3 – La storia si ripete sempre due volte: la prima volta come tragedia e la seconda come farsa – Una valigia, uno spago e il disperato bisogno di un tetto

Canzone da ascoltare: Hotel California

Central square, Cambridge, Boston area. Questo è il primo contatto con la vera realtà americana.  Una piazza che non ha l’apparenza della piazza, ovvero è solo un crocevia tra due delle arterie stradali più grandi della zona. Il tempo è uggioso, ma non è freddo. Siamo sempre al 15 di Agosto! Quello che vedo non è niente di nuovo: negozi con vetrine molto alte, gente che passeggia, biciclette che sfrecciano. Ma guardando bene ci sono molti nomi di negozi che non ho mai sentito prima: le grandi marche non hanno ancora vinto. A parte l’onnipresente Starbucks, che domina l’angolo più importante dell’incrocio con il suo inconfondibile stemma: quell’ibrido regina/sirena bianca su sfondo nero e la scritta gigantesca. Fino ad oggi noi italiani siamo riusciti ad essere immuni dallo sbarco della multinazionale del caffè, grazie alla nostra rete capillare di bar, la colla dell’Italia,  ma c’è qualcuno, spie del nemico, che chiedono a gran voce la conquista del nostro territorio da parte del marchio americano. Blasfemi e antipatrioti. Cappuccino e cornetto nostrani sono le vere tradizioni da difendere! Fosse non solo per il prezzo: per fare colazione da Starbucks con caffè e pezzo dolce (gli strazuccherati muffin per esempio), spendi minimo 5 euro, più il conto da pagare al dentista per le carie che verranno. Si vede lontano un miglio che hanno provato a copiare lo stile italiano, fallendo clamorosamente. Almeno potrebbero dire “macchiato” in maniera corretta, senza storpiarlo in un maccheronico “macciato”. E poi dov’è la tazzina di porcellana? No, sono stato un pirla a non portare la moka.
Ma lasciando perdere l’invettiva su Starbucks, l’arrivo a Cambridge, la piccola città vicino Boston che ospita Harvard e il M.I.T, mi ha fatto ripiombare nel mio dramma personale. Diciamo che per colpa delle migliaia di cose da fare pre-partenza, dalla scelta della quantà dei calzini da mettere in valigia fino al superamento degli ostacoli per ottenere il visto americano, mi sono “dimenticato” di trovare una sistemazione per i primi giorni. Vabbè ci saranno gli hotel, penserete furbamente voi. No, il mio animo tirchio e misero da studente  ha preso il sopravvento, impedendomi di optare per una costosa sistemazione in hotel ( i prezzi partivano da 100$ a notte).  Allora  un ostello? Nemmeno quello, dato che non c’erano più camere singole disponibili nelle vicinanze e muoversi con 40 kg di peso addosso vi assicuro che è abbastanza complicato.
In America va di moda ora un nuovo sito web, che si chiama Airbnb. Airbnb mette in contatto persone che hanno a disposizione spazio in più con viaggiatori che stanno cercando un posto dove stare. Chi ospita può promuovere il proprio alloggio ad un pubblico di milioni di utenti, sia che si tratti di un appartamento in città, di un castello in campagna o di uno sgabuzzino in casa. Si può trovare davvero di tutto, dal bellissimo appartamento vista mare, al materasso buttato in salotto.
Ho passato tutto il tempo dello scalo a Dublino a cercare un posto che si potesse considerare “abitabile”. Non è semplice, perché, come potete immaginare, entrare in casa di perfetti sconosciuti non è nella nostra cultura: fidarsi di lasciare tutta la notte i bagagli, che contengono tutta la tua vita dei prossimi mesi, in mano a estranei, dormire la notte in camere che non possono essere chiuse.
Ma la vita è un’avventura e, con qualche precauzione, sembra che questo sistema sia ottimo per trovare alloggi temporanei a poco prezzo e per chi ha spazio in più di raggranellare qualche dollaro extra. Il sistema di feedback e di recensioni, in puro stile E-bay o Amazon, dovrebbe limitare le brutte sorprese.
Infatti la prima cosa che ho guardato sono stati proprio i commenti degli utenti che avevano provato quella sistemazione. La scelta non è ancora molto ampia, soprattutto se vuoi spendere poco: si va dai 50 $ a notte per un divano in un soggiorno di un appartamento di lusso, ai 60$ sempre a notte per un ufficio che non viene più utilizzato come posto di lavoro, ma come ostello per viaggiatori, ai 200$ per un’intera casa a tre piani in pieno stile New England.
Non sempre le recensioni erano positive e per la mia prima esperienza cercavo qualcosa di “normale”: una camera con una fottuta porta. L’unica soluzione che rispondeva alle mie esigenze era proprio a Cambridge: due ragazze che affittavano la loro terza stanza della casa mentre la coinquilina era in vacanza. Cinquanta dollari a notte, compreso coperte e asciugamani più una piccola percentuale che va al sito.
Dalle foto sembrava anche una casa discreta, quindi non mi lascio scappare questa possibilità e contatto le ragazze per la disponibilità. Infatti, per tutelare anche gli ospitanti, ci deve essere prima un controllo “sociale”, ovvero una breve spiegazione del tuo viaggio, l’arricchimento del profilo e il link alla pagina facebook. Se i proprietari ti giudicano positivamente puoi prenonotare e pagare direttamente con la carta di credito. Un sistema macchinoso e ancora non esente da problemi, ma che può aiutare la cosiddettà “economia sociale” dove più dei soldi conta la reputazione (in questo caso online) che hai.
Ovviamente le due ragazze, Colinne e Amanda, accettano la mia prenotazione, ma questo lo saprò solo al mio arrivo in America. Un intero viaggio con l’incognita del pernottamento. Al massimo Boston ha tanti ponti sotto i quali ripararsi. Un altro problema è che quando arrivi devi compilare tutta la pesante burocrazia per garantiti l’entrata  in suolo americano e devi segnalare dove andrai a dormire. Panico. Ho messo l’indirizzo del M.I.T, l’unico che mi ricordavo. Ha funzionato. Un buco nel sistema di sicurezza? O solamente la non curanza di qualche poliziotto svogliato? Dov’è la rinomata  precisione certosina nel controllo alla frontiera? Non so e me ne frego poco. Fatto sta che quando atterro riesco a scoprire che avrò un letto sul quale dormire. Questo mi basta per allontanare ogni domanda. Ecco perché scendo alla fermata Central di Cambridge, per iniziare la mia prima passeggiata nell’American Life e andare a dormire nella camera di una ragazza totalmente sconosciuta, con uno zaino in spalla e una borsa legato con lo spago, dato che si stava rompendo per il troppo peso. Un tipico immigrato italiano degli anni ‘20. Marx diceva che “la storia si ripete sempre due volte:  la prima volta come tragedia e la seconda come farsa”. E io in questo momento mi sento terribilmente comico, sudato, impacciato.  Ma prima di riprendere il cammino, mi fermo da Starbucks. Ho bisogno di quel dannato cappuccino insieme a un ipercalorico muffin. E l’invettiva contro la multinazionale? Già dimenticata al primo morso. In qualche modo dovrò pure cominciare ad ambientarmi?

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