[Europa] Esiste ancora il concetto di Stato?

Gli aiuti alla Grecia, il mercato globale, la crisi finanziaria. Tutti esempi che dimostrano l’interconnessione tra gli Stati: qualsiasi decisione di politica nazionale può avere un impatto forte nelle altre nazioni. La versione riveduta e politicamente corretta della teoria del Caos: si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. E’ quindi pensabile restare ancorati al concetto politico di Stato, mentre il mercato e le nuove tecnologie hanno dimostrato ampiamente di aver superato questa definizione rendendoci parte di un meccanismo più grande? Non dovremmo forse ripensare come promuovere la democrazia in questo nuovo contesto globale, senza arroccarci su vecchi schemi ormai ampiamente superati?

Lo dice anche Javier Solana, ex Segretario generale del Consiglio dell’Unione europea, in un articolo per Social Europe Journal:

[...] La globalizzazione ha reso le frontiere più porose. Le politiche di un paese, sia in materia di lavoro, di ambiente, di sanità pubblica, di fiscalità, o una miriade di altre questioni, possono avere un impatto diretto sugli altri. E
tale interdipendenza la vediamo ancora più chiaramente nell’economia: il tasso annuo di crescita del PIL della Cina, per esempio, rallenterà di due punti percentuali quest’anno, a causa della crisi negli Stati Uniti e nell’UE.
Allo stesso modo, altri paesi (e più vario nel loro carattere e la traiettoria storica), stanno emergendo fortemente nella scena mondiale: il PIL del Brasile ha recentemente superato quello del Regno Unito.
Su scala globale, questo mondo complesso e interdipendente ha bisogno di una organizzazione di stati e strutture che facilitino un dialogo responsabile, con l’obiettivo di mitigare gli abusi di potere e difendere i beni pubblici globali. Senza tali strutture, il mondo rischia una corsa competitiva e disordinata tra gli stati e la storia ha dimostrato che tale sviluppi spesso portano a conflitti disastrosi.
A livello europeo, la legittimità è essenziale e una governance comune non potrà essere raggiunta fino a quando gli Europei non supereranno alcune idee antiquate sulla sovranità. Paradossalmente, quando la crisi ha colpito, l’UE è stata criticata per la sua mancanza di integrazione. Ora che cerca di avanzare in questa direzione, l’Unione è accusata di superare la sovranità nazionale.
I cittadini devono avere la sensazione che le istituzioni che li governano rappresentano i loro interessi e renderli parte del processo decisionale, il che implica una unione basata su regole piuttosto che sulla potenza. Il fatto che l’UE non abbia immediatamente tutte le risposte a un problema non vuol dire che non ha futuro. L’UE è un nuovo e meraviglioso esperimento, che, come tutti gli esperimenti, comporta un certo grado di incertezza. Ma questo non dovrebbe farci ignorare il costo sociale ed economico di una concezione “nazionale” di sovranità. Infatti, le dinamiche di interdipendenza si sono ormai ben consolidate – tanto che non possono essere invertite.
Aderire ad un concetto limitato di sovranità in questo mondo è un anacronismo imprudente nel migliore dei casi, e una scommessa pericolosa in quello peggiore.
Il poeta Jose Angel Valente potrebbe chiamarlo un desiderio: “… aspettare che la Storia faccia soffiare gli orologi e ritornare al tempo in cui vorremmo tutto dovrebbe cominciare. ” Ma, nel mondo prosaico del qui e dell’adesso, il concetto di sovranità è già passato.

(liberamente tradotto da Social Europe Journal)

Se anche l’America si sveglia…

Proprio da New York,  dove è partita la corsa al consumismo sfrenato, inizia la protesta americana. Iniziata da più di 3 settimane,  ”Occupy wall street”, sta ottenendo consensi e importanza. Iniziata in sordina, snobbati dai media tradizionali, gli attivisti non hanno mollato e sono cresciuti in numero e in importanza. Non si sono scoraggiati, ma hanno piantato tende e tendoni per un tempo indefinito. Hanno tempo. Roma non è stata costruita in un giorno. Non saranno organizzati come i manifestanti di Piazza Thair o gli indignados spagnoli, ma hanno dalla loro un arsenale ultratecnologico, da fare invidia a qualsiasi dipartimento IT. Wimax, livestreaming, smartphone sono le loro armi, per una protesta iniziata naturalmente da Internet. Cosa chiedono? Con chi sono arrabbiati?

Essersi accampati vicino Wall Street segnala il loro obiettivo: la finanza. Quella che ha causato numerose crisi e che  sta trascinando a fondo le società occidentali. Quella che ha spodestato la sovranità popolare mettendo al centro delle decisioni il potere economico. Quella che prima chiede l’aiuto dello Stato per salvarsi, per poi ripetere gli stessi errori.

Vogliono diminuire le diseguaglianze, si definiscono “l’altro 99%”, visto che dalle statistiche   l’1% degli americani ha il 50% delle ricchezze nazionali.  Vogliono più diritti per i lavoratori, un’educazione migliore, una sanità pubblica. Vogliono una democrazia vera, diretta, che permette di far partecipare tutti nel processo decisionale.

Su questo punto è intervenuto Michael Moore, uno dei tanti  che ha visitato la piazza in protesta:

Quando gli antropologi ci studieranno tra 400 anni – se davvero il mondo resisterà così a lungo – diranno: “Guardate queste persone. Pensavano di essere libere. Pensavano di vivere in democrazia, ma passavano dieci ore al giorno in una situazione totalitaria, permettendo all’1 per cento più ricco di avere più sicurezza economica del sottostante 95 per cento. Rideranno di noi, come noi oggi ridiamo delle persone che 150 anni fa mettevano le sanguisughe sul corpo della gente pensando di curarla.  Dicevano: oh, sarà uno di quei numeri che Michael Moore butta giù. Beh, è una statistica vera: verificata da Forbes e da PolitiFact. Le 400 persone più ricche di questo paese hanno più ricchezza che 150 milioni di persone messe insieme! Ma questa non si può chiamare democrazia. La democrazia implica una qualche sorta di eguaglianza: una qualche sorta di egalitarismo. Io non dico che ogni pezzo della torta dev’essere della stessa misura: però non siamo andati ormai oltre?

Democrazia. Letteralmente “potere del popolo”. E’ davvero così? I numerosi movimenti globali che chiedono più “democrazia” non hanno forse ragione? Non sono forse figli del nostro tempo? Spagnoli, americani, arabi e tanti altri uniti solo da un desiderio di maggiore democrazia politica e, soprattutto, economica. Un movimento globale che mira a ridurre le diseguaglianze , che si allargano sempre di più. La piazza come casa, la rete come megafono.

Solo chi li ascolta potrà costruire il futuro.

 

 

 

Ripartire dai fondamentali

Il Governo Berlusconi e la coalizione che lo regge stanno vivendo forse la più grossa crisi degli ultimi anni. I vertici dell’opposizione si dicono pronti ad affrontare una crisi di governo, cominciando a studiare fantaalleanze e fantacoalizioni. Ancora una volta si ragiona per freddi numeri, cercando di sommare le percentuali dei vari partiti per arrivare al 50% che ti consente di governare in Parlamento (ma non l’Italia).

Perchè nessun partito dell’opposizione non pensa ad allargare il suo bacino di consensi? Non riusciamo forse a trovare un’idea alternativa da comunicare, diffondere e portare avanti con convinzione?

C’è un grosso vuoto nelle sinistre europee, nonostante la crisi abbia ingigantito i problemi del neocapitalismo, della finanza creativa e delle speculazioni basate sul niente, le ultime tornate elettorali hanno visto premiare sempre di più la sicurezza e la rassicurazione delle destre. Le sinistre si sono trovate impreparate ad affrontare queste nuove sfide, senza la voglia di superare la via della socialdemocrazia, termine del vecchio secolo che adesso male si modella sulla società attuale.

E’ mancato il coraggio di elaborare una nuova tesi, una nuova spinta, un marchio di fabbrica che spingesse i giovani (e non) a credere che siamo in grado di rispondere ai problemi e alle sfide del nuovo millennio, risolvendo i problemi in un’altra maniera, più giusta, più solidale, più equa. Le sinistre (con o senza il prefisso centro) si sono arroccate su posizioni vecchie e logore, soddisfatte del voto dei nostalgici, i meno desiderosi di cambiamenti.

Eppure abbiamo un esempio cristallino di come osare può portare a un consenso straordinario: le promesse e i fatti di Obama su sistema sanitario, riforma della finanza, politica dell’immigrazione sono una via da seguire,che vanno declinate secondo le nostre realtà.

Ripartiamo dai fondamentali: la crisi ha aumentato le distanze sociali, metà ricchezza del Paese è in mano al 10% degli italiani. Non si tratta di rigurgiti di socialismo o di anticapitalismo trovare una strada che diminuisca queste distanze e che unisca sviluppo e benessere della collettività. Il capitalismo si salva da solo, l’uguaglianza no.

Perché l’eguaglianza – è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro “La misura dell’anima” (Feltrinelli) – migliora “il benessere psicologico di tutti noi”. Di più, secondo i due studiosi: “Tanto la società malata quanto l’economia malata hanno le proprie origini nell’aumento della diseguaglianza”. E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all’origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l’aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario. (da Repubblica)

Bisogna lottare contro le speculazioni finanziarie e la forte disparità di reddito, senza usare parole “vecchie e logore” , riaffermando l’importanza dei diritti civili e del lavoro che produce beni reali (e non schifezze come derivati e compagnia). Pensare globale per aumentare il potere della politica e dello Stato nell’evitare concentrazioni enormi di potere e di denaro. Se non facciamo credere che è possibile agire insieme,pensando globalmente, vinceranno sempre i nazionalismi e i populismi, capaci di rispondere nell’immediato alle esigenze delle persone.

Ripartiamo dai giovani, coloro che hanno subito in maniera più forte la crisi, diamogli la speranza di un lavoro che porti benessere e serenità (cosa che non fa il precariato) e la certezza che i più meritevoli possono avanzare la scala sociale. Diamo la possibilità a tutti di formarsi e di studiare, diventando parti fondamentali nell’economia della conoscenza.

Ripartiamo dai fondamentali: una società nuova, inclusiva, internazionale. Una società più giusta . Perchè come dice il film “into the wild”: “la felicità è tale solo se condivisa”.