L’arruginimento della politica spettacolo: il presente triste di Romney vs il futuro utopico di Obama

Piccola pausa dalle avventure/disavventure di viaggio. Si torna a parlare di politica.

Puntuali come le Olimpiadi, ogni 4 anni in America si svolge il rito delle convention. I due partiti maggiori (ma anche gli unici), Partito Democratico e Partito Repubblicano, si radunano in grandi impianti e inaugurano de facto la campagna elettorale, anche se in realtà siamo già in clima agonistico da molti mesi, con colpi proibiti e attacchi quotidiani. Quasi come in Italia. Da segnalare un triste incremento esponenziale dei negative ads, ovvero la propaganda elettorale contro qualcuno, per screditarlo, senza nemmeno parlare delle proprie idee. Suona familiare….

Hanno iniziato i Repubblicani due settimane fa, consacrando il ticket Romney-Ryan. Il loro programma è veramente ridicolo. Il partito dell’elefante, uscito malconcio dalla vittoria di Obama nel 2008 e dal fallimento della politica di Bush, non ha una visione a lungo termine, non ha un futuro da promettere. Puntano il dito contro l’attuale Presidente per non aver fatto abbastanza durante una crisi che loro stessi hanno creato. Come ai tempi della Restaurazione, vogliono tornare al potere solo per occupare la sedia, continuando una politica che il mondo ha dichiarato fallimentare, non capendo i cambiamenti che la società richiede.
Così radilcamente anti-abortisti, anti-omosessuali, credono che la disuguaglianza, sociale ed economica, sia un valore, perché spinge chi non ha a lottare per avere di più. Un motore basato sull’invidia sociale, che lascia indietro i più deboli, come testimonia la volontà di riformare in peggio quel poco che ha fatto Obama in termini di sanità per tutti.
Puntano sugli estremismi, sulla rabbia, sull’egoismo. Sono pericolosi perché possono vincere: al momento non sono al comando ed è troppo facile accusare chi, secondo loro, non è riuscito a fare di più per alleviare le molte sofferenze che investono l’America.
Non hanno scaldato i cuori, ma non era questo il compito della convention repubblicana: dovevano demolire Obama, accusarlo di incompetenza, fargli terra bruciata attorno.
Ma non ci sono riusciti: dovevano creare risentimento, ma l’unico effetto negativo è stato il tifone che ha colpito la sede della convention. Troppa sceneggiatura, troppo prevedibile, un carrozzone noioso svuotato della politica e riempito di effetti speciali. Volevano stupirci, ci hanno annoiato. E il crollo degli ascolti in tv lo dimostra.
I democratici hanno risposto due settimane dopo a Charlotte, un paesino della North Carolina.
Il loro compito era diverso: ridare speranze dopo il fallimento dei messaggi che hanno portato Obama alla vittoria nel 2008: “Hope” e “Change” sono ormai solo uno sbiadito ricordo. Il primo giorno Michelle Obama ha acceso le emozioni dell’elettorato democratico, con la sua storia e il suo essere donna, prima che First Lady, mentre il giorno dopo Clinton, da vero politico, ha fatto ragionare il cervello, smontando uno dopo l’altro tutti i punti del programma repubblicano. Memorabile la frase che sintetizza il piano di Romney: “Obama non è riuscito a risolvere i problemi creati da Bush, allora tocca a noi, con un programma che è esattamente la continuazione di quello di Bush”. Come se un bandito sparasse a una persona, il medico prova a tamponare la ferita per salvargli la vita, ma la situazione è peggio del previsto e il paziente tarda a guarire. Dopo 4 anni torna il bandito e vuole cacciare via il medico dicendo che l’unico modo per salvare quella persona è sparargli di nuovo. Un controsenso logico-politico che Clinton è riuscito a spiegare molto bene, dimostrando ancora carisma e capacità, creando quel buzz, quel chiacchericcio necessario per creare ancora di più aspettative sul discorso del Presidente del giorno dopo.
E lui, la speranza incompiuta, il coito interrotto, il sogno spezzato di tante persone fuori e dentro l’America, com’è andato?
Un Obama decisamente invecchiato rispetto a 4 anni fa, ma come lui stesso ha detto: “non sono più il candidato, ma il presidente”. Pragmatico come solo un vero statista può esserlo, ha ricordato come dalle crisi si esca non con i venditori di fumo e di promesse, ma con la forza di tutte le persone che ogni giorno lottano per avere un futuro. E quando questo futuro viene precluso, il governo deve intervenire, per permettere a chi non ha di avere le stesse opportunità di chi ha avuto più fortuna. Condividere un percorso e le responsabilità: per questo non servono minori tasse alle imprese che delocalizzano, ma insegnanti per forgiare la classe lavorativa di domani e un senso di collettività perduto nelle ambizioni egoistiche del presente.
Credo sia la prima volta che sento un politico, di qualunque nazione e partito, che parla di “pazienza” e non cerca la schiavitù del “consenso immediato”, quel vizio nato proprio in America di basare la propria linea politica sulla base di sondaggi, che danno solo un fotogramma dell’intero film che invece dovrebbe essere visto interamente.
Obama conclude il primo tempo del suo (insufficiente?) mandato con parole di speranza: se le voci del cambiamento improvvisamente si zittiscono per colpa delle difficoltà del presente, qualcun altro prenderà il loro posto: i politicanti, le lobbies, le grandi corporation. Per questo il cambiamento ci deve ancora muovere avanti, perché i grandi sogni ci mettono di più a realizzarsi.
Il secondo tempo avrà un lieto fine? Riuscirà l’attore protagonista a vincere il Premio Oscar o finirà nel dimenticatoio come molte meteore che lo hanno preceduto?  Magari con una pacca sulla spalla e qualche parola di conforto.
Le convention non sono un ottimo termometro per capire l’umore americano, troppo piene di fan sfegatati e di folle osannanti. Adesso siamo all’intervallo.Non c’è contenuto, c’è solo la pubblicità. Per sapere se ci sarà un secondo tempo bisognerà aspettare fino al 6 Novembre. Avete comprato i pop corn?

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