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Consigliere comunale del PD a Pisa, dottorando di Scienze Politiche presso la Scuola Superiore Sant'Anna , pessimista con l'intelligenza, ma ottimista con la volontà

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Birmania e laicità: per non dimenticare

Quello che segue è il racconto drammatico e intenso di un operatore di Medici Senza Frontiere impegnato nei soccorsi alle popolazioni sopravvissute al ciclone che ha devastato il Myanmar. È il resoconto di una giornata trascorsa lungo un fiume (da Repubblica):

LABUTTA (Myanmar) – Ci proviamo, non abbiamo altra scelta. Domani andremo in barca con l’équipe mobile, per la prima volta operatori internazionali si uniranno a soccorritori birmani per consultazioni mediche e distribuzione di viveri e medicinali. Resta il dubbio su come reagiranno le autorità. Aspettiamo in ufficio finché la barca non è del tutto carica. Solo allora andiamo al porto. Una volta lì, saliremo a bordo cercando di non dare nell’occhio. Ma non è facile per due come noi, pallidi europei, in mezzo a centinaia di asiatici. Tuttavia, saliamo a bordo, al momento non sembra ci siano problemi. La nostra équipe è composta da due medici, due infermieri e otto logisti.

Trasportiamo riso, fagioli, olio e scatolette di pesce. Ce n’è abbastanza per nutrire tremila persone per una settimana. Abbiamo anche centinaia di contenitori per l’acqua e teli di plastica stivati sotto coperta. Facciamo rotta verso una zona che non è ancora stata visitata da nessuna delle nostre équipe. Sebbene i militari abbiano distribuito del cibo nella stessa area una settimana fa, i bisogni saranno probabilmente ancora enormi, come ci hanno riferito gli abitanti dei villaggi che hanno viaggiato fino a Labutta per chiedere aiuto.
Tutto intorno è solo un complicato labirinto di corsi d’acqua. Il comandante della barca è costretto a fermarsi spesso, per chiedere indicazioni ai pescatori che incontriamo lungo il tragitto. Lungo il fiume, villaggi devastati, di tanto in tanto si vedono cadaveri ancora lì lungo la riva, nell’acqua, confusi con rami e pezzi di legno, affiorano carcasse gonfie di maiali e bufali.


Dopo oltre tre ore, raggiungiamo la piccola città di Myit Pauk. Dei 1600 abitanti, 200 non sono sopravvissuti al ciclone, due terzi del bestiame è annegato e il 60% delle imbarcazioni sono affondate. Le case ancora in piedi sono irreparabilmente danneggiate. Facciamo una rapida stima di ciò di cui c’è bisogno: occorrono soprattutto attrezzi per ricostruire le case e dunque distribuiamo kit essenziali e altro materiale che viene trasportato a riva. Tre compomenti dell’équipe restano sul posto per distribuire il tutto. Li riprenderemo sulla via del ritorno.
Viaggiamo un’altra mezz’ora finché raggiungiamo Daunt Chaung. La tempesta ha colpito questo villaggio provocando danni indescrivibili. La città è praticamente rasa al suolo e solo 60 dei 327 abitanti sono sopravvissuti alla tempesta. Un medico e un infermiere allestiscono una clinica mobile, ma non c’è nessuno che presenti problemi medici seri. Nel frattempo, cominciamo a distribuire generi di prima necessità e controlliamo il sistema idrico. La fonte d’acqua del villaggio è stata contaminata dalle inondazioni.

Consegniamo loro anche del gasolio per azionare la pompa, per svuotare la fonte e quindi pulirla. Ascoltiamo le loro storie. Myang, un uomo di 30 anni, racconta: “Pioveva fortissimo. Mia moglie e io eravamo a casa. Ma il vento era così potente che abbiamo deciso di andare a casa di una mia zia, perché abbiamo capito che la nostra abitazione non avrebbe retto alla violenza di quella tempesta. Anche altre persone si sono radunate nella casa di mia zia per cercare riparo, eravamo una quarantina. Verso le 10 di sera l’acqua ha cominciato a salire velocemente. Ci siamo sentiti come topi in trappola e abbiamo deciso di abbandonare anche quella casa. Una volta fuori, abbiamo visto la palizzata di fronte a noi spaccarsi. Così, c’era una sola cosa da fare: tuffarsi in acqua e nuotare. Nel frattempo, la casa di mia zia è crollata dietro di noi. C’erano solo alcuni grandi alberi che affioravano e ai quali potevamo aggrapparci. Solo al mattino dopo abbiamo potuto renderci conto della dimensione del disastro. Abbiamo visto galleggiare attorno a noi corpi umani e di animali ovunque. Solo chi, come noi, era riuscito ad aggrapparsi agli alberi, era sopravvissuto”.

Un uomo ci raggiunge. Viene da un villaggio lungo la costa, a 45 minuti di barca da Daunt Chaung. È venuto a chiederci di aiutare il suo villaggio, Myat Ke, che – dice – “è stato completamente dimenticato: le barche passano, ma non si fermano mai”. Racconta che solo 25 delle 75 famiglie del villaggio sono sopravvissute, in tutto appena 56 persone. Saliamo sulla sua barca con uno dei nostri medici. Portiamo cibo, farmaci e teli di plastica. Dopo 20 minuti, il motore comincia a singhiozzare. Manca l’olio. Galleggiamo sul fiume, trasportati dalla corrente, mentre comincia a piovere intensamente, con il vento che soffia forte. Riusciamo comunque a raggiungere la riva. In un’insenatura, vediamo due case mezze distrutte in mezzo ai detriti. C’è anche una barca. Chiediamo se hanno dell’olio per il motore, ma ci rispondono che non possono aiutarci in nessun modo, possono solo darci un po’ d’olio preso dal suo motore. Abbiamo perso un sacco di tempo, temiamo che i nostri colleghi comincino a preoccuparsi non vedendoci tornare. Ma decidiamo di proseguire.

“Dieci membri della mia famiglia sono morti”, ci racconta Bobo, l’uomo che è venuto a cercarci. “Mia moglie, i miei genitori e uno dei miei fratelli sono sopravvissuti, ma tutte le mie sorelle e i loro bambini sono morti”. Non vuole dire di più. Un altro abitante del villaggio, salito con noi sulla barca, dice: “Ho perso tutta la mia famiglia. Mia moglie, la mia bambina di tre anni, i miei genitori, i miei fratelli e mia sorella. I loro corpi non sono stati ritrovati. Ufficialmente, sono dispersi. Ho perso ogni speranza”.

Gli abitanti di Myat Ke ci stanno aspettando lungo la riva del fiume. Ci sono circa 50 tra donne, uomini e bambini. Tuttavia, non tutti i sopravvissuti sono lì. Alcuni sono andati nell’entroterra in cerca di legna per ricostruire le loro case. Osservandolo, è difficile chiamare “villaggio” questo Myat. Solo due capanne sono ancora in piedi. Nei giorni successivi al ciclone diverse persone, compresi alcuni bambini, sono morti di diarrea. “Abbiamo perso tutto”, dice Bobo. “Avevamo quasi 100 bufali, ne sono sono sopravvissuti solo due al ciclone. Non sappiamo come andare avanti”.

birmania

Cambiando completamente argomento ecco come si dovrebbe comportare la chiesa in uno Stato laico (da La tecnica della scuola):

Nei pubblici uffici: “togliamo i simboli religiosi e mettiamo la Costituzione”
di Comitato per la scuola della Repubblica
Don Santoro parroco delle Piagge (periferia di Firenze) ha proposto: togliamo in simboli religiosi negli edifici pubblici e mettiamo i primi dodici articoli della Costituzione.
Fa piacere che un “prete” impegnato nella lotta per i diritti dei deboli ed emarginati proponga in un momento in cui c’è gran bisogno di unità e di solidarietà, di togliere negli edifici pubblici i simboli religiosi che possono dividere ed affiggere i primi dodici articoli della Costituzione, che dovrebbe essere la Carta di tutti.
Rattrista però che in un Paese in cui il principio della laicità, secondo l’insegnamento della Corte Costituzionale, dovrebbe essere un principio supremo sia difeso da un “prete” e disatteso dalle autorità pubbliche nazionali e locali che dovrebbero garantirne la piena attuazione.
Ovviamente la proposta di Don Santoro è stata criticata dai soliti “benpensanti” di destra, ma anche di sinistra con i soliti luoghi comuni; tutti abbiamo il massimo rispetto per i simboli religiosi, ma sarebbe l’ora di cominciare a distinguere tra luoghi di culto e luoghi pubblici aperti a tutti in condizioni di uguaglianza indipendentemente dal sentimento religioso.
Il Comitato “Per la Scuola della Repubblica” ritiene la difesa dei diritti e dei principi fondamentali, come il diritto all’ uguaglianza, alla libertà religiosa ed il principio di laicità non si debba mai transigere; per questa ragione appezziamo la proposta di Don Santoro e per questa stessa ragione abbiamo portato la questione davanti al Tribunale dei Diritti dell’Uomo a Strasburgo “Parigi val pure una messa” non ci appartiene.

P. il

Comitato “Per la Scuola della Repubblica”

Firenze
Corrado Mauceri

1 comment to Birmania e laicità: per non dimenticare

  • bruno

    La diatriba sul crocifisso nei luoghi pubblici è una battaglia contro il vento: scateni le ire generali.
    Io sarei per il crocifisso nei luoghi di culto e nelle attività gestite dal clero (ognuno nei propri spazi privati mette i simboli di riferimento).

    Per esperienza di vita posso solo dire che dove ho visto crocifissi appesi o immaginette di madonne e santi, specialmente negli uffici o altri luoghi pubblici statali, più grossi erano e più la persona che li aveva appesi trasudava il messaggio opposto, sempre in proporzione alla dimensione dell’immaginetta. : )

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