Obama 2012: dalla poesia alla prosa. La speranza lascia il posto al sorriso.

Change.Tutto iniziò così. In tanti ci credevamo quattro anni fa, quando l’America ha eletto un Presidente che con le sue parole faceva sognare il mondo intero. La crisi economica aveva iniziato a mordere da poco e ancora non potevamo immaginare gli effetti devastanti che avrebbe causato. Ma in molti pensavano che Obama c’avrebbe salvato, conducendoci in un futuro di prosperità, serenità e fratellanza. Le premesse c’erano tutte: popoli di ogni razza e cultura uniti per festeggiare l’elezione di un Presidente di uno Stato straniero, A un certo punto della storia gli abitanti di tutto il mondo erano diventati cittadini degli Stati Uniti d’America.
Ma Bacone diceva che “la speranza è buona come prima colazione, ma è una pessima cena”. E quattro anni dopo stiamo mangiando amaro. Lentamente questa forte ondata di speranza si è affievolita di fronte alle difficoltà del governo, al peggiorare della crisi economica, alle violenze che ancora sono presenti in gran numero nei vari conflitti internazionali.
Più la speranza evapora, più ci sentiamo perduti, incapaci di disegnare il futuro che vogliamo e che adesso ci appare irrealizzabile.
Ma pochi conosco il vecchio adagio che regna nel campo della comunicazione politica: “si fa campagna elettorale in poesia, ma si governa in prosa”.
E se la poesia di Obama pre-elezione era un piacere per il nostro cuore e il nostro spirito, sensuale come una dedica amorosa di Neruda e struggente come I Canti di Leopardi, i suoi primi 4 anni di governo verranno ricordati per una bellissima prosa, ma aspra e fortemente pragmatica, come una sceneggiatura di Pasolini.
Obama è stato un buon presidente in tempi veramente difficili, il che di questi tempi è già un ottimo risultato, cercando di risolvere nel miglior modo i molti problemi che gli si paravano davanti. Non è riuscito a mettere in moto la sua/nostra visione a lungo termine, svuotando quella speranza che dava fuoco alle nostre emozioni.
Non c’è riuscito per molti motivi tra i quali il sistema istituzionale americano: nel 2010 la maggioranza del Senato è andata ai Repubblicani, i quali si sono tenuti alla larga da politiche bipartisan, ostacolando in ogni modo tutte le politiche portate avanti da Obama, che in effetti ha portato a compimento i maggiori successi della sua presidenza nei primi 10 mesi di mandato: the Affordable Care Act, che ha allargato l’assistenza sanitaria, il piano per il ritiro dalle stupide guerre in Medio Oriente, il piano per dare più fondi all’educazione e all’economia verde.
Obama ha iniziato la campagna elettorale parecchi mesi fa, cambiando decisamente i contenuti e i messaggi rispetto al 2008.Non più una grande visione di futuro, ma una lista di piccole riforme approvate da sondaggi e focus group. Sicuramente meglio del suicidio economico di tornare alle politiche di Bush e precedenti offerto dai Repubblicani, ma in pochi credono nelle capacità taumaturgiche di Obama nel risanare la finanza e i problemi del mondo intero. D’altra parte si deve definitivamente capire che non c’è possibilità se il cambiamento viene da una sola voce, anche se potente come quella del Presidente della nazione più influente del mondo. E l’Europa ha negato il suo supporto, troppo impegnata nel cercare disperatamente di sopravvivere, incapace di riuscire a parlare con una sola voce. Sostegno internazionale e visione futura: i pilastri per costruire qualcosa di nuovo sono crollati subito dopo l’elezione e con loro la nostra speranza.
Ho vissuto la campagna elettorale in prima persona, grazie al fatto che ero a Boston per studiare. Due miliardi di dollari sono stati spesi dai due candidati, soprattutto in tv ads, usati prevalentemente per attaccare l’avversario, rendendo l’intera campagna povera di contenuti e ricca di amarezza e odio. Lasciando stare l’abominio SuperPac, ovvero i comitati finanziatori dei due candidati che non devono rendere pubblici i donatori, rendendo tutto più torbido e oscuro, è stata una brutta campagna elettorale, un pallido ricordo dei fasti del 2008. Pochi i momenti di rottura rispetto a una narrativa ridondante e ossessiva, con i due competitor che alla fine non avevano più spazio sulle tv perché li avevano comprati tutti. Il primo dibattito poteva cambiare tutto, perché aveva dato attenzione e “gravitas” a Romney, decisamente più brillante di un patinato Obama. Ma il Presidente in carica si è ripreso negli altri dibattiti, contrastando il momento del candidato repubblicano, ma rendendo l’intera corsa elettorale più incerta e difficile. Ha basato tutta la campagna sulla fiducia, parola difficile da gestire in politica, soprattuto quando si sta affrontando una crisi economica che ha portato alla disperazione migliaia di famiglie.
Ce l’ha fatta. 4 more years. Ancora quattro anni. Non cambierà il mondo, ma potrà cambiare il destino di molti americani, aumentando l’assistenza sanitaria, promuovendo l’uguaglianza, sostenendo istruzione e ricerca e cancellando le follie finanziarie che hanno causato il disastro economico. E se la speranza è morta, qualcosa può rinascere dalle sue ceneri: l’empatia. La consapevolezza che una politica basata sul benessere collettivo, che cerca di aiutare chi rimane indietro e premia gli sforzi di chi si impegna, alla fine può essere vincente. La sconfitta dell’egoismo, dell’avidità, della gelosia, dell’invidia. Qualcosa che può essere riassunto con una citazione presa dal film “Into the wild”: la felicità è tale solo se condivisa.
Per questo, anche se non c’è più l’elettricità e le emozioni di quattro anni fa, trovarsi in mezzo a tanti amici democratici, ritrovarsi nei loro sorrisi, nella loro contentezza, nella consapevolezza che sì, nonostante tutto, il futuro per loro sarà migliore, mi rende felice. Si chiama empatia. E’ diversa dalla speranza, perché non si basa sugli altri, ma sui sentimenti che proviamo noi stessi. L’empatia non si consuma, dipende solo da noi.
Rifkin diceva “La coscienza empatica si fonda sulla consapevolezza che gli altri, come noi, sono esseri unici e mortali. Se empatizziamo con un altro è perché riconosciamo la sua natura fragile e finita, la sua vulnerabilità e la sua sola e unica vita; proviamo la sua solitudine esistenziale, la sua sofferenza personale e la sua lotta per esistere e svilupparsi come se fossero le nostre. Il nostro abbraccio empatico è il nostro modo di solidarizzare con l’altro e celebrare la sua vita.”
L’empatia ci porta ad apprezzare l’uguaglianza, la solidarietà e l’attenzione per il prossimo, che sono le direttrici delle politiche di Obama, ma anche le nostre.
Per questo stasera sono contento e celebro la vittoria dei miei ideali, delle mie lotte, dei miei sogni. Per questo oggi mi sento americano. Ma da domani si ritorna a pensare all’Italia. Quando la speranza non ci guida più, ci rimangono le azioni concrete, ovvero la tanto vituperata politica con le migliaia di ostacoli da superare per ritrovare quel senso di empatia comune. Obama c’è riuscito. Dalla poesia alla prosa. Riusciamo a scrivere qualcosa anche noi o resterà solo qualche appunto scarabocchiato su fogli sparsi?
Ma stasera festeggiamo, abbiamo vinto. Prepariamoci, fra poco toccherà anche a noi dimostrare di poter di nuovo sorridere insieme.

5 – Mangiarsi gli stereotipi: tu vuò fà l’italiano?

“Italiano? Ahhh, pizza, spaghetti, mandolino, mafia!”. Molte sono le storie che narrano le gesta e l’epica degli italo-americani. Da quando sbarcavano a Ellis Island, di fronte a Miss Liberty, la statua della libertà, con una valigia di cartone legata con un piccolo spago, fino alle storie dell’ultima serie tv di successo come “I soprano”, che ovviamente racconta le vicende di una famiglia invischiata nella malavita. Certo non sono più i tempi di Al Capone, Lucky Luciano e Don Vito Corleone, personaggi veri o immaginari legati alla triste storia criminale americana, che abbiamo tristemente esportato insieme alla nostra creatività e filosofia di vita. Adesso i figli dei figli della prima generazione devono affrontare molti meno pregiudizi, essendosi affermati anche nella società pubblica americana, come ad esempio Mario ed Andrew Cuomo, padre e figlio governatori dello Stato di New York, o il famoso ex sindaco della Grande Mela Rudolph Giuliani. Nonostante la globalizzazione e il tempo ci abbia avvicinato alla grande famiglia americana, l’esaltazione e la drammatizzazione dell’italiano medio rimane, non solo in televisione grazie alle cafonate di Jersey Shore, un misto di impietose irreverenze alla cultura nostrana, ma anche nell’idea comune che serpeggia nelle menti degli americani. E questo lo possiamo vedere bene durante le varie feste patronali che animano i quartieri italiani delle varie città statunitensi. Anche a Boston c’è una piccola “Little Italy”, nel quartiere North End, dove un tempo vivevano i lavoratori del vecchio porto. La zona è ricca di storia, dato che North End è il primo quartiere della città, ed è disegnato da vicoli stretti e strade tortuose, che ricordano più le città medievali italiane che i grandi spazi americani. Una piccola perla rispetto alla banalità architettoniche di molti quartieri bostoniani.
Nelle viuzze si respira aria di casa. Cartelli che inneggiano alla pizza, nomi che riportano alla mente grandi personaggi del nostro paese, negozi che si vantano di avere il miglior gelato del mondo (si, vabbè).
Un trionfo dell’italianità? Assolutamente no. Semmai è l’esaltazione dei caratteri più distintivi della nostra cultura, la mercificazione degli stereotipi più difficili da distruggere.
Purtroppo le feste patronali ne sono una triste sintesi. A Boston quella più famosa è dedicata a Sant’Antonio, che si svolge negli ultimi weekend di Agosto a North End.
Più che altro è una fiera del cibo, dove centinaia di piccoli stand offrono pietanze italiane (e non) per placare la fame degli avventori. In realtà la cosa buffa è che nella maggior parte dei casi sono cibi che non ho mai sentito, dei quali non ne immaginavo nemmeno l’esistenza, che hanno stupito un fine conoscitore della cucina italiana come me: sono io che mi sono perso qualcosa o qui stanno sbagliando tutto? Credo più la seconda: tra gli stand possiamo vedere cannoli fatti senza ricotta, il gelato mischiato con gli Oreo (dolci americani che ricordano i Ringo), banane caramellate, in un crescendo di bestemmie gastronomiche che arrivano fino all’offesa finale: la pizza con l’hamburger sopra. Uno scempio che da troppo tempo rimane impunito, battuto solo dall’inglese pizza con l’ananas.
Mi verrebbe voglia di sedermi accanto a uno di questi tanti venditori di “presunta italianità”, accarezzargli affettuosamente la testa chiedendogli in tono materno perché sta violentando così barbaramente l’Italia. Abbiamo già tanti motivi per venire derisi, almeno sul cibo no, non possiamo rovinarci la reputazione.
Ad esempio essere italiano significa essere un fino conoscitore di vino e quando ai ristoranti c’è da ordinare una bottiglia tutti si rivolgono a me, certi di una mia esperienza superiore che gli garantirà la migliore scelta. E pur non sapendo distinguere un cartone di Tavernello da una bottiglia di Sassicaia, recito la parte del maître, vantandomi di avere un’innata capacità di critica enologica grazie al mio sangue italiano. Per fortuna è difficile incontrare qualche americano conoscitore di vino pronto a smascherarmi, sono troppo impegnati a bere birra.
Un carro pieno di dollari attaccati con la spillatrice attraversa le strade del quartiere: raccoglie le donazioni al santo che andranno a finire misteriosamente da qualche parte ( la trasparenza non è mai stata un nostro forte).
C’è aria di festa, la musica è ovunque. Allegria, sorrisi, abbracci. Questa è l’Italia che voglio esportare. E siccome conosciamo bene il perdono, rinuncio ai miei intenti di evangelizzazione gastronomica e mi unisco al divertimento.
Alla fine capisco che quello che vogliono vendere non sono i prodotti reali del nostro paese, ma solamente concetti italiani rielaborati per venire incontro ai gusti americani, ovvero più zuccheri, più proteine, più calorie. Hanno provato a fare gli italiani e hanno fallito.
D’altra parte bisogna solo ringraziarli: adesso nel mondo l’italiano grassottello mangiatore di pasta è stato scalzato dall’americano oversize divoratore di ciambelle.
Anche se a dire la verità, alcuni membri della comunità italo-americana che ho conosciuto qui hanno provato in tutti i modi a mantenere intatto lo stereotipo dell’emigrante: capelli scuri, sovrappeso, con i baffi e un inglese dall’accento “funny”. Un misto tra Pavarotti e SuperMario. Come li ho conosciuti? Questa è un’altra storia, una fiaba tutta italiana. State sintonizzati.

6 – American Life – Born down in a dead man town

Dove eravamo rimasti?

Born down in a dead man town, The first kick I took was when I hit the ground
You end up like a dog that’s been beat too much  Till you spend half your life just covering up

Questa è la prima strofa di Born in the USA, una delle canzoni che più ricorda l’America e il suo stile di vita, grazie anche alla fantastica voce folk di “The boss”. Ma al contrario di quello che dice la canzone, io non volevo essere picchiato come un cane durante la mia prima esplorazione nella vita di una cittadina statunitense. Mi sentivo un Amerigo Vespucci dei nostri tempi, senza le caravelle colme di cibo o una bussola a ricordargli la via,  ma con bagagli pieni di calzini e mutande, con l’Iphone incollato alla mano per orientarsi e trovare quella maledetta strada dove si trovava la mia sistemazione. E’ l’esplorazione 2.0. ’
Devo ammettere che la situazione vista da un normale passante poteva sembrare comica, anche se per me era tragica: un ragazzo visibilmente disorientato che trascinava una valigia di 35 kg quando al massimo ne poteva contenere la metà (e per questo  mi aspettavo l’implosione a momenti), uno zaino sulle spalle da campeggiatore della domenica, carico anche questo fino all’inverosimile, come un bombolone alla crema, così colmo che se lo afferri troppo forte esce tutto il ripieno, telefono in mano costantemente alla ricerca di wireless gratuite, per scaricare le mappe che mi avrebbero portato a destinazione. Uno stop&go continuo, che mi stava lasciando in un imbarazzante bagno di sudore.
Da una casa sento quelle note, la melodia di “Born in the Usa”, che mi riportano al compito della mia missione da esploratore. Che cosa stavo vedendo?
Avete presente quelle sensazioni di “già visto” che ti vengono quando pensi di essere già stato in un posto? Ecco, l’America è un immenso e continuo dejà-vù. È quasi una maledizione: tutto è così familiare, consciuto, prevedibile.  Le case sono tutte villette a più piani con giardino, decine di padroni che portano a spasso cani terribilmente piccoli, macchinoni con le casse a tutto volume che sparano musica rap. Manca solo il vicino che falcia l’erba e ti saluta e poi sembra di essere finiti dentro uno dei tanti film che provengono da Hollywood : la realtà che vedi finisce per non sembrarti vera, originale, realmente esistente. I produttori cinematografici hanno lavorato così tanto e maledettamente bene che hanno fatto del sogno americano un film che non finisce mai, dove il confine tra la vita quotidiana e la finzione non c’è più. Camminando per le strade di un tranquillo paese americano sembra di girare un remake, dove per la prima volta hai la possibilità di interagire. Mancano solo le telecamere.
E quando giro un angolo e mi trovo davanti un chiosco di legno improvvisato, con due bambini piccoli e biondi che vendono un bicchiere di limonata a un dollaro, la voglia di buttarlo giù è enorme. Hanno perfino fatto la scritta a mano, con la classica calligrafia approssimata dei bimbi. Mi fermo e ricaccio indietro la voglia di fracassarlo: tanto arriverà qualche bullo che lo farà per me, come da tradizione cinematografica.
Ma dopo aver fumato una sigaretta aspettando impazientemente il chiosco è ancora lì, ancora intatto, e mi è venua voglia di una limonata. Pago il ragazzino che risponde con un sorriso e un bicchere tracolmo di succo. E’ dolce e barbaramente zuccherata e trattengo la voglia di tirargliela in faccia. Dopotutto avevo sete.
Mi allontano, un po’ deluso, dal chiosco di limonate per riprendere il mio cammino. Ho già accennato alla quantità elevata di padroni con i cani, la mia curiosità si è poi concentrata sul loro comportamento. Avrebbero raccolto i bisogni dell’animale? Non mi ci è voluto molto a scoprirlo: un bassotto si ferma accanto a me e rilascia feci fumanti. Mi fermo per osservare la scena, rischiando di essere scambiato per un coprofilo: sì alla fine il padrone estrae una busta e raccoglie gli escrementi. Un caso non fa statistica, ma almeno è un benvenuto di civiltà.
Cerchiamo di sfatare un altro mito: non è vero che tutte le porte sono aperte, anzi, non mi sembra un posto dove ci si fida della comunità, nonostante Cambridge e tutto il Massachussetts abbiano un grado di criminalità basso rispetto alla media. Non siamo ancora ai livelli di inferriate alle finistre, ma di allarmi e rilevatori alle porte ne ho già visti parecchi. D’altra parte la casa rimane ancora il luogo più sicuro per la famiglia americana. Le bandiere a stelle e strisce sono ovunque, simbolo di un patriottismo ancora forte e diffuso.
Supero l’ennesimo parco, anche questo con campo da basket e da baseball gratuiti, e finalmente riesco a scorgere la terra promessa, ovvero l’alloggio dove poter lasciare il mio pesante fardello e riposarmi dopo il lungo viaggio. Scoprirò successivamente che i parchi urbani sono una felice costante nelle cittadine americane, qualcosa da importare nuovamente, sopratutto per quanto riguarda l’uso gratuito di impianti sportivi, visto che purtroppo in Italia sono quasi tutti privati (ma dello sport parlerò più avanti). Columbia Street, 319, sono arrivato. Da buon esploratore appena arrivato bacio il suolo. Eccomi qua davanti a una casa a 3 piani con giardino,con la porta sul davanti rigorosamente in legno truciolato. Ora voglio vedere il frigo grande come un armadio, la televisione poco sopra l’altezza del pavimento e la porta sul retro con la zanzariera. Ah, e poi voglio scendere dalle scale che uniscono i diversi piani urlando come un pazzo furioso. Questo mi hanno insegnato le sitcom americane. La porta è chiusa, vorrei provare a entrare dal retro, o passare da una finestra. Ma sono quasi sicuro che non sarei apprezzato o accolto con un sorriso,  come invece  fanno con disinvoltura l’amico/a o il fidanzato/a nei film. Mi rattristo e  suono banalmente il campanello, con la bocca ancora impastata da quella orrenda limonata bevuta poco prima. Non sarò nato negli USA come Bruce Springsteen, ma di sicuro è come se ci fossi cresciuto, come se non ci fosse più niente da scoprire. Mi sbagliavo tremendamente: l’American Life supera decisamente la fantasia.

L’arruginimento della politica spettacolo: il presente triste di Romney vs il futuro utopico di Obama

Piccola pausa dalle avventure/disavventure di viaggio. Si torna a parlare di politica.

Puntuali come le Olimpiadi, ogni 4 anni in America si svolge il rito delle convention. I due partiti maggiori (ma anche gli unici), Partito Democratico e Partito Repubblicano, si radunano in grandi impianti e inaugurano de facto la campagna elettorale, anche se in realtà siamo già in clima agonistico da molti mesi, con colpi proibiti e attacchi quotidiani. Quasi come in Italia. Da segnalare un triste incremento esponenziale dei negative ads, ovvero la propaganda elettorale contro qualcuno, per screditarlo, senza nemmeno parlare delle proprie idee. Suona familiare….

Hanno iniziato i Repubblicani due settimane fa, consacrando il ticket Romney-Ryan. Il loro programma è veramente ridicolo. Il partito dell’elefante, uscito malconcio dalla vittoria di Obama nel 2008 e dal fallimento della politica di Bush, non ha una visione a lungo termine, non ha un futuro da promettere. Puntano il dito contro l’attuale Presidente per non aver fatto abbastanza durante una crisi che loro stessi hanno creato. Come ai tempi della Restaurazione, vogliono tornare al potere solo per occupare la sedia, continuando una politica che il mondo ha dichiarato fallimentare, non capendo i cambiamenti che la società richiede.
Così radilcamente anti-abortisti, anti-omosessuali, credono che la disuguaglianza, sociale ed economica, sia un valore, perché spinge chi non ha a lottare per avere di più. Un motore basato sull’invidia sociale, che lascia indietro i più deboli, come testimonia la volontà di riformare in peggio quel poco che ha fatto Obama in termini di sanità per tutti.
Puntano sugli estremismi, sulla rabbia, sull’egoismo. Sono pericolosi perché possono vincere: al momento non sono al comando ed è troppo facile accusare chi, secondo loro, non è riuscito a fare di più per alleviare le molte sofferenze che investono l’America.
Non hanno scaldato i cuori, ma non era questo il compito della convention repubblicana: dovevano demolire Obama, accusarlo di incompetenza, fargli terra bruciata attorno.
Ma non ci sono riusciti: dovevano creare risentimento, ma l’unico effetto negativo è stato il tifone che ha colpito la sede della convention. Troppa sceneggiatura, troppo prevedibile, un carrozzone noioso svuotato della politica e riempito di effetti speciali. Volevano stupirci, ci hanno annoiato. E il crollo degli ascolti in tv lo dimostra.
I democratici hanno risposto due settimane dopo a Charlotte, un paesino della North Carolina.
Il loro compito era diverso: ridare speranze dopo il fallimento dei messaggi che hanno portato Obama alla vittoria nel 2008: “Hope” e “Change” sono ormai solo uno sbiadito ricordo. Il primo giorno Michelle Obama ha acceso le emozioni dell’elettorato democratico, con la sua storia e il suo essere donna, prima che First Lady, mentre il giorno dopo Clinton, da vero politico, ha fatto ragionare il cervello, smontando uno dopo l’altro tutti i punti del programma repubblicano. Memorabile la frase che sintetizza il piano di Romney: “Obama non è riuscito a risolvere i problemi creati da Bush, allora tocca a noi, con un programma che è esattamente la continuazione di quello di Bush”. Come se un bandito sparasse a una persona, il medico prova a tamponare la ferita per salvargli la vita, ma la situazione è peggio del previsto e il paziente tarda a guarire. Dopo 4 anni torna il bandito e vuole cacciare via il medico dicendo che l’unico modo per salvare quella persona è sparargli di nuovo. Un controsenso logico-politico che Clinton è riuscito a spiegare molto bene, dimostrando ancora carisma e capacità, creando quel buzz, quel chiacchericcio necessario per creare ancora di più aspettative sul discorso del Presidente del giorno dopo.
E lui, la speranza incompiuta, il coito interrotto, il sogno spezzato di tante persone fuori e dentro l’America, com’è andato?
Un Obama decisamente invecchiato rispetto a 4 anni fa, ma come lui stesso ha detto: “non sono più il candidato, ma il presidente”. Pragmatico come solo un vero statista può esserlo, ha ricordato come dalle crisi si esca non con i venditori di fumo e di promesse, ma con la forza di tutte le persone che ogni giorno lottano per avere un futuro. E quando questo futuro viene precluso, il governo deve intervenire, per permettere a chi non ha di avere le stesse opportunità di chi ha avuto più fortuna. Condividere un percorso e le responsabilità: per questo non servono minori tasse alle imprese che delocalizzano, ma insegnanti per forgiare la classe lavorativa di domani e un senso di collettività perduto nelle ambizioni egoistiche del presente.
Credo sia la prima volta che sento un politico, di qualunque nazione e partito, che parla di “pazienza” e non cerca la schiavitù del “consenso immediato”, quel vizio nato proprio in America di basare la propria linea politica sulla base di sondaggi, che danno solo un fotogramma dell’intero film che invece dovrebbe essere visto interamente.
Obama conclude il primo tempo del suo (insufficiente?) mandato con parole di speranza: se le voci del cambiamento improvvisamente si zittiscono per colpa delle difficoltà del presente, qualcun altro prenderà il loro posto: i politicanti, le lobbies, le grandi corporation. Per questo il cambiamento ci deve ancora muovere avanti, perché i grandi sogni ci mettono di più a realizzarsi.
Il secondo tempo avrà un lieto fine? Riuscirà l’attore protagonista a vincere il Premio Oscar o finirà nel dimenticatoio come molte meteore che lo hanno preceduto?  Magari con una pacca sulla spalla e qualche parola di conforto.
Le convention non sono un ottimo termometro per capire l’umore americano, troppo piene di fan sfegatati e di folle osannanti. Adesso siamo all’intervallo.Non c’è contenuto, c’è solo la pubblicità. Per sapere se ci sarà un secondo tempo bisognerà aspettare fino al 6 Novembre. Avete comprato i pop corn?

3 – La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia e la seconda come farsa – Una valigia, uno spago e il disperato bisogno di un tetto

Canzone da ascoltare: Hotel California

Central square, Cambridge, Boston area. Questo è il primo contatto con la vera realtà americana.  Una piazza che non ha l’apparenza della piazza, ovvero è solo un crocevia tra due delle arterie stradali più grandi della zona. Il tempo è uggioso, ma non è freddo. Siamo sempre al 15 di Agosto! Quello che vedo non è niente di nuovo: negozi con vetrine molto alte, gente che passeggia, biciclette che sfrecciano. Ma guardando bene ci sono molti nomi di negozi che non ho mai sentito prima: le grandi marche non hanno ancora vinto. A parte l’onnipresente Starbucks, che domina l’angolo più importante dell’incrocio con il suo inconfondibile stemma: quell’ibrido regina/sirena bianca su sfondo nero e la scritta gigantesca. Fino ad oggi noi italiani siamo riusciti ad essere immuni dallo sbarco della multinazionale del caffè, grazie alla nostra rete capillare di bar, la colla dell’Italia,  ma c’è qualcuno, spie del nemico, che chiedono a gran voce la conquista del nostro territorio da parte del marchio americano. Blasfemi e antipatrioti. Cappuccino e cornetto nostrani sono le vere tradizioni da difendere! Fosse non solo per il prezzo: per fare colazione da Starbucks con caffè e pezzo dolce (gli strazuccherati muffin per esempio), spendi minimo 5 euro, più il conto da pagare al dentista per le carie che verranno. Si vede lontano un miglio che hanno provato a copiare lo stile italiano, fallendo clamorosamente. Almeno potrebbero dire “macchiato” in maniera corretta, senza storpiarlo in un maccheronico “macciato”. E poi dov’è la tazzina di porcellana? No, sono stato un pirla a non portare la moka.
Ma lasciando perdere l’invettiva su Starbucks, l’arrivo a Cambridge, la piccola città vicino Boston che ospita Harvard e il M.I.T, mi ha fatto ripiombare nel mio dramma personale. Diciamo che per colpa delle migliaia di cose da fare pre-partenza, dalla scelta della quantà dei calzini da mettere in valigia fino al superamento degli ostacoli per ottenere il visto americano, mi sono “dimenticato” di trovare una sistemazione per i primi giorni. Vabbè ci saranno gli hotel, penserete furbamente voi. No, il mio animo tirchio e misero da studente  ha preso il sopravvento, impedendomi di optare per una costosa sistemazione in hotel ( i prezzi partivano da 100$ a notte).  Allora  un ostello? Nemmeno quello, dato che non c’erano più camere singole disponibili nelle vicinanze e muoversi con 40 kg di peso addosso vi assicuro che è abbastanza complicato.
In America va di moda ora un nuovo sito web, che si chiama Airbnb. Airbnb mette in contatto persone che hanno a disposizione spazio in più con viaggiatori che stanno cercando un posto dove stare. Chi ospita può promuovere il proprio alloggio ad un pubblico di milioni di utenti, sia che si tratti di un appartamento in città, di un castello in campagna o di uno sgabuzzino in casa. Si può trovare davvero di tutto, dal bellissimo appartamento vista mare, al materasso buttato in salotto.
Ho passato tutto il tempo dello scalo a Dublino a cercare un posto che si potesse considerare “abitabile”. Non è semplice, perché, come potete immaginare, entrare in casa di perfetti sconosciuti non è nella nostra cultura: fidarsi di lasciare tutta la notte i bagagli, che contengono tutta la tua vita dei prossimi mesi, in mano a estranei, dormire la notte in camere che non possono essere chiuse.
Ma la vita è un’avventura e, con qualche precauzione, sembra che questo sistema sia ottimo per trovare alloggi temporanei a poco prezzo e per chi ha spazio in più di raggranellare qualche dollaro extra. Il sistema di feedback e di recensioni, in puro stile E-bay o Amazon, dovrebbe limitare le brutte sorprese.
Infatti la prima cosa che ho guardato sono stati proprio i commenti degli utenti che avevano provato quella sistemazione. La scelta non è ancora molto ampia, soprattutto se vuoi spendere poco: si va dai 50 $ a notte per un divano in un soggiorno di un appartamento di lusso, ai 60$ sempre a notte per un ufficio che non viene più utilizzato come posto di lavoro, ma come ostello per viaggiatori, ai 200$ per un’intera casa a tre piani in pieno stile New England.
Non sempre le recensioni erano positive e per la mia prima esperienza cercavo qualcosa di “normale”: una camera con una fottuta porta. L’unica soluzione che rispondeva alle mie esigenze era proprio a Cambridge: due ragazze che affittavano la loro terza stanza della casa mentre la coinquilina era in vacanza. Cinquanta dollari a notte, compreso coperte e asciugamani più una piccola percentuale che va al sito.
Dalle foto sembrava anche una casa discreta, quindi non mi lascio scappare questa possibilità e contatto le ragazze per la disponibilità. Infatti, per tutelare anche gli ospitanti, ci deve essere prima un controllo “sociale”, ovvero una breve spiegazione del tuo viaggio, l’arricchimento del profilo e il link alla pagina facebook. Se i proprietari ti giudicano positivamente puoi prenonotare e pagare direttamente con la carta di credito. Un sistema macchinoso e ancora non esente da problemi, ma che può aiutare la cosiddettà “economia sociale” dove più dei soldi conta la reputazione (in questo caso online) che hai.
Ovviamente le due ragazze, Colinne e Amanda, accettano la mia prenotazione, ma questo lo saprò solo al mio arrivo in America. Un intero viaggio con l’incognita del pernottamento. Al massimo Boston ha tanti ponti sotto i quali ripararsi. Un altro problema è che quando arrivi devi compilare tutta la pesante burocrazia per garantiti l’entrata  in suolo americano e devi segnalare dove andrai a dormire. Panico. Ho messo l’indirizzo del M.I.T, l’unico che mi ricordavo. Ha funzionato. Un buco nel sistema di sicurezza? O solamente la non curanza di qualche poliziotto svogliato? Dov’è la rinomata  precisione certosina nel controllo alla frontiera? Non so e me ne frego poco. Fatto sta che quando atterro riesco a scoprire che avrò un letto sul quale dormire. Questo mi basta per allontanare ogni domanda. Ecco perché scendo alla fermata Central di Cambridge, per iniziare la mia prima passeggiata nell’American Life e andare a dormire nella camera di una ragazza totalmente sconosciuta, con uno zaino in spalla e una borsa legato con lo spago, dato che si stava rompendo per il troppo peso. Un tipico immigrato italiano degli anni ‘20. Marx diceva che “la storia si ripete sempre due volte:  la prima volta come tragedia e la seconda come farsa”. E io in questo momento mi sento terribilmente comico, sudato, impacciato.  Ma prima di riprendere il cammino, mi fermo da Starbucks. Ho bisogno di quel dannato cappuccino insieme a un ipercalorico muffin. E l’invettiva contro la multinazionale? Già dimenticata al primo morso. In qualche modo dovrò pure cominciare ad ambientarmi?

2 – Il primo stereotipo non si scorda mai – L’arrivo in America

Canzone da acoltare: America di Gianna Nannini

Odio gli stereotipi. Non ti permettono di vedere la realtà per come è, nella sua varietà e diversità. Noi italiani poi siamo le prime vittime: non c’è posto nel mondo dove non abbia sentito il classico “italiano pizza, spaghetti, cappuccino”, a volte condito con epiteti ancora più crudeli come “mafioso” e “padrino”. Ma la parola che andava più in voga era anche l’accostamento più bieco e desolante: “italiano = Berlusconi”.
Per aver sofferto questa terribile onta e vergogna cerco di non giudicare gli altri popoli tramite stereotipi. Non è vero che gli inglesi sono freddi, gli svizzeri puntuali, i francesi saccenti. Magari solo un po’.
Quindi, mentre sorvolo l’oceano Atlantico con il mio aereo della sconosciuta Aer Lingus, compagnia di bandiera irlandese, penso a cosa avrei trovato al mio arrivo. Ero convinto che le dicerie sugli americani fossero esagerate, per colpa della nostra mania di esagerare tutto per sembrare più interessanti e da un’iconografia mutuata dal cinema che non ci aiuta.
Con questo spirito curioso atterro al Boston Logan, l’aeroporto cittadino che si trova su un’isola vicino alla città del quale porta il nome: quale sarà la prima cosa che vedrò? Quale sarà il primo impatto?
Emozionato dalla nuova esperienza non sento nemmeno la stanchezza del volo. Per me è giorno da 24 ore, ma la mente è troppo eccitata per sentire le fatiche del corpo. Ho la fortuna di scendere per primo (gli italiani non fanno la fila, altro stereotipo da smontare) e incamminandomi verso l’uscita, mi si para davanti la prima sorpresa: un poliziotto abbondantemente sovrappeso con occhiali da sole (dentro l’aeroporto ovviamente) e cappello da sceriffo!
“No, non può essere vero!” penso mentre faccio una larga deviazione per evitare l’impatto. E’ solo un caso che la prima persona che incontro è uno sbirro “ diversamente magro”, figura secondaria che si ritrova in migliaia di film d’azione, ma che fa spesso una brutta fine. L’antieroe americano per eccellenza.
Ancora stordito dall’incontro, traggo un sospiro di sollievo: almeno non aveva una ciambella nelle mani, tratto caratteristico dei poliziotti oversize. Ma le mie certezze stavano per essere demolite ancora una volta, quando, appena varcata l’uscita dal gate, una luce brillante acceca i miei occhi stanchi: “Dunkin’ Donuts”. La prima cosa che vedo dell’America è un maledetto negozio di ciambelle, con la sua ricca offerta di dolci glassati, ripieni di creme varie, ma soprattutto ricchi di zucchero e altre amenità mielose. Le classiche ciambelle americane che abbiamo cominciato ad apprezzare e conoscere grazie alla voracità di Homer Simpson, ma che da noi non hanno ancora preso piede. Posso intuire anche il perché: solamente vedendole, sento già i denti che si cariano.
E’ stato questo il primo impatto dell’America, un classico degli stereotipi made in USA che ha dato un gancio e un montante alla mia ferrea volontà di andare oltre l’immaginario collettivo. No, non può essere tutto così, non posso credere di vivere costantemente dentro un film o un cartone animato.
Ancora fortemente disorientato, vedo avvicinarsi un ragazzo nero verso di me. Giuro che se mi dice “yo, bro!” porgendomi il pugno avrei preso il primo aereo per l’Europa urlando come Macaulay Culkin, il ragazzino di “Mamma ho perso l’Aereo!”. Ma per fortuna volge lo sguardo altrove e mi supera in un consolante silenzio. C’è ancora speranza.
L’arrivo procede nella normalità, cercando di capire come abbandonare l’isola per raggiungere la città.
Sembra che ci sia una navetta, dove si legge bene la scritta “FREE”. Ma se ho imparato una lezione è quella che nessuno ti regala niente e chiedo all’autista la certezza che non andrò a pagare qualche strana tariffa aggiuntiva, o che mi porti in qualche sperduto posto lontano dalla civiltà. Non sarebbe la prima volta, soprattutto quando sei in Europa e arrivi in quei minuscoli aeroporti lontani dalla città dove vola la Ryanair. Si fa presto a montare sul bus sbagliato e ritrovarsi in un’altra città, diversa da quella programmata. Almeno cerco di convincermi che sia normale confondersi, visto che mi è successo almeno un paio di volte.
Ma non mi sembra questo il caso e lo svogliato autista (ovviamente di colore)  allontana le mie preoccupazioni.
La navetta mi lascia alla prima fermata metro utile per raggiungere la destinazione finale e qui ho un altro sussulto: sono finito direttamente sul binario della stazione metropolitana rossa, chiamata South Station, senza aver fatto né biglietto, né altro.”Ecco scoperto l’inganno”, mi dico con un po’ di supponenza, “quando arriverò a destinazione dovrò pagare una tariffa mostruosa! Pensano di fregare un italiano? E’ come rubare in casa dei ladri” (tanto per alimentare lo stereotipo dell’italiano furbo).
Chiedo quindi delucidazioni al personale di stazione, domandando quanto avrei dovuto pagare e preparandomi al salasso. “Nothing” rispose il ragazzo con la giacca rossa, che lo contraddistingueva come lavoratore-pipistrello, come chiamo quelli che stanno ore chiusi sottotera per far funzionare la metro. Infatti è un servizio gratuito per chi arriva dall’aereoporto. Ok, America, ora ci siamo. Questi sono i servizi intelligenti che ti aspetti di trovare, anche se il mezzo che sopraggiunge non ha niente di avveniristico, anzi…direi che assomiglia decisamente ai nostri scalcinati treni regionali, arrugginiti e dal sapore vagamente retrò. Che sia un effetto voluto?
La stazione dove devo scendere si chiama “Central”, una fermata dopo quella di Kendall/MIT. Non riesco a capire la funzione dei grandi vetri della carrozza fino a quando, all’improvviso, la metro ritorna in superficie per attraversare un ponte (il Longfellow bridge): davanti a me si apre tutto lo scenario di Boston all’imbrunire, con la sua skyline di grattacieli e di megastrutture.

Lo stupore fanciullesco dura pochi secondi, il rientro sottoterra è come la fine di un sogno a occhi aperti. Mentre scendo dalla carrozza, con un sorriso ebete ancora stampato in faccia, rifletto su quello che avevo visto: “credo proprio che amerò questa città”. E quindi uscì, a riveder le stelle… (e strisce).

Alla ricerca dell’American Dream

Siamo tutti un po’ americani. Dal dopoguerra ad oggi nessun altro paese straniero ha avuto su di noi un’influenza culturale, sociale ed economica così forte e radicata come gli Stati Uniti.
Indossiamo i loro jeans, ci emozioniamo ascoltando le loro canzoni, guardando i loro film o l’ultimo episodio della serie tv preferita.
Quando vogliamo concederci un lusso o siamo di fretta cerchiamo il negozio con la M dorata, per mangiare velocemente un hamburger, condito da una ricca cascata di patatine fritte.
Conosciamo tutte le città più famose, anche se non riusciamo a collocarle bene geograficamente. New York, Boston, San Francisco, Los Angeles, Miami. Chi non ha mai voluto visitarle almeno una volta?
“All my life watching America” cantavano i Razorlight qualche anno fa. “Tutta la mia vita guardando l’America”. E non c’è dubbio che i film di Hollywood e le serie tv hanno unito le ultime generazioni di giovani, accomunati dal sogno di vivere almeno per un giorno come un americano: il college con l’armadietto personalizzato, il ballo di fine anno, vestirsi da mostro per Halloween per andare a chiedere dolcetti alle porte, noleggiare una macchina cabrio e percorrere chilometri di deserto sterminato, incontrando di tanto in tanto uno sperduto e puzzolente motel.
Magari prima si aspettava mesi o addirittura anni  per vedere la versione italiana di un telefilm da guardare rigorosamente seduti sul divano davanti la Tv, mentre adesso grazie alle nuove tecnologie si può vedere (o scaricare) ogni nuovo episodio quasi in tempo reale, aspettando solamente i sottotitoli in italiano per chi non riesce ancora a masticare la lingua inglese. Resta il fatto che intere schiere di giovani sono cresciute insieme a Happy days, Beverly hills 90210, Dawson’s creek, The O.C e molti altri ancora..
Altro che “pericolo islamico”! L’”American life”, lo stile di vita statunitense, è quello che più ha intaccato le nostre tradizioni, educato i nostri figli, scandito le fasi della nostra crescita, causando spesso anche reazioni negative.
Come spiegava il regista Jean Luc Godard, odiamo John Wayne perché in lui vediamo gli odiati reazionari americani, ma lo amiamo perdutamente quando indossa i panni del cowboy dei film di John Ford.
Ma più di ogni altra cosa gli Stati Uniti sono il luogo dove volgiamo lo sguardo quando si deve prevedere qualcosa, come una moderna sfera di cristallo: “E’ successo laggiù, fra poco lo vivremo anche noi”. Un televisore sempre acceso sul futuro prossimo, un passo avanti nella scala dell’evoluzione tecnologica: Facebook, l’Iphone, i tablet, Google,sono solamente alcune delle più recenti rivoluzioni tecno-antropologiche made in USA che hanno cambiato e stanno cambiando il nostro modo di vivere quotidiano.
L’American dream, quello “prodotto” dalla Rivoluzione d’Indipendenza e “disegnato” dalla Costituzione americana, “prevedeva” la speranza che attraverso il duro lavoro, il coraggio e la determinazione sia possibile raggiungere un migliore tenore di vita e la prosperità economica. Scrivo al passato perchè adesso sembra sempre di più un’utopia. Un’economia legata alla degenerazione della finanza che ha causato la crisi mondiale, una democrazia sempre più appannaggio dei lobbysti e dei grandi network di potere, un conflitto sociale continuo che rende difficile una migliore integrazione.
Ma c’è ancora un luogo dove l’American dream è forte e rigoglioso ed è il campo dell’innovazione e della ricerca. Un nuovo Rinascimento dove un singolo individuo, grazie all’iperconnettività resa possibile dalle scoperte del tempo presente, ha una grande capacità di autodeterminarsi e di coltivare le proprie doti, con le quali riesce a vincere la Fortuna (nel senso latino, “sorte”, oggi potremmo parlare di “crisi”) e dominare la natura (nel caso di oggi le difficolt àoccupazionali) modificandola, contribuendo alla crescita della società.
Nascono così, da un’intuizione, le nuove società dominatrici della tecnologia: i già citati Facebook, Google, ma c’è anche Twitter, Instagram e le migliaia di altre iniziative di successo, che vanno oltre il settore informatico.
La potenza delle idee, aiutate da un contesto che le aiuta a svilupparsi: non solo privati che investono sulla conoscenza dando credito a perfetti sconosciuti, ma anche un mondo accademico che stimola e “coccola” i ricercatori. Harvard, Stanford, M.I.T, sono solo esempi di una brillante gestione del patrimonio cognitivo, dove la raccomandazione non è “spintarella”, ma premiazione del merito e degli sforzi.
E qui entro in gioco io, dato che per il mio dottorato devo passare 6 mesi al Massachussets Institute of Technology (MIT per gli amici), al Center for Civic Media, Media Lab. Un’occasione che non potevo rifiutare.
Ecco perché dovrò “sospendere” la mia stretta (anche troppo) connessione con la politica, per ritrovare il mio sogno, che non è né quello americano, né quello italiano (semmai ne avessimo uno) ma uno molto più sobrio e umile: cercare di trovare nuovi stimoli, nuovi contatti, nuove esperienze. Semplicemente migliorarsi un po’ . Restare connessi con la città di Pisa sarà difficile, ma credo che il bagaglio di conoscenze e di esperienze che porterò “a casa” possa superare questo momentanea separazione. E poi, in effetti, la politica ci sarà anche qui, con una campagna elettorale spietata, dove proprio oggi i sondaggi danno incredibilmente in vantaggio il repubblicano Romney, un ultramiliardario degno seguace del bushismo più stupido.
Proverò a raccontarla questa esperienza oltreoceano, cercando di condividere le mie impressioni, i miei pensieri, le mie esperienze, gli aneddoti più strani, e perché no, raccontando qualcosa del lavoro che sto facendo. Ma soprattutto cercherò di rispondere a una semplice domanda: l’America è davvero come ce la dipingono gli sceneggiatori? O la realtà supera l’immaginazione?
Per scoprirlo non c’è altro da fare che aspettare la prossima puntata. Stay tuned. And God bless America.

Boston's harbour