Il gol in notturna di Mario. Mario Monti.

In molti abbiamo festeggiato la vittoria sulla Germania, facendo riesplodere quella gioia che ci unisce purtroppo solo in occasione di vittorie sportive. Ma nella notte un altro gol, molto più importante è stato segnato da un altro Mario, il Presidente del Consiglio italiano, che, prendendo in contropiede la tedesca Merkel, passa all’offensiva per ottenere la vittoria al Consiglio Europeo di questi giorni.
E porta a casa un risultato importante nei tempi supplementari: un accordo per fare in modo che il fondo salva-stati dell’Unione (Esm) intervenga in maniera automatica nel caso in cui gli spread di una nazione virtuosa superino una determinata soglia ancora da stabilire. Un modo per aiutare chi ha già dato tanto per avere i conti in ordine e continua a subire le irrequietezze del mercato.
Ma questa vittoria segna il cambiamento di percezione dell’Italia. Così come la squadra di Prandelli ha stupito per la sua grinta e la sua scarsa storica propensione alla difesa, anche Monti ha abbandonato il catenaccio, giocando una partita all’attacco che ha trascinato da leader la squadra dei paesi in difficoltà, compresa la Spagna, avversaria di domenica, ma alleata nelle scelte europee.
Come scrive Repubblica: “Sul piano tecnico ottiene che lo scudo scatti dopo la firma di un apposito memorandum con Bruxelles, ma senza obblighi di riforme lacrime e sangue in stile Grecia monitorate dalla famigerata troika Ue-Bce-Fmi”.
Ora è fin troppo facile abusare del parallelismo Mario Balotelli – Mario Monti, però se il futuro del nostro Paese sarà meno oscuro lo dobbiamo anche a questo goal fatto in notturna, un motivo in più per festeggiare qualcosa di importante. Ma, come ieri, abbiamo vinto solo una partita. Arrivare al risultato finale, un’Europa più forte e unita, richiederà ancora tanti faticosi successi. Nel frattempo, accontentiamoci di goderci una straordinaria finale sportiva, impensata fino a qualche settimana fa. A volte bisognerebbe solamente crederci di più. Any sense.

Gli Europei hanno scelto l’#Europa, i governi faranno altrettanto?

Il referendum sul fiscal compact in Irlanda, la vittoria dei socialisti in Francia, il successo del partito pro-euro greco. Possiamo aggiungere l’ottimo risultato del partito Spd, antagonista della Merkel, nelle ultime elezioni regionali tedesche.
In un mese la maggior parte degli Europei ha dimostrato di volere fortemente l’Europa.
Adesso saranno capaci i leader dei singoli Stati di interpretare il volere comune e finalmente rilanciare un’idea più forte e incisiva di Unione Europea?
Le prossime settimane sono decisive.
Grandi finanziamenti per infrastrutture pubbliche, unione bancaria, politiche contro la disoccupazione, meno austerity per i paesi più indebitati.
Doveva essere fatto ieri, possiamo farlo ancora oggi, se i più contrari a questo piano (Merkel) si ammorbidiscono di fronte a questa serie di vittorie per l’Europa.
Altrimenti non si capisce perché non avremmo dovuto tifare la sinistra radicale di Syriza, che proponeva un altro tipo di rapporto con l’Europa.
Cari leader, gli elettori si sono espressi. Tocca a voi dare seguito alle loro e alle nostre grandi aspettative di rinascita.

E se l’#Europa fosse un condominio?

Uno degli appuntamenti che più non sopporto è la riunione di condominio, dove spesso prevalgono gli egoismi più biechi e gli interessi più particolari. Uno sfogatoio delle frustrazioni accumulate durante le settimane, che esplodono in una stanzina e che alimentano rancore e insofferenza. Ma se uno ha la pazienza di sopportare l’ascolto di sterili lamentele arriva il momento che zittisce tutti: il voto. Come funziona? Una testa, un voto e si decide a maggioranza? No, assolutamente. Ad ogni unità immobiliare viene assegnato un valore millesimale che rappresenta la quota di comproprietà delle parti comuni.I valori millesimali hanno una duplice valenza:1) stabiliscono le maggioranze per la regolare costituzione dell’assemblee condominiale e la validità delle deliberazioni assunte 2)ripartiscono le spese comuni tra i condomini. Ovvero più hai la fortuna di avere un grande appartamento, più paghi, ma hai anche un maggiore peso nelle decisioni.

Il Consiglio d’Europa, composto dai capi di Stato, assomiglia un po’ a una riunione di condominio. I leader dei paesi europei si ritrovano in una stanzina (anche se di maggior pregio) e si lamentano dei loro problemi, arroccandosi su posizioni nazionalistiche, puntando il dito contro chi concepisce il condominio-Europa in modo diverso da loro. Ma la differenza è che non si vota, non c’è un amministratore di condominio che guida e giustifica le scelte, facendo spesso diventare queste riunioni un inutile e noioso “party” fra grandi.
Se invece si prendessero decisioni sul modello delle assemblee di condominio, dove non ci sono né veti né minacce, si potrebbe finalmente ottenere qualcosa che vada nella direzione voluta da tutto il condominioo-Europa, invece di quella desiderata da un solo appartamento, pur bello e grande che sia.
Si eviterebbe una situazione come quella che stiamo vivendo: da una parte Italia, Francia, Spagna che chiedono alla Germania di non pensare solo alla “rimbiancatura delle pareti”, ma anche alla costruzione di nuove fondamenta per rendere il palazzo più stabile e sicuro da eventuali terremoti. Certo costerebbe di più, ma poi ogni appartamento-Stato avrebbe un valore maggiore e tutto il condominio ne trarrebbe beneficio. Ma la testardaggine della Germania e l’insipido “regolamento condominiale” europeo non permettono la messa in atto di una volontà comune.
Riusciremo a salvare lo sgabuzzino-Grecia, che se pur piccolo, rischia di far crollare tutto il condominio, con enormi danni per tutti? Dobbiamo per forza rompere un vetro con un pallone per farci sentire?

#fantapolitica La storia di Alexander, professore in una Grecia uscita dall’Euro

Alexander è un professore greco. In un giorno delle prossime settimane si sveglia la mattina, prepara la colazione, accende il computer e apre la pagina web del suo giornale preferito. Una notizia campeggia a caratteri cubitali, in un drammatico rosso squillante: “si torna alla dracma, la Grecia è fuori dall’Euro”. Alexander è sconcertato, mai avrebbe creduto che l’Europa lasciasse scivolare via la Grecia, la culla della democrazia. Quando sentiva parlare di “salvare le radici dell’Europa” pensava si riferissero alla Grecia e non all’eterna lotta di un Occidente impaurito dall’avanzare dell’Est.
Alexander è stravolto, non sa cosa fare. Pensando a cosa potrà succedere con la svalutazione della dracma, corre alla propria banca per salvare i suoi pochi euro risparmiati e piazzarli altrove, ma trova una brutta sorpresa: il governo greco ha bloccato i prelievi per evitare una fuga di capitale. Impotente, completamente in balia degli eventi, Alexander vede scorrere gli eventi successivi senza poter fare niente. Il giorno dopo il ritorno della dracma c’è subito una forte svalutazione della moneta (40-70%) che abbassa drasticamente il valore dei suoi risparmi. Addio viaggi fuori dalla Grecia, troppo care le altre monete. Ma soprattutto addio alle merci estere. Con i prezzi saliti alle stelle e l’inflazione che galoppa verso il 20%, diventa proibitivo mangiare la carne, bere un caffè, scegliere la verdura. Il mutuo per la sua piccola casa diventa inaffrontabile, perché è stato contratto in euro, mentre il suo stipendio è nella svalutata dracma. Alexander deve quindi dire addio alla casa di proprietà, è tempo di trovare un altro alloggio in affitto. Di prestiti non se ne parla, le banche boccheggiano e non hanno più soldi nemmeno loro.
Riguardando a fine mese il suo già ridotto stipendio vede che le tasse sono aumentate. Ma come? Eh già caro Alexander, la Grecia non ha più accesso ai mercati ed è costretta a finanziare le sue uscite (stipendi e pensioni) solo con le entrate tramite imposizione fiscale. Eppure Alexander, stimato professore di filosofia, pensava di essere al sicuro avendo trovato posto nel pubblico. Invece ecco la cruda verità: addio ceto medio, benvenuta povertà. Ma non è il solo. L’addio all’euro costerà carissimo a tutti i greci: il Prodotto interno lordo, calcolano alcune proiezioni informali del Tesoro, potrebbe crollare del 20 per cento in un anno.
Ma non sarà solo Alexander a pagare, anche Mario e José, suoi colleghi accademici, si ritroveranno coinvolti nel vortice: italiani e spagnoli, ha calcolato Ubs un anno fa, pagherebbero tra i 9.500 e gli 11.500 euro a testa all’anno per l’addio di Atene.
La breve storia di Alexander è solo un possibile scenario (dati presi da questo articolo) dell’apocalisse politica-economica conseguente all’arrivederci della Grecia.
Un racconto possibile, che coinvolge anche noi, dato che una forza che sta riscuotendo un grande successo in Italia (il movimento di Beppe Grillo), ha nel suo programma l’uscita dalla moneta unica.
Ecco, quando esprimete le vostre simpatie per Grillo&Co pensate alle centinaia di migliaia di Alexander che realmente troverebbero la catastrofe umana e sociale in uno scenario post-euro.
Occhio a seguire gli slogan, ci abbiamo rimesso venti anni.

Keynes è morto nuovamente?

In settimana è stata votata dal Senato una modifica alla Costituzione che impone il pareggio di bilancio, ovvero non si può spendere un centesimo di più di quello che entra nelle casse dello Stato. Il saldo finale non può essere negativo. Questo che può sembrare un banale provvedimento di serietà e di responsabilità ha invece ricevuto aspre e feroci critiche da parte di economisti e politici che si definiscono “keynesiani”, ovvero seguaci dell’economista inglese John Maynard Keynes. Cosa dice questo professore più citato da morto che in vita, soprattutto durante questi lunghi anni di crisi?
La teoria più citata di Keynes è quella dello stimolo in fase recessiva. Ovvero una iniezione di liquidità da parte dello Stato per finanziare opere pubbliche, aumentare il sostegno agli ammortizzatori sociali e dare stimolo all’economia. Tutto questo a discapito di un momentaneo deficit nei conti pubblici, ma in previsione di una crescita nel lungo periodo, grazie al mantenimento del potere d’acquisto.
Il rischio della “non spesa” è quello di peggiorare le cose, tentando di riportare il bilancio in pareggio troppo rapidamente. I grossi tagli di spesa e/o gli incrementi della pressione fiscale necessari per raggiungere questo scopo, danneggerebbero una ripresa già di per sé debole, creando un clima di sfiducia, ma soprattutto tolgono “liquidità” ai cittadini, oppressi da tasse e carovita. Inoltre anche nei periodi di espansione dell’economia, un tetto rigido di spesa potrebbe danneggiare la crescita economica, perché gli incrementi degli investimenti a elevata emunerazione – anche quelli interamente finanziati dall’aumento del gettito – sarebbero ritenuti incostituzionali se non controbilanciati da riduzioni della spesa di pari importo.
Krugman, economista e premio Nobel, ritiene inoltre che l’inserimento in Costituzione del vincolo di pareggio del bilancio possa portare alla dissoluzione dello stato sociale, perché se bisogna tagliare la spesa pubblica per fare investimenti o altro (situazioni di emergenza) i primi programmi a saltare saranno quelli per la sanità, la scuola, la ricerca. Un po’ come è stato fatto fino ad adesso.
Capite che pur non essendo economista ci sono diversi punti che mi fanno dubitare fortemente di questa scelta da parte della maggioranza che sostiene Monti. Inoltre sospetto che sia una imposizione della Germania, che vuole costringere i paesi cosiddetti “club Med” ( Italia, Spagna, Grecia, Portogallo ) a una maggiore severità e rigore nei bilanci.
Festa finita per Keynes e i suoi seguaci? Siamo destinati ad anni di politiche di austerity che smantelleranno lo stato sociale come lo conosciamo?
Non lo so, l’economia è una scienza e come tale va studiata a fondo. Ma non è la fine di Keynes, una via d’uscita c’è e forse questa severità nei bilanci degli stati nazionali può aiutare anche nel processo di integrazione dell’Europa. Al momento la BCE, la Banca Centrale Europea, è limitata nelle sue funzioni. Non può comprare direttamente il debito degli stati e non può aiutarli direttamente ad affrontare le crisi economiche con iniezioni di liquidità. Questo perché i tedeschi si sono sempre opposti all’allargamento delle prerogative, per garantire la sovranità fiscale dei singoli stati. Eppure stiamo vedendo che questa impostazione sta fallendo. Se la BCE fosse investita del compito di stabilizzazione durante le crisi di liquidità e di promozione della crescita allora potrebbe stimolare la spesa pubblica, sotto mandato dell’Unione Europea. Questo comporterebbe un cambiamento di paradigma, che potrebbe spingere a cercare quell’unione politica, oltre che finanziaria, che stiamo cercando di ottenere invano da molti anni. L’UE dovrebbe diventare non più solamente il controllore degli Stati “spendaccioni”, ma farsi promotrice di una crescita sociale ed economica che porta vantaggi a tutti i membri dell’Unione.
Insomma alla fine l’idea del pareggio in bilancio non è tanto “geniale”, come dicono economisti di lavoce.info. Keynes e lo stato sociale non moriranno nuovamente solo se realizzeremo finalmente un’Europa unita politicamente, e lo potremo fare se le varie destre che guidano adesso le decisioni se ne andranno per far posto a nuove idee, nuove prospettive e nuove visioni. Adesso fermiamo l’emorragia, poi urge una nuova cura per evitare che il malato (in questo caso il sistema economico globale) possa sputare ancora sangue.

A quando un nuovo Rinascimento?

Un’occasione persa. Sabato scorso a Parigi, si sono incontrati Bersani, Hollande, candidato alle presidenziali per il partito socialista francese, e Gabriel, leader del partito di centrosinistra tedesco SPD. Poteva essere un momento storico, un evento che segnava l’inizio di un nuovo modo di fare politica: condiviso, europeo, di largo respiro. Eppure, almeno in Italia, ne abbiamo parlato pochissimo, se non per le reiterate polemiche interne al partito di chi voleva che Bersani non andasse, perché troppo spaventato dalle parole “progressista, sinistra, socialista”.

Ma nel documento firmato ci sono le basi per la politica comunitaria del futuro: “crescita, il completamento del mercato interno, gli Eurobond”. Nuovamente questioni economiche, fondamentali nel periodo di crisi, ma che non danno risposta alla necessità di una maggiore coesione politica fra i vari stati dell’Unione, che porti finalmente a “innamorarsi” e sentirsi parte dell’Europa.

Eppure i 3 grandi partiti europei si definiscono “progressisti”. ”Progresso” è la promessa di un futuro migliore, di maggiori opportunità di sviluppo personale, di una società più giusta. E’ la promessa che il duro lavoro porta i suoi vantaggi in termini di maggiore sicurezza, più opportunità e maggiore prosperità per tutti. Ma ora il “progresso” è spesso visto come una minaccia. Oggi non possiamo più essere certi che vada di pari passo con un buon lavoro, un buon reddito,la sicurezza sociale, la sostenibilità e la democrazia. Le persone si sentono alla mercé dei mercati. Si sentono abbandonate, impotenti di fronte a una società che è governata da processi senza nome e agenti riconoscibili. Stiamo vivendo una contraddizione. Da un lato, la crescita appare necessaria per realizzare la moderna promessa del benessere per tutti. Ma d’altra parte vediamo le conseguenze negative di questa spasmodica ricerca della ricchezza, sotto forma di danni ambientali e sociali.
La globalizzazione è qui per rimanere, e gli Stati, le imprese e le persone apparentemente non hanno alternative se non quella di adattarsi ad essa. Ma c’è una presa di coscienza in costante crescita che questo sta causando gravi danni economici, imponendo costi sociali elevati e la frammentazione della società.
Dobbiamo reinventare l’idea di progresso. Deve diventare un progetto di speranza e di un futuro nuovo, che può avere successo solo se riesce a rompere le storture del passato. Non il progresso inteso come crescita industriale, ma come crescita dell’umanità.

L’iniziativa di Parigi è stata chiamata “verso un nuovo Rinascimento”, un periodo che fu di cambiamento, dove il singolo individuo capì la sua capacità  di autodeterminarsi e di coltivare le proprie doti, con le quali riesce a vincere la Fortuna (nel senso latino, “sorte”) e dominare la natura modificandola. In questo presente che vede la democrazia in sofferenza, con decisioni che vengono prese troppo spesso da élites non elette, è necessario più coraggio. Altrimenti questo triste e oscuro Medioevo 2.0 sarà ancora troppo lungo.

[Europa] Esiste ancora il concetto di Stato?

Gli aiuti alla Grecia, il mercato globale, la crisi finanziaria. Tutti esempi che dimostrano l’interconnessione tra gli Stati: qualsiasi decisione di politica nazionale può avere un impatto forte nelle altre nazioni. La versione riveduta e politicamente corretta della teoria del Caos: si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. E’ quindi pensabile restare ancorati al concetto politico di Stato, mentre il mercato e le nuove tecnologie hanno dimostrato ampiamente di aver superato questa definizione rendendoci parte di un meccanismo più grande? Non dovremmo forse ripensare come promuovere la democrazia in questo nuovo contesto globale, senza arroccarci su vecchi schemi ormai ampiamente superati?

Lo dice anche Javier Solana, ex Segretario generale del Consiglio dell’Unione europea, in un articolo per Social Europe Journal:

[...] La globalizzazione ha reso le frontiere più porose. Le politiche di un paese, sia in materia di lavoro, di ambiente, di sanità pubblica, di fiscalità, o una miriade di altre questioni, possono avere un impatto diretto sugli altri. E
tale interdipendenza la vediamo ancora più chiaramente nell’economia: il tasso annuo di crescita del PIL della Cina, per esempio, rallenterà di due punti percentuali quest’anno, a causa della crisi negli Stati Uniti e nell’UE.
Allo stesso modo, altri paesi (e più vario nel loro carattere e la traiettoria storica), stanno emergendo fortemente nella scena mondiale: il PIL del Brasile ha recentemente superato quello del Regno Unito.
Su scala globale, questo mondo complesso e interdipendente ha bisogno di una organizzazione di stati e strutture che facilitino un dialogo responsabile, con l’obiettivo di mitigare gli abusi di potere e difendere i beni pubblici globali. Senza tali strutture, il mondo rischia una corsa competitiva e disordinata tra gli stati e la storia ha dimostrato che tale sviluppi spesso portano a conflitti disastrosi.
A livello europeo, la legittimità è essenziale e una governance comune non potrà essere raggiunta fino a quando gli Europei non supereranno alcune idee antiquate sulla sovranità. Paradossalmente, quando la crisi ha colpito, l’UE è stata criticata per la sua mancanza di integrazione. Ora che cerca di avanzare in questa direzione, l’Unione è accusata di superare la sovranità nazionale.
I cittadini devono avere la sensazione che le istituzioni che li governano rappresentano i loro interessi e renderli parte del processo decisionale, il che implica una unione basata su regole piuttosto che sulla potenza. Il fatto che l’UE non abbia immediatamente tutte le risposte a un problema non vuol dire che non ha futuro. L’UE è un nuovo e meraviglioso esperimento, che, come tutti gli esperimenti, comporta un certo grado di incertezza. Ma questo non dovrebbe farci ignorare il costo sociale ed economico di una concezione “nazionale” di sovranità. Infatti, le dinamiche di interdipendenza si sono ormai ben consolidate – tanto che non possono essere invertite.
Aderire ad un concetto limitato di sovranità in questo mondo è un anacronismo imprudente nel migliore dei casi, e una scommessa pericolosa in quello peggiore.
Il poeta Jose Angel Valente potrebbe chiamarlo un desiderio: “… aspettare che la Storia faccia soffiare gli orologi e ritornare al tempo in cui vorremmo tutto dovrebbe cominciare. ” Ma, nel mondo prosaico del qui e dell’adesso, il concetto di sovranità è già passato.

(liberamente tradotto da Social Europe Journal)

Nuove risorse? Prima impariamo il diritto comunitario

Crescita, crescita, crescita. Questo il “ritornello” che sentiamo da molto tempo. Ma per la crescita ci  vogliono i soldi, o almeno non sprecare quelli che abbiamo. Dario Nardella ci ricorda come l’ICI sugli immobili di proprietà della Chiesa scaturisce soprattutto dalle pressioni dell’Unione Europea all’Italia che non rispettava una disposizione del diritto comunitario sull’argomento e dalla conseguente minaccia di una imminente “procedura di infrazione”, che avrebbe portato al pagamento di una sanzione pecunaria . Ma purtroppo il nostro Paese ha il più alto numero di procedure di infrazione a suo carico di tutta l’Unione.

Scrive Dario:

Le procedure d’infrazione a carico dell’Italia sono in totale 138 di cui 97 riguardano casi di violazione del diritto dell’Unione e 41 attengono a mancato recepimento di direttive. Sono violazioni commesse dai più vari organi dello Stato (ministeri, regioni, società pubbliche, etc.) e che riguardano i più svariati settori: le più numerose in materia di ambiente (33 procedure); seguono la fiscalità e le dogane (16), il lavoro (12), i trasporti (12) e molte altre. Il 26 gennaio scorso la Commissione Europea ha aperto 13 nuove procedure di infrazione, 9 per mancato recepimento delle direttive europee e 4 per violazione del diritto dell’UE.
Perché nessuno ne parla? E soprattutto perché nessuno ci dice quanto ci costano queste infrazioni?
Le sanzioni consistono in una somma forfettaria e in una penalità di mora, adeguate alla gravità e alla persistenza dell’inadempimento. Sapete quali sono quelle per l’Italia? Queste ammontano anzitutto ad una somma forfettaria di minimo 9.920.000 euro che scatta appena la Commissione decide di fare ricorso alla Corte perché lo Stato non adempie al dettato della sentenza. Solo se superiore a tale somma, si applicherà l’importo derivante dalla moltiplicazione di un importo giornaliero per il numero di giorni di persistenza dell’infrazione. L’importo giornaliero della somma forfettaria aggiuntiva può oscillare per l’Italia da un minimo di 3.960 euro a un massimo di 79.360 euro.
Non è finita qui. Se l’inadempimento persiste la Corte di giustizia potrà applicare, oltre alla somma forfettaria, anche una somma a titolo di penalità di mora per ogni giorno di ulteriore ritardo. Anche tale ulteriore penalità cambia di Stato in Stato. In questo caso effettuando semplici calcoli, si ottiene che la penalità può oscillare per l’Italia da un minimo di 11.904 euro a un massimo di 714.240 euro al giorno!
Il calcolo totale delle sanzioni ad oggi esistenti a carico dell’Italia è davvero difficile, anche perché non risultano, a quanto pare, dichiarazioni ufficiali né notizie di stampa approfondite.
Comunque, se consideriamo che ad oggi risultano 10 procedimenti di messe in mora per mancata attuazione da parte dell’Italia di altrettante sentenze in primo grado della Corte di Giustizia, possiamo calcolare che ciò corrisponde – solo di sanzioni correlate ai ricorsi della Commissione – ad un ammontare minimo di 99.2 milioni di euro. Si badi bene: sono soldi che l’Italia paga a prescindere dall’esito del ricorso. A questi aggiungete le sanzioni giornaliere e le penalità di mora nel caso di persistenza dell’inadempimento (fino a 714.000 euro/giorno) e potete farvi un’idea di massima su quanto ci costi l’incapacità delle nostre istituzioni di rispettare le norme europee.
Saremo forse, come dicono, il popolo più “europeista” del continente, ma di certo abbiamo le Istituzioni più negligenti!

Sicuramente c’è la necessità di un approfondimento maggiore, giusto per capire se stiamo buttando via soldi pubblici per pagare inadempienze e infrazioni che potremmo evitare con un minimo di attenzione in più. Capisco che sia difficile trovare nuove risorse, ma almeno cerchiamo di non spendere in sanzioni evitabili quel poco che abbiamo! Una rinfrescata al diritto comunitario, che credo Monti conosca bene, potrebbe aiutare.

“L’Europa senza la Grecia è come un bambino senza certificato di nascita”

Il piano “Salva-Grecia” è stato approvato dopo una giornata di duri scontri e guerriglia urbana: una profonda deregulation del mercato del lavoro; una diminuzione di oltre il 20% del salario minimo garantito e un taglio delle pensioni; una drastica economia di spesa in settori come la difesa, gli ospedali e le autonomie locali; la vendita dei gioielli di famiglia, come le quote pubbliche in petrolio, gas, acqua e lotteria.
Se pensavamo che il nostro “piano di salvataggio” fosse duro, di fronte a quello greco diventa una “manovrina”. E la differenza sostanziale è che se l’Italia, dopo i duri tagli, non corre il rischio di default, la Grecia rimane un’incognita. Riuscirà a rimanere nell’euro, evitando una serie di reazioni a catena che porterebbero la crisi continentale a livelli peggiori, o andrà verso un default, con conseguenze forse ancora peggiori per la popolazione greca?

Resta il problema di trovare le soluzioni per andare oltre, capendo bene anche le cause che hanno portato a questo. Stefan Collignon, economista politico, in un articolo su Social Europe journal, traccia brillantemente a chi dare la colpa:

No doubt, Mrs Merkel is in the driver’s seat – with disastrous consequences. Merkel has made about every mistake in the Euro crisis one could possibly make. At the early stages, she fuelled doubts about Germany’s commitment to European unification by hinting that Greece should exit the euro. That made financial markets nervous and increased the bill for the subsequent rescue effort. German public opinion was not amused. Merkel then stingily kept her purse closed and played the chauvinist card before local elections. Instead of calming markets, she imposed austerity programmes on Europe, which made it ever more difficult to balance budgets. Finally, Merkel’s insistence on making banks pay, reassuringly called “private sector involvement”, nearly brought transactions in the Euro capital and money markets to a standstill. Only the very courageous liquidity programme by the ECB has avoided the total collapse of the European monetary economy.
Per i non anglofoni:
Senza dubbio, la signora Merkel è al posto di guida – con conseguenze disastrose. Merkel ha fatto tutti gli errori possibili nella crisi dell’euro. Nelle prime fasi, ha alimentato i dubbi sull’impegno della Germania per una migliroe unificazione europea suggerendo che la Grecia avrebbe dovuto uscire dall’euro. Questo ha reso i mercati finanziari nervosi e aumentato la portata del disegno di legge per lo sforzo del successivo salvataggio. L’opinione pubblica tedesca non era divertita. Merkel poi con avarizia ha tenuto la borsetta chiusa e ha giocato la carta sciovinista prima delle elezioni locali. Invece di calmare i mercati, ha imposto programmi di austerità sull’Europa, che ha reso sempre più difficile riequilibrare i bilanci. Infine, Merkel
ha insistito parecchio affinché le banche pagassero, chiamandola rassicuramente “coinvolgimento del settore privato”, riducendo le transazioni di capitale nell’Eurozona a punto morto.
Solo il programma di liquidità molto coraggioso da parte della BCE ha evitato il crollo totale dell’economia monetaria europea.”

Non c’è dubbio che adesso la Grecia deve crescere. Per fare ciò entro i limiti dell’euro deve ricevere investimenti dall’esterno e sostegno alla domanda nel paese. Abbiamo visto il bastone, ora, cara Merkel e tutti gli altri leader europei, dateci la carota.
In questo modo vedremo se l’Europa ha intenzione di dare veramente una mano, se esiste davvero il senso di solidarietà che c’è quando apparteniamo a una stessa comunità. Altrimenti avremo solo prolungato l’agonia di una nazione, ritardando un evento (il default) che potrà sancire la fine dell’unione come l’abbiamo pensata.

Perché “l’Europa senza la Grecia è come un bambino senza certificato di nascita” (Valery Giscard d’Estaing)

Abbiamo fatto l’Europa, facciamo gli europei : l’educazione civica europea

La rivisitazione della celebre frase di Massimo D’Azeglio è più che mai attuale. L’Europa è ancora un concetto confuso, troppe volte usato come capro espiatorio da chi deve far ingoiare manovre difficili: “ce lo chiede l’Europa”, “è colpa dell’euro”, “ah come si stava bene prima”….etc.
Purtroppo la lontananza delle sedi delle istituzioni e la totale mancanza di politiche integrate alimentano la percezione di un distacco. Allora prima di esprimere un giudizio netto cerchiamo di capire meglio cos’è l’Europa, come funziona la macchina amministrativa e come influisce sulle nostre vite.
Partiamo dalle nuove generazioni, quelle che decideranno il destino del continente, che devono essere preparate nel prendere le decisioni giuste. Partiamo dai fondamentali, dalle scuole e dall’università.
Alcune proposte potrebbero essere (scaturite da una due giorni a Bertinoro):
In ambito universitario, considerando che verrà destinata una quota premiale pari al 7% del fondo complessivo del finanziamento ordinario per le università virtuose, si propone di favorire la mobilità e l’internazionalizzazione attraverso una percentuale della quota premiale prevista all’incentivazione delle buone pratiche per la mobilità universitaria. (Erasmus e simili)
In ambito scolastico, partire dalla formazione degli insegnanti valorizzando e potenziando le competenze europee ed i progetti esistenti nella formazione scolastica.
Nel rispetto dell’autonomia degli istituti scolastici, lo scopo è stato quello di favorire la sensibilizzazione degli insegnanti su questa tematica, aumentando la visibilità della mappatura
dei progetti già esistenti) introducendo meccanismi premiali per sostenere finanziariamente le scuole che hanno sviluppato progetti in favore dell’europeizzazione e dell’internazionalizzazione.
Nell’ambito delle indicazioni nazionali del primo ciclo che sono attualmente in fase di revisione, si sostiene di sensibilizzare la tematica attraverso la proposizione di un emendamento del titolo
dell’art. 1 della legge 169/2008 relativa a ‘Costituzione e cittadinanza’ (e su circolari attuative) in favore dell’educazione civica europea a partire dal titolo che andrebbe modificata in questi
termini: ‘Cittadinanza italiana e europea e Costituzione’
Tutte queste misure devono andare verso l’insegnamento futuro di una materia fondamentale per la comprensione dei processi politici comunitari: l’educazione civica europea, che si può declinare come materia autonoma o in forte integrazione con quelle già esistenti.

Non sia mai che la prossima generazione, scoprendo l’Europa, non si senta più unita in Italia.

L’epoca passata, epoca che è finita con la rivoluzione francese, era destinata ad emancipare l’uomo, l’individuo, conquistandogli i doni della libertà, della eguaglianza, della fraternità. L’epoca nuova è destinata a costituire l’umanità;… è destinata ad organizzare un’Europa di popoli, indipendenti quanto la loro missione interna, associati tra loro a un comune intento. G.Mazzini