#Berlusconi. Si stava peggio quando si rideva meglio…

Oggi, mentre ero a Puntoradio, è intervenuta l’on.Santanchè che ha detto una cosa che mi ha fatto riflettere: “Siamo in democrazia, se noi proponiamo Berlusconi e la gente lo vota, cosa c’è di male?”.
Non ho saputo rispondere, e se devo dire la verità rivedere il suo nome alla ribalta mi ha provocato nostalgia. In fondo siamo cresciuti insieme. Scommetto che sotto sotto, siamo tutti un po’ contenti, soprattutto i “nemici”, stanchi di parlare di politica. Vuoi mettere ritornare a discutere di donne e di barzellette?

È iniziata la rivoluzione e io non ho niente da mettermi

Ero a Roma alle 21.42 di Sabato. Ho festeggiato insieme a tanti altri la fine di un governo politicamente, socialmente, economicamente e umanamente disastroso. È finita come era iniziata, con un videomessaggio. Già la politica fatta in televisione. Buffo, Berlusconi entra in politica per portarci dentro il mondo economico, per poi venire cacciato dagli stessi mercati che avevano fatto la sua fortuna personale. It’s the economy, stupid. Adesso, passata la sbornia del dolce weekend, resta un po’ di amaro in bocca. E ora?
Non cambia niente. C’è da costruire l’unica cosa che avrebbe sconfitto Berlusconi: la politica. Perchè l’analisi drammaticamente più pungente e veritiera è: bastava non votarlo. Voglio vedere ora se, tolto l’enorme masso che ci ostruiva l’orizzonte e la strada, possiamo riprendere il cammino.
Per ora mi sento così: “oddio è iniziata la rivoluzione e io non ho niente da mettermi”

Scacco matto all’Italia?

Mi sembra che l’Italia da qualche giorno sia impegnata in un’enorme partita a scacchi. Da una parte c’è Silvio Berlusconi, il Re, con tutti i suoi alfieri e le sue regine a proteggerlo, mentre le sue pedine si muovono imprevedibilmente. Dall’altra il capo dello Stato Giorgio Napolitano, con Bersani e Casini come torri. A una mossa dell’uno, l’altro risponde. Uno non si rassegna a dimettersi, l’altro nomina Monti Senatore a vita. Un gioco di tattica, tempismo e scelte sofferte, disturbato da fattori esterni come i mercati, che cercano di ribaltare il tavolo da gioco, e giocatori rimasti fuori, come Di Pietro e la Lega, che vorrebbero iniziare una nuova partita, per una manciata di voti in più, fregandosene degli effetti che potrebbero produrre sulla scacchiera.
La partita deve finire presto, evitando ogni arrocco possibile, perchè i giocatori passano, ma l’unica a subire scacco matto è l’Italia.

Signore e signori va in scena l’Italia, di nuovo

Signori e signore, il giorno dello spettacolo è finalmente arrivato. Un matinèe annunciato da tempo, che ha tenuto l’Italia paralizzata per giorni e settimane. Una campagna pubblicitaria mai vista, con tutti i giornali che dedicavano la prima pagina allo spettacolo di oggi. Come poteva essere altrimenti? Oggi va in scena l’Italia, con le sue virtù (poche) e i suoi difetti (tanti). Uno spettacolo che è già entrato nella storia prima del suo inizio, grazie alla lunghissima premessa. Un prologo fatto di tradimenti, colpi di scena, insulti, storie d’amore,  finti eroi e eroi finti. Per mesi i protagonisti, Berlusconi e i suoi ministri, hanno avuto l’attenzione del pubblico, lasciando agli altri il ruolo di comprimari, poche briciole mediatiche, pochi fischi e pochi applausi. Non c’è che da applaudire alla bravura dei protagonisti di tenerci incollati alle sottotrame dello spettacolo, come ad esempio le tragicomiche vicissitudini del gruppo di attori di ”responsabilità nazionale”. Ma voi non avete visto l’intensa agonia emotiva della Carlucci, quando interpreta la donna pentita dei suoi peccati, che aveva ceduto ai richiami della politica, solo per poterla cambiare dall’interno, ma che col tempo si ravvede e lascia il suo primo amore. E poi Scilipoti…una performance struggente, toccante. Non avete provato pena per chi, pieno di debiti, oppresso dai pignoramenti, vede la salvezza grazie alla bontà di uno dei due protagonisti principali. Non parliamo dei frondisti che fanno capo a Scajola, come novelli Otello, sublimi nel chiedere un passo indietro al loro ex capo, dopo aver partecipato a tutti i suoi misfatti.

E poi Bonciani, D’Ippolito, Gaglione, Pisacane, Guzzanti, Destro, Gava, Nucara…personaggi in cerca d’autore, vogliosi di andare in scena per comprarsi un futuro , ma inesperte marionette dei veri protagonisti dello spettacolo.

La tensione è altissima, il finale è veramente incerto. Non ci resta che assistere a questo spettacolo. D’altra parte il biglietto l’abbiamo già pagato tutti. Ed è stato molto salato.

Signori e signore, che ci siano fischi o applausi, è arrivato il momento di mettere in scena un nuovo spettacolo.
Speriamo sia l’ultimo.

P.s: l’intervento è preso pari pari dal post che avevo scritto il 14 Dicembre dell’anno scorso. Cambiano solo alcuni attori secondari. Abbiamo perso un anno con il solito film e il solito protagonista, che non è decisamente piaciuto alla critica internazionale.
Per una volta lo spettacolo non deve continuare.

Violentocrazia – Storia di un giorno di ordinaria follia a Roma

Un clima di delusione e sconforto regnava a Colle Oppio, rifugio dei manifestanti in fuga, mentre pochi metri più in là, verso Piazza San Giovanni, stava scoppiando la guerriglia. Cosa stava succedendo si poteva intuire: avete presente i rumori di sottofondo che si sentono durante i servizi negli scenari di guerra? Scoppi, sirene, urla. Esattamente gli stessi che si potevano udire nella Capitale. Roma come Baghdad, Tripoli, Kabul. Non doveva finire così. Ma come siamo arrivati a questo?
Eppure tutto era iniziato nel migliore dei modi. Un sole fuori stagione si rifletteva negli occhiali da sole dei molti giovani (e meno giovani) accorsi a Roma per unirsi alla Prima Protesta Globale, in contemporanea con altre 800 città. 300mila persone, indignate ma sorridenti, consapevoli della necessità di un cambiamento, anche piccolo, negli ingranaggi dell’economia e della democrazia. 300mila persone, un numero considerevole se consideriamo che nelle altre città il totale dei manifestanti si riduceva a poche migliaia: a New York la “famosa” Occupy Wall Street ha visto la partecipazione di 6mila persone, a Francoforte 3mila, in Giappone poche centinaia. Numeri nettamente inferiori rispetto alla protesta italiana. Nel nostro paese la piazza attira, piace, è un altro momento sociale. Muoversi insieme in tanti contro l’immobilismo dei pochi della classe dirigente.
Con questo spirito è partito il corteo. Precari, studenti, disoccupati, semplici cittadini. Per la maggioranza giovani, uniti globalmente dal fatto di essere in difficoltà, con un futuro incerto, con disuguaglianze sempre più vistose. E’ stato visto come un corteo di parte, di sinistra. Se sinistra vuol dire ancora lotta alle ingiustizie, allora sì, era un corteo di sinistra, della quale abbiamo però un disperato bisogno, oggi più che mai. C’erano le bandiere storiche, la falce col martello, quella di Rifondazione, aggrappati al disperato tentativo di restare al passo con i tempi, come se le loro idee fossero ancora valide. La stagione degli -ismo è finita, ne rimane solo uno, il capitalismo, ma sembra in evidente difficoltà. Equità chiedono i manifestanti, declinata in molti modi: redistribuzione della ricchezza, accesso alla conoscenza e fine dei privilegi. Eccolo un programma politico per il futuro. Il resto sono solo nostalgie e malinconie, sintetizzate con un cartello: “doveva essere una manifestazione apartitica, ve ne siete impadroniti con le vostre bandiere antiche”. Apolitici vogliono essere i manifestanti, contro tutti i partiti, spesso considerati uguali e collusi col “potere”.
Mentre scendo per una Via Cavour affollata all’estremo, incrocio la parte del corteo degli studenti, che marciano compatti dietro “scudi di polistirolo” con sopra scritti i titoli più significativi della letteratura passata e recente. Classici contro l’ignoranza. Già visto, ma sempre piacevole. Ci sono gli inevitabili carri che sparano musica, alimentando il clima di festa. Su uno di questi si trova Frankie Hi-nrg, che canta rappando le sue canzoni di denuncia. Ogni tanto vengo pervaso da un acre odore di erba. Ovunque i manifestanti fanno a gara per il cartello più ironico. Sorrisi, musica e risate. D’altra parte protesta fa rima con festa, e non è male vederla così.
Eppure scendendo il corteo per avvicinarsi al Colosseo, ecco che l’allegra sinfonia si guasta e iniziano le prime stonature. Cosa ci fanno quei ragazzi con i caschi? Non faccio in tempo a girarmi che vengo spintonato da un gruppo di incappucciati, che si fa largo con fare spedito e minaccioso. Appena la folla li vede iniziano gli insulti e le richieste di andarsene. Un unico coro, scandito dalle parole “Buffoni”, “Fascisti”, “Andatevene”. Gli incappucciati, molto giovani in effetti, salutano alzando il dito medio e proseguono la loro marcia. Chi erano? Cosa ci facevano? Erano solo quelli? Purtroppo a breve avrei conosciuto la drammatica risposta.
Il rumore degli elicotteri accompagna la manifestazione, ma è un suono al quale siamo ormai abituati durante i cortei. Quello che non mi aspettavo è l’odore pungente di bruciato. Cerco di capirne la direzione e trovo la scheletrica carcassa grigia di un SUV, dato alle fiamme poco tempo prima. Purtroppo non sarebbe stata l’unica. Una Mercedes presa a mazzate e contenitori dell’immondizia bruciati non fanno presagire niente di buono.
E le banche? Nessuna pietà. Una filiale di una banca a me sconosciuta ha le vetrine in frantumi. Gli scontri dei giorni precedenti erano solo l’ “anteprima”. Più vado avanti più il corteo è meno compatto, qualcosa non quadra. Fino a quando, tagliando per una via parallela, cerco di raggiungere in fretta Piazza San Giovanni per capire meglio cosa sta succedendo. C’è tensione. Purtroppo appena arrivato al Colosseo tutte le mie preoccupazioni hanno una risposta. Fumata nera. Avete presente quando muore un Papa e si riunisce il conclave per scegliere il successore? Se non trovano l’accordo il popolo ne viene informato tramite una “fumata nera”, che genera delusione tra chi era accorso per sentire e acclamare chi avrebbe portato nuove parole e nuove speranze.
La stessa delusione di chi, arrivato al Colosseo, ha visto un enorme fumo nero provenire da Piazza San Giovanni e capisce che la protesta è finita. La civiltà lascia spazio all’inciviltà, la democrazia alla violenza, i sogni agli incubi. Seguono scene di panico, manifestanti che non sanno dove andare e si rifugiano in alto, come faceva la popolazione assediata, persone che scappano, ragazzi che piangono, rumori di guerriglia, odore di lacrimogeni. E’ decisamente finita. Il resto è la triste storia che sappiamo.
Inizia il valzer delle responsabilità, il solito gioco politico dello scaricabarile, condito dalla solita violenza verbale che contraddistingue l’atmosfera italiana da molti anni a questa parte. E’ colpa dei manifestanti, dei poliziotti, di Berlusconi, della sinistra, degli studenti, dei servizi segreti. E’ la sfera pubblica italiana, bellezza: se dividiamo i colpevoli, sarà difficile individuarli.
Resta il fatto che sapevamo di vivere un momento molto teso, alimentato dalla rissosa arena politica, e non si è fatto niente per prevenire. C’è stata una sbagliata valutazione? Un intelligence fallace? Un’organizzazione superficiale? Non lo so, e difficilmente sapremo qualcosa, lasciandoci ancora una volta con l’amaro in bocca e l’odore dei lacrimogeni nel naso, generando ancora più sfiducia e alimentando teorie complottistiche che non fanno bene alla tenuta democratica del Paese.
L’Italia si mostra al Mondo ancora per le sue contraddizioni: un paese con un civismo straordinario, con qualità strabilianti, con una voglia folle di cambiare, ma che rimane fermo per colpa di pochi. l’1% tiene ancora in scacco il rimanente 99%. L’Italia, l’unico paese dove comanda la violenza, verbale e fisica, e la democrazia è relegata alle sole elezioni.
Hanno ucciso l’indignazione, hanno reso muto chi chiedeva più giustizia, hanno assordato chi doveva ascoltare. Non devono passarla liscia. La politica ora deve farsi carico delle istanze e delle richieste portate avanti dai manifestanti. Solo così riusciremo a ridare un minimo di fiducia, una speranza di futuro. Solo così potremo ripartire. Solo così potremo finalmente uscire dal governo della violenza.

Non siamo antiberlusconisti. E’ lui che è Berlusconi.

No, non siamo antiberlusconisti. Non odiamo il Primo ministro. E’ solo che lo riteniamo totalmente inadatto a governare. Le sue scelte distruttive per l’Italia, le sue politiche conservatrici e senza prospettiva

Come quando fa sparire gli 800 milioni destinati alla banda larga, che dovrebbero colmare il gap digitale che abbiamo con le altre nazioni europee. Eppure uno studio recente della Bocconi ha dimostrato che ogni 10 per cento di aumento di penetrazione della banda larga, la ricchezza di un paese in termini di Pil cresce dell’1 per cento. E ogni mille nuovi utenti di banda larga si creano 80 nuovi posti di lavoro. Un bel “tesoretto” lavorativo in tempi di crisi. Una vasta e migliore connessione a Internet è una chance imperdibile per l’Italia, un Paese senza materie prime, ma con un immenso patrimonio culturale, commerciale, artigiano, industriale per il quale il web potrebbe rappresentare un volano eccezionale. Ma evidentemente alla banda larga si preferisce il ponte (sullo) stretto.

Per non parlare dell’ambiente, questo sconosciuto. Tra piano casa e condoni edilizi, le politiche ambientali sono sempre state viste come un “fastidio” dal governo Berlusconi. Qualcosa di superfluo. E infatti in quattro annici sono stati  tagli per ben il 90% del budget: dal 1,3 miliardi di euro del 2008 a 120 milioni di euro nel 2012.   Soldi che verranno tolti al piano bonifiche, alla gestione dei parchi, alla lotta al Co2. Ma soprattutto non ci saranno più soldi contro il dissesto idrogeologico. In un paese che troppe volte ha già visto la tragedia degli allagamenti e delle frane, come Messina o il nostro Serchio, togliere risorse alla prevenzione del territorio è come giocare alla roulette russa: si spera sempre che il colpo in canna sia vuoto. Ma se non lo fosse?

Per questo è necessario cambiare. Uscire da questo tunnel infinito. Non siamo antiberlusconisti. E’ lui che è Berlusconi.

Las elecciones inmediatamente

Avete presente il ritornello portato avanti dalla destra, ma anche da molti esponenti del partito democratico: “se andiamo a votare ora l’Italia sarà di nuovo attaccata dagli speculatori e la situazione economica peggiorerà ancora di più. C’è il rischio di far crollare lo Stato… Falliremo…”
Non so come fanno a essere così sicuri,perchè ora c’è una grande contraddizione alle loro convinzioni che si chiama Spagna. Zapatero, vedendo crollare l’economia del suo Stato, consapevole che ormai il suo Governo non sapeva reagire agli attacchi speculatori ha annunciato già da molte settimane elezioni anticipate, che si svolgeranno fra poco, per provare soprattutto a ridare credibilità.
Il risultato? Nonostante le difficoltà continuano a persistere, la Spagna non è nell’occhio del ciclone, con i mercati rassicurati dalle decisioni di Zapatero.
Berlusconi e i suoi hanno chiaramente paura del voto, i nostri che invocano un governo tecnico troppo attaccati a tatticismi e soluzioni che non convincono e che sono poco realizzabili, dato che il Parlamento non ha il cuore politico di fare un esecutivo condiviso.
La strada è semplice e lineare. Dimissioni immediate, percorso comune per il programma, campagna elettorale ed elezioni. Si può fare tutto in pochi mesi.
Basta avere il coraggio di cambiare.
Olè!

La storia si ripete. Nerone vs Berlusconi

Ci sono tante fantastiche leggende  sulla vita di Nerone. Una delle più suggestive è quella dell’imperatore che, mentre Roma va a fuoco, cerca il punto più alto della città e si mette a suonare la lira, estasiato da quell’immagine di orrore e violenza.

Nouriel Roubini, docente ed economista turco, professore di economia alla New York University è chiamato anche MR.Doom, ovvero Mister Apocalisse, perchè aveva previsto qualche anno prima la crisi finanziaria che è scoppiata nel globo. Non gli avevano dato credito allora, accusandolo di pessimismo e allarmismo. Già. Ha un canale twitter molto seguito e pochi giorni fa ha scritto una serie di passaggi sull’Italia che in pochi caratteri raccontano la caduta e il declino del nostro Paese.

“Italy’s crisis is one of confidence as much as fundamentals. Markets lost faith in the credibility of Italy’s government leader, Berlusconi” Questo è il più scontato, credo l’abbiano capito in molti ormai. L’Italia ha perso credibilità nei mercati internazionali per colpa di Berlusconi e del suo governo, troppo rissoso e inconcludente durante i giorni neri del tracollo di Piazza Affari.

“In all EZ crisis countries government change: Greece, Ireland, Portugal; in Spain elections/change coming. The only one stalling is Italy”. Un’altra anomalia italiana: durante la crisi dell’Eurozona in Grecia, Irlanda e Portogallo i governi sono cambiati, per dare spazio al popolo, in modo che decida chi deve affrontare la crisi, se continuare con quelli che hanno condotto gli Stati vicino al fallimento o dare la responsabilità ad altri. In Spagna Zapatero ha convocato le elezioni in anticipo rispetto alla naturale scadenza, dato che ormai non aveva più le condizioni politiche per andare avanti. L’anomalia italiana è sempre più evidente: non è bastato il balletto sulla manovra, diventata la barzelletta dell’Europa per via dei suoi cambi repentini e giornalieri, un suicidio politico-economico di fronte ai mercati. Non è bastata la prova di una maggioranza rissosa e litigiosa, incapace di essere responsabili di fronte alla tempesta. Anche dopo l’emanazione dell’ultima bozza, i mercati hanno reagito male, puntando ormai sul fallimento della nostra economia.

E qui viene l’ultimo tweet, il più bello e drammaticamente vero. “Berlusconi, as Nero who fiddled while Rome burned, refuses 2 go. He’d rather see Italy burn rather than exit gracefully 2 let others save it” Berlusconi, come Nerone suonava mentre Roma bruciava, rifiuta di andare. Preferisce vedere l’Italia bruciare piuttosto che uscire e lasciare che siano altri a salvarla. E qui la commedia della manovra si trasforma in tragedia. Un governo che ha perso ancora di più credibilità internazionale, diviso su tutto, rimane sempre lì, su quelle poltrone. Berlusconi sa benissimo che lasciare ora significherebbe la sua fine politica e preferisce affondare tutti insieme. Mal comune mezzo gaudio, al massimo lui si consola con i suoi miliardi di euro.

La tempesta è ancora in atto. La situazione drammatica. La manovra in discussione ora in Parlamento potrebbe non bastare più fra poche settimane, costringendoci a un’altra manovra di lacrime e sangue a breve. O magari non ne avremo il tempo, imprigionati in un vortice dal quale è quasi impossibile uscire.

Nerone, ormai accecato dalla sua stessa tracotanza, dal delirio di onnipotenza, dal lusso sfrenato nel quale viveva, reprimeva  e denigrava i suoi oppositori. Arrivato al limite della sopportazione, il Senato lo depose, consapevole della necessità di un nuovo imperatore.

La storia si ripete. Speriamo fino in fondo.

Les jeux sont faits, rien ne va plus

Forse ci siamo. Dopo un mese tormentato di ipotesi, di dichiarazioni, di lotte interne alla maggioranza, dovremmo avere la versione definitiva della manovra. Al quinto tentativo. Una condizione di instabilità e incertezza che non ha certamente aiutato a dare credibilità alla nostra economia. Infatti “i mercati”, questa entità astratta ma dannatamente fondamentale, non credono nell’Italia e nella sua capacità di uscire dalla crisi. Non comprano più i nostri buoni del tesoro, non ci finanziano più, facendoci correre il serio rischio di non avere liquidità per pagare le spese per il fabbisogno dello Stato. Da qui il crollo del Paese, il possibile fallimento e la conseguente uscita dall’Euro con conseguenze catastrofiche.

Non tocca ai giovani essere pessimisti, ma lo scenario è cupo e drammatico. Tra i pochi a comprare il nostro debito c’è la BCE, la banca centrale europea, che vede nel crollo dell’Italia la fine della politica comune dell’Europa. Per questo ha dettato la linea al governo,  che in queste settimane è sembrato un bambino incapace e capriccioso: aumentare l’iva e equiparare le pensioni a livelli europei. Altrimenti anche lei avrebbe smesso di finanziarci.

Non so cosa succederà ora, se basterà per rimetterci in carreggiata o se avremo bisogno di altri ritocchi. Rimane il fatto di un governo dilettante e immobile di fronte allo scenario internazionale, additato da tutto il mondo come il buco nero dell’economia mondiale, che rischia di essere la Lehman Brothers europea. Berlusconi, schiavo del berlusconismo e del suo fallimento, non ha capito che la sua/nostra credibilità politica è ormai svanita nel nulla. Ma non mollerà la poltrona, portandoci con lui nella tempesta che si è creato. Non ammetterà mai di aver fallito. Non ci dobbiamo stare, serve qualcosa di più.

I giochi sono fatti, le puntate sono chiuse. Chi aveva la possibilità di costruire un clima migliore, di dare segnali di speranza, di condivisione, ha mancato miseramente. Adesso non è il momento dei tatticismi. Ognuno deve fare il proprio ruolo. Non siamo in attesa di messia, ma di azioni concrete per invertire la rotta che ci sta portando al baratro, all’anno zero.

Speriamo per il meglio, ma prepariamoci al peggio.

La Forza (di milioni di persone) scorre forte in noi

POW. Il suono di una sberla fortissima data da 27 milioni di persone. Facile ora dire che era diretta a Berlusconi. Ma prima di tutto è una forte opposizione alle politiche di questo governo. Un quorum raggiunto dopo 15 anni di referendum falliti. Un altro esempio della rinascita civica degli italiani. Vogliamo continuare con le analisi?

1) Questo 2011 verrà segnato dalle grandi manifestazioni di piazza in tutto il Mondo. Medio Oriente, Nord Africa, Spagna e, in modo minore ma allo stesso tempo fondamentale, Italia. “Se non ora quando”, gli eventi per la Costituzione, le proteste per la (Non)Riforma Gelmini hanno innescato la miccia per il ritorno all’impegno politico e sociale degli italiani. Non c’è antipolitica, ma malessere contro “questa” politica.

2)Questi momenti di partecipazione sono stati amplificati dai social network (Facebook per lo più, ma anche Twitter e simili). Non dalla Rete in generale, che ormai è diventata la quotidianità per molti, ma da tutti quei siti che alimentano l’interesse sociale su un argomento, che fanno diventare “cool” un certo tema perché molti amici o conoscenti condividono un pensiero. Il voto come moda sociale. Il social network è utile anche come alternativa ai canali televisivi, ormai vecchi perché privati della componente “social”, portando a una nuova dimensione l’informazione, dove la notizia data “dall’amico” è più rilevante di quella data dal conduttore del telegiornale. Internet come strumento per incentivare la democrazia? Beh è da un po’ di tempo che lo dico, ora dovrebbero seguire misure per permettere a tutti di usare questo strumento (ricordo ancora che in quanto a penetrazione della banda larga siamo indietro rispetto ad altri paesi europei). I giovani, maestri dell’uso delle nuove tecnologie, hanno tanto da insegnarci. Coinvolgiamoli di più, non ce ne pentiremo.

3)Ma è stato un voto politico? Perchè Bersani ha richiesto le dimissioni di Berlusconi? Sono stati bocciati 3 punti fondamentali del governo di centrodestra: gestione dei beni comuni, ambiente e energia, giustizia. Ovvero la stragrande maggioranza delle azioni compiute da Berlusconi e i suoi ministri. Cosa ci rimane? Ben poco, cari miei. Anche le percentuali (più che bulgare) dei Si dimostrano che è andato a votare tutto il grande blocco di opposizione a questo governo. Possiamo dire finalmente che il Presidente del Consiglio non ha la maggioranza degli italiani dalla sua parte.

4)Vogliamo parlare del 4° quesito, il più politico di tutti, quello sul legittimo impedimento? Era la cartina di tornasole per l’identificazione politica dei votanti. Dubito che gli elettori di centrodestra e della coalizione (Lega) abbiano votato SI a questo quesito,che era un referendum nascosto su Berlusconi, dimostrando come al voto ci siano andati quelli che non si riconoscono nelle politiche di centrodestra. Lo ripeto di nuovo se non si fosse capito:  la maggioranza in questo paese.

5)Gli altri quesiti sul nucleare e sulla gestione dei beni comuni dimostrano un’altra cosa: non è vero che siamo un paese di destra.  La maggioranza degli italiani (si è capito :-) ? ) ha votato contro le politiche attuate da un governo di centrodestra: no alla privatizzazione forzata dell’acqua e Si alle energie rinnovabili. I nostri cavalli di battaglia. Da sempre.  Scommetto anche che sulle altre questioni come lavoro, economia e politiche sociali possiamo dire la nostra e trovare un ampio riscontro.

6)E ora? Ora basta fare le cose che diciamo da sempre: i partiti di centrosinistra devono smetterla di parlare di metapolitica, ovvero la politica fine a se stessa, ma cominciare a costruire un grande contenitore che farà da guida per la nuova Italia, attingendo dagli spunti che gli italiani ci hanno dato in questi mesi. Abbiamo capito che dietro c’è un intero popolo pronto a cambiare l’Italia. Sta alla politica ascoltarlo, renderlo partecipe e guidarlo verso un nuovo inizio, che ci faccia dimenticare in fretta gli ultimi venti anni. Non so, ma da ieri sono più ottimista. Basta un po’ di coraggio.

“Rabbia, paura, violenza: sono loro il Lato Oscuro! La strada è ancora irta di pericoli, ma la Forza (di milioni di persone aggiungo io) scorre forte in noi”