Ero a Roma alle 21.42 di Sabato. Ho festeggiato insieme a tanti altri la fine di un governo politicamente, socialmente, economicamente e umanamente disastroso. È finita come era iniziata, con un videomessaggio. Già la politica fatta in televisione. Buffo, Berlusconi entra in politica per portarci dentro il mondo economico, per poi venire cacciato dagli stessi mercati che avevano fatto la sua fortuna personale. It’s the economy, stupid. Adesso, passata la sbornia del dolce weekend, resta un po’ di amaro in bocca. E ora?
Non cambia niente. C’è da costruire l’unica cosa che avrebbe sconfitto Berlusconi: la politica. Perchè l’analisi drammaticamente più pungente e veritiera è: bastava non votarlo. Voglio vedere ora se, tolto l’enorme masso che ci ostruiva l’orizzonte e la strada, possiamo riprendere il cammino.
Per ora mi sento così: “oddio è iniziata la rivoluzione e io non ho niente da mettermi”
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Violentocrazia – Storia di un giorno di ordinaria follia a Roma
Un clima di delusione e sconforto regnava a Colle Oppio, rifugio dei manifestanti in fuga, mentre pochi metri più in là, verso Piazza San Giovanni, stava scoppiando la guerriglia. Cosa stava succedendo si poteva intuire: avete presente i rumori di sottofondo che si sentono durante i servizi negli scenari di guerra? Scoppi, sirene, urla. Esattamente gli stessi che si potevano udire nella Capitale. Roma come Baghdad, Tripoli, Kabul. Non doveva finire così. Ma come siamo arrivati a questo?
Eppure tutto era iniziato nel migliore dei modi. Un sole fuori stagione si rifletteva negli occhiali da sole dei molti giovani (e meno giovani) accorsi a Roma per unirsi alla Prima Protesta Globale, in contemporanea con altre 800 città. 300mila persone, indignate ma sorridenti, consapevoli della necessità di un cambiamento, anche piccolo, negli ingranaggi dell’economia e della democrazia. 300mila persone, un numero considerevole se consideriamo che nelle altre città il totale dei manifestanti si riduceva a poche migliaia: a New York la “famosa” Occupy Wall Street ha visto la partecipazione di 6mila persone, a Francoforte 3mila, in Giappone poche centinaia. Numeri nettamente inferiori rispetto alla protesta italiana. Nel nostro paese la piazza attira, piace, è un altro momento sociale. Muoversi insieme in tanti contro l’immobilismo dei pochi della classe dirigente.
Con questo spirito è partito il corteo. Precari, studenti, disoccupati, semplici cittadini. Per la maggioranza giovani, uniti globalmente dal fatto di essere in difficoltà, con un futuro incerto, con disuguaglianze sempre più vistose. E’ stato visto come un corteo di parte, di sinistra. Se sinistra vuol dire ancora lotta alle ingiustizie, allora sì, era un corteo di sinistra, della quale abbiamo però un disperato bisogno, oggi più che mai. C’erano le bandiere storiche, la falce col martello, quella di Rifondazione, aggrappati al disperato tentativo di restare al passo con i tempi, come se le loro idee fossero ancora valide. La stagione degli -ismo è finita, ne rimane solo uno, il capitalismo, ma sembra in evidente difficoltà. Equità chiedono i manifestanti, declinata in molti modi: redistribuzione della ricchezza, accesso alla conoscenza e fine dei privilegi. Eccolo un programma politico per il futuro. Il resto sono solo nostalgie e malinconie, sintetizzate con un cartello: “doveva essere una manifestazione apartitica, ve ne siete impadroniti con le vostre bandiere antiche”. Apolitici vogliono essere i manifestanti, contro tutti i partiti, spesso considerati uguali e collusi col “potere”.
Mentre scendo per una Via Cavour affollata all’estremo, incrocio la parte del corteo degli studenti, che marciano compatti dietro “scudi di polistirolo” con sopra scritti i titoli più significativi della letteratura passata e recente. Classici contro l’ignoranza. Già visto, ma sempre piacevole. Ci sono gli inevitabili carri che sparano musica, alimentando il clima di festa. Su uno di questi si trova Frankie Hi-nrg, che canta rappando le sue canzoni di denuncia. Ogni tanto vengo pervaso da un acre odore di erba. Ovunque i manifestanti fanno a gara per il cartello più ironico. Sorrisi, musica e risate. D’altra parte protesta fa rima con festa, e non è male vederla così.
Eppure scendendo il corteo per avvicinarsi al Colosseo, ecco che l’allegra sinfonia si guasta e iniziano le prime stonature. Cosa ci fanno quei ragazzi con i caschi? Non faccio in tempo a girarmi che vengo spintonato da un gruppo di incappucciati, che si fa largo con fare spedito e minaccioso. Appena la folla li vede iniziano gli insulti e le richieste di andarsene. Un unico coro, scandito dalle parole “Buffoni”, “Fascisti”, “Andatevene”. Gli incappucciati, molto giovani in effetti, salutano alzando il dito medio e proseguono la loro marcia. Chi erano? Cosa ci facevano? Erano solo quelli? Purtroppo a breve avrei conosciuto la drammatica risposta.
Il rumore degli elicotteri accompagna la manifestazione, ma è un suono al quale siamo ormai abituati durante i cortei. Quello che non mi aspettavo è l’odore pungente di bruciato. Cerco di capirne la direzione e trovo la scheletrica carcassa grigia di un SUV, dato alle fiamme poco tempo prima. Purtroppo non sarebbe stata l’unica. Una Mercedes presa a mazzate e contenitori dell’immondizia bruciati non fanno presagire niente di buono.
E le banche? Nessuna pietà. Una filiale di una banca a me sconosciuta ha le vetrine in frantumi. Gli scontri dei giorni precedenti erano solo l’ “anteprima”. Più vado avanti più il corteo è meno compatto, qualcosa non quadra. Fino a quando, tagliando per una via parallela, cerco di raggiungere in fretta Piazza San Giovanni per capire meglio cosa sta succedendo. C’è tensione. Purtroppo appena arrivato al Colosseo tutte le mie preoccupazioni hanno una risposta. Fumata nera. Avete presente quando muore un Papa e si riunisce il conclave per scegliere il successore? Se non trovano l’accordo il popolo ne viene informato tramite una “fumata nera”, che genera delusione tra chi era accorso per sentire e acclamare chi avrebbe portato nuove parole e nuove speranze.
La stessa delusione di chi, arrivato al Colosseo, ha visto un enorme fumo nero provenire da Piazza San Giovanni e capisce che la protesta è finita. La civiltà lascia spazio all’inciviltà, la democrazia alla violenza, i sogni agli incubi. Seguono scene di panico, manifestanti che non sanno dove andare e si rifugiano in alto, come faceva la popolazione assediata, persone che scappano, ragazzi che piangono, rumori di guerriglia, odore di lacrimogeni. E’ decisamente finita. Il resto è la triste storia che sappiamo.
Inizia il valzer delle responsabilità, il solito gioco politico dello scaricabarile, condito dalla solita violenza verbale che contraddistingue l’atmosfera italiana da molti anni a questa parte. E’ colpa dei manifestanti, dei poliziotti, di Berlusconi, della sinistra, degli studenti, dei servizi segreti. E’ la sfera pubblica italiana, bellezza: se dividiamo i colpevoli, sarà difficile individuarli.
Resta il fatto che sapevamo di vivere un momento molto teso, alimentato dalla rissosa arena politica, e non si è fatto niente per prevenire. C’è stata una sbagliata valutazione? Un intelligence fallace? Un’organizzazione superficiale? Non lo so, e difficilmente sapremo qualcosa, lasciandoci ancora una volta con l’amaro in bocca e l’odore dei lacrimogeni nel naso, generando ancora più sfiducia e alimentando teorie complottistiche che non fanno bene alla tenuta democratica del Paese.
L’Italia si mostra al Mondo ancora per le sue contraddizioni: un paese con un civismo straordinario, con qualità strabilianti, con una voglia folle di cambiare, ma che rimane fermo per colpa di pochi. l’1% tiene ancora in scacco il rimanente 99%. L’Italia, l’unico paese dove comanda la violenza, verbale e fisica, e la democrazia è relegata alle sole elezioni.
Hanno ucciso l’indignazione, hanno reso muto chi chiedeva più giustizia, hanno assordato chi doveva ascoltare. Non devono passarla liscia. La politica ora deve farsi carico delle istanze e delle richieste portate avanti dai manifestanti. Solo così riusciremo a ridare un minimo di fiducia, una speranza di futuro. Solo così potremo ripartire. Solo così potremo finalmente uscire dal governo della violenza.
Attenzione! Post a rete unificata (#noleggebavaglio)
Settimana prossima sarà in discussione alla Camera il decreto legge sulle intercettazioni. Fra 15 giorni quello sullo sviluppo. Possiamo intuire le priorità del Governo e del Parlamento.
Il ddl intercettazione contiene un comma che potrebbe “ammazzare i blog” (leggere più sotto perchè). Valigia Blu e altri allora lanciano un forte appello alla rete a “post unificati”, ovvero cercare di informare il più possibile attraverso la rete sul perché è necessario muoversi e attivarsi contro la “legge bavaglio”, utilizzando lo stesso post per tutti, in modo da evitare dispersione o confusione. “Conoscere per deliberare”, diceva Luigi Einaudi, ma anche “conoscere per protestare”. Qua tutti i post
Aggiungo una postilla di Civati, che condivido in pieno: “quando inizieremo, in questo disastrato Paese, a considerare la rete una straordinaria opportunità e a legiferare di conseguenza? Quando ci decideremo a tutelare la libertà di espressione, gli autori e i fruitori dei contenuti del web? Quando usciremo dal#tunnelberlusconi?” Aggiungo io: “ORA”
Ecco il testo unico:
Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma ammazzablog?
La storia si ripete. Nerone vs Berlusconi
Ci sono tante fantastiche leggende sulla vita di Nerone. Una delle più suggestive è quella dell’imperatore che, mentre Roma va a fuoco, cerca il punto più alto della città e si mette a suonare la lira, estasiato da quell’immagine di orrore e violenza.
Nouriel Roubini, docente ed economista turco, professore di economia alla New York University è chiamato anche MR.Doom, ovvero Mister Apocalisse, perchè aveva previsto qualche anno prima la crisi finanziaria che è scoppiata nel globo. Non gli avevano dato credito allora, accusandolo di pessimismo e allarmismo. Già. Ha un canale twitter molto seguito e pochi giorni fa ha scritto una serie di passaggi sull’Italia che in pochi caratteri raccontano la caduta e il declino del nostro Paese.
“Italy’s crisis is one of confidence as much as fundamentals. Markets lost faith in the credibility of Italy’s government leader, Berlusconi” Questo è il più scontato, credo l’abbiano capito in molti ormai. L’Italia ha perso credibilità nei mercati internazionali per colpa di Berlusconi e del suo governo, troppo rissoso e inconcludente durante i giorni neri del tracollo di Piazza Affari.
“In all EZ crisis countries government change: Greece, Ireland, Portugal; in Spain elections/change coming. The only one stalling is Italy”. Un’altra anomalia italiana: durante la crisi dell’Eurozona in Grecia, Irlanda e Portogallo i governi sono cambiati, per dare spazio al popolo, in modo che decida chi deve affrontare la crisi, se continuare con quelli che hanno condotto gli Stati vicino al fallimento o dare la responsabilità ad altri. In Spagna Zapatero ha convocato le elezioni in anticipo rispetto alla naturale scadenza, dato che ormai non aveva più le condizioni politiche per andare avanti. L’anomalia italiana è sempre più evidente: non è bastato il balletto sulla manovra, diventata la barzelletta dell’Europa per via dei suoi cambi repentini e giornalieri, un suicidio politico-economico di fronte ai mercati. Non è bastata la prova di una maggioranza rissosa e litigiosa, incapace di essere responsabili di fronte alla tempesta. Anche dopo l’emanazione dell’ultima bozza, i mercati hanno reagito male, puntando ormai sul fallimento della nostra economia.
E qui viene l’ultimo tweet, il più bello e drammaticamente vero. “Berlusconi, as Nero who fiddled while Rome burned, refuses 2 go. He’d rather see Italy burn rather than exit gracefully 2 let others save it” Berlusconi, come Nerone suonava mentre Roma bruciava, rifiuta di andare. Preferisce vedere l’Italia bruciare piuttosto che uscire e lasciare che siano altri a salvarla. E qui la commedia della manovra si trasforma in tragedia. Un governo che ha perso ancora di più credibilità internazionale, diviso su tutto, rimane sempre lì, su quelle poltrone. Berlusconi sa benissimo che lasciare ora significherebbe la sua fine politica e preferisce affondare tutti insieme. Mal comune mezzo gaudio, al massimo lui si consola con i suoi miliardi di euro.
La tempesta è ancora in atto. La situazione drammatica. La manovra in discussione ora in Parlamento potrebbe non bastare più fra poche settimane, costringendoci a un’altra manovra di lacrime e sangue a breve. O magari non ne avremo il tempo, imprigionati in un vortice dal quale è quasi impossibile uscire.
Nerone, ormai accecato dalla sua stessa tracotanza, dal delirio di onnipotenza, dal lusso sfrenato nel quale viveva, reprimeva e denigrava i suoi oppositori. Arrivato al limite della sopportazione, il Senato lo depose, consapevole della necessità di un nuovo imperatore.
La storia si ripete. Speriamo fino in fondo.
Immaginatevi il futuro
Immaginatevi migliaia di persone in strada,
con cartelli e bandiere di tutti i colori,
una nuova Liberazione, uniti dalla voglia di cambiare.
Immaginatevi la manifestazione dell’11 Dicembre moltiplicata per 100,
militanti dell’IDV che vanno a braccetto con quelli dell’UDC,
simpatizzanti di Ferrero accanto a sostenitori di Vendola,
senza bandiere politiche, scandendo la propria indignazione verso un governo paralizzato
Immaginatevi il viola mescolato all’arancio,
il blu impastato con il rosso,
il verde schiarito con il bianco,
un arcobaleno fatto di persone ed emozioni.
Immaginatevi gli operai, i terremotati, le donne,
gli studenti universitari, i disoccupati,
le forze di polizia, gli insegnanti, i gay,
e tutti quelli ai quali è stato negato il futuro gridare forte “Basta. E’ ora di farla finita”
Immaginatevi molti amici ritrovati nel corteo,
persone non più diffidenti tra loro,
ricche di passione, pronte a dare senza chiedere nulla in cambio.
Immaginatevi milioni di bandiere italiane sventolare ovunque,
in strada, sui terrazzi, sui lampioni, sulle macchine,
simbolo dell’amore per la nostra nazione e del dispiacere nel vederla così insultata,infangata, stuprata
proprio in quest’anno così speciale.
Immaginatevi di condividere lo stesso sogno con molti altri ,
quello di un paese normale, che va oltre i difetti che si porta dietro da anni,
che si ricorda dei grandi eroi e delle esemplari figure politiche del passato,
di chi ha lottato per la Resistenza e ha provato a darci un futuro migliore.
Immaginatevi un popolo che ha capito che un giorno senza sorriso è un giorno perso,
che si renda conto che l’Italia non è più una repubblica televisiva basata sull’impunità dei pochi,
che l’arroganza e la prepotenza sono segnali di debolezza,
che le passioni non muoiono mai,
che è arrivato il momento della riscossa, non dello sconforto,
che c’è spazio per tutti…perchè uniti si può fare tutto.
Immaginatevi una folla arrabbiata ma civile,
lottare per il lavoro, l’onestà, la serietà,
le regole e i diritti per tutti,l’uguaglianza e l’integrazione,
la dignità e l’etica, la giustizia e l’equità.
Immaginatevi un esercito pacifico pronto a “invadere” le strade,
agenti attivi del cambiamento, rivoluzionari dolci,
orgogliosi di partecipare insieme alla rinascita di una nuova Italia,
Immaginatevi il suono di milioni di persone che all’unisono chiedono solo una cosa:”DIMISSIONI”.
Non solo per gli scandali privati, ma per aver violentato l’Italia e la sua Costituzione,
per averci rubato il futuro, per averci condannato all’intolleranza,
per aver trasformato il sogno in incubo, per aver scambiato il Parlamento per un reality show,
per averci fatto sparire dal palcoscenico internazionale, per aver privilegiato i furbi e i disonesti.
Per averci fatto vergognare di essere italiani.
Immaginatevi tutto questo e poi dimenticatevelo subito,
dopotutto domani è un altro giorno,
dopotutto domani torneremo nuovamente a litigare.
Cazzate preventive
Il capogruppo dei senatori, Maurizio Gasparri, deve aver visto Minority Report, un film fantascientifico tratta da un romanzo di Philip Dick. Purtroppo credo che l’abbia scambiato per una fiction. Infatti nel film diretto da Spielberg la città di Washington ha cancellato gli omicidi grazie a un sistema chiamato “precrimine”. Basandosi sulle premonizioni di tre individui dotati di poteri extrasensoriali di precognizione amplificati, detti precog, la polizia riesce a impedire gli omicidi prima che essi avvengano e ad arrestare i “colpevoli”. In questo modo non viene punito il fatto (che non avviene), bensì l’intenzione di compierlo e che porterebbe a concretizzarlo. Ovviamente potrete immaginare chi può identificare al meglio questi ” individui dotati di superpoteri”.
L’idea è interessante, ma può essere sviluppata meglio. Non sarebbe favoloso prevenire la nascita di alcune persone, arrestando una coppia che sta per compiere un atto impuro, preludio alla nascita di un pericoloso disturbatore.
Non sarebbe magnifico aver avuto la possibilità nel lontano 18 Luglio 1956 di fermare Domenico Gasparri e Iole Siani, offrirgli una cena nel migliore ristorante di Roma per fermarli dal concepimento del piccolo Maurizio.
Non sarebbe mitico tornare indietro fino al 19 Settembre 1941 e regalare un biglietto del cinema a Ambrogio Bossi e Valentina Mauri, osservandoli a vista per evitare la nascita del piccolo Umberto.
Non sarebbe straordinario se la notte del 29 Settembre 1936 ( e qui quoto la bellissima “poesia ” di Benigni) avessimo potuto dare un consiglio a Mamma Rosa, concependo Silvio, avesse dato ad un uomo di Milano, invece della topa il deretano, l’avrebbe preso in culo quella sera,
Ma purtroppo non è così. Lasciamo stare la fantascienza. C’è una situazione calda da gestire e se non vogliamo che degeneri i primi a dare l’esempio devono essere i politici, soprattutto chi ha responsabilità di governo e di maggioranza.
Per evitare le violenze bisogna prevenire le cazzate. COme quella che ha detto Gasparri.
E lo spettacolo continua….
Il finale è stato previdibile e noioso. L’epilogo ci ha lasciato l’amaro in bocca, abbiamo scoperto che ci sarà un seguito. Chissà se ci saranno gli stessi sceneggiatori e gli stessi protagonisti.
Alla fine di questo primo atto abbiamo assistito alla morte di uno degli attori principali, che non è riuscito a dimostrare la coerenza del suo gruppo, perdendo irrimediabilmente una buona fetta di credibilità. Ci sarà una resurrezione nel secondo atto?
Un finale che ha visto Berlusconi trionfatore, grazie a quel manipolo di attorucoli, denominati “responsabili nazionali”, che hanno voluto aumentare la suspance, aspettando la seconda chiamata prima di palesare il tradimento, novelli Jago di shakesperiana memoria, destinati a lasciare la scena nei prossimi atti, magari non nel secondo , ma sicuramente in quelli successivi. Ma non vi preoccupate per loro, il cachet pagato è stato molto alto.
E ora? Il seguito ci sarà tra poco, l’intervallo si riduce a una pausa caffè, uno stop per andare in bagno. B., da buon protagonista, ci regalerà diversi colpi di scena, che terranno nuovamente il pubblico sospeso.
Il partito democratico, fino ad adesso illustre comprimario, può riacquistare il palco, le luci, l’attenzione lasciati da uno dei due attori principali, prendendosi lo spazio nella scena, incalzando B. sull’inadeguatezza del governo e sulla necessità di andare alle urne, esattamente come fece l’attuale protagonista durante la legislatura Prodi, convincendo il pubblico dell’impossibilità di andare avanti senza un copione e un cast chiaro.
Come in un’opera lirica bisogna strillare il fallimento di questo governo, prospettando un nuovo spettacolo, più dignitoso, più autorevole, di qualità.
La farsa di ieri non si deve trasformare in tragedia.
“Pensavano fossero clandestini”. Maroni e la necessità di sparare
Le navi di Gheddafi sparano raffiche di mitragliatore a un motopeschereccio italiano in acque internazionali. Il capitano dice “abbiamo rischiato parecchio, sia di venire ammazzati che di venire incarcerati nelle tremende prigioni libiche”. D’altra parte sono queste le regole d’ingaggio delle navi di Gheddafi. Prima sparare, poi verificare. Il ministo Maroni minimizza: “Io – spiega – immagino che abbiano scambiato il peschereccio per una nave che trasportava clandestini. Ma con l’inchiesta verificheremo ciò che è accaduto”.
Quello che mi ha sconvolto è la naturalezza con la quale un ministro della Repubblica afferma che “pensavano fossero clandestini”, come se fosse lecito e normale uccidere i disperati che tentano la traversata, in contrasto con ogni norma internazionale per il rispetto dei diritti umani. Un linguaggio violento e terrificante che ormai serpeggia nella politica creando danni socio-culturali enormi. Qualcosa che dovrebbe far rabbrividire ogni persona dotata di minima sensibilità. Ma la colpa è solo della Libia?
Dice Vingenzo Nigro: E’ l’Italia che sta lasciando finire fuori strada il rapporto con la Libia per la sua incapacità di gestire un leader e un governo che sono quello che tutti sappiamo essere. Le relazioni con la Libia non possono essere affidate soltanto ai gesti di teatro di Gheddafi e Berlusconi, andrebbero implementate ogni giorno con un’azione politica e amministrativa seria e rigorosa. Evidentemente le “intendenze” o sono incapaci oppure non hanno ricevuto direttive adeguate. O forse tutt’e due le cose insieme.
Non so se gli sbarchi sono davvero diminuiti, ma vale la pena ricordare come “i pericolosi clandestini” da respingere rappresentano una quota minima del fenomeno dell’immigrazione, tra il 5 e il 10% (e forse le stime sono anche gonfiate). Quello che mi preoccupa come uomo, come cittadino del mondo, è capire che fine hanno fatto questi ” pericolosi clandestini”; se vengono segregati nelle galere libiche, se vedono la loro barca affondata da una motovedetta di Gheddafi regalata dagli italiani, se vanno incontro a realtà peggiori di quelle dalle quali sono fuggiti. Come la drammatica fine di questi “pericolosi clandestini”:
Verso il congresso pisano: alla ricerca della passione perduta, riscoprendo i “veri” problemi
Un agosto contrassegnato dalla politica-pettegolezzo con i giornali e le televisioni ridotte a pallidi cloni di Novella 2000 e Verissimo, sempre pronti a esaltare il “lato oscuro” del personaggio al centro delle momentanee attenzioni.
Dopo 4 mesi non abbiamo un Ministro dello Sviluppo Economico, mentre la ripresa tanto acclamata da Berlusconi si è rilevata più difficile del previsto, almeno in Italia. Con più di 200 tavoli di crisi aperti e le fabbriche che chiudono o si trasferiscono all’estero, il quadro è desolante.
Siamo l’unico paese a chiamare con il nome di riforma i “tagli” pesanti e senza logica alla scuola, così sprecisi e violenti che sembrano fatti non con l’accetta, ma con la motosega. 22000 docenti perderanno il posto di lavoro per quello che è stato già definito come “il più grande licenziamento pubblico di tutti i tempi”. Anche a Pisa assistiamo a questo “festival“ dei tagli che ha portato a formare classi con un sovrannumero di studenti come nel caso delle Medie Gamerra e Tongiorgi, e alla soppressione di alcuni corsi serali che hanno portato a gesti estremi di protesta come lo sciopero della fame.
Abbiamo “scoperto” di avere una disoccupazione giovanile superiore alla media europea: un giovane su 4 è disoccupato.Tutti i rischi sociali – come perdere il lavoro, non avere alcun aiuto dello Stato, avere una paga da fame, probabilmente non avere una pensione o averla sotto la soglia di povertà, non ricevere formazione – sono tutti sulle spalle dei giovani.
Un paese che non investe su lavoro, formazione e giovani è un paese condannato a sparire, a morire.
La legge bavaglio esiste già – il dramma degli eritrei
E’ un silenzio assordante quello che vuole spezzare l’Unità con la sua denuncia. Nella nostra “amica” Libia, dove Gheddafi e Berlusconi vanno sempre a braccetto, si stanno perdendo le tracce di 300 persone, eritrei fuggiti dalla desolazione e dalle violenze, per approdare nelle stesse condizioni di miseria, cacciati da un paese che non li vuole. Tutti arrestati sulla rotta per l’Italia, chi respinto in mare nell’ultimo anno e chi fermato nelle retate della polizia libica a Tripoli. Ma non è un problema attuale: “Grazie a Fortress Europe sappiamo, ad esempio, del massacro di Benghazi. Attraverso foto scattate con un cellulare, e sfuggite alla censura, Del Grande ha svelato come la polizia libica ha ucciso sei rifugiati somali a Ganfuda. E sempre grazie a Fortress Europe si è saputo che erano eritrei i passeggeri dell’imbarcazione respinta al largo di Lampedusa il primo luglio di un anno fa”
L’”emergenza Lampedusa” così cara ai leghisti e ai partiti di governo, è finita. Ma a quale prezzo? Un prezzo troppo alto: la morte di centinaia di uomini e donne.
I conti sono semplici: dal 2008 al 2009 le domande d’asilo – che per la metà venivano accolte – si sono dimezzate (da 15.000 a 8000). E il calo continua nel 2010. C’è la sicurezza statistica che alcune migliaia di perseguitati non hanno potuto raggiungere le coste italiane e salvarsi. Alcune migliaia di persone. Una briciola rispetto agli ingressi illegali che infatti, via terra, continuano massicci. I respingimenti hanno bloccato solo i disperati che fuggivano da dittature feroci e dalle guerre.
Stiamo assistendo inerti a un crimine contro l’umanità, con gli organi di informazione troppo occupati a preoccuparsi di Brancher e dei dissidi con i finiani. Spezziamo questo silenzio e chiediamo a Berlusconi, in virtù della sua amicizia con il dittatore Gheddafi, di esigere spiegazioni sulla sorte dei rifugiati eritrei. Perchè non si può “semplicemente” sparire, perchè ci si deve ancora indignare, perchè non possiamo tacere di fronte alle violenze.