa: “Il PD vince, dove non c’è il nuovo”. Ovviamente è un’iperbole giornalistica. Anche perché a Palermo Orlando diventa sindaco per la quarta volta. Altro che “usato sicuro”, nel caso palermitano si può parlare di “ritorno dei morti viventi”. Ma in Sicilia il PD molto probabilmente paga la sua scarsa chiarezza e l’appoggio ondivago alla giunta Lombardo. A Novembre si ritorna al voto: speriamo che finalmente ci possa essere la riscossa di un’isola tanto bella quanto travagliata. Non con i forconi, già dimenticati, ma con una politica sana e coraggiosa. Non conoscendo il territorio, non so se il PD ha le potenzialità per interpretare questa novità, ma lo spero vivamente, così come in tutto il Meridione, perché dove non arrivano i grillini c’è un astensionismo impressionante. Come dice Civati, uno dei “vuoti“, da riempire, perché, dopo la sbornia delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, ce ne stiamo di nuovo dimenticando un pezzo, quello sì più disastrato e indietro, ma con un potenziale ancora vastissimo.
Ribaltando le prospettive, nel Nord svuotato della Lega e della Destra, il centrosinistra riesce quasi a fare cappotto, conquistando vecchie roccaforti di destra come Monza, Como e altri importanti comuni. Un grazie va all’avversario che si è gonfiato di promesse fino a scoppiare, in un modo che ricorda molto quello di una bolla speculativa: investitori che puntano tutto sul niente, ottenendo facili guadagni sull’immediato, ma anche un disastroso crollo nel momento, inevitabile, dello scoppio della bolla, divenuta insostenibile.
Credo di essere intellettualmente onesto nel dire che è andata bene al Centro, rafforzando posizioni in Toscana che diventa sempre più monocolore. Ma c’è un ma, c’è un se. E si chiama Parma. Dire che hanno votato quelli di destra è un ritornello stantio. E’ stata votata la freschezza di un’offerta politica forse non migliore, ma sicuramente nuova.
Non una tragedia rispetto alle altre vittorie della tornata elettorale, ma sicuramente un segnale, il rafforzamento di quello che in tanti cerchiamo di dire dentro e fuori il partito: è tempo che il PD riconquisti la fiducia della grande massa di elettori indecisi, astenuti, incazzati. E lo può fare solo se evita uno stucchevole racconto di “quanto siamo stati bravi”, ma con atti estremi, di rottura, che anticipano i tempi politici. Come per esempio dare l’ultima mandata di rimborsi elettorali a sostegno dei terremotati in Emilia. Piccoli gesti che devono far percepire un salto in avanti.
Abbiamo vinto, ma c’è ugualmente da far emergere un nuovo Paese, la “prossima Italia” con idee e proposte dettate non da un interesse politico, ma dalla reale necessità di superare problemi ormai strutturati (es: superamento del dualismo nel lavoro, investimento su conoscenza e nuove politiche economiche di crescita).
Abbiamo vinto, se riusciamo a non ripetere gli errori del passato e non ci rinchiudiamo nelle nostre logiche troppo spesso “masturbatorie”, ovvero riflessioni e ragionamenti che interessano solo i nostri quadri dirigenti e non i cittadini tout court (mi riferisco ad esempio alle logorroiche discussioni sull’alleanze).
Abbiamo vinto, però non significa niente: la “partita” più importante, quella del 2013 è ancora apertissima. Come nel calcio, vincerà la squadra più in forma, che dimostrerà freschezza e fluidità. Buon pre-partita!

La morte della “tecnica”

“Non ci sono soldi”. “E’ un momento difficile”. “La crisi impone sacrifici”. Con queste parole si taglia la voce a ogni possibile proposta, a ogni discussione costruttiva, a ogni possibilità di correggere le molte storture che imperversano nel Paese. E’ tempo della tecnica, non intesa come mancanza di politica, ma come il trionfo della freddezza dei numeri e dei conti: spread, PIL, debito pubblico sono tutti termini del lessico economico, che dicono poco della reale qualità della vita.
Eppure solamente nella giornata di ieri la Politica, quella con la p maiuscola, ha inferto due sonori “pugni” alla rigidità della tecnica, grazie ai due leader progressisti più carismatici:
- Se il buongiorno si vede dal mattino, Hollande ci promette grandi cose. Uno dei suoi primi provvedimenti è stato infatti quello di ridurre del 30 per cento il suo stipendio e quello dei membri del governo. Una misura simbolica, ma che sottolinea la condivisione del sacrificio. Ma il secondo provvedimento è ancora più interessante: sarà stabilito un tetto alle remunerazioni dei dirigenti del settore pubblico. Verrà fissata una regola: la forbice salariale dovrà essere compresa fra 1 e 20 ovvero un presidente e/o un amministratore delegato di un’azienda pubblica non potrà guadagnare più di venti volte del suo dipendente meno pagato. Un decreto di equità, nella convinzione che al successo di un’azienda partecipano tutti i lavoratori, dal primo all’ultimo. Se poi i conti permettono di alzare lo stipendio dei “capi”, adesso almeno devono alzarlo per forza anche ai meno pagati. E non si dica che i migliori manager allora non andranno a lavorare per il pubblico: ho la speranza di dire che ci saranno sempre grandi figure che non mettono come priorità il denaro, ma l’idea di fare bene per la collettività.
- Il primo presidente americano nero adesso è anche il primo presidente che dice sì ai matrimoni gay: “Le coppie dello stesso sesso devono avere la possibilità di sposarsi”. Una dichiarazione che spazza ogni dubbio, parole forti all’inizio di una campagna elettorale che si preannuncia dura. Un modo per sviare l’attenzione dall’economia americana in sofferenza o la consapevolezza di riconoscere un diritto per le coppie omosessuali? Vedremo come darà seguito a queste dichiarazioni che possono finalmente dare sollievo alle migliaia di coppie che aspettano con grande ansia il momento del riconoscimento del loro amore. Resta però la forte valenza politica della sua affermazione.

E in Italia ovviamente restiamo al palo, con il PD imbalsamato in un tentativo di “scaldare” la freddezza del governo. Eppure se nel 2013 vogliamo vincere sono necessarie queste prese di posizioni forti, a sostegno dell’equità e dei diritti di tutti. Anticipare i temi che la società ci chiede, senza aspettare una dichiarazione tardiva. Come nel caso dei finanziamenti ai partiti. Plaudo all’emendamento PD che taglia del 50% l’ultima mandata di rimborsi elettorali, ma la portata politica è stata “annacquata” dall’aver voluto aspettare lo scoppio dello “scandalo” prima di mettere mano a una riforma seria del finanziamento ai partiti.
Adesso occorre lanciare messaggi di rottura con il passato, in una lunga campagna elettorale che ci porterà al voto nel 2013. E il paradosso è che altri leader progressisti ci hanno dato “gratis” politiche a costo zero. Alla faccia della “tecnica”.

#Amministrative2012 Un altro lungo, inutile, arrogante, lezioso commento al voto

“Comunque vada sarà un successo (per tutti)”. Così scrivevo su Twitter prima delle 15 di ieri, per ironizzare sul fatto che comunque la girandola dei commenti e delle analisi dei politici avrebbe visto tutti vincitori. Non è stato così.
La destra ha subito una vera e propria disfatta, un colpo da knock-out che li spinge ad un angolo del ring. Una forza che era riuscita a governare con soddisfazioni elettorali durante la grande crisi di questi anni si è ridotta, ad essere terza, se non quarta, forza partitica nelle maggioranza dei comuni ieri al voto.
Mi viene in mente la scena di un ragazzino al quale viene chiesto di sistemare la stanza, ma, voglioso di fare presto e tornare a giocare, butta tutto nell’armadio e nei cassetti, fino a quando non avviene la naturale implosione interna. Così è successo al PDL, incapace di presentare riforme o ricette che potessero dare una reale “pulizia” alle grandi storture di questo paese.
Una paralisi politica totale, inspiegabile nonostante una delle più grandi rappresentanze in Parlamento dai tempi del fascismo, dove tutto girava intorno alla figura del leader supremo Berlusconi. Gli unici provvedimenti sono stati i tagli, mascherati sotto forma di riforme, che hanno smantellato i nostri servizi pubblici: scuola, ricerca, enti locali, incrementando drasticamente le disuguaglianze.
Ma quando la fantasia dei proclami è finita e ha lasciato il passo alla dura realtà, il conto da pagare è stato salatissimo, nonostante la faccia di chi ha chiesto “sacrifici e sangue” sia stata diversa da quella di Berlusconi.
Ma il voto ha dimostrato come gli italiani abbiano capito che la maggior parte della responsabilità di questa crisi sia stata del PDL, il partito che ha sofferto di più in questa tornata elettorale.
E’ stato un voto parziale, locale, ma ci sono dei dati oggettivi comuni che ci permettono di fare delle analisi più accurate:
- Il voto al Movimento 5 Stelle non mi ha stupito e ha dimostrato come agli italiani interessa ancora la politica, andando ancora una volta a votare, ma scegliendo spesso un voto di protesta. Credo che se non ci fosse stato il M5S il tasso di astensionismo, già adesso preoccupante, sarebbe stato ancora maggiore, con forti ripercussioni sullo stato della democrazia italiana. Grillo e i suoi sono invece stati anche “caricati” dai partiti tradizionali: con l’ossessivo ritornello di connotarli come “antipolitica” hanno ottenuto il loro accredimento politico, dimostrando come un voto per loro era un voto contro i partiti. Un autogol comunicativo da correggere al più presto, riconoscendo i temi che il M5S porta avanti a livello locale, “rubandoglieli” per sottrargi anche gli elettori, molto mobili e poco fedeli a Grillo. Temi come la trasparenza, l’attenzione all’ambiente e alle nuove tecnologie sono nel nostro DNA, basta renderci più credibili con azioni concrete soprattutto nei comuni dove governiamo.
- E il PD? Il PD “tiene”, come dicono tutti i commenti di oggi. Ma il futuro è pieno di incognite. Legandosi a doppio filo con il governo Monti di riflusso ne prende vittorie e sconfitte. Infatti in un primo momento di “esaltazione” del Primo Ministro bocconiano, capace di liberarci da una politica disastrosa, sembrava che anche il PD ne traesse giovamento. Poi le conseguenze di una politica di austerity hanno causato drammi e sofferenze, alimentando un clima di alta tensione sociale, che sembra aver appannato le azioni di governo.
D’altra parte adesso la deflagrazione del PDL rischia di impantanare Monti, con Alfano che rinuncia già ai vertici comuni e cercherà di ottenere sempre di più, come gli ultimi gesti di forza delle bestie ferite. Tutto diventerà più difficile, ogni compromesso al ribasso.
- Possiamo dire addio alle riforme istituzionali. Non ci sarà una nuova legge elettorale che premia i maggiori partiti (dato che il PDL non lo è più) e dobbiamo seriamente prepararci a votare con il “Porcellum”. Per questo sono necessarie le primarie per scegliere i parlamentari e cominciare davvero a capire cosa vogliamo fare: allearci con qualcuno o andare da soli? Senza evitare di ricordarsi come in Grecia ci sia la difficoltà di creare un governo perchénessuna coalizione è stata definita prima. Un leader di una coalizione improvvisata sarà un leader fragile, perpetrando l’impossibilità di un governo stabile e coeso.
- In previsione di una paralisi di Monti e del suo governo bisogna che il PD lavori a far capire meglio quali sono le sue politiche se fosse al governo. Una riforma del lavoro nuova, senza compromessi al ribasso, che sappia superare il dualismo degenerativo di oggi, tra garantiti e precari. Una politica economica di respiro europeo, copiabile in gran parte dal programma di Hollande, in modo da garantire una nuova regia comune da portare avanti per riequilibrare le storture di oggi. Una credibilità nuova, perché, come dice Civati, “molte cose non vanno bene, e fare finta di niente non serve, appunto, a niente. Perché non c’è alcun automatismo e nessuna certezza di continuità tra questo risultato e il prossimo, quello delle Politiche”.
Possiamo solo perderle le prossime elezioni. Ma siamo capaci anche di questo. Guardia alta e riflessi pronti, il ring è ancora pieno di avversari.

Perché votare PD? Endorsement vari

Ci siamo. Un’altra tornata elettorale è arrivata, anche se minore delle precedenti. Andranno comunque a votare un ottavo degli italiani, con tanti comuni, soprattutto al Nord, dove testare l’attuale coesione politica dei vari partiti, soprattutto quelli del centrodestra, esploso dopo la formazione del Governo Monti.
Palermo e Genova sono i comuni capoluogo di regione che andranno a votare, e se Marco Doria, uscito vincitore dalle primarie del centrosinstra, è dato per favorito, nella città siciliana ancora tutto è da vedere. Peserà molto la frammentazione in diverse liste (11 in tutto) che rende ogni previsione difficile.
Nonostante a livello nazionale SEL e IdV non siano nella maggioranza di governo, nel 90% dei comuni l’alleanza tipica che si presenta alle urne sarà Pd-IdV-Sel, con sporadici inserimenti del doppiogiochista Terzo Polo o dei governisti sempre in lotta di Rifondazione Comunista in tutte le sue molteplici derivazioni.
Questa distonia tra governo nazionale e governo locale deve far riflettere sulle composizioni future, soprattutto chi, da una parte spera di formulare l’alleanza dell’ormai scolorita foto di Vasto,ma dall’altra continua a utilizzare toni minacciosi e/o duri nei confronti soprattutto del Partito Democratico, con l’idea di sottrargli voti e preferenze.
Lo spiega bene Civati nel suo blog:

La mia proposta è semplice e le obiezioni, sinceramente, sono molto deboli: il Pd non si può cambiare, quindi mi iscrivo a Sel (che per altro mi pare essere un Pd in miniatura, diviso tra Fabbriche e vecchi apparati, se proprio devo essere sincero) oppure lo incalzo con Di Pietro, che è un po’ ‘manesco’, ma almeno lui le cose le dice. Poi però anche Sel e Di Pietro si alleano con quel Pd, che è rimasto tale. E Sel e Di Pietro proseguiranno con l’atteggiamento che li accompagna da sempre: in quell’alleanza precaria e del «più uno», per cui a qualsiasi mossa del Pd, si assocerà una contro-mossa di questo o di quello per rosicchiare un po’ di voti al Pd. Sai che divertimento.

E allora perché votare PD? Chi mi conosce sa che preferisco meditare e riflettere prima di dare un supporto incondizionato alla conduzione di Bersani. Non sono un ultras e nemmeno un supporter “a prescindere”. Ma sono ancora fermamente convinto che il PD è l’unico partito da votare attualmente. Per almeno 10 ragioni:
1) La grande forza e capacità degli amministratori locali PD che governano con spirito di sacrificio e difficoltà la maggioranza dei comuni italiani, politici che con grande fatica cercano di scrollarsi di dosso la parola “casta”, che poco si addice a chi non ha privilegi , emolumenti o grandi compensazioni economiche. Per molti di loro la ricompensa non è un seggio in Consiglio Regionale o in Parlamento, ma solamente la felicità e il benessere di una comunità.
2) La mancanza di prospettive degli altri partiti, legati vita e morte ai loro leader, privi di una qualsiasi democrazia interna. Fra vent’anni pensate ancora ci potrà essere l’IdV di DI Pietro, il PDL di Berlusconi o Sel di Vendola? La caduta di Bossi e il conseguente calo drammatico dei voti della Lega dimostra come troppo spesso le sorti di un partito sono legate a un solo individuo. Ma così si perde proprio l’essenza del fare politica insieme, del condividere un percorso come gruppo, non come pecore dietro a un pastore. Qui lo dico con convinzione: il PD ha il DNA e le basi per resistere a ogni scossone politico. Potenzialmente, ovvio. Ma possiamo farlo esplodere solo per colpa nostra, non per la “caduta” di un leader.
3) Se vincesse Hollande domenica prossima, e noi facciamo tutti il tifo per lui, potrebbe aprire una nuova prospettiva per l’intera Europa, quel cambio di passo che aspettiamo da troppo tempo. Grazie alla forza dell’alleanza tra PD, Partito Socialista francese e SPD tedesco, una nuova spinta progressista può accomunare l’Europa, facendo delle proposte di Hollande, decisamente antisistemiche e di contenimento dello strapotere della finanza, un pilastro condiviso, da usare nelle elezioni del 2013 in Italia e in Germania. Come diciamo da tempo, la risposta alla crisi europea è paradossalmente più Europa, ovvero quella famosa e desiderata unità politica presente negli ideali dei Padri fondatori dell’UE, ma purtroppo ancora lontana dal realizzarsi. La soluzione non è l’autarchia e l’isolamento, che non funzionarono in tempo fascista figuramoci ora, ma un nuovo indirizzo economico globale più sostenibile e equo, che si può realizzare solo se la regia politica è comune.
4) I partiti non sono tutti uguali. Certo, in questo clima di corruzione e clientelismo spicciolo abbiamo avuto anche noi le nostre mele marce. Il pensiero va ovviamente a Penati e a Lusi. Ma appena si è scoperto un caso di illegalità subito la reazione è stata ferma e decisa, con l’espulsione o la sospensione dal partito di chi non si è comportato in maniera degna o di chi è anche solamente  accusato di aver commesso un reato, proprio per affermare la nostra estraneità a ogni malaffare.
Gli abusi e i cattivi comportamenti esisteranno sempre, sono insiti nella natura umana, l’importante è che un partito sappia distinguersi da questi, abbia un atteggiamento distaccato e aperto, sapendo di dover dare il doppio delle risposte richieste in queste situazioni. Generalizzare è sempre sbagliato, ma purtroppo è la via più facile. Sono tutti i No-Tav violenti, i militanti del PDL ladroni, gli italiani mafiosi, i grillini incompetenti? No.
5) I famosi contenuti. Il mantra, il ritornello di molti è che il Pd abbia posizioni troppo ondivaghe, poco chiare. Può essere anche vero, possiamo ancora essere in assestamento (da troppo tempo forse), ma un partito che aspira a non rappresentare solo una parte di elettori ben distinta, ma tutti gli italiani (e gli europei) è difficile da costruire e da spiegare. Come fai a parlare a imprese, lavoratori, sindacati, pubblico impiego, pensionati, giovani, precariati, ricercatori in un Paese così frammentato, dove ognuno difficilmente si sacrifica per l’altro, dove il tifo travalica lo stadio ed entra nelle nostre vite quotidiane?
Ma se governiamo la maggior parte dei comuni, il primo livello di mediazione politica con le istituzioni, vuol dire che, anche se siamo ancora un po’ indietro sugli ideali e sui sogni, nella realtà concreta, nella pratica, sappiamo risolvere i problemi meglio di altri e interpretare le esigenze dei cittadini in maniera più soddisfacente. Magari lo dobbiamo proprio a questo nostro essere “non radicali”, cercando di “accontentare meno” ma “accontentare tutti”. Quindi, in attesa di un programma elettorale per il 2013 che ci riporterà al governo centrale con proposte chiare e rivoluzionarie (o almeno molti lavoreranno per questo), rinnovate la fiducia nel centrosinistra votandolo a questa tornata elettorale. Un voto di protesta (perché bisogna andare a votare!) cosa può portare? Non è meglio un investimento nell’unico partito che ha bisogno di tranquillità (e fiducia) per elaborare le riforme necessarie per il futuro?
Ce ne sarebbero tanti altri di motivi, ma il partito è fatto di persone e per questo vorrei darvi altri 5 validi motivi espressi tramite preferenza. Un endorsement che faccio tutti gli anni alle persone che incontro in giro per l’Italia, che nobilitano la politica e che sperano davvero nella forza innovatrice del partito, cercando di dimostrarlo nelle istituzioni. Una preferenza ti lega per tutto il mandato. Non votate qualcuno per poi abbandonarlo. “Adottate” il consigliere che votate, seguitelo, supportatelo. E l’indignazione si trasformerà in voglia di partecipare. E il cambiamento è possibile solo se il legame tra consiglieri e cittadini è forte e trasparente. Quindi:

6) Se abitate a Lissone (MB) non potete non votare per Monica Borgonovo, l’esempio perfetto di un ossimoro vivente: passionaria e sensibile, idealista e pragmatica, ragionevole e testarda. Monica ha il grande pregio di credere nelle persone e se condivide una battaglia o un’idea, dalla più piccola alla più grande, si sacrifica come singolo per il bene del suo “gruppo”, che nel caso delle elezioni, saranno tutti i cittadini di Lissone. Monica è un ciclone che non guarda in faccia a nessuno, ma ha il dono non scontato dell’ascolto e della generosità, che la rende straordinariamente “umana”, scaldando un mondo, quello politico, dove la meccanicità delle dichiarazioni e degli atteggiamenti rende tutto più freddo e sterile. Se solo avessi avuto il tempo di fare campagna elettorale, mi sarei divertito a sostenere “la pasionaria della Brianza”. Insomma il vero voto di protesta all’asetticità della politica è a Monica Borgonovo!
7) Se siete a Genova il voto va a un’altra donna, Michela Tassistro, consigliera comunale uscente. Michela è sportiva e si vede, è impossibile stargli dietro durante una corsa. Gli sportivi hanno una marcia in più nell’arena politica: conoscono la fatica, hanno grinta e sono ostinati a raggiungere un obiettivo. Per questo Michela ha lavorato duro, evitando di stare troppo sulla “scomoda” sedia del consiglio comunale, ma cercando di essere sempre presente in città. Di corsa, ovviamente.
8) Mauro Cattaneo è di Alessandria e lo potete riconoscere per la sua “fissazione” per l’ambiente, in tutte le sue declinazioni. Infatti lo potete trovare a sudare sulla sua bicicletta, o mentre è indaffarato a preparare l’ultimo evento (sostenibile) per i cittadini. Da votare, anche solamente per la sua campagna elettorale, ricca di spunti interessanti.
9) A Monza come non dare il voto a Marco Lamperti, un giovane motivato e creativo, come dimostrano le sue cartoline per la campagna elettorale. In tanti ci hanno messo la faccia, come possono sbagliare?
10) L’ultima preferenza è per il candidato X, ovvero il candidato ombra, il riempilista, che non ha speranze contro chi ha una rete di contatti vasta e aggregata. Eppure c’è sempre in ogni lista qualcuno che ci mette passione, che pur sapendo di non avere i voti per passare mette anima e corpo nella “battaglia” elettorale. E sono per la maggior parte giovani e donne. Se ci sono sempre i “soliti” è perché non c’è un uso ragionevole del voto di preferenza. Guardate le facce, andate agli eventi e date fiducia al vostro candidato “x”. Se la maggioranza non sceglie anche fuori dagli schemi, le piccole comunità organizzate riusciranno sempre a imporre i loro candidati.

Ecco almeno 10 buoni motivi per votare PD. Ce ne sarebbero mille altri per non votarlo, ne sono consapevole. Ma la sfera pubblica è una questione di bilanciamenti ed è ovvia la necessità di trovare un difficile equilibrio tra interessi diversi. Per una volta tanto, visto che sono in pochi a farlo, ho cercato  di esaltare gi attuali lati positivi del PD, senza smettere di far capire all’esterno e all’interno la necessità di un cambiamento di prospettive e di determinatezza, che può restituire credibilità e fiducia. Ma non possiamo essere lasciati soli. Per questo, terminate le elezioni, in qualsiasi modo andranno, pensiamo subito al 2013. Perché tra proposta e protesta la differenza è solo una sillaba.

Qualcosa di nuovo

Oggi ero ospite a Puntoradio per parlare di politica ovviamente. In studio con me rappresentanti IDV, PDL, FLI, SEL. La discussione si è centrata sulla politica nazionale, visto che gli spunti non mancavano. Oltre all’art.18, tema caldo del momento, si è parlato molto di alleanze, posizionamenti postmontiani, possibili inciuci e troppe inutili parole sui partiti in sé.
Poi è arrivata la perla: la telefonata dell’onorevole Santanchè, che rispondeva prontamente alle domande incalzanti del conduttore della trasmissione affermando la probabilità di un possibile ritorno di Berlusconi come candidato del 2013, una probabile alleanza con la Lega e minimizzando le parole di La Russa che ha definito i gay come “malati da curare”.
E sono ritornato improvvisamente a qualche mese fa, dove regnava il gossip invece della politica. Almeno oggi discutiamo di politica, non della politica in quanto tale.
C’è chi guarda al passato, sia come temi che come modi, e chi invece spera che questa fase sia solo una breve parentesi in vista di qualcosa di nuovo, qualcosa che vada oltre lo spettacolo e il gossip. Chi lo capisce avrà le chiavi del futuro. Chi va avanti prima o poi smette di sentire le urla di chi è rimasto indietro, immobile.

A quando un nuovo Rinascimento?

Un’occasione persa. Sabato scorso a Parigi, si sono incontrati Bersani, Hollande, candidato alle presidenziali per il partito socialista francese, e Gabriel, leader del partito di centrosinistra tedesco SPD. Poteva essere un momento storico, un evento che segnava l’inizio di un nuovo modo di fare politica: condiviso, europeo, di largo respiro. Eppure, almeno in Italia, ne abbiamo parlato pochissimo, se non per le reiterate polemiche interne al partito di chi voleva che Bersani non andasse, perché troppo spaventato dalle parole “progressista, sinistra, socialista”.

Ma nel documento firmato ci sono le basi per la politica comunitaria del futuro: “crescita, il completamento del mercato interno, gli Eurobond”. Nuovamente questioni economiche, fondamentali nel periodo di crisi, ma che non danno risposta alla necessità di una maggiore coesione politica fra i vari stati dell’Unione, che porti finalmente a “innamorarsi” e sentirsi parte dell’Europa.

Eppure i 3 grandi partiti europei si definiscono “progressisti”. ”Progresso” è la promessa di un futuro migliore, di maggiori opportunità di sviluppo personale, di una società più giusta. E’ la promessa che il duro lavoro porta i suoi vantaggi in termini di maggiore sicurezza, più opportunità e maggiore prosperità per tutti. Ma ora il “progresso” è spesso visto come una minaccia. Oggi non possiamo più essere certi che vada di pari passo con un buon lavoro, un buon reddito,la sicurezza sociale, la sostenibilità e la democrazia. Le persone si sentono alla mercé dei mercati. Si sentono abbandonate, impotenti di fronte a una società che è governata da processi senza nome e agenti riconoscibili. Stiamo vivendo una contraddizione. Da un lato, la crescita appare necessaria per realizzare la moderna promessa del benessere per tutti. Ma d’altra parte vediamo le conseguenze negative di questa spasmodica ricerca della ricchezza, sotto forma di danni ambientali e sociali.
La globalizzazione è qui per rimanere, e gli Stati, le imprese e le persone apparentemente non hanno alternative se non quella di adattarsi ad essa. Ma c’è una presa di coscienza in costante crescita che questo sta causando gravi danni economici, imponendo costi sociali elevati e la frammentazione della società.
Dobbiamo reinventare l’idea di progresso. Deve diventare un progetto di speranza e di un futuro nuovo, che può avere successo solo se riesce a rompere le storture del passato. Non il progresso inteso come crescita industriale, ma come crescita dell’umanità.

L’iniziativa di Parigi è stata chiamata “verso un nuovo Rinascimento”, un periodo che fu di cambiamento, dove il singolo individuo capì la sua capacità  di autodeterminarsi e di coltivare le proprie doti, con le quali riesce a vincere la Fortuna (nel senso latino, “sorte”) e dominare la natura modificandola. In questo presente che vede la democrazia in sofferenza, con decisioni che vengono prese troppo spesso da élites non elette, è necessario più coraggio. Altrimenti questo triste e oscuro Medioevo 2.0 sarà ancora troppo lungo.