La particella di Monti

La spending review (ma chiamarla revisione di spesa era troppo poco “fico”?) è finalmente decreto. Finalmente vedremo spazzati via gli sprechi, premiato il merito e bla bla bla…
Pensiamo alla grande notizia che viene dal mondo della ricerca, comunicata nel corso della settimana, la scoperta del bosone di Higgs, detto brutalmente “lo sciroppo viscoso che tiene attaccate tutte le particelle“.
“Tecnicamente” a cosa serve? Ci farà abbassare lo spread? Ridurrà i rischi della speculazione finanziaria? No..e allora una delle più grandi scoperte scientifiche del decennio (e forse più) diventa uno spreco da tagliare. Infatti nella spending review i centri di ricerca perdono 210 milioni, colpendo anche l’Infn (Istituto nazionale di fisica nucleare), che ha contribuito significativamente alla scoperta del bosone. Paradossalmente neanche 24 ore prima il Presidente Giorgio Napolitano aveva scritto la sua lettera di ringraziamento agli scienziati italiani coinvolti nel progetto. Se questo significa premiare il merito gli altri enti di ricerca non pubblicheranno più niente e rimanderanno al mittente ogni lettera proveniente dal Quirinale!
Se “tecnicamente” i tagli sono distribuiti in modo abbastanza uniforme (e anche lineare) su tutti i ministeri non si capisce perché questo non possa farlo anche un governo con un’identità politica chiara e precisa. ma che ha la facoltà di decidere sui tagli, a volte anche in maniera sbilanciata: se l’obiettivo non è colpire gli sprechi e premiare il merito, come abbiamo tragicamente visto, voglio che sia un partito, o una coalizione, a decidere chi “punire” o chi “salvare” prendendo decisioni politiche in linea con i propri ideali. Se l’obiettivo è fare cassa un governo “politico” avrebbe potuto evitare i tagli alla ricerca inserendo una patrimoniale o colpendo Ministeri considerati “diversamente fondamentali” come quello della Difesa. Il saldo sarebbe rimasto invariato, ma la volontà politica sarebbe stata chiarissima. Premiare merito, ricerca, innovazione, futuro e università. Che a punire tutto questo sia un “governo di professori” è veramente assurdo.
Tentando un paragone forzato, Monti assomiglia un po’ alla particella di Higgs, il collante tra diverse particelle più o meno grosse, che hanno la natura di andare in altre direzioni. Anche noi abbiamo scoperto cosa sia la “particella Monti”: la cruda e dura realtà dei sacrifici dopo anni di illusioni e bugie. Ma non possiamo fermarci qui. Un Monti bis renderebbe le altre particelle ancora più statiche e ingovernabili.
Ogni esperimento scientifico porta a nuove scoperte e a successivi approfondimenti. Infatti si dice che la scoperta della particella di Higgs possa gettare luce sul mistero della materia oscura.
Nella ricerca bisogna essere curiosi, andare oltre, non fermarsi alle prime valutazioni scientifiche.
Nel 2013 il PD dovrebbe scindere “la particella Monti” e finalmente ricercare qual è la nostra vera natura, in quale direzione siamo diretti, come possiamo unirci alle altre entità. Altrimenti c’è il serio rischio di restare un’impenetrabile, misteriosa, multiforme massa di materia oscura.
E poi, come diceva Platone, “una vita senza ricerca non è degna per l’uomo di essere vissuta“.

La vera #crisi, è la crisi dell’incompetenza

Calabresi è un grande giornalista. E’ un “pittore” che usa le parole come colori e il giornale come quadro. E il suo ultimo editoriale sulle parole di Prandelli e il parallelismo con l’Italia è un’opera d’arte da leggere e incorniciare.
Quello che mi ha colpito di più è la citazione a conclusione del pezzo, “rubata” al grande Albert Einstein. E non c’è da stupirsi, perché oltre a essere ricordato come un grande fisico, lo scienziato era anche un filosofo. E nel libro «Il mondo come io lo vedo» si possono trovare riflessioni adatte ai tempi che stiamo vivendo e che dovremmo cominciare a seguire:

«Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato. Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l’unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla».

Italia: amarla o andare via?

Una delle domande più frequenti (e tristi) tra i giovani (ma anche i meno giovani) è: rimanere o andare via dall’Italia?
La risposta provano a darcela Luca Ragazzi e Gustav Hofer in un film-documentario che si pone l’obiettivo di raccontare l’Italia del 2011, con le motivazioni a favore e contro l’espatrio.
Un bel viaggio nelle tragiche ambiguità italiane, terra di ossimori viventi e di eroi solitari, alla ricerca disperata di segnali positivi o dissuasori che diano una speranza a chi vuole rimanere per lottare. Bello e brutto si intrecciano continuamente, anche se ogni “stortura” regala un pugno nello stomaco e permane per tutto il documentario la sottile consapevolezza di aver gettato via un passato straordinario.
Un viaggio condiviso e attuale per rispondere a una domanda che molti di noi, intimamente o pubblicamente, compiono quotidianamente di fronte alle ingiustizie che il nostro Paese offre nelle piccole e nelle grandi cose, ma che fa scatenare lo spirito ribelle e ostinato di chi cerca di evitare una facile rassegnazione.
Qual è la risposta alla fine del film? Scopritelo da soli:

La #famiglia invisibile di Alex e Antonio #storiediordinariafollia

Ah la famiglia, il centro di ogni vita umana. Un milione di pellegrini sono giunti a Milano in occasione del settimo incontro mondiale delle famiglie. Guest star Papa Benedetto XVI.

Anche Antonio e Alex volevano andare. D’altra parte incarnano in pieno le parole che Papa Ratzinger ha usato per delineare “la famiglia”: nonostante stiano insieme da quasi sette anni si amano ancora follemente, si “valorizzano reciprocamente” e entrambi hanno un rispetto infinito per le sensibilità dell’altro. Si sono sposati quattro anni fa in Spagna, dove si sono conosciuti per lavoro, vicino a Granada, in un assolato sabato di Luglio. La loro coppia è stata “benedetta” dall’arrivo di un bellissimo bimbo di colore, Mattias. Sì, hanno dovuto adottarlo perché Antonio, per colpa di una malattia genetica, è sterile.
Tutta la famiglia è poi rientrata in Italia un paio di anni fa, un po’ per nostalgia, un po’ per assistere la madre malata di Alex.
Antonio, da cattolico praticante e fermamente credente, ha seguito tutta la trasmissione dedicata all’evento di ieri, trovando particolare sollievo nelle parole di conforto del Papa per chi è segnato da esperienze dolorose di fallimento e di separazione, incoraggiandoli a rimanere uniti nelle rispettive comunità.
Mentre vedeva la diretta alla televisione e Alex preparava il pranzo, guardava Matias, perfettamentente integrato nella scuola materna dietro casa e pensava a quanto era felice di averli entrambi nella sua vita. Pensava alla sorpresa che avrebbe fatto loro, quando avrebbe annunciato una vacanza a sorpresa nel luogo preferito di Alex: l’isola d’Elba. Avrebbe fatto di tutto per la loro felicità, per garantirgli pace e serenità. Era loro “schiavo”, riprendendo il termine latino familia: “gruppo di servi e schiavi patrimonio del capo della gens”. Ma nella sua casa non dominava nessun capo, ma solo sentimenti e valori ricordati anche ieri dal Pontefice: amicizia, solidarietà, uguaglianza, cultura, convivialità.
Mentre sentiva queste parole alla tv si rammaricava di non essere andato a Milano con la sua famiglia, ad ascoltarle direttamente insieme a tutti gli altri pellegrini. Un velo di tristezza oscurò la sua faccia: avrebbe voluto essere lì, ma non poteva. Non perché c’era qualche impedimento, la mamma malata o un lavoro da finire. Non poteva andare perché non era una “famiglia gradita”. D’altra parte non era colpa sua se si era innamorato di Alex, diminuitivo di Alessandro. E a Milano (e in Italia) non c’è spazio per loro, così simili nei sogni e nell’amore alle altre famiglie, eppure così tremendamente diversi, che li rende tristemente una “non-famiglia”, invisibile agli occhi della religione e dello Stato.

Quando andiamo a conquistare l’Abissinia?

Nonostante il prezzo già altissimo, non trovo particolarmente ingiusto l’aumento della benzina di due cent per supportare la ricostruzione dei paesi terremotati. Si tratta di quella solidarietà da far pagare alla collettività, necessaria in momenti di crisi e di emergenza. Il senso di appartenenza e sostegno che non dovrebbe mai mancare in una nazione, quello che invece non c’è a livello europeo nel caso della disastrata Grecia. Quindi ben venga una piccolissima tassa in più se può dare un grande aiuto a una comunità martoriata..
Però devo dire che non sapevo di essere ancora in guerra con l’Abissinia (che non c’è più nemmeno come Stato), che a Suez c’è ancora crisi, che continuo a pagare missioni militare in Bosnia e in Libano. Infatti per ogni litro di benzina paghiamo queste accise in più (da un articolo del Post):

- 0,001 euro per la guerra di Abissinia del 1935;
- 0,007 euro per la crisi di Suez del 1956;
- 0,005 euro per il disastro del Vajont del 1963;
- 0,005 euro per l’alluvione di Firenze del 1966;
- 0,005 euro per il terremoto del Belice del 1968;
- 0,051 euro per il terremoto del Friuli del 1976;
- 0,039 euro per il terremoto dell’Irpinia del 1980;
- 0,106 euro per la missione in Libano del 1983;
- 0,011 euro per la missione in Bosnia del 1996;
- 0,020 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004.
In totale fanno 0,25 euro, a cui si aggiungeranno i 0,02 euro destinati al Fondo Unico per lo Spettacolo. La terza voce in capitolo è l’IVA, che si calcola sia sul prezzo del carburante netto sia sulle accise: una tassa sulla tassa che quindi fa arrivare il peso delle accise assurde fino a 30 centesimi di euro per ogni litro di benzina.

Ovviamente tutte le accise che sono state introdotte per le ragioni più disparate adesso vanno nel calderone dello Stato e non per finanziare quei singoli interventi (tranne il FUS). Ben venga il nostro supporto alle popolazioni terremotate, ma quanto ci scommettete che continueranno a pagarla anche i miei nipoti, quando, si spera, tutto sarà già ricostruito e funzionante?
Una speranza viene dalle auto elettriche, anche se sono sicuro a quel punto tasseranno l’elettricità. Insomma, con tutti i soldi accumulati, quando andiamo a conquistare definitivamente l’Abissinia?

La richiesta di stop al #2giugno dovrebbe partire dai militari stessi

Alta e partecipata la protesta per l’abolizione della parata militare del 2 Giugno. Partita dai social network, la richiesta di sospendere la sfilata di carri armati, soldati e altre forze armate non ha avuto la benedizione del Presidente Napolitano, che ha promesso una maggiore sobrietà, ma non la cancellazione totale dell’evento. D’altra parte come ci ricorda Gramellini, la maggior parte dei soldi è stata già spesa, ma sarebbe stato ugualmente un segnale forte. Anche per i militari stessi, che più di ogni altra persona aspettano con grande attesa la parata. Sarebbe una grande dimostrazione di attaccamento alla Repubblica se da loro partisse la richiesta di “rivedere” la portata della sfilata, esibendo così una comprensione fuori dal comune dei sentimenti di molti italiani. Ma nell’Italia degli interessi particolari non siamo abituati a questi gesti.

Se togliamo il sapore ideologico a questo evento “muscolare” resta comunque da capire il senso della parata, come se la Repubblica Italiana si identificasse esclusivamente con i valori militari, incentrati sulla forza e sull’onore. Su questo punto ho trovato molto incisiva una nota su Facebook di Enrica:

Molto indicativa questa rivolta di parte del web e delle organizzazioni non governative per “modificare” la festa del 2 giugno. Più che l’annullamento si chiede infatti di evitare l’usuale modo di festeggiare la Repubblica con una grande parata delle forze armate. Indicativa perché da un lato è evidente che per i cittadini il 2 giugno ha smesso da tempo di essere la festa della Repubblica, mentre è percepito (grazie all’uso di festeggiare con la parata) come il giorno delle Forze Armate (in realtà 4 novembre). Questo fatto dovrebbe far meditare il nostro Presidente, molto attento ai significati storico-simbolici delle feste nazionali, sul cambiamento da tempo in atto nell’opinione pubblica. Patria e Repubblica non sono più identificati con la forza militare che le difendono, ma con il bene comune, la solidarietà, la fratellanza. Dovrebbe trarne le dovute conseguenze: lasciare al 4 novembre la giusta celebrazione di chi ci difende e modificare il 2 giugno adeguando la festa all’ormai diverso sentimento repubblicano. Nel sito della festa si legge che il 2 giugno equivale al 14 luglio francese o al 4 luglio americano: mi spiace ma da tempo non è più così. Perché sia recuperato quel valore si deve creare veramente una festa della Repubblica

Brasile, non solo spiagge e calcio

Lula ha cambiato la storia del Brasile. Ex operaio metalmeccanico, Lula è stato eletto presidente (dopo averci provato 7 volte) nel 2002, al ballottaggio, con il 61% dei voti ovvero il più alto numero di voti della giovane storia democratica del Brasile.
Prima di diventare presidente, le sue politiche erano considerate di estrema sinistra, mentre per il periodo che è stato al governo si è collocato vicino ad una moderna socialdemocrazia; è stato comunque il presidente più di sinistra che il Brasile abbia conosciuto, facendo politiche molto orientate alla redistribuzione e al superamento della povertà. In un bell’articolo sull’Internazionale di questa settimana, che spiega il funzionamento di questo modello sviluppo economico sociale, Lula dice:

“Le mie posizioni sono cambiate [da quando faceva il sindacalista ndr] perché essere presidente è un po’ come essere padre. Quando sei figlio, sei convinto che tuo padre abbia valanghe di soldi da darti. Quando sei un leader dell’opposizione o di un sindacato, sei convinto che il governo abbia valanghe di soldi. Quando ti ritrovi al governo, scopri che tutti quei soldi non ci sono, e che devi pagare dei conti venti volte superiori alle tue finanze.”

Ecco questo è un monito per tutti i sindaci che hanno vinto facendo promesse elettorali irrealizzabili. Invece la seconda citazione è per tutta la sinistra, in perenne attesa di scoprire come muoversi:

“Insomma, ho scoperto che l’economia non è semplice cme credevo quand’ero nel sindacato, ma neanche complessa come sostengono alcuni politici. Per crescere, dobbiamo distribuire la ricchezza. E’ un punto che ha sempre messo in difficoltà gli economisti. Noi abbiamo dimostrato che è possibile crescere, distribuire il reddito, e farlo favorendo l’inclusione sociale ed evitando l’inflazione.”

E se il nostro sguardo volgesse proprio verso le spiagge di Copacabana?

#elezioni2012 Abbiamo vinto, con i se e con i ma

L’analisi migliore di questi ballottaggi la sintetizza magistralmente il giornale Europa: “Il PD vince, dove non c’è il nuovo”. Ovviamente è un’iperbole giornalistica. Anche perché a Palermo Orlando diventa sindaco per la quarta volta. Altro che “usato sicuro”, nel caso palermitano si può parlare di “ritorno dei morti viventi”. Ma in Sicilia il PD molto probabilmente paga la sua scarsa chiarezza e l’appoggio ondivago alla giunta Lombardo. A Novembre si ritorna al voto: speriamo che finalmente ci possa essere la riscossa di un’isola tanto bella quanto travagliata. Non con i forconi, già dimenticati, ma con una politica sana e coraggiosa. Non conoscendo il territorio, non so se il PD ha le potenzialità per interpretare questa novità, ma lo spero vivamente, così come in tutto il Meridione, perché dove non arrivano i grillini c’è un astensionismo impressionante. Come dice Civati, uno dei “vuoti“, da riempire, perché, dopo la sbornia delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, ce ne stiamo di nuovo dimenticando un pezzo, quello sì più disastrato e indietro, ma con un potenziale ancora vastissimo.
Ribaltando le prospettive, nel Nord svuotato della Lega e della Destra, il centrosinistra riesce quasi a fare cappotto, conquistando vecchie roccaforti di destra come Monza, Como e altri importanti comuni. Un grazie va all’avversario che si è gonfiato di promesse fino a scoppiare, in un modo che ricorda molto quello di una bolla speculativa: investitori che puntano tutto sul niente, ottenendo facili guadagni sull’immediato, ma anche un disastroso crollo nel momento, inevitabile, dello scoppio della bolla, divenuta insostenibile.
Credo di essere intellettualmente onesto nel dire che è andata bene al Centro, rafforzando posizioni in Toscana che diventa sempre più monocolore. Ma c’è un ma, c’è un se. E si chiama Parma. Dire che hanno votato quelli di destra è un ritornello stantio. E’ stata votata la freschezza di un’offerta politica forse non migliore, ma sicuramente nuova.
Non una tragedia rispetto alle altre vittorie della tornata elettorale, ma sicuramente un segnale, il rafforzamento di quello che in tanti cerchiamo di dire dentro e fuori il partito: è tempo che il PD riconquisti la fiducia della grande massa di elettori indecisi, astenuti, incazzati. E lo può fare solo se evita uno stucchevole racconto di “quanto siamo stati bravi”, ma con atti estremi, di rottura, che anticipano i tempi politici. Come per esempio dare l’ultima mandata di rimborsi elettorali a sostegno dei terremotati in Emilia. Piccoli gesti che devono far percepire un salto in avanti.
Abbiamo vinto, ma c’è ugualmente da far emergere un nuovo Paese, la “prossima Italia” con idee e proposte dettate non da un interesse politico, ma dalla reale necessità di superare problemi ormai strutturati (es: superamento del dualismo nel lavoro, investimento su conoscenza e nuove politiche economiche di crescita).
Abbiamo vinto, se riusciamo a non ripetere gli errori del passato e non ci rinchiudiamo nelle nostre logiche troppo spesso “masturbatorie”, ovvero riflessioni e ragionamenti che interessano solo i nostri quadri dirigenti e non i cittadini tout court (mi riferisco ad esempio alle logorroiche discussioni sull’alleanze).
Abbiamo vinto, però non significa niente: la “partita” più importante, quella del 2013 è ancora apertissima. Come nel calcio, vincerà la squadra più in forma, che dimostrerà freschezza e fluidità. Buon pre-partita!

Ricostruire

Un terremoto di coscienze, un terremoto naturale. Questo fine settimana è stato segnato da eventi che in qualche modo ci hanno scosso profondamente. E’ iniziato con le bombe a Brindisi, con la folle illogicità di colpire qualcosa che nessuno prima d’ora aveva mai osato fare. Spiegare chi abbia potuto commettere questo gesto è rimasto il mistero di questi due giorni, con un fiorire di ipotesi, anche complottistiche, che non mancano mai nel tormentato immaginario italiano. Ferma la reazione della cittadinanza e delle istituzioni: moltissimi hanno risposto immediatamente con assemblee spontanee e manifestazioni di piazza, che hanno visto una grande partecipazione in tutta Italia. Raramente negli ultimi tempi si è vista nel nostro Paese una tale dimostrazione di unità e coesione e dispiace che succeda solo dopo momenti così tragici. Ma il potenziale emotivo dei fatti di Brindisi l’ho capito solo stamani, quando  sono andato a un liceo magistrale, insieme a un altro collega di consiglio comunale e all’assessore provinciale Santoni, per portare la “vicinanza” delle istituzioni ai ragazzi, coetanei di Melissa. Ascoltando e vedendo i ragazzi ho percepito un sincero turbamento, l’ansia procurata dalla preoccupazione, il bisogno di sentirsi confortati. Un duro bagno di realtà per chi magari riesce a metabolizzare meglio le violenze e le situazioni di crisi. In effetti per molti di loro può essere stato uno dei primi “assaggi” del rapporto conflittuale con il dolore, in uno scenario, quello della scuola, che molti percepiscono come seconda casa. Sicuramente avranno pensato ” e se succedesse a me?”, pensiero rafforzato dall’impossibilità attuale di dare una motivazione razionale al gesto. Per questo il mio unico consiglio ai ragazzi è stato quello di non avere paura, di sfruttare questo momento per ritrovare una unità perduta, di non permettere che questi atti di terrorismo si possano trasformare in un terrore perpetuo, che aumenta le angosce e priva delle emozioni positive che dovrebbero contraddistinguere la migliore delle età: quella adolescenziale, dove si forgia il futuro di una persona.
Nel frattempo compito delle istituzioni, delle famiglie, delle associazioni è quello di ricostruire. Ricostruire la quotidianità di un sereno ingresso nella scuola, ricostruire il sorriso nell’affrontare una giornata impegnativa di studio, ricostruire l’armonia di una ferma risposta comune contro ogni atto criminale. Ricostruire non solo a Mesagne, ma in tutta Italia, a partire dall’Emilia devastata dal terremoto, la speranza di un futuro più sereno e coraggioso.

#fantapolitica La storia di Alexander, professore in una Grecia uscita dall’Euro

Alexander è un professore greco. In un giorno delle prossime settimane si sveglia la mattina, prepara la colazione, accende il computer e apre la pagina web del suo giornale preferito. Una notizia campeggia a caratteri cubitali, in un drammatico rosso squillante: “si torna alla dracma, la Grecia è fuori dall’Euro”. Alexander è sconcertato, mai avrebbe creduto che l’Europa lasciasse scivolare via la Grecia, la culla della democrazia. Quando sentiva parlare di “salvare le radici dell’Europa” pensava si riferissero alla Grecia e non all’eterna lotta di un Occidente impaurito dall’avanzare dell’Est.
Alexander è stravolto, non sa cosa fare. Pensando a cosa potrà succedere con la svalutazione della dracma, corre alla propria banca per salvare i suoi pochi euro risparmiati e piazzarli altrove, ma trova una brutta sorpresa: il governo greco ha bloccato i prelievi per evitare una fuga di capitale. Impotente, completamente in balia degli eventi, Alexander vede scorrere gli eventi successivi senza poter fare niente. Il giorno dopo il ritorno della dracma c’è subito una forte svalutazione della moneta (40-70%) che abbassa drasticamente il valore dei suoi risparmi. Addio viaggi fuori dalla Grecia, troppo care le altre monete. Ma soprattutto addio alle merci estere. Con i prezzi saliti alle stelle e l’inflazione che galoppa verso il 20%, diventa proibitivo mangiare la carne, bere un caffè, scegliere la verdura. Il mutuo per la sua piccola casa diventa inaffrontabile, perché è stato contratto in euro, mentre il suo stipendio è nella svalutata dracma. Alexander deve quindi dire addio alla casa di proprietà, è tempo di trovare un altro alloggio in affitto. Di prestiti non se ne parla, le banche boccheggiano e non hanno più soldi nemmeno loro.
Riguardando a fine mese il suo già ridotto stipendio vede che le tasse sono aumentate. Ma come? Eh già caro Alexander, la Grecia non ha più accesso ai mercati ed è costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate tramite imposizione fiscale. Eppure Alexander, stimato professore di filosofia, pensava di essere al sicuro avendo trovato posto nel pubblico. Invece ecco la cruda verità: addio ceto medio, benvenuta povertà. Ma non è il solo. L’addio all’euro costerà carissimo a tutti i greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno.
Ma non sarà solo Alexander a pagare, anche Mario e José, suoi colleghi accademici, si ritroveranno coinvolti nel vortice: italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio di Atene.
La breve storia di Alexander è solo un possibile scenario (dati presi da questo articolo) dell’apocalisse politica-economica conseguente all’arrivederci della Grecia.
Un racconto possibile, che coinvolge anche noi, dato che una forza che sta riscuotendo un grande successo in Italia (il movimento di Beppe Grillo), ha nel suo programma l’uscita dalla moneta unica.
Ecco, quando esprimete le vostre simpatie per Grillo&Co pensate alle centinaia di migliaia di Alexander che realmente troverebbero la catastrofe umana e sociale in uno scenario post-euro.
Occhio a seguire gli slogan, ci abbiamo rimesso venti anni.